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21/05/20

paradigmi sanitari e crimini contro l'umanità

Ogni grande crisi, ogni grande emergenza può creare dei pericolosi cortocircuiti nelle democrazie.
La paura può diventare psicosi di massa e dare ai governi un alibi per poter sospendere le libertà costituzionali e i diritti fondamentali dell’essere umano. Ma in base a cosa è possibile tracciare il confine di tali sospensioni? 
Sono realmente lecite?

Schiller scriveva: “Essere libero e determinarsi da sé… è la stessa cosa” (F. Schiller, Kallias, o della bellezza, Mursia, pag. 67.) Quindi un vero stato di diritto è quello che permette all’individuo di determinarsi da sé, dove la sfera della libertà è qualcosa di inviolabile. Ma l’emergenza sanitaria mette in crisi questa visione, poiché va ad intaccare con la paura la psiche individuale, psiche in ostaggio, pronta a sacrificarsi temporaneamente per il bene proprio e altrui.
Ma cosa accade se tale emergenza solleva dei dubbi?

Se non tutti gli scienziati sono in linea con la stessa narrazione? 
Può un governo decidere a priori, senza un reale confronto popolare e culturale, la verità sanitaria e utilizzare la censura? Con il Coronavirus queste problematiche appaiono con forza. Ogni paese nel mondo sta rispondendo in maniera differente, alcuni sono per un approccio più soft, come la Svezia, altri cadono nell’autoritarismo, come in Ungheria.

In Italia la situazione è sospesa in un limbo di ambiguità e incompetenze… La censura è in atto, poiché il governo promuove un vero e proprio attacco a coloro che dissentono e che propongono una lettura diversa dell’emergenza. I mezzi di comunicazione nazionali seguono la linea del terrorismo psicologico, quando dovrebbero rassicurare… Ma tale scelta è al servizio di un governo che da mesi sforna decreti sulla cui incostituzionalità molti giuristi hanno manifestato una aperta denuncia. La rete non poteva che reagire, e mentre certi filosofi prezzolati ironizzano sui complottisti, il disagio cresce, aumentano i suicidi e il futuro economico del paese appare sempre più devastante. Può una sana democrazia innescare simili tensioni? In realtà questa emergenza ci mostra la reale maturità culturale e giuridica delle nazioni.

L’Italia è del tutto immatura… e tale immaturità ha le sue radici nella storia, in secoli di schiavitù, e nell’ombra del fascismo, ombra che non è mai stata superata. Per questo occorre vigilare sugli Stati, come afferma Michelle Bachelet delle Nazioni Unite, che ci mette in guardia sulla possibilità che tali misure eccezionali diventino poi una ‘catastrofe’ per i diritti umani. Non a caso in Francia è stata istituita la Commission Nationale Consultative des Droits de l’Homme. In Italia invece si preferisce trattare il popolo come se fosse un criminale agli arresti domiciliari. Molti accettano passivamente e attendono; altri si ribellano e cercano mezzi legali per manifestare il proprio dissenso. 

L’emergenza sanitaria può realmente diventare uno strumento totalitario se mancano la maturità politica e spirituale. Forse bisognerebbe riflettere su quale paradigma scientifico-sanitario ha portato il mondo a questa crisi.
Come ha scritto un medico: “Se i medici usassero dei metodi veramente scientifici nel trattamento dei loro pazienti, allora dovrebbero usare i metodi che offrono le migliori probabilità di guarigione, e dovrebbero anche usare dei metodi scientifici per confrontare l’efficacia dei metodi convenzionali con l’efficacia di quelli non convenzionali (come la dieta, per esempio). Ma i medici non lo fanno.” (V. Coleman, Come impedire al vostro medico di nuocervi, Macroedizioni, pp. 16-17.). Ma ciò accade perché esiste un paradigma ideologico dominante ben preciso che affonda le sue radici nel dogmatismo scientista dell’800. E la maggior parte delle persone crede che tale dogma sia ‘la scienza’. Ma la scienza è ben altro, è ricerca continua e critica, è apertura totale e verifica.

Ma in un mondo dove dominano gli interessi delle Multinazionali farmaceutiche cosa potevamo aspettarci? Dialogo e serio confronto con altri metodi efficaci da millenni? No, ovviamente; anzi, la medicina naturale, l’omeopatia, l’ayurveda, vengono sistematicamente screditate con la peggior propaganda. Ecco che l’emergenza sanitaria mostra l’emergenza dei paradigmi. Seguire metodologie univoche e spesso dannose oppure interrogarsi realmente su cos’è l’essere umano, nella sua complessità fisica, mentale e soprattutto spirituale? La scelta appartiene ancora alle persone e non agli Stati.

Il paradigma sanitario dominante non è etico, poiché infrange la massima espressa da Kant: “Che l’uomo sia fine in se stesso, cioè che non possa mai essere adoperato da qualcuno (neppure da Dio) esclusivamente come mezzo, senza essere al tempo stesso anche fine.” (I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Rusconi, pag. 265.). E le industrie farmaceutiche non hanno come fine l’essere umano ma il guadagno. Quindi si trovano già a priori in una dimensione non etica. Mentre in una vera civiltà etica l’essere umano dovrebbe poter “concordare con ciò a cui si deve sottomettere” (Ibidem). Ma questo non è possibile in uno scenario come quello attuale. 

Quindi il vero problema non è il virus (che richiede anni di studi e di confronti) ma il rispetto della libertà; libertà costituzionale, libertà culturale e libertà di scelta e di critica. Concludo con le straordinarie parole di Schiller: “Il potere dei tiranni ha pure un limite. Quando l’oppresso non trova giustizia, quando il peso diventa intollerabile, stende le braccia fiducioso al cielo e di lassù fa scendere i diritti suoi, sacrosanti, che stanno là da sempre, inalienabili e infrangibili come gli astri stessi” (F. Schiller, Guglielmo Tell, atto secondo, scena seconda, Fabbri editori, pag. 192.). Questi diritti inalienabili vanno difesi dagli abusi di qualsiasi emergenza, onde evitare futuri crimini contro l’umanità.

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fonte: VOCI DALLA STRADA

07/05/18

i generali: Mussolini deve sparire e morire come Matteotti

«Posdomani Mussolini andrà dal Re, al Quirinale, per la solita udienza. Quando starà per uscire, tu devi farlo scomparire. Hai capito? Devi farlo scomparire com’è scomparso Matteotti: Mussolini va “spedito” senza lasciar traccia, in modo che il Re non dovrà mai sapere nulla dell’accaduto». Così parlò il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore, nelle primissime ore del mattino del fatidico 25 luglio del 1943, giornata che poi si concluderà con la sconfitta del Duce alla riunione d’emergenza del Gran Consiglio del Fascismo. In realtà, riferisce Gianfranco Carpeoro, autore del saggio “Il compasso, il fascio e la mitra”, il voltafaccia dei gerarchi fascisti era stato pianificato dallo stesso Mussolini, con l’appoggio di settori massonici. Obiettivo: uscire (fuori tempo massimo) dalla Seconda Guerra Mondiale e dall’abbraccio mortale di Hitler. Galeazzo Ciano avrebbe guidato la futura Repubblica Sociale Italiana, che avrebbe soppiantato la monarchia e voltato le spalle all’altro grande sponsor del fascismo, il Vaticano, con il quale il Duce aveva stipulato i Patti Lateranensi, in cambio del consenso cattolico al regime. Mussolini, scrive Carpeoro, fu tradito dal massone Filippo Naldi, che informò Vittorio Emanuele III e la diplomazia pontificia, la quale a sua volta si affrettò a riferire ai nazisti. E in quelle ore concitate, scrive Lara Pavanetto, erano già in corso prove di golpe da parte dei vertici militari.
L’esortazione a far sparire Mussolini, ricevuta dal generale Ambrosio, era rivolta al generale Angelo Cerica, comandante dell’arma dei carabinieri. Anziché riservare al Duce “la stessa fine di Matteotti”, però, il generale Cerica vuotò il sacco – Carboni con Cianosempre il 25 luglio – con il colonnello Tito Torella di Romagnano, “aiutante di campo” di Vittorio Emanuele III. Il sovrano «apprense così il piano dei suoi generali di rapire e assassinare Mussolini, e si infuriò», racconta Lara Pavanetto sul suo blog. Chi erano i capi militari che avevano ordito il piano? Tra i cospiratori figura il generale Giuseppe Castellano, primo aiutante di Ambrosio: era il più giovane generale dell’esercito, quello che avrebbe poi firmato l’armistizio di Cassibile, il 3 settembre del ‘43, sancendo la resa dell’Italia agli Alleati. Ma il cervello della congiura, sostiene Pavanetto, era il generale Giacomo Carboni, che dopo l’8 settembre sarà accusato della mancata difesa di Roma dai tedeschi. Nato a Reggio Emilia, da padre mazziniano e madre di origine anglo-americana, tra il 1936 e il 1937 svolse una serie di operazioni speciali in Etiopia che lo avvicinarono al Sim, Servizio informazioni militare. «Lo si ricorda soprattutto per aver diretto il Sim nel periodo della cosiddetta “non belligeranza”, fino alla drammatica estate del 1943». Il generale Carboni «fu il regista che aprì e chiuse l’esperienza bellica italiana al fianco dei tedeschi».
Su posizioni antitedesche, nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra, Giacomo Carboni «mantenne, per conto di Galeazzo Ciano e Pietro Badoglio, relazioni con gli addetti militari di FranciaGran Bretagna e Stati Uniti, e redasse rapporti pessimistici sulle capacità militari italiana e germanica». Come scrive Solange Manfredi nel suo saggio “Psyops”, «Carboni era assai vicino a Giuseppe Cambareri, spia-mago-esoterista al servizio degli Alleati». Proprio a Carboni, «Cambareri offrì la sua casa e la sua organizzazione come sede del quartier generale impegnato nella difesa di Roma dopo l’armistizio del 1943». Aggiunge Pavanetto: «Carboni era un conoscitore attento della realtà americana e, in dichiarazioni e scritti, si vanterà più volte di essere stato il primo, tra gli esponenti della fronda militare, a proporre al generale Ambrosio l’adozione di misure energiche Cambareri, il mago dei generalicontro il Duce». E infatti «ebbe un ruolo essenziale negli avvenimenti che seguirono la caduta di Mussolini». Il 18 agosto 1943 «fu nominato da Badoglio commissario del Sim, carica che mantenne sino alla capitolazione delle forze armate italiane».
Sempre Carboni entrò a far parte del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, cui erano deputate le decisioni politiche più importanti. Vi fece parte assieme a Badoglio, il generale Ambrosio e il capo di stato maggiore dell’esercito, Mario Roatta. Ambrosio affidò a Carboni il comando del corpo d’armata “motocorazzato” per la difesa di Roma dai nazisti. Il 7 settembre 1943, Carboni ricevette due ufficiali americani, Maxwell Taylor e William Gardiner, che gli comunicarono ufficialmente che l’indomani, alle 18.30, doveva essere resa nota l’avvenuta sottoscrizione dell’armistizio. Nel frattempo, si dovevano concordare i particolari dell’Operazione Giant 2 per la difesa della capitale. «Carboni sostenne che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche». Per decidere su come agire al meglio, lo stesso Carboni e i due ufficiali americani incontrarono Badoglio, e sempre Carboni riuscì a convincere il maresciallo della sua posizione. Badoglio richiese dunque l’annullamento dell’operazione-Roma al generale Eisenhower, che però, irritato dal tira e molla italiano, dalle onde di “Radio Algeri” rese nota la stipula dell’armistizio. Al Consiglio della Corona non restò che ordinare a Badoglio di ufficializzare la capitolazione, ai microfoni dell’“Eiar”.
Il 9 settembre, a battaglia in corso e all’insaputa del suo superiore Ambrosio, il generale Roatta ordinò a Carboni di spostare su Tivoli parte del corpo d’armata “motocorazzato” posto a difesa di Roma, le divisioni Ariete e Piave, e di disporre una linea del fronte che escludesse la difesa della capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo stato maggiore, che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli. «Più tardi pervenne a Carboni il formale ordine scritto con il quale lo si nominava anche comandante di tutte le truppe dislocate in Roma». Ma nel frattempo Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il maresciallo Badoglio, i capi di stato maggiore Ambrosio e Roatta e i ministri militari erano già in fuga, alla volta di Brindisi. Carboni raggiunse Tivoli per organizzare le truppe. Non riuscendo a rintracciare Roatta proseguì sino ad Arsoli, dove apprese che la colonna dei sovrani (con Badoglio) era ormai lontana. «Rimase alcune ore ospite del produttore Carlo Ponti, sino a quando il suo aiutante di campo non gli comunicò che l’ordine di Roatta delle ore 5.15 era stato confermato Il generale Ambrosioe, pertanto, provvide a riportarsi a Tivoli, dove insediò il suo comando. Nel frattempo, a Roma, in virtù del grado gerarchicamente più elevato, il maresciallo Enrico Caviglia stava procedendo a contattare i tedeschi per la cessazione del fuoco».
Nel primo pomeriggio del 9 settembre, Carboni dette ordine alla divisione Granatieri di Sardegna, che stava fronteggiando la 2ª divisione paracadutisti tedesca al Ponte della Magliana, di resistere a oltranza. E chiese alle divisioni Ariete e Piave di predisporsi a sud (per prendere alle spalle la “paracadutisti”) e anche verso nord, tagliando la strada alla 3ª divisione Panzergrenadier che stava sopraggiungendo dalla via Cassia. Mentre ciò avveniva, però, il colonnello Giuseppe di Montezemolo e il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, a Frascati, incontravano il comandante tedesco Albert Kesselring, preparando la resa delle truppe di Carboni. Prima di sera, sempre il 9 settembre, fu ordinato ai Granatieri di Sardegna di lasciare il conteso ponte della Magliana, lasciando affluire verso nord le truppe naziste. La mattina del 10, rientrano nella capitale ormai assediata, Carboni scoprì – dai manifesti fatti affiggere dal maresciallo Caviglia – che ormai Roma era in mani tedesche.
«Dopo la resa – annota Lara Pavanetto – Carboni fece distruggere buona parte degli archivi del Sim, custoditi nelle due sedi di Forte Braschi e Palazzo Pulcinelli, occultandone una parte superstite nelle catacombe di San Callisto». Nonostante la capitolazione, lo storico Ruggero Zangrandi ritiene il generale Carboni il vero vincitore della “battaglia di Roma”, avendo tenuto impegnate le efficienti divisioni paracadutisti e Panzergrenadier, impenendo loro di ricongiungersi al resto dell’armata germanica nei pressi di Salerno, in modo da permettere agli anglo-americani di effettuare lo sbarco sulla Piana del Sele il 9 settembre. Il generale Carboni, la mente del tentato golpe contro Mussolini, agì sicuramente nell’interesse degli aglo-americani. «Nel giugno 1944 fu spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura per la mancata difesa di Roma, ma eluse il provvedimento e si rese latitante grazie alle protezioni dei servizi di intelligence degli Alleati, in particolare l’Oss americano». La divisione Ariete a Roma nel '43Più tardi fu processato in contumacia, e il 19 febbraio 1949 fu assolto da ogni accusa per aver adottato «determinazioni indirizzate all’intendimento di arrestare fuori dalle porte della capitale l’invasione ad opera delle forze germaniche».
Nel secondo dopoguerra, ricorda Pavanetto, lo stesso Carboni si avvicinò ai partiti della sinistra e fornì loro numerosi elementi di lettura sulla intelligence italiana, dal Sim al Sifar. Nel 1951, un precedente ordine di congedo assoluto emesso nei suoi confronti venne annullato e fu deciso il suo trasferimento nella riserva. Il 25 luglio del ‘43 non era riuscito ad attuare il golpe per eliminare Mussolini, data l’opposizione dei carabinieri? Il destino del Duce, però, era comunque segnato. Uscito sconfitto in piena notte dalla riunione del Gran Consiglio, il capo del fascismo chiese al segretario del partito, Carlo Scorza, di accompagnarlo in auto alla sua residenza romana di Villa Torlonia. Poche ore prima, tramite il generale Cerica dei caraninieri, il Re aveva appreso del tentato golpe militare. Al comandante dell’Arma, il sovrano rispose che avrebbe preso in mano la situazione, ricevendo Mussolini l’indomani, nel pomeriggio del 26 luglio, per chiedergli di dimettersi, cedendo il posto a Badoglio. Tre giorni prima, il 22 luglio, il Re aveva saputo – tramite il Il generale Cerica, poi senatore Dcgenero, Filippo d’Assia – del fallimento dell’incontro di Feltre e della decisione di Hitler: era pronta per l’Italia l’operazione Alarico, pensata nel caso che l’Italia rompesse, unilateralmente, l’alleanza con il Reich.
L’operazione prevedeva l’istituzione del controllo militare diretto tedesco sulla penisola, dopo la fuga di notizie sulle ultimissime intenzioni di Mussolini: «Aggregare attorno all’Italia le potenze dell’Asse per imporre con forza alla Germania la pace separata con la Russia». Scrive Pavanetto: «Una parte dei vertici militari tedeschi erano favorevoli, non Hitler». Mussolini aveva messo al corrente il sovrano sulla linea che intendeva seguire, e Vittorio Emanuele III gli aveva inizialmente espresso il suo appoggio. Ma poi, dopo l’ambasciata di Filippo d’Assia, tutto cambiava: non ci sarebbe stato più spazio per nessuna mediazione, la penisola sarebbe stata invasa dai nazisti. Appena dopo i febbrili contatti con l’ambasciata del Giappone, anche Mussolini – dopo il Re – seppe della decisione di Hitler. Lo stesso Vittorio Emanuele III gli riferì del complotto dei generali: anche per questo, forse, l’ex Duce accettò di buon grado la protezione dei carabinieri, senza sapere però che il Re sarebbe poi scappato a Brindisi, con Badoglio, a gambe levate. «Quello che accadde poi lo sappiamo – o meglio, ancora oggi sappiamo solo alcune cose, di sicuro mezze verità», conclude Lara Pavanetto. «Certo la caduta di Mussolini non fu provocata dall’ordine del giorno Grandi, come scritto nei libri di storia e come raccontato nelle fiction televisive».

fonte: http://www.libreidee.org/

26/12/17

il bimbo di Trento e la pasqua di sangue


Trento, 23 marzo 1475. sera del giovedì santo. Un bimbo si allontanò inspiegabilmente da casa. La madre, moglie di un conciatore della città, impaurita e angosciata lo cercò, lo chiamò. Non lo trovò. Decise di recarsi dai vicini per chiedere aiuto. La donna,  accompagnata da un nutrito gruppo di persone, continuò le ricerche sino al sabato sera. Le paure si trasformarono in realtà quando la mattina della domenica, Pasqua del 1475, un gruppo di ebrei si recò velocemente dal vescovo della città per avvisare d'aver trovato il corpo, martoriato, del bimbo nelle acque di un torrente nei pressi delle loro abitazioni, non lontano da quelle del conciatore. Il corpo fu rinvenuto in condizioni terribili: l'assassino aveva spogliato il piccolo, lo aveva seviziato e infine aveva inflitto un considerevole numero di coltellate, chiudendo lo scempio con l'asportazione del pene e dei testicoli. Le indagini iniziarono subito. Le voci correvano di contrada in contrada, di borgo in borgo. Gli assassini e torturatori del bimbo non potevano che essere loro, gli ebrei. Il diffuso antisemitismo era alimentato dalle predicazioni del frate francescano Bernardino da Feltre. Il predicatore fu responsabile dell'aumento della violenza contro gli ebrei nelle zone dove portava la sua parola. Secondo Bernardino da Feltre gli ebrei erano gli assassini di Cristo e colpevoli di esercitare l'usura, che rimaneva una delle poche attività loro consentite insieme al commercio di cose usate.


Il principe vescovo, Giovanni Hinderbach, decise di ascoltare il francescano, e una buona parte del popolo, sostenendo con forza la tesi che il bimbo era stato vittima di un omicidio rituale perpetrato dalla locale comunità ebraica. L'accusa si basava sull'idea che le violenze erano finalizzate alla raccolta del sangue di un bambino da utilizzare per impastare il pane azzimo per la Pasqua ebraica. Gli ebrei furono agguantati dalle forze dell'ordine locali. Quindici persone, di età compresa tra i quindici e novant'anni, furono torturati intensamente per mesi sino a strappare loro una confessione. La condanna non poteva che essere la morte, secondo le regole e i dettami del tempo. Contestualmente alla sentenza fu emesso un provvedimento che bandiva perpetuamente gli ebrei dalla città di Trento. Una sola donna, Bruna, resistette più a lungo rispetto agli altri. Ma le torture furono tali da condurre alla morte dell'indagata. Poco prima di morire confessò l'omicidio e si pentì. Fu assolta dai suoi peccati e sepolta in terra benedetta. Il processo fu seguito dal legato di papa Sisto IV, che aveva il compito di sovrintendere lo svolgimento dello stesso, che si dichiarò apertamente favorevole all'innocenza degli accusati poiché riteneva infondata ogni accusa contro di loro. Nulla servì la sua opposizione. 


Tutti gli accusati trovarono la morte secondo i supplizi in uso al tempo. Quel bimbo, torturato e selvaggiamente ucciso, si chiamava Simonino. Il popolo decise di adottarlo e  venerarlo come beato, nonostante il fermo diniego di Sisto IV. Nonostante il divieto pontificio, in virtù delle capacità organizzative del principe vescovo, il culto del piccolo Simonino si diffuse rapidamente in Trentino e nei territori vicini. Il papa fu costretto a fare un passo indietro dichiarando valido il processo. Il Vaticano ammise ufficialmente il culto di Simonino nel 1588 e concesse l'indulgenza plenaria a chi fosse andata in pellegrinaggio presso le reliquie il giorno dedicato al santo. Papa Benedetto XIV con la bolla papale Beatus Andreas, del 1755, ribadiva l'esattezza del processo e confermava la correttezza di dedicare a Simonino pubblico culto riaffermando che il martirio era avvenuto per mano degli ebrei in odio alla fede di Cristo. Da Trento la devozione popolare si diffuse nella vicina zona di Brescia, dove furono attribuiti diversi miracolo a Simonino. Era usanza invocarlo a protezione dei fanciulli. La forte devozione comportò che, oltre all'annuale festa in onore del bimbo, ogni dieci anni si svolgeva una processione solenne con la salma del beato e dei simboli raffiguranti i presunti strumenti delle torture subite da Simonino portate in corteo lungo le strade di Trento. Il trascorrere del tempo fu galantuomo verso gli ebrei coinvolti in questa assurda vicenda poiché, grazie al percorso di revisione critica del processo da parte della chiesa cattolica, si giunse a quella che è nota come la svolta del Simonino. Nel 1965 si giunse alla soppressione del culto e la rimozione della salma dalla chiesa dedicata a San Pietro che la ospitava. 


Questa decisione comportò l'abolizione della tradizionale processione per le vie di Trento. La revisione della posizione della chiesa cattolica portò ad una riconciliazione con la comunità ebraica che, dopo l'assurdo processo ai danni delle persone accusate d'omicidio e le conseguenti pene capitali, aveva lanciato il cherem, assimilabile alla scomunica della chiesa cattolica, sull'intera città di Trento, che non vide soggiorno di ebrei da quel lontano 1475 per ordine espresso del principe vescovo. La svolta del Simonino portò pace e tranquillità sulla vicenda sino a quando Ariel Toaff, rabbino e storico italo-israeliano, nel 2007 pubblicò un saggio dal titolo Pasque di sangue: ebrei d'Europa e omicidi rituali, dove ipotizzava devianze dalle norme della halakhah, la tradizione normativa religiosa dell'ebraismo, da parte di alcune comunità ebraiche ashkenazite relativamente all'astensione da ogni contatto con il sangue. Gli ebrei ashkenaziti sono i discendenti delle comunità ebraiche stanziatesi nel medioevo nella valle del Reno, e ashkenazita significa appunto germanico. 


Nel IX secolo l'immigrazione in Germania di numerosi ebrei dall'Italia meridionale diede origine a una consistente comunità ashkenazita. Il fatto che i presunti aguzzini del piccolo Simonino appartenessero a questa comunità ebraica comportò diversi problemi poiché, in seguito alla pubblicazione del libro, si poteva comprendere come alcuni gruppi deviati di ebrei, in risposta ai torti subiti, avessero potuto utilizzare sangue umano per rituali magici. Il libro di Toaff fu ritirato dal commercio e l'autore si trovò al centro di una tempesta mediatica. La vicenda legata a Simonino costituisce una testimonianza delle persecuzioni subite dalle comunità ebraiche, e delle false accuse di omicidio rituale, che ebbero notevole diffusione in Europa.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Giorgio Summaripa, Martirio Simone da Trento, Verona, Giovanni Alvise, Alberto Alvise, 1478

Ariel Toaff, Pasque di sangue: Ebrei d'Europa e omicidi rituali, Bologna, Il mulino, 2007

Anna Esposito e Diego Quaglioni, Pasque di sangue, le due facce del pregiudizio, Corriere della Sera, 11 febbraio 2007

Ebrei e accusa di omicidio rituale nel Settecento: il carteggio tra Girolamo Tartarotti e Benedetto Bonelli (1740-1748) di Nicola Cusumano, UNICOPLI, 2012


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

18/12/17

l'Ordine del Giorno Grandi non provocò la caduta di Mussolini

il complotto dei generali, l’ambasciata di Filippo d’Assia, l’incontro con il re a Villa Savoia. 





Alle 3,55 del 25 luglio 1943, Mussolini esce sconfitto dalla riunione del Gran Consiglio del fascismo. Prende congedo e chiede al segretario del Partito di accompagnarlo, in auto, a Villa Torniola. Alle otto dello stesso mattino Mussolini è già in piena attività. Contemporaneamente, a Villa Savoia, residenza privata della famiglia reale, Vittorio Emanuele III apprende dal colonnello Tito Torella di Romagnano, suo secondo aiutante di campo, di un possibile colpo di stato. Romagnano racconta che nelle primissime ore del mattino il generale Angelo Cerica, comandante in capo dell’Arma, lo aveva invitato a recarsi al comando di viale Liegi per una urgentissima comunicazione. In un incontro teso e drammatico, Cerica aveva messo al corrente Romagnano di un sorprendente colloquio avuto la sera prima con il capo di Stato Maggiore Generale, Vittorio Ambrosio: ‘Ieri sera- racconta Cerica- sono stato chiamato a Palazzo Vidoni dal generale Ambrosio. Dopo aver accennato alla riunione del Gran Consiglio e alle sue possibili conseguenze, Ambrosio mi ha detto: Posdomani Mussolini andrà dal re, al Quirinale, per la solita udienza. Quando starà per uscire, tu devi farlo scomparire. Hai capito? Devi farlo scomparire com’è scomparso Matteotti, Mussolini va spedito senza lasciar traccia, in modo che il re non dovrà mai sapere nulla dell’accaduto’. Vittorio Emanule III apprende così il piano dei suoi generali di rapire e assassinare Mussolini. E, si infuria.
Chi sono i capi militari che hanno ordito il piano? Tra i cospiratori c’è il generale Castellano, primo aiutante di Ambrosio, il più giovane generale dell’esercito. Ma il cervello della congiura è il generale Giacomo Carboni, che dopo l’8 settembre sarà accusato della mancata difesa di Roma dai tedeschi. Nato a Reggio Emilia il 29 aprile 1889 da una famiglia di origine sarda, il padre Giovanni Maria convinto mazziniano era stato ufficiale nelle guerre di indipendenza. La madre era di origine anglo-americana. Carboni incontrò Mussolini nel 1912 a Milano, mentre era comandante di plotone al 5° alpini. Partecipò alla guerra italo-turca come volontario facendosi promuovere tenente per meriti di guerra nel 1913. Divenuto capitano degli alpini, nel corso della prima guerra mondiale è sul fronte dolomitico come addetto al comando nella 2ª divisione di fanteria, sarà decorato al valor militare. Dopo il conflitto tra il 1936 e il 1937 comanda l'81º Reggimento fanteria "Torino", e svolge una serie di operazioni speciali in Etiopia che lo avvicinarono al SIM (Servizio informazioni militare). Nel 1937 è promosso generale di brigata e nominato vicecomandante della 22ª Divisione fanteria "Cacciatori delle Alpi". Lo si ricorda soprattutto per aver diretto il SIM nel periodo della cosiddetta “non belligeranza”, fino alla drammatica estate del 1943. Fu il regista che aprì e chiuse l’esperienza bellica italiana al fianco dei tedeschi. Su posizioni antitedesche, nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra mantenne per conto di Galeazzo Ciano e Pietro Badoglio relazioni con gli addetti militari di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, e redasse rapporti pessimistici sulle capacità militari italiana e germanica. Come scrive  Solange Manfredi nel suo libro Psyops, Carboni era assai vicino a Giuseppe Cambareri spia-mago-esoterista al servizio degli Alleati. Proprio a Carboni, il Cambareri offrì la sua casa e la sua organizzazione come sede del quartier generale impegnato nella difesa di Roma dopo l’armistizio del 1943.  Carboni era un conoscitore attento della realtà americana, e in dichiarazioni e scritti si vanterà più volte di essere stato il primo, tra gli esponenti della fronda militare, a proporre al generale Ambrosio l’adozione di misure energiche contro il Duce. Carboni, come detto più sopra, ebbe un ruolo essenziale negli avvenimenti che seguirono la caduta di Mussolini. Il 18 agosto 1943 fu nominato da Badoglio commissario del SIM, carica che mantenne sino alla capitolazione delle forze armate italiane. Entrò a far parte del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, cui erano deputate le decisioni politiche più importanti, assieme a Badoglio, il Capo di Stato Maggiore generale Ambrosio e il Capo di Stato Maggiore dell'esercito Mario Roatta. Carboni fu posto da Ambrosio al comando del Corpo d'Armata Motocorazzato a difesa di Roma. Il 1º settembre 1943, in una riunione "allargata" del Consiglio della Corona, presente in rappresentanza del re il Ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, fu ascoltato il generale Castellano di ritorno dalla Sicilia dove aveva contattato i plenipotenziari degli Stati Uniti per trattare la resa dell'Italia. Fu proposto l’armistizio corto, nonostante le obiezioni di Carboni, armistizio che sarà sottoscritto due giorni dopo, il 3 settembre a Cassibile. Il 7 settembre 1943, Carboni ricevette due ufficiali americani Maxwell Taylor e William Gardiner che gli comunicarono ufficialmente che l'indomani, alle 18.30, doveva essere resa nota l'avvenuta sottoscrizione dell'armistizio e nel frattempo si dovevano concordare i particolari dell'Operazione Giant 2 per la difesa di Roma. Carboni sostenne che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche. Per decidere su come agire al meglio Carboni e i due ufficiali americani si recarono da Badoglio, e Carboni riuscì a convincere il maresciallo della giustezza della sua posizione. Badoglio richiese dunque l'annullamento dell'Operazione Giant 2 al generale Eisenhower, che però, irritato dal tira e molla italiano, dalle onde di Radio Algeri rese nota la stipula dell'armistizio tra l'Italia e le forze alleate all'ora prevista. Alle 18.45 dell'8 settembre 1943, si tenne una concitata riunione del Consiglio della Corona, dove, nonostante la contrarietà del generale Carboni, i presenti decisero di accettare lo stato di fatto e il Capo del governo fu incaricato di comunicare alla nazione la conclusione della resa. L'annuncio del Maresciallo Badoglio avvenne un'ora dopo, dai microfoni dell'EIAR. Alle ore 5.15 del 9 settembre, a battaglia in corso e all'insaputa del suo superiore Vittorio Ambrosio, il generale Mario Roatta impartì al generale Carboni l'ordine di spostare su Tivoli parte del Corpo d'Armata Motocorazzato posto a difesa di Roma (135ª Divisione corazzata "Ariete II" e 10ª Divisione fanteria "Piave") e di disporvi una linea di fronte escludente la difesa della Capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo Stato Maggiore che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli. Più tardi pervenne a Carboni il formale ordine scritto con il quale lo si nominava anche comandante di tutte le truppe dislocate in Roma. Nel frattempo Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il Maresciallo Badoglio, i capi di Stato maggiore Ambrosio e Roatta e i ministri militari erano già in fuga, alla volta di Brindisi. Poco dopo le ore 7.30, indossati abiti civili e presa con sé la cassa del servizio, Carboni si recò con auto diplomatica a Tivoli per organizzare il nuovo schieramento di truppe e ricevere ulteriori ordini. Non riuscendo a rintracciare Roatta proseguì sino ad Arsoli dove apprese che la colonna dei sovrani e del Maresciallo Badoglio era ormai lontana. Rimase alcune ore ospite del produttore Carlo Ponti, sino a quando il suo aiutante di campo non gli comunicò che l'ordine di Roatta delle ore 5.15 era stato confermato e, pertanto, provvide a riportarsi a Tivoli, dove insediò il suo comando. Nel frattempo, a Roma, in virtù del grado gerarchicamente più elevato, il Maresciallo Enrico Caviglia stava procedendo a contattare i tedeschi per la cessazione del fuoco. Alle ore 14.00, a Tivoli, Carboni incontrò il colonnello Giuseppe di Montezemolo, inviato da Caviglia, mentre l'Ariete e la Piave stavano iniziando il ripiegamento previsto. Non sembra che Montezemolo sia stato particolarmente esplicito nel comunicare a Carboni le intenzioni di Caviglia di trattare con i tedeschi. Nel primo pomeriggio del 9 settembre, Carboni dette ordine alla Divisione Granatieri di Sardegna, che stava combattendo la 2ª Divisione Paracadutisti tedesca al Ponte della Magliana, di resistere ad oltranza e alle divisioni Ariete e Piave di predisporsi, a sud, per prendere alle spalle la "paracadutisti" e a nord, per tagliare la strada alla 3ª Divisione Panzergrenadier che stava sopraggiungendo dalla Via Cassia.
Mentre ciò avveniva, Montezemolo e il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, a Frascati, incontravano il comandante tedesco Albert Kesselring che chiese quali condizioni per il prosieguo delle trattative, la resa dell'intero corpo d'armata motocorazzato italiano. In seguito ai contatti presi fra gli alti comandi italiano e tedesco, tra le 16.00 e le 17.00 del 9 settembre, da Roma, fu verbalmente ordinato alla Granatieri di Sardegna di lasciare il conteso ponte della Magliana per un concordato transito delle truppe germaniche verso il nord. In serata, le nuove posizioni su cui si erano attestati i granatieri furono nuovamente investite dalla divisione tedesca che continuò a procedere verso il centro di Roma. La mattina del 10, Carboni rientrò nella Capitale ormai assediata, installando il suo personale comando in un appartamento di Piazzale delle Muse e trovò le strade tappezzate di manifesti, fatti stampare da Caviglia, che avvertivano la popolazione che le trattative con i tedeschi erano a buon punto. L'accordo di resa fu firmato al Ministero della Guerra alle ore 16.00 del 10 settembre, tra il tenente colonnello Leandro Giaccone, per conto del generale Calvi di Bergolo e il feldmaresciallo Kesselring. Dopo la resa, Carboni fece distruggere buona parte degli archivi del SIM, custoditi nelle due sedi di Forte Braschi e Palazzo Pulcinelli, occultandone una parte superstite nelle catacombe di San Callisto. Nonostante la resa, lo storico Ruggero Zangrandi ritiene il generale Giacomo Carboni il vero vincitore della "battaglia di Roma" del 1943, per aver impedito alle efficienti 2ª Divisione Paracadutisti e 3ª Divisione Panzergrenadier, tenendole completamente impegnate, di ricongiungersi al resto dell'armata germanica nei pressi di Salerno, permettendo così agli anglo-americani di effettuare lo sbarco sulla Piana del Sele del 9 settembre 1943, già di per sé difficoltoso e ampiamente contrastato. Certo Carboni fece l’interesse degli aglo-americani. Nel giugno 1944 fu spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura per la mancata difesa di Roma, ma eluse il provvedimento e si rese latitante grazie alle protezioni dei servizi di Intelligence degli Alleati anglosassoni, in particolare l'OSS americano. Più tardi fu processato in contumacia e, il 19 febbraio 1949 fu assolto da ogni accusa per aver adottato "determinazioni indirizzate all'intendimento di arrestare fuori dalle porte della Capitale l'invasione ad opera delle forze germaniche". Nel secondo dopoguerra, Carboni si avvicinò ai partiti della sinistra e fornì loro numerosi elementi di lettura sulla Intelligence italiana, dal SIM al SIFAR. Nel 1951, un precedente ordine di congedo assoluto emesso nei suoi confronti venne annullato e fu deciso il suo trasferimento nella riserva.
Ritorniamo a Villa Savoia. Messo al corrente del piano ordito contro il duce, Vittorio Emanuele III prende in mano la situazione. Convoca a colloquio il generale Cerica e lo informa che alle 17 riceverà in udienza Mussolini, al quale chiederà di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Dopodiché Mussolini dovrà essere trasportato in un luogo assolutamente sicuro. Il 22 luglio, tre giorni prima, il re aveva ricevuto tramite il genero Filippo d’Assia, notizia della decisione presa da Hitler dopo il fallimento dell’incontro di Feltre: era pronta per l’Italia l’operazione Alarico, pensata nel caso che l’Italia rompesse, unilateralmente, l’alleanza con il Reich. L’operazione prevedeva l’istituzione del controllo militare diretto tedesco sulla Penisola. Erano, infatti, giunte notizie certe sul progetto mussoliniano di aggregare attorno all’Italia le potenze dell’Asse per imporre con forza alla Germania la pace separata con la Russia. Una parte dei vertici militari tedeschi erano favorevoli, non Hitler. Mussolini aveva messo al corrente il sovrano sulla linea che intendeva seguire, e il sovrano gli aveva espresso il suo pieno appoggio operativo. Ma ora l’ambasciata di Filippo d’Assia cambiava le carte in tavola e una tremenda minaccia si addensava sull’Italia.
Mussolini nel frattempo riceve a palazzo Venezia il segretario del Partito, Scorza e gli comunica che alle 17 sarà a Villa Savoia dal re, per proporgli alcuni provvedimenti riguardanti il Governo, che alle 20 saranno annunciati alla radio al paese. Aggiunge poi che, dopo la riunione della notte del Gran Consiglio forse sarebbe stato meglio sciogliere il Partito e ricostruirlo su nuove basi riformando lo stesso Gran Consiglio. Mussolini poi apprende da De Cesare che Goring ha accolto la sua richiesta di anticipare il suo arrivo a Roma per il 27 luglio. Entrano nello studio del duce l’ambasciatore giapponese Hisaka e il sottosegretario Bastianini. Sono le 12. Secondo quella che poi sarà la testimonianza di Bastianini, Mussolini chiede all’ambasciatore di comunicare al presidente Tojo che mercoledì 28 luglio egli farà un passo energico verso il Fuhrer per far cessare le ostilità sul fronte orientale, giungendo a patti con la Russia. In modo da concentrare tutto il potenziale bellico sul Mediterraneo contro gli anglo-americani. Mussolini chiede dunque che il Giappone appoggi questa sua posizione presso il Fuhrer per giungere il più presto possibile alla cessazione delle ostilità nei confronti della Russia. In caso contrario non ci sarebbero state più le condizioni per continuare la lotta contro il comune nemico anglo-americano. Dopo l’ambasciatore giapponese, Mussolini riceve il generale Galbiati che chiede come procedere nei confronti degli ammutinati della notte che hanno votato l’ordine del giorno Grandi. Mussolini risponde di aspettare. Gli sono già giunte alcune defezioni, tra cui quelle di Cianetti e poi tra qualche ora si vedrà con il re con il quale deciderà che fare.
Ore 17 incontro con il re. Mussolini viene a sapere della decisione di Hitler, in seguito al fallimento di Feltre, di dare avvio all’Operazione Alarico, vale a dire all’occupazione del territorio italiano e in primo luogo della capitale, proprio nelle prime ore del mattino di lunedì 26 luglio. E’ chiaro che il fhurer punta ad eliminare Mussolini dalla scena politica. Il re inoltre informa Mussolini del complotto dei generali per rapirlo e assassinarlo, e sollecita Mussolini ad affidarsi alla sua protezione, mentre i carabinieri proteggeranno i suoi familiari. In accordo con il re, Mussolini raggiungerà sotto la protezione dei carabinieri la caserma Podgora in via Quintino Sella a Roma. Nel frattempo il re riceverà Badoglio a Villa Savoia per incaricarlo di un gabinetto d’urgenza. Un cambiamento ai vertici del potere, in accordo con Mussolini dunque. All’uscita da Villa Savoia Mussolini sale su un’autoambulanza già in attesa che parte in direzione della caserma Podgora. I poteri ora passano nelle mani di Pietro Badoglio. Alla caserma Podgora Mussolini riceverà la lettera firmata ‘Badoglio’ che di fatto gli chiede di approvare il passaggio dei poteri. Mussolini risponderà con una lettera nella quale di fatto approverà il colpo di stato. Poi, sempre scortato dai carabinieri, e a bordo dell’autoambulanza sarà trasferito alla caserma della Legione Allievi di via Legnano, dove attenderà le decisioni di Vittorio Emanuele III.
Quello che accadde poi lo sappiamo. O meglio, ancora oggi sappiamo solo alcune cose, di sicuro mezze verità. Certo, la caduta di Mussolini non fu provocata dall’Ordine del Giorno Grandi come scritto nei libri di storia e come raccontato nelle fictions televisive.


Fonte principale: S., Bonifazi, 25 Luglio 1943: il caso è chiuso.

fonte: http://larapavanetto.blogspot.it/

28/11/17

l'occulta storia della Rivoluzione


Tratto dal libro “L’occhio sopra la piramide”, 1979

Diffondendosi nell'Impero Romano e infiltrandosi nelle popolazioni barbare d'Europa, Asia e Africa, il Cristianesimo aveva lentamente fermentato quella condensazione culturale cristiana che raggiunse il suo massimo splendore nel secolo XIII. Quel clima di entusiasmo coagulò in un'unica vasta sintesi teologica e filosofica l'eredità ebraica con la classicità greca, latina e araba; le grandi città andarono a gara a costruire le maestose cattedrali romaniche e gotiche, slanciate verso il cielo; la letteratura diede il capolavoro di Dante, la mistica toccò il suo vertice con Caterina da Siena e Francesco d'Assisi, lo. pittura si fuse con la mistica nei capolavori di Giotto e del Beato Angelico. Il secolo culturalmente più cristiano, fu anche il secolo più razionalista della storia, con la sua metafisica unitaria incentrata nell'Essere; e religione, politica e cultura trovarono la loro integrazione simbolica unitaria nel Sacro Romano Impero.
Ben presto però i fermenti pagani, antichi quanto l'uomo e mai sopiti, puntarono a riaffermarsi e ad avere il sopravvento. Rinascimento e Riforma cominciarono a spostare l’asse degli interessi culturali da Dio verso l'uomo, fino a sfociare, con la cultura attuale, nell'umanesimo ateo. 
Quest'ampia curva di ripiegamento sull'uomo fu fomentata soprattutto dalla Rivoluzione, fenomeno che si intensificò in questi ultimi due secoli per l'apporto determinante delle società segrete, focolai attivi del naturismo neopagano.  
Le società segrete si radicano nel terreno rinascimentale e riformistico, approfondendo la divisione del mondo occidentale tra cattolici e protestanti. Già sotto FILIPPO IL BELLO il legista DUBOIS vagheggiava un consiglio laico delle nazioni con esclusione del Papa, che era il perno del Sacro Romano Impero; e il re della Boemia hussita PODIEBRAD propagava tra i principi del nord la medesima idea. Verso il Settecento, società segrete di vario tipo (kabbalisti, occultisti, panteisti, rosacroce, ecc.) pullulate in terreno protestante fomentarono una corrente mondialista anticristiana con la complicità di pensatori quali BACONEGROZIOLOCKE, SPINOZA, ecc. Nel frattempo il rosacroce JAN AMOS COMINSKY (1592-1670) teorizzava una pianificazione culturale-politico-religiosa basata sulla fusione delle varie confessioni cristiane, ma tendente a superare il cristianesimo nell'esoterismo.  
2. Nel 1717 nasceva a Londra la Massoneria inglese, e a metà del Settecento si determinava la corrente pangermanistica dei Templari. Nel loro alveo e appropriandosi il socialismo di ROUSSEAU, sorsero gli Illuminati di Baviera, fondati WEISHAUPT nel 1776. Questi, dopo il congresso di Wilhelmsbad (1782), si infiltrarono rapidamente nelle logge massoniche europee, determinando con esse e con la complicità del l'alta finanza internazionale (ROTHSCHILD, ecc.) la rivoluzione francese (1789), che nella mentalità dei rivoluzionari doveva essere il primo passo verso una repubblica socialista mondiale. La politica coloniale nel frattempo spostava l'insieme geopolitica dall'orbita delle potenze cattoliche a quella capitalistica protestante (insurrezione delle colonie spagnole in America, nascita degli Stati Uniti indipendenti d’America ecc..).
3. A fermare l'avanzata rivoluzionaria non valse la Santa Alleanza (1814-15), e il disegno di METTERNICH intento a ristabilire una forte coalizione cattolica fu neutralizzato dalle influenze massoniche e degli agenti di Rothschild al congresso di Vienna. Dopo la Santa Alleanza l'azione rivoluzionaria europea è dominata dall'Alta Vendita italiana, retrologgia delle Carbonerie e delle massonerie, e strumento dell'alta finanza. Accanto ad essa si sviluppa il movimento Panslavista d'oriente con intendimenti socialisti e la volontà di coalizzare il mondo slavo sotto l'egida russa; e in Germania si rafforza il movimento pangermanista della Tugendbund e sette affini, di ispirazione illuministica, che tendevano all'egemonia prussiana a spese della cattolica Austria (HERZ, ROTHSCHILD, ecc.).
Alle dipendenze del massone, Lord PALMERSTON, ministro della regina Vittoria entrò in azione a Londra Il Comitato Rivoluzionario Internazionale guidato dal MAZZINI, dall'ungherese KOSSUTH e da LEDRU ROLLIN. 
L'Alta Vendita, capeggiata da NUBIUS, persegue un programma liberal-socialista e decisamente anticristiano, ma a causa dei contrasti tra Nubius che conduceva una strategia più lenta ma più profonda, e il carbonaro MAZZINI che voleva un'azione più immediata e violenta, la setta si estinse con la morte per avvelenamento di Nubius (1848). Ma i fermenti rivoluzionari erano già avviati, e grazie all'appoggio dell'alto Massone PALMERSTON, in seguito al congresso massonico di Strasburgo (1847) che mise a punto il piano generale delle insurrezioni, nel 1848 i moti rivoluzionari scoppiarono nelle varie città d'Europa con l'intento di soppiantare le monarchie e istaurare dappertutto la repubblica. Il piano non ebbe l'esito che si attendeva.
4. Ma in Germania nel 1848 entravano nell'area politica due formidabili strumenti rivoluzionari: il Comunismo di MARX, teorizzato dal Manifesto (su mandato degli Illuminati che riproponevano il programma socialista di Weishaupt), e il pangermanesimo di RITTER. Nella visione del ministro degli esteri inglese PALMERSTON il rafforzamento della Germania protestante la la creazione dell’Italia unita a spese dell'Austria e del Papato costituivano un'azione di sventramento dell'occidente cristiano, aggravato anche dall'attacco alla Russia. 
Marxismo e pangermanesimo, entrambi di derivazione iluminatica, ma diversi per il contenuto - l'uno socialista, l'altro razzista – confluirono rispettiva mente nella rivoluzione russa e nel nazismo tedesco. Ma l'internazionale massonica creava nel frattempo altre correnti mondialiste: il Palladismo americano e il sinarchismo francese.  
La politica americana prendeva le mosse verso la supremazia mondiale in seguito a vari avvenimenti di influsso internazionale, quali la creazione a New York della società segreta ebraica B'nai Brith (1843), l'insediamento a New York della Alleanza Democratica Internazionale di Mazzini (1867), il trasferimento a New York della sede del consiglio generale dell'Internazionale di Marx (1872), e l'ascesa vertiginosa del gruppo bancario «Jacob Schiff, Kuhn e Loeb» che finanziò la rivoluzione russa. 
Fu il MAZZINI a trasmettere al generale americano ALBERT PIKE (1809-1891) l'ideale della repubblica universale di attuarsi mediante una organizzazione più segreta e autoritaria all'interno, della massoneria. Con il Pike, teurgista luciferino, il Mazzini puntò a una centralizzazione dell'azione massonica internazionale per mezzo di una società segreta alle stesse sfere massoniche inferiori: il «Nuovo Palladismo». Il Direttorio supremo del Palladismo, cervello dell'alta massoneria internazionale con sede a Charlestown, esercitava un controllo segreto sulle massonerie americane e sullo scozzesismo mondiale. Dal Palladismo ebbero origine le conferenze periodiche di Charlestown, decisamente orientate verso un governo mondiale.
Con la fondazione del Rito Palladiano il Pike diffondeva l'idea mondialista in America, prevedendo successive guerre mondiali orientate al rovesciamento delle frontiere nazionali sotto l'alta dominazione degli Stati Uniti d'America. 
A questa ambizione americana si oppose, in Francia, il Sinarchismo del kabbalista SAINT YVES D'ALVEYDRE che mirava a un sincretismo religioso e politico universale sotto l'alta ispirazione esoterica massonica. Palladismo e Sinarcchsimo avrebbero proceduto verso l’identico fine mondialista, ma per vie diverse. Le lotte interne tra massonerie di varia obbedienza del secondo ottocento frenarono la marcia verso la unità mondiale.
5. Nel 1914 scoppiava la prima guerra allo scopo di frantumare l'ultima resistenza Cattolica nell'Impero Austro-Ungarico e rovesciare L’Impero Zarista per insediare il comunismo in Russia. La rivoluzione russa fu attuata dalla azione convergente delle società segrete russe con l’appoggio di  quelle internazionali, dello stato  maggiore tedesco che inviò Lenin nel famoso treno piombato, e della finanza internazionale, che intendeva aprire in Russia i suoi affari, impediti fino allora dal controllo rigoroso esercitato dallo Zar sulla finanza russa.
I trattati del 1919 furono preceduti da una serie di riunioni delle società segrete per discutere il riassetto dell'Europa e la creazione della Società delle Nazioni, con particolare attenzione al Sionismo. Grazie all'influsso di P.S. Rothschild si poté dare inizio a un focolare ebraico in Palestina come preludio al futuro stato d'Israele.
Un ruolo di primo piano nella politica di allora ebbe il gruppo di pressione British-Israel che promosse l'unione tra il Palladismo americano e il Rosacrocismo inglese in vista di una preminenza mondialista anglosassone di ispirazione israelitica a scapito del cattolicesimo, che nelle loro intenzioni sarebbe stato spazzato via dal comunismo.
6. In opposizione a questo blocco israelitico-occidentale, insorse il pangermanesimo tedesco, prendendo corpo nel Nazismo, che riassumeva in sé la duplice corrente illuminatica e razzista (MARX e RITTER). Il Nazismo e il Fascismo, che si sviluppò in Italia, però, non intendevano sopprimere la proprietà privata, ma solo sottoporla a severo controllo. La competizione tra Nazismo e coalizione anglosassone-israelitica scatenò la seconda guerra mondiale, che coinvolse anche l'America. L'immediato dopoguerra portava un nuovo equilibrio mondiale incentrato nel bipolarismo Stati Uniti - Unione Sovietica, che toccò il suo apogeo con KENNEDY e CRUSCEV. Ma la ribellione di DE GAULLE al predominio americano e della Cina popolare al predominio russo avviarono un nuovo equilibrio mondiale basato sul multipolarismo sinarchico. Questo stesso multipolarismo politico, tuttavia, sembra ormai superato dal delinearsi dell'assoluta superiorità tecnologica e militare del «condominium» russo-americano, proteso verso la conquista dello spazio.  E’ in questo contesto che va inserita la politica internazionale dei nostri giorni.
L'attività mondialista, hi questi ultimi anni, si è fatta frenetica. Si ritiene che entro qualche decennio il mondo sarà dominato da un numero ristretto di multinazionali che regoleranno il mercato dei prodotti dì consumo; a questa concentrazione corrisponderà la concentrazione bancaria; e gli insiemi economici, al di sopra delle divisioni dei blocchi premeranno verso l'unità mondiale agevolata dagli scambi culturali. 
Attualmente però esistono gravi fratture, tra occidente e oriente. Gli Stati Uniti pensano di dominate il comunismo mediante la strategia della contaminazione ideologica (appoggiando la dissidenza, entrando nell'area comunista con accordi commerciali, crediti, investimenti, scambi culturali, in una parola costringendoli al dialogo); i dirigenti della Russia pensano invece che «non può esservi coesistenza pacifica a lungo termine tra socialismo e capitalismo». Tra questi due blocchi l'Europa è terreno di competizione: gli « atlantisti» mirano a mantenerla nell'orbita americana, i «continentalisti» la vogliono integrata col mondo comunista (eurocomunismo) sperandone maggiori profitti economici. L'asse dei conflitti si va inoltre spostando tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo.
7. Marxismo dell'est e sinarchismo dell'ovest, entrambi di origine massonica e di ispirazione anticristiana, si accordano nella comune volontà di schiacciare il cattolicesimo, non tanto con le azioni Militari, quanto piuttosto con la contaminazione culturale intesa a corromperlo dall'interno. In questo intento si inquadrano le pressioni per la liberalizzazione del divorzio, dell'aborto, della pornografia, ecc.…

fonte: https://www.disinformazione.it/

24/10/17

la Rosa Rossa e il problema delle prove


1. Premessa ed un parallelo: la mafia. 2. Le prove del sistema massonico. 3. Le prove dell'esistenza della Rosa Rossa. 4. Conclusioni



1. Premessa ed un parallelo. La mafia. 

Questo articolo si salda con il precedente “L’omicidio rituale e le difficoltà di accertamento”. Lo scrivo infatti per rispondere una volta per tutte a quelli che mi ripetono, un giorno si e l’altro pure, che non ci sono prove dell’esistenza della Rosa Rossa. E che non ci sono prove del collegamento con tale ordine, nei tanti omicidi che insanguinano l’Italia. In questo modo ogni volta che qualcuno tirerà fuori il problema delle prove rimanderò a questo articolo.

Iniziamo da un parallelo. La mafia.


La massoneria ha molte cose in comune con la mafia; entrambe sono organizzazioni complesse, strutturate in più livelli compartimentati e secretati all’esterno, con il fine del controllo del territorio e del potere. La grossa differenza tra le due organizzazioni è nella dimensione (la massoneria è un’organizzazione su scala mondiale, le varie mafie invece operano a livello prevalentemente locale, anche se poi la loro potenza si estende in tutto il mondo).

L’altra differenza sta nel fatto che la massoneria è un’organizzazione esoterica; le varie mafie no. Tuttavia le mafie hanno in comune qualcosa con l’esoterismo massonico, in quanto anche queste si esprimono con un loro simbolismo particolare, che può essere riconosciuto e decodificato solo da chi conosce tali organizzazioni; alla persona che parla troppo si taglia la lingua, a chi ha visto troppo si cavano gli occhi, ecc… inoltre per accedere nelle varie mafie ci sono rituali diversi, ma che comunque hanno molto in comune con i rituali massonici (non a caso il rituale di ingresso alla ndrangheta è preso pari pari dal rituale di ingresso alla massoneria

Ora immaginiamo che qualcuno, venuto da un altro paese, e che non sa nulla di vicende italiane, chieda a noi, a un qualunque cittadino italiano informato sulle vicende del nostro paese “mi sai dare delle prove dell’esistenza della mafia?”, quale sarebbe la risposta?

Che di prove ne esistono a bizzeffe. Vediamo quali.

Primo. Il sistema del sud Italia.
Secondo. I processi.
Terzo. La letteratura.
Quarto. L’esperienza diretta.

Cominciamo dal sistema.

Da decenni era palese a chiunque che il sud viveva in un clima diverso rispetto al nord; un clima che era fatto di estorsioni sistematiche ai commercianti, un clima che si traduceva nell’impossibilità di fare qualsiasi indagine perché le attività degli inquirenti si arenavano quasi sempre. La situazione era ben descritta da Sciascia nei suoi libri, e trasposta in numerosi film (confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica, ad esempio).

Fino agli anni 80 però c’era chi, nonostante tutto, negava l’evidenza e sosteneva che la mafia non esistesse, nonostante i rapporti tra politici e mafia fossero stati oggetto degli atti di numerose commissioni parlamentari d’inchiesta.

Dopo il maxi processo di Palermo e le rivelazioni di Buscetta divenne acclarato anche processualmente che la mafia era un’organizzazione piramidale, complessa, e che controllava capillarmente il territorio Siciliano.

C’era cioè un sistema che era visibile alla maggior parte degli osservatori, giornalisti, scrittori, magistrati, ecc… Ma finche non si arrivò al maxiprocesso di Palermo c’era ancora una sorta di dibattito tra i complottisti e non complottisti, cioè tra coloro che dicevano che il sud Italia era in condizioni peggiori del nord per ragioni culturali, per una serie di “coincidenze”, ma che non esistesse un sistema criminale organizzato. Era tutto un caso, e non c’erano prove dell’esistenza della “mafia”.

Poi si potrebbe citare, al nostro interlocutore venuto da lontano, i numerosi libri e le testimonianze lasciate da tutti coloro che si sono occupati del fenomeno mafia. Abbiamo quindi i libri di Falcone, di Caponnetto, Carlo Palermo, Nando Dalla Chiesa, Pino Arlacchi, fino ai recenti libri di Travaglio, Grasso, ecc… Una letteratura vastissima, che racconta, appunto, il sistema mafia.

Infine. Al nostro interlocutore potremmo consigliare di fare esperienza diretta. Di parlare con chi è incappato nelle maglie della mafia, da Benny Calasanzio, a Salvatore Borsellino, Tano Grasso, Maria Falcone, comprese persone meno note, come un mio carissimo amico che ha perso due fratelli a causa della Camorra.

E poi si potrebbe consigliare di andare nei vari posti di mafia e verificare di persona.

Chi c’è stato sa di cosa parlo.

Andando per l’hinterland napoletano, ad esempio, Casavatore, Casal Di principe, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Afragola, si respira un’altra aria; sembra di stare in un altro mondo, diverso da quello cui siamo abituