24/09/15
la Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix
STRUTTURA PIRAMIDALE DELL'OPERA
STUDI DI DELACROIX
« Ho cominciato un tema moderno, una barricata... e, se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa... »
(Eugène Delacroix in una lettera al fratello riferendosi a La Libertà che guida il popolo)
La Liberté guidant le peuple è un dipinto di Eugène Delacroix ad olio su tela (260x325 cm), realizzato nel 1830 per ricordare la lotta dei parigini contro la politica reazionaria di Carlo X di Francia. Dal dicembre 2012 l'opera era conservata al Museo del Louvre nella sede staccata di Lens; ora si trova nella sede principale, a Parigi.
Il personaggio della libertà costituisce il primo tentativo di riprodurre un nudo femminile in abiti contemporanei; fino ad allora i nudi venivano solitamente accettati dal pubblico filtrati attraverso rappresentazioni di carattere mitologico o di storia antica. Delacroix riuscì a superare il problema attribuendo alla fanciulla la funzione allegorica della Libertà. Ben più difficoltà avrà Manet con la famosa Colazione sull'erba.
Descrizione
Il dipinto rappresenta la lotta per la libertà di varie classi sociali, incitate da una figura femminile che incarna la Libertà. Questa donna, rappresentante Marianne, ricorda la Venere di Milo, scoperta nel 1820, ed è un omaggio a questo ritrovamento. Ella indossa il berretto frigio, simbolo di libertà, stringe nella destra la bandiera repubblicana francese e nella sinistra un fucile. La Libertà ha una posa esortatrice ed è monumentale anche se in movimento impetuoso. È rappresentata come una dea; ma al contempo è anche donna del popolo; è una figura irreale, indifferente alla morte e alla sofferenza che la circondano. Come per Géricault, il quadro segue uno schema piramidale ed i corpi ricordano certe posizioni de La zattera della Medusa. Alla ricerca e alla perfezione anatomica che conferisce importanza a ciascuno dei personaggi si è contrapposto una massa indistinta del popolo senza connotazioni particolari. I colori scuri sono resi più vivaci da quelli brillanti della bandiera della Francia repubblicana, colori che si ripetono negli abiti della figura ai piedi dalla Libertà. La luce proviene dalla destra della figura centrale alla quale si attribuisce la funzione allegorica della Libertà. Un misto tra romantico e classico, tra reale e immaginario, è un anticipo di ciò che utilizzerà l'Impressionismo: la sfumatura e l'abbandono dell'Accademia.
Benché la rivolta del 1830 sia nota per essere stata una rivoluzione prettamente borghese, l'autore inserisce nel dipinto tutte le classi sociali: il borghese, il proletario, il soldato, il bambino (cui probabilmente si ispirò lo scrittore Victor Hugo per il personaggio di Gavroche nel suo romanzo I Miserabili); i personaggi hanno valore simbolico. Delacroix ha rappresentato nel quadro due autoritratti; figura nelle vesti dell'intellettuale col cilindro e il fucile, che rappresenta la borghesia dell'epoca, e in quelle del proletario con la spada sguainata ed i lineamenti alterati in modo eccessivo quasi rappresentato come figura diabolica, simbolo di violenza e di sete di distruzione. La raffigurazione del proletario di Delacroix è molto vicina a quella dei personaggi grotteschi e diabolici di Goya. Davanti a loro c'è la ragazza che guarda la Libertà, simbolo di fede negli ideali ispiratori della Rivoluzione, e a destra il bambino che rappresenta il coraggio. In primo piano si nota come la morte venga raffigurata mediante numerosi cadaveri. Tra i personaggi non c'è comunicazione, sono tutte figure isolate, quasi come se pretendessero un loro spazio all'interno della tela come a sottolineare il loro carattere simbolico. Alcuni critici suppongono che il calzino del corpo semi-nudo sulla sinistra del quadro sia un riferimento all'opera dell'amico e maestro Théodore Géricault nella sua La zattera della Medusa, ove infatti compaiono analoghi calzini quasi del tutto sfilati su un corpo che giace senza vita al margine sinistro della zattera.
Nello sfondo si intravedono le torri gemelle della Cattedrale di Notre Dame che stanno a suggerire una collocazione ben predefinita e i soldati nemici in rotta; la polvere bianca è stata paragonata a quella della Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo. L'immagine della libertà è stata riprodotta sulla banconota di 100 franchi, nel 1944 appare sui manifesti in occasione della liberazione della Francia, François Mitterrand nel 1982 utilizzerà ancora questa immagine per celebrare la sua elezione come presidente della repubblica francese, sarà anche l'immagine simbolo durante la guerra civile spagnola, nel 1968 fu utilizzata per il movimento studentesco francese e anche per difendere i diritti delle donne.
Il 7 febbraio 2013, al museo Louvre-Lens, succursale del Louvre, il quadro è stato oggetto di un atto di vandalismo: una visitatrice, poco prima della chiusura del museo, ha tracciato una scritta con un evidenziatore sulla parte inferiore del quadro, per una superficie di 30 cm x 6 cm. L'iscrizione "AE911", rimanda ad un sito internet nel quale è presente una raccolta di firme per riaprire l'inchiesta riguardante gli avvenimenti dell'11 settembre 2001.
fonte: Wikipedia
23/09/15
la vera paternità dei monumenti megalitici peruviani
A Cuzco, nella valle Sacra e a Machu Picchu si trovano monumenti megalitici straordinari. Emblema di questo stile è sicuramente la fortezza di Sacsayhuaman a Cuzco, realizzata con blocchi che in alcuni casi raggiungono il peso di 120 tonnellate.
Distratti dall'innegabile fascino che questi monumenti emanano, gli osservatori spesso non si accorgono del fatto che sono visibili ovunque le tracce di quello che sembra essere un "restauro". E' ben visibile un secondo intervento in cui le mura sono state completate o ampliate. Il luogo in cui questa restaurazione è più evidente è Machu Picchu, ma ovunque ve ne è traccia da Ollantayatambo a Cuzco.
Nella foto a destra: Machu Picchu, stili costruttivi differenti,
attribuibili a periodi diversi
L'ipotesi che questi siti abbiano subito un secondo periodo costruttivo è data dall'evidente differenza tecnica che i livelli superiori mostrano.
Guardando il sito archeologico di Machu Picchu ho quasi l'impressione che gli Inca abbiano trovano una serie di antichi templi megalitici in cima a questa vetta ed attorno a questo luogo sacro hanno edificato una cittadella e dei terrazzamenti per la coltivazione. Dalle foto è chiarissima la sovrapposizione di stili architettonici, ma a questa differenza non viene mai dato alcun risalto.
Nella foto a destra: Sacsayhuaman, Cuzco
Eppure molti Inca dopo l'invasione si convertirono al cristianesimo e vissero insieme agli spagnoli, possibile che nessuno seppe o volle spiegare agli spagnoli come fecero i nativi a trasportare lungo i pendii scoscesi delle Ande blocchi così pesanti, come fecero a tagliarli con tanta precisione, a sollevarli e a farli combaciare senza il minimo margine d'errore e sopratutto come fecero a fare tutto questo in tempi accettabili allo sviluppo di un progetto.
Foto: Ollantaytambo
Alcuni hanno sostenuto che i livelli di mura costruiti con pietre grezze e sbozzate risalgono a un periodo successivo alla conquista, in certi casi può anche essere vero ma in linea di massima direi di no in quanto uno dei luoghi in cui sono più evidenti due periodi costruttivi differenti, con quello superiore nettamente più arretrato di quello inferiore è Machu Picchu.
Foto a destra: Una porta megaliti di Machu Picchu sopra la quale sono state poste pietre grezze.
Se il secondo livello costruttivo (quello tecnicamente più povero) risale al periodo inca, trovo logico supporre che il livello inferiore (quello megalitico) risalga a un periodo più antico ed estraneo alla cultura inca, che non era in possesso di un livello tecnologico e culturale sufficiente a sviluppare simili progetti. Potremmo definire anomalo il fatto che i livelli e i monumenti più antichi siano stati costruiti con una tecnica infinitamente superiore a quelli più recenti, ma il Perù non è l'unico luogo al mondo in cui si assiste a un fenomeno di questo tipo.
Fonte: civiltaanticheantichimisteri.blogspot.it
Questi blocchi nonostante abbiano forme irregolari sono stati fatti combaciare perfettamente, utilizzando una tecnica che rimane tutt'oggi sconosciuta. Sono tantissime le mura ciclopiche sparse in tutta l'area sopracitata che colpiscono per l'estrema complessità delle forme date ai blocchi e per l'assoluta precisione degli incastri.
Nonostante non sia stata utilizzata alcun tipo di malta per legare i blocchi, tra di essi non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello.
Nonostante non sia stata utilizzata alcun tipo di malta per legare i blocchi, tra di essi non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello.
Sviluppare un progetto con un tale livello di precisione sicuramente avrà richiesto una considerevole perizia, dunque, considerando la gran quantità di strutture sparse su tutto il territorio realizzate con questa misteriosa tecnica, si deduce che gli antichi costruttori dovevano essere quantomeno molto efficienti.
Come in Egitto la storia si ripete, gli scavi archeologici e i ritrovamenti non hanno portato alla luce strumenti di lavoro adeguati a costruire simili opere...
Fortezza di Sacsayhuaman, Cuzco
(foto sopra e sotto)
Machu Picchu, stili costruttivi differenti, attribuibili a periodi diversi.
attribuibili a periodi diversi
L'ipotesi che questi siti abbiano subito un secondo periodo costruttivo è data dall'evidente differenza tecnica che i livelli superiori mostrano.
Sembrerebbe manifesto il fatto che chi ha costruito le mura ciclopiche e chi vi è intervenuto in un secondo momento non avevano a disposizione le stesse competenze tecniche e gli stessi strumenti. Dico ciò perché altrimenti non avrebbe alcun senso darsi tanta pena per raggiungere un così elevato livello di progettazione e realizzazione per poi continuare i lavori con pietre rozzamente sbozzate.
Come sappiamo secondo la storiografia ufficiale furono gli Inca a realizzare queste opere ma penso che sia più che logico farsi la seguente domanda: se davvero furono gli Inca i costruttori, chi furono i restauratori? Non è che siamo rimasti vittime di un malinteso storico e ora ci arrovelliamo per dare un senso a questa storia basandoci su dati storici errati? Se ci sganciamo dalla storiografia accademica c'è una soluzione al problema che sembrerebbe essere più logica. E' plausibile supporre che gli Inca non furono i costruttori delle mura e dei monumenti megalitici presenti in questa impervia zona del Perù, ma si limitarono a riscoprirli, li ampliarono tentando al meglio delle loro possibilità di imitare quello stile perduto tra le vette andine.
Machu Picchu, stili costruttivi differenti, attribuibili a periodi diversi
(nella foto a sinistra: Differenze tra lo stile Inca e quello che io ritengolo stile pre-incaico)
Tornado a Cuzco, tra i resoconti dei primi cronisti spagnoli trapela tutto lo stupore che la fortezza di Sacsayhuman suscitò sui conquistatori, la definirono un'opera del demonio. Nonostante il notevole e logico interesse non riuscirono ad apprendere le misteriche tecniche utilizzate dai costruttori.
Il popolo Inca non aveva né nozioni di matematica né una lingua scritta, non conosceva la ruota e non possedeva attrezzi in metallo. Anche sotto questo aspetto possiamo trovare soluzioni più convincenti scardinando i dogmi della storiografia ufficiale e considerando gli Inca come semplici abitanti della zona, togliendogli la paternità delle opere megalitiche.
A sinistra: Ollantaytambo
Va detto che secondo Garcilaso de la Vega, uno dei primi cronisti del nuovo mondo, la costruzione di Sacsayhuaman risale a poco prima dell'arrivo dei conquistatori spagnoli, i lavori durarono 70 anni e vennero impiegati 20.000 uomini. Nonostante ciò non trapela nulla riguardo le tecniche utilizzate, tranne un unico caso in cui viene descritto il trasporto di una grossa pietra da una zona vicino a Ollantaytambo fino a Sacsayhuman.
Secondo i nativi la pietra fu trascinata letteralmente per più di 70 km, tirandola con grosse funi da più lati per evitare che scivolasse lungo i pendii. Nonostante ciò rotolò, uccidendo dai 3.000 ai 4.000 uomini. Dopo l'incidente e il lungo viaggio, la pietra arrivò a Sacsayhuman e pianse lacrime di sangue vedendo che non c'era più un posto per lei sulla fortificazione. Il racconto secondo me non ha i tratti di una cronaca, ma di una leggenda raccontata dai nativi, sia per il destino toccato alla pietra sia per l'eccessivo numero di morti. Oltre a questo non sappiamo nulla di certo su come fecero a tagliare e a sollevare le pietre. Eppure nei resoconti è scritto che i lavori di costruzione erano terminati poco prima dell'arrivo dei conquistatori, ma degli strumenti utilizzati e delle tecniche impiegate non si scoprì mai nulla.
Secondo i nativi la pietra fu trascinata letteralmente per più di 70 km, tirandola con grosse funi da più lati per evitare che scivolasse lungo i pendii. Nonostante ciò rotolò, uccidendo dai 3.000 ai 4.000 uomini. Dopo l'incidente e il lungo viaggio, la pietra arrivò a Sacsayhuman e pianse lacrime di sangue vedendo che non c'era più un posto per lei sulla fortificazione. Il racconto secondo me non ha i tratti di una cronaca, ma di una leggenda raccontata dai nativi, sia per il destino toccato alla pietra sia per l'eccessivo numero di morti. Oltre a questo non sappiamo nulla di certo su come fecero a tagliare e a sollevare le pietre. Eppure nei resoconti è scritto che i lavori di costruzione erano terminati poco prima dell'arrivo dei conquistatori, ma degli strumenti utilizzati e delle tecniche impiegate non si scoprì mai nulla.
Garsilaso de la Vega era chiamato "l'Inca" in quanto era meticcio, in base a questo delle volte mi chiedo se il suo resoconto corrispondeva alla realtà o se invece abbia voluto attribuire le magnifiche mura ciclopiche ai sui discendenti per accrescere il valore delle sue origini. Questo è un dubbio logico secondo me, ma non ci sono ulteriori elementi da valutare per estinguerlo.
Alcuni hanno sostenuto che i livelli di mura costruiti con pietre grezze e sbozzate risalgono a un periodo successivo alla conquista, in certi casi può anche essere vero ma in linea di massima direi di no in quanto uno dei luoghi in cui sono più evidenti due periodi costruttivi differenti, con quello superiore nettamente più arretrato di quello inferiore è Machu Picchu.
Machu Picchu rimase sconosciuta a conquistatori spagnoli e venne localizzata soltanto a metà del 1800. Soltanto nei primi anni della 1900 la città fu ufficialmente scoperta da Hiram Bingham, uno storico di Yale. Le foto d'epoca mostrano una Machu Picchu inghiottita dalla vegetazione e abbandonata da secoli.
Hiram Bingham e Machu Picchu ricoperta dalla vegetazione nel 1911.
Il tempio principale di Machu Picchu agli inizi del '900.
Se il secondo livello costruttivo (quello tecnicamente più povero) risale al periodo inca, trovo logico supporre che il livello inferiore (quello megalitico) risalga a un periodo più antico ed estraneo alla cultura inca, che non era in possesso di un livello tecnologico e culturale sufficiente a sviluppare simili progetti. Potremmo definire anomalo il fatto che i livelli e i monumenti più antichi siano stati costruiti con una tecnica infinitamente superiore a quelli più recenti, ma il Perù non è l'unico luogo al mondo in cui si assiste a un fenomeno di questo tipo.
A pensarci bene tutto questo ha qualcosa di familiare, è la stessa anomalia che troviamo in Egitto. In Perù abbiamo trovato un'altra testimonianza di un'antica cultura megalitica globale che ha attraversato misteriosamente tutto il pianeta e che ho descritto nell'articolo LA LINEA DELLA CIVILTA'.
Oserion, Egitto, l'antico tempio è stato costruito con uno stile megalitico,
diverso di quello del livello superiore
Valle dei Templi, Giza. I templi più antichi sono stati costruiti con blocchi tagliati e incastrati perfettamente nonostante le forme irregolari, proprio come i templi più antichi presenti in Perù.
fonte: crepanelmuro.blogspot.it
Bayer: invasione di ibridi in Italia
Agricoltura industrializzata e telecomandata dall'estero, che punta sempre alla quantità ma non alla qualità dei prodotti. Dopo decenni di avvelenamenti chimici di campi e colture che hanno ridotto la terra ad una landa drogata, ecco la propaganda pubblicitaria, mentre le coltivazioni ibride della multinazionale tedesca dilagano nell'ex belpaese, grazie anche alla compiacenza del Consiglio nazionale delle ricerche:
«Il settore delle sementi orticole di Bayer CropScience opera con il marchio di Nunhems™. Nunhems è la specialista globale nel campo della genetica vegetale e dei servizi ad essa correlati. Attraverso i suoi team specializzati ed integrati globalmente, opera per creare rapporti unici con i clienti, condividere prodotti, concetti e competenze con tutta la filiera ortofrutticola professionale.
La gamma Nunhems comprende varietà di 28 specie orticole, tra le quali varietà leader su anguria, carciofo, carota, cetriolo, porro, lattuga, melone, cipolla, peperone, e pomodoro. Nunhems conta oltre 1.800 dipendenti ed è presente in tutte le principali aree di produzione ortofrutticole nel mondo.
"Prendiamo ad esempio il carciofo Opera F1: il risultato è un carciofo generoso, ad alta resa, che in condizioni agronomiche ottimali può dare una media di 15 frutti/pianta, frutti perfetti dal primo all'ultimo, molto uniformi; tutti dal colore violetto intenso e vellutato - continua Carrieri - Va da sé che Opera F1 è un prodotto altrettanto gustoso al palato."
"Si tratta di un ibrido - fa notare Aurelio Boncoraglio, anch'egli Sales specialist carciofo di Nunhems Italy - e pertanto di una pianta più vigorosa, che sopporta meglio stress e patologie. Proprio per questo necessita di un minor numero di trattamenti fitosanitari, il che significa maggiore sicurezza alimentare e minore uso di pesticidi sui frutti, quindi più profitti."
"Inoltre - continua Boncoraglio - Opera F1 gode delle caratteristiche LSL (Long Shelf Life) e quindi aggiunge un ulteriore valore per il trader orientato alla GDO, che dispone di un prodotto di maggior durata paragonato alle varietà standard."
Come tutti gli ibridi, anche Opera F1 offre facilità e duttilità di coltivazione. Già dagli scorsi anni è presente in Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata, Toscana, aree vocate a questo tipo di coltivazione. E proprio qui produttori e commercianti giudicano Opera F1 in maniera molto positiva anche perché i mercati di consumo si allargano a vista d'occhio».
riferimenti:
http://www.nunhems.it/www/NunhemsInternet.nsf/id/IT_IT_Artichoke
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/06/il-pomodoro-industriale-monsanto-in.html
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=ogm
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/06/il-pomodoro-industriale-monsanto-in.html
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=ogm
fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it
22/09/15
Ebla
EBLA NEL 2005, AREA ARCHEOLOGICA
PALAZZO REALE 2400-2250 A.C.
RESTI
MAPPA DELLA SIRIA NEL SECONDO MILLENNIO A.C.
in arabo: إبلا, fu un'antica città del Bronzo antico III (metà del III millennio a.C.), rifondata due volte e infine distrutta alla metà del II millennio a.C., i cui resti si trovano nei pressi della moderna Tell Mardikh (circa 60 km a sud-ovest di Aleppo, nella Siria settentrionale).
Ebla e il suo regno prosperarono innanzitutto per il ruolo commerciale della città: la posizione intermedia tra Mesopotamia, Anatolia e Palestina permetteva alla città (e al regno connesso) di godere dei vantaggi del commercio tra queste zone, dove passavano materie prime quali rame, legname (verso Mesopotamia ed Egitto), argento (verso la Mesopotamia). A Ebla giungeva poi il lapislazzuli afghano e forse anche l'oro egizio.
La popolazione era per la stragrande maggioranza semita, non solo a Ebla città, ma in tutto il regno, come l'onomastica mostra con evidenza.
La città offre evidenze archeologiche per tre fasi distinte (protosiriano maturo, protosiriano tardo, paleosiriano arcaico e maturo): per tre volte la città subì una distruzione violenta. Per il periodo protosiriano, la popolazione residente in città dovrebbe essere stata sulle 15.000/20.000 persone, mentre il regno nel complesso contava forse circa 200.000/250.000 unità. Di queste, forse 40.000 partecipavano direttamente al sistema redistributivo organizzato centralmente dal palazzo e dalla famiglia reale. Si tratta di un culmine probabilmente mai più raggiunto: gli insediamenti nella zona si rarefanno nel Bronzo medio e precipitano nel Bronzo tardo.
Già citato negli annali di Tuthmosi III, il nome della città potrebbe significare "pietra bianca", in riferimento alle superfici calcaree delle pietre sulle quali è stata costruita.
Nel 1964 ebbe inizio una campagna di scavi da parte di una missione archeologica italiana diretta da Paolo Matthiae dell'Università La Sapienza di Roma. La città di Ebla era menzionata da diversi testi mesopotamici e ad essa si allude anche in testi ititti ed egizi, ma non si conosceva la sua ubicazione e fino ad allora era stata cercata senza successo. Solo nel 1968, con il recupero di vari monumenti protosiriani e, tra questi, del torso di un re di Ebla, Ibbit-Lim, fu confermato che Tell Mardīkh era l'antica Ebla. Quanto agli archivi del palazzo reale (il palazzo G), furono scoperti tra il 1974 e il 1976.
Storia
Vi sono indizi molto tenui di frequentazione umana sin dal IV millennio a.C. (la "prima urbanizzazione" del Periodo di Uruk), con anche un insediamento dell'inizio del III millennio a.C.
Il regno di Ebla aveva dimensioni ragguardevoli (forse da Aleppo a Hama) ed era diviso in quattordici distretti, due per la capitale e dodici per il regno. Non aveva sbocchi sul mare: per la metà del III millennio a.C., infatti, sulla costa del Mediterraneo orientale sono attestati regni indipendenti, come Biblo. E neppure giungeva all'Eufrate, dove sono invece attestati altri regni autonomi, come Karkemish, Emar, Tuttul e Mari. È probabile che Ebla rappresentasse il centro egemone di tutta la zona ad ovest dell'Eufrate e che quindi altri regni dipendessero dal regno di Ebla. Tale influenza, mai costante, sembra abbia raggiunto anche la valle del Balikh (Kharran e Irrite). La città si trovava in posizione strategica tra importanti regni dell'antichità. Sono attestati contatti con l'Egitto, fin dall'età del bronzo antico (2600-2300 a.C.), grazie anche alla intermediazione di Biblo, grande città cosmopolita della costa. A tale periodo risalgono, infatti, alcuni frammenti di pietra, una lampada in diorite con il cartiglio di Chefren (IV dinastia, 2500 a.C.) ed un coperchio circolare in alabastro con cartiglio di Pepi I (VI dinastia, 2300 a.C.), rinvenuti all'interno del cosiddetto "palazzo della prima urbanizzazione".
Tre furono le fasi prospere di Ebla, tutte concluse con una distruzione da parte di mano nemica:
una prima nel Periodo Protosiriano maturo (2400-2300 a.C.), cui appartiene il celebre "palazzo reale" (palazzo G) con i suoi archivi: la distruzione avvenne per mano di Sargon di Akkad o del suo successore Naram-Sin. Al collasso di Ebla corrisponde la crisi della Mari presargonica, probabilmente sempre a causa della spinta accadica. A Mari si installano gli šakkanakku, sottoposti prima ai re accadici, poi ai re neo-sumerici.
una seconda nel Periodo Protosiriano tardo (2200-2000 a.C.), archeologicamente poco conosciuta (forse perché oggettivamente meno rilevante), cui probabilmente fanno riferimento alcuni testi di Lagash (dove gli Eblaiti avrebbero esportato legnami) e di Ur (dove avrebbero invece esportato mobilia e tessuti ricamati). La distruzione in questo caso fu probabilmente opera degli Amorrei (Martu), popolazione che intorno al 2000 a.C. impose la propria presenza in Siro-Palestina.
una terza nel Periodo Paleosiriano arcaico e maturo (2000-1600 a.C.), quando la città fu ricostruita attraverso imponenti sbancamenti nella cosiddetta "Città Bassa": da questi sbancamenti, sgombrati gli strati più antichi, oltre ad una base per una nuova fondazione si ottenne materiale di risulta con cui furono preparati dei terrapieni di terra battuta, su cui vennero edificati la cinta muraria e dei forti, e aperte quattro porte urbiche. A questa fase vanno associati il cosiddetto palazzo E e un tempio di Ishtar. L'ultima distruzione di Ebla va quasi certamente attribuita ad una coalizione di Ittiti e Hurriti. Tale interpretazione è suggerita dal cosiddetto Poema della liberazione, poema bilingue (in hurrita e ittita) ritrovato nella capitale ittita Ḫattuša e risalente al XV secolo a.C., da cui sembra potersi desumere che a distruggere definitivamente Ebla sia stato Pizikarra, un re di Ninive menzionato solo nel proemio di questo poema. Matthiae suppone che il poema, composto in lingua hurrita e in ambiente hurrita, sia stato composto a ridosso degli eventi di cui racconta. È probabile che Pizikarra si sia alleato, per la sua iniziativa in Siria, con il re ittita Mursili I. Nel poema, Ebla è indicata come "città del trono", mentre il suo re è indicato come "stella di Ebla". Quanto a Pizikarra, di lui si dice che ha vinto la città con l'aiuto della divinità Teshub di Kumme, una località da collocare certamente nell'alto Tigri.
Dopo il 1600 Ebla cessò di essere un grande centro urbano: sulle sue imponenti rovine (in particolare il palazzo E e il "palazzo meridionale") si installò in breve tempo una popolazione precaria, che provvide a minimi aggiustamenti. Con il passare del tempo l'area si andò sempre più ruralizzando; in epoca persiano-ellenistica (tra il VI ed il IV secolo a.C.), fu sede di un palazzetto rurale, che offre evidenze di un'attività tessile. Nella tarda antichità (III-VI secolo d.C.) era abitato da monaci: fu quando, forse, il sito si iniziò a chiamare Mardikh. Al sito fanno forse riferimento alcune cronache della Prima crociata cristiana in Terrasanta: alcuni episodi del 1098, concernenti la conquista della città di Ma’arret en-Nu’man, potrebbero infatti essere in relazione con una presenza crociata nel sito. Si tratterebbe, comunque, di una presenza brevissima, di cui, forse, una traccia è la chiusura della porta sulla via di Damasco, per provvedere alla quale furono utilizzate delle pietre incise con invocazioni ad Allah in caratteri cufici.
Il regno eblaita: caratteristiche generali
Gli scavi della missione archeologica italiana hanno fatto emergere la struttura urbana della città: un'ampia cinta muraria a cerchio, fortificata con possenti bastioni grandangolari, dove si aprono quattro porte disposte a croce, con al centro l'acropoli. La struttura radiale potrebbe rimandare alla concezione di un universo circolare. Rimangono anche i resti del palazzo reale con tutti i suoi settori, dove sono stati rinvenuti gli archivi di stato, oltre a migliaia di tavolette ed oggetti d'uso comune.
La città era guidata da un re indicato dal termine sumerico en, anziché lugal come a Mari e in Mesopotamia. Il sovrano era coadiuvato nelle sue funzioni da un ministro. Conosciamo i nomi dei tre re che hanno regnato durante la fase degli archivi: Igrish-Halab, Irkab-Damu, Ish'ar-Damu e quelli dei loro ministri ArruLUM, Ibrium e Ibbi-Zikir.
Nelle tavolette di Ebla appaioni i nomi di alcune divinità semite già note (Dagan, Ishtar, Reshef, Kamish, Hadad, He(l)bat Adamma, Ishkara), mentre altre risultano sconosciute (Kura, Haddabal, Barama, Ganana); inoltre appaiono dèi Sumeri (Enki and Ninki, TU) e Ittiti (Ashtapi).
L'archivio reale di Ebla attesta l'impiego di una lingua semitica, l'eblaita, che veniva scritta in caratteri cuneiformi e che ci permette di osservare uno spaccato delle attività del suo palazzo, a conoscere alcune opere letterarie e ad avere a disposizione uno dei più antichi vocabolari della storia: una serie di tavolette con una lista lessicale bilingue, eblaita e sumerico.
Il sito
La scoperta nel 1975
La presenza di una cultura urbana relativa al Proto-Dinastico II e III nella zona era già nota: il tavolato semi-arido siriano risultava già in parte scavato (Amuq, Hama, Ugarit e Biblo). Erano state ritrovate necropoli ed individuato un tipo ceramico, detto "caliciforme", che presupponeva, almeno per le fasi più tarde, una industria ceramica palaziale, certamente accompagnata da una intensa attività di allevamento semi-nomadico.
Gli scavi iniziarono, nel 1964, su un sito ancora senza nome. Nel 1968, fu scoperta una statua che sulla spalla porta il nome di Ibbit-Lim, uno dei re di Ebla, per cui si ebbero buone ragioni per pensare che il sito fosse la città di Ebla. La certezza si ebbe nel 1975, con la scoperta degli archivi reali di Ebla, contenenti oltre 17.000 tra tavolette e frammenti di tavoletta d'argilla con iscrizioni cuneiformi in eblaita, risalenti al periodo tra il 2500 e il 2200 a.C. Da tali documenti - la cui lingua è stata studiata e sostanzialmente avviata alla decifrazione dall'epigrafista della Missione italiana, il prof. Giovanni Pettinato, dell'Università La Sapienza di Roma - si è avuta la prova dell'esistenza di una grande cultura urbana anche nella Siria del III millennio a.C., considerata sino ad allora troppo periferica rispetto alla cultura mesopotamica di centri come Sumer e Akkad ed ha permesso di inquadrare Ebla quale importante nodo commerciale oltre che come potenza internazionale nel mondo allora conosciuto; il re veniva eletto da un'aristocrazia di tipo mercantile. Sono stati rinvenuti reperti che testimoniano contatti e scambi commerciali, in generale, con tutta l'area del Vicino Oriente antico e, segnatamente, con l'Iran e l'Afghanistan. Un discorso a parte meritano i contatti con l'Egitto dei faraoni. In una delle sepolture infatti, quella denominata del “Signore dei capridi”, venne rinvenuta una mazza da guerra egizia, recante il nome del re egiziano Hetepibra, nonché frammenti in avorio di divinità egizie quali Hathor, Sobek, Amon.
L'area archeologica
Il sito si trova nelle vicinanze del villaggio moderno di Tell Mardikh, copre un'estensione di più di 50 ettari (dimensioni analoghe alle coeve Mari e Assur) ed è ben visibile la possente cinta difensiva alta circa 20 metri, che alla base arrivava ad essere larga circa 6 metri che circondava la città. In città si entrava attraverso quattro porte: di Damasco (la meglio conservata), verso sud, della steppa, verso sud-est, dell'Eufrate, verso nord-est, e di Aleppo verso nord.
La città si è sviluppata intorno all'acropoli e verso sud si sono trovate la rovine del palazzo reale del terzo millennio (palazzo G), che sovrastava il quartiere meridionale della città; nella parte bassa del palazzo si sono trovati il quartiere amministrativo, con la sala dell'archivio e la corte delle udienze.
Le rovine del secondo millennio invece si trovano verso nord, il palazzo occidentale, il tempio di Ishtar e il palazzo settentrionale, mentre il palazzo reale del secondo millennio si trova, sempre a nord, a ridosso dell'acropoli.
Il palazzo G
Il più importante e imponente monumenti dell'area archeologica di Tell Mardikh - Ebla è certamente il Palazzo Reale G.[19] Gli scavi lungo il pendio occidentale dell'Acropoli hanno messo in luce un grande palazzo reale, denominato dagli archeologi palazzo G per via dell'area in cui fu scavato, che risale alla prima epoca d'oro di Ebla: 2400-2250 a.C. L'esplorazione archeologica ha portato alla luce gran parte del palazzo G, che doveva estendersi verso est: la corte principale, lo scalone d'ingresso, la stanza degli archivi e una parte dei quartieri di abitazione. Il palazzo G è diviso in varie ali, che sono:
l'ala cerimoniale, consacrata ai ricevimenti del re, formata da una corte principale con un corridoio coperto nord-est, le cui colonne in legno hanno lasciato nel pavimento una traccia, consistente in grandi fori rotondi a distanza regolare. Lo spessore dei muri dei corridoio è di oltre due metri; i muri sono in mattoni crudi, su base di pietra. Sul lato nord della corte si trova un podio di metri 4,5×3×0,50, su cui si saliva mediante due piccole scale ricavate nel suo stesso spessore: esso era destinato a ricevere il trono del re, ove quest'ultimo prendeva posto per ricevere i postulanti, decidere questioni giuridiche, organizzare le carovane commerciali e accoglierle quando tornavano da paesi lontani;
l'ala amministrativa: si estendeva a sud della grande scalinata che portava ai quartieri d'abitazione. Era il centro del governo e della monarchia. Una grande stanza posta a lato della scalinata era ornata da suppellettili di legno intarsiate di madreperla;
l'ala di abitazione: vi si giunge salendo la grande scalinata di pietra; comprende diverse stanze destinate alla preparazione del cibo, alla macinazione dei cereali, alla spremitura delle olive e alla cottura degli alimenti;
gli archivi reali: nel 1975 fu scoperta la biblioteca reale, o Grande Archivio. È un vano quadrato, posto ad ovest dell'ala amministrativa, con scaffali sulle pareti per allinearvi le tavolette. Una parte di esse, in particolare quelle di forma rotonda, più piccole delle grandi tavolette quadrate, era conservata in cesti posti a terra. Nel grande Archivio sono state trovate 17.000 tra tavolette intere e frammenti; i testi erano divisi per argomenti e vediamo che forme e argomenti si diversificano. Le tavolette sono in argilla e hanno varie dimensioni: alcune sono grandi, di forma quadrata e misurano sino a cm. 45 di lato; altre, più piccole, sono rotonde. Vi sono testi amministrativi, economici, storici, giuridici, religiosi. I caratteri sono cuneiformi, la lingua è una lingua locale, chiamata ora dagli studiosi "eblaita", che appartiene allo stesso gruppo di lingue semitiche di cui fa parte l'accadico di Mesopotamia. Alcune tavolette erano già cotte dal grande incendio seguito alla conquista di Ebla ad opera di Sargon di Akkad (o di Naram-Sin). Ciò ha favorito la conservazione dei pezzi fino al momento della scoperta nel 1975.
Area sacra di Ishtar (Bronzo Medio)
Nella Città Bassa, a nord-ovest, sorge la vasta area sacra del principale dea della città Ishtar.
L'area (1800-1600 a.C.) è composta da tre diversi monumenti il Tempio di Ishtar (denominato P2), sul cui lato occidentale sorgono una serie di piccoli edifici accessori e una pietra monumentale, la grande Terrazza Monumentale (denominato Monumento P3), unica nel suo genere in tutto il Vicino Oriente, e ad est di quest'ultima si trova l'ampio spazio aperto denominato Piazza delle Cisterne nelle cui fosse sono stati trovati migliaia di oggetti votivi dedicati alla dea Ishtar.
Reperti
Ad uno dei lotti sopra citati appartengono gli scettri, o mazze cerimoniali di cui una, corrosa e malridotta, recante il nome del Faraone Hotepibre (Harnejheryotef) ed un'altra, in osso, calcare, argento ed oro, molto simile alla prima rinvenuta nella cosiddetta “sepoltura delle Cisterne”, ma verosimilmente parte della medesima sepoltura del “Signore dei Capridi”.
La mazza cerimoniale di Hotepibre presenta, sull'impugnatura, due cinocefali posti ai lati del nome reale; quest'ultimo non è racchiuso, come di consueto, nel cartiglio, ma la postura adorante dei cinocefali conferma che si tratta di una titolatura regia.
La mazza dovette subire, già in epoca storica, un danno proprio all'impugnatura che venne, perciò, riparata in loco da artigiani che, però, non conoscevano bene la struttura dei geroglifici tanto che, nell'eseguire la riparazione, "rimontarono" il nome del Faraone in maniera non del tutto perfetta.
Hotepibre, secondo le liste dei Faraoni più frequentemente noto con il nome di Harnejheryotef, fu il nono re della XIII dinastia e regnò per breve periodo (1770-1760 a.C.); la titolatura di Hotepibre, presenta, tra gli altri nomi, quello di Sa Aam ovvero "figlio dell'Asiatico", ma anche "figlio del contadino". Dando credito alla prima traduzione, e considerando che la mazza cerimoniale, di per sé uno scettro regale, fu donata al proprietario della sepoltura in cui fu rinvenuta, si può avanzare l'ipotesi che il Faraone avesse legami di stretta parentela con la casa regnante eblaita. A rendere maggiormente realistica tale ipotesi, si rammenti che, nel II Periodo Intermedio, si stanziarono in Egitto genti provenienti da altre aree del vicino oriente e, inoltre, che in un certo periodo storico coincidente con la XIII dinastia la carica di Faraone divenne elettiva.
Gli scavi di Ebla, sempre a cura della missione italiana capeggiata da Paolo Matthiae, sono ancora in corso. Recentemente sono state presentate due statuette, in oro ed argento, scoperte durante l'ultima campagna di scavi: gli oggetti si trovavano nel magazzino reale a ridosso degli archivi. Probabilmente si trattava di uno stendardo reale, dato che insieme è stato rinvenuto anche un incensiere di bronzo.
fonte: Wikipedia
scie chimiche, caldo infernale e terremoti bellici
di Gianni Lannes
Altro che complotto: è la tragica realtà. Il respiro umano è sempre più un rantolo sotto gli ininterrotti bombardamenti elettromagnetici. E non basta svilire una vicenda cruciale per relegarla nel dimenticatoio scientista. Questa colonia a stelle e strisce è ormai una camera a gas nel cuore del Mediterraneo. L’uso dell’arma ambientale vietato dalla convenzione internazionale Enmod del 1978, è un incubo ad aria condizionata, targato a stelle e strisce. Peggio, un avvelenamento di massa, in prospettiva di una strage su larghissima scala, considerata la quantità giornaliera di nanoparticolato respirato da cittadine e cittadini di ogni età. In attesa della prossima catastrofe innescata dai militari, l’inerzia popolare aumenta a dismisura. La NATO irrora indisturbata i cieli d’Italia, con il beneplacito del governicchio Renzi (imposto dal Napolitano, ma non votato dal popolo sovrano) e l’asservimento dell’aeronautica militare tricolore, grazie all’omertà dell’Enac e dell’Enav.
E' il folle progetto Teller che mandano in onda all'insaputa generale dal 2002. Il riscaldatore ionosferico (brevetto Eastlund del 1987) puntato sull’ex belpaese funziona a pieno regime. L’attività tellurica sollecitata dalle onde elf puntate sulle faglie, affiora a profondità superficiali e standardizzate, senza risparmiare Bologna (10 km), Pisa (5 km), Brescia (5 km), Torino (11 km), e così via.
L’afa inaridisce l’aria. Peraltro, l'asfissia da particolato provoca mancanza di ossigeno nei tessuti e, quindi, predisposizione ai tumori, secondo i noti ed oscurati studi del premio Nobel Otto Warburg. Cavie silenti ed ossequienti? La volontà di reagire della gente sempre più intossicata nel corpo e nella mente, quando si manifesterà concretamente?
L’afa inaridisce l’aria. Peraltro, l'asfissia da particolato provoca mancanza di ossigeno nei tessuti e, quindi, predisposizione ai tumori, secondo i noti ed oscurati studi del premio Nobel Otto Warburg. Cavie silenti ed ossequienti? La volontà di reagire della gente sempre più intossicata nel corpo e nella mente, quando si manifesterà concretamente?
riferimenti:
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=eastlund
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=teller
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=enmod
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=terremoti
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=veronesi
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=teller
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=enmod
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=terremoti
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=veronesi
fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it
19/09/15
l'inverno del sole!
Egregio presidente Obama farà freddo, anzi freddissimo, per almeno trent’anni. Lo sostiene John Casey, già climatologo della Nasa, ora direttore di un centro studi di Orlando, la “Space and Science Research Corporation”. L’allarme: l’attività del sole sta rapidamente cambiando, la comparsa di nuove macchie solari lascia presagire un nuovo “grande inverno” per il pianeta, a partire dal 2015-2016, con conseguenze devastanti, fenomeni di assideramento di massa e addirittura il crollo del 50% della produzione alimentare a causa del collasso dell’agricoltura terrestre. E’ il drammatico contenuto della lettera che lo scienziato ha rivolto al capo della Casa Bianca già lo scorso aprile. Oggetto: “Richiesta di preparare gli Stati Uniti per un pericoloso clima freddo”. Casey chiede di prendere «provvedimenti immediati per garantire che gli Stati Uniti d’ America siano pronti per lo storico e potenzialmente pericoloso clima freddo, che sta per arrivare». Ma il problema non era il global warming, il surriscaldamento? Sì, fino a ieri. Da oggi, l’allarme è di segno opposto: neve, gelo, temperature sotto zero. A partire dai prossimi mesi.
Casey cita le ricerche condotte negli ultimi decenni sulle cause del cambiamento climatico. «Il periodo passato del riscaldamento globale è un fenomeno naturale, prodotto principalmente dal Sole, ed è finito», scrive il climatologo nella sua Iceberg lettera a Obama. «Sono oltre diciassette anni che non viene registrata alcuna effettiva crescita delle temperature atmosferiche globali in troposfera. Ironia della sorte, questo significa che, mentre per la maggior parte del tempo la comunità internazionale ha avuto a che fare con il riscaldamento globale, quest’ultimo, non c’era! E’ quindi importante accettare che il riscaldamento globale è finito». Non c’è più alcun riscaldamento globale, sostiene Casey. «La Terra – scrive – è in fase di raffreddamento da diversi anni, come gli oceani negli ultimi undici anni e l’atmosfera per la maggior parte del tempo». Dei 24 parametri climatici monitorati dalla Ssrc, la “Space and Science Research Corporation”, registrati in report trimestrali, ben 18 di essi «mostrano un raffreddamento globale come tendenza dominante». Quanto ai restanti 6, «si stanno convertendo verso lo stato di raffreddamento, entro i prossimi cinque anni».
Lo scienziato dichiara che il livello del mare ha già iniziato a calare, dove alcune aree oceaniche stanno diventando più fredde. Il centro ricerche coordinato da Casey prevede una riduzione globale del livello del mare della durata di 30 anni, «che inizierà in qualsiasi momento tra quest’anno e il 2020». Se queste tendenze cambiassero, il centro studi sarebbe il primo a segnalarlo, dice Casey. «Tuttavia, sulla base delle temperature globali effettive e i modelli climatici più affidabili, c’è una sola conclusione da effettuare sullo stato attuale clima della Terra: un nuovo clima freddo è arrivato». Se questa “nuova era glaciale” procedesse come negli episodi passati (circa 200 e 400 anni fa), secondo Casey «dovremmo aspettarci di vedere notevoli danni alle colture a livello mondiale, sconvolgimenti sociali e politici e la perdita della vita». Secondo gli studiosi, questi effetti New York sotto la nevecatastrofici «potrebbero iniziare presto e durare almeno tre decenni». Casey aggiunge che abbiamo poco tempo per prepararci: «Gli scienziati russi si sono spinti fino a parlare di una nuova “Piccola era glaciale” che inizierà quest’anno», il che significa che «il clima freddo, che avanza, è una grave minaccia per la nostra gente».
Secondo gli studiosi americani, il nuovo clima freddo verrebbe imposto alla Terra «da un ripetuto ciclo, di 206 anni, del sole». Casey l’aveva già annunciato nel 2007. «Anche se molti altri ricercatori hanno scoperto questo ciclo o previsto un clima freddo in arrivo, sono stati ignorati», scrive lo scienziato, nella sua lettera a Obama. «La fase di freddo, di questo lungo ciclo di due secoli, è prodotto dalla riduzione drammatica dell’energia con la quale il sole scalda la terra». Lo chiamano “letargo solare”. Ed è stato confermato dalla Nasa, dall’aviazione Usa e dal “National Solar Observatory”: parlano di “declino in corso dell’attività solare”. «La ricerca relativa su questi letarghi solari – aggiunge Casey – mostra anche che si verificano in concomitanza con i terremoti e le eruzioni vulcaniche più distruttive, l’ultima delle quali può portare drammaticamente ad un clima già freddo».
Potenzialmente devastanti le conseguenze dello choc climatico sulla popolazione, a cominciare dalle categorie più esposte: «Credo che gli afro-americani, altre minoranze e i poveri soffriranno di più, per la nuova era fredda e le vostre politiche climatiche», scrive Casey al presidente Usa. «Questa affermazione è supportata dal fatto che una grande percentuale di questi cittadini sono in gran parte dipendenti dal governo degli Stati Uniti, per il cibo, che inizierà a diminuire, come il freddo comincerà a danneggiare le colture». Senza adeguate contromisure governative, avverte lo scienziato, «saremo impreparati e incapaci di procurarci il cibo di routine, durante gli anni peggiori del clima freddo in arrivo». Inutile aggiungere che ci sarà un’impennata dei costi dell’energia, micidiale soprattutto per i più poveri. Casey rimprovera a Obama di aver “creduto alla teoria del surriscaldamento globale”. E gli rinfaccia la responsabilità per l’incolumità di 317 milioni di cittadini americani di fronte al “grande freddo” che, giura, sta davvero per arrivare.
fonte:
fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it
15/09/15
alla vita
le vele del Kuwait, a sera, sono spettacolari.
io sono andata a vedere il Cirque du Soleil, Alla vita.
credo sarebbe stato bellissimo se il teatro all'aperto fosse stato all'altezza dello spettacolo che si andava a presentare.
a parte il fatto che andando in Iran o in Oman, credo, avrei potuto vederlo gratis e molto meglio di come ho fatto. le terrazze dei suddetti padiglioni danno dritte dritte sul palcoscenico, all'aperto e completamente all'aperto senza alcuna schermatura.
io invece ho dovuto loottare con i soliti malsani, gente che va a teatro con il cappello e la visiera alzata oppure genitori più agitati dei figli che si alzano dalla sedia 15 volte in un'ora.
il teatro non è strutturato in modo adeguato, le sedie sono scomode ma, soprattutto, non disposte in modo inclinato, discendente, digradante.
sono una nana, ho visto poco, nulla di quel che accadeva sul palco, ho chiesto di togliere cappelli, ho invocato la madonna perchè impartisse buon senso a genitori e figli, ma niente...
quel che volava e saliva su ordini superiori del palco l'ho visto pienamente, la musica era bellissima, gli acrobati eccelsi, la scenografia e idea scenica notevoli. come sempre.
negli spettacoli del Cirque du Soleil c'è sempre una parte di narrazione teatrale che rende unica la rappresentazione. in questo caso era ovviamente legato al cibo, alla nutrizione, alla nascita delle piante, allo sviluppo dei semi, all'inizio della vita.
ho colto qualcosa, goduto poco.
sono stata contenta lo stesso, expo mi mette allegria.
fonte: nuovateoria.blogspot.it
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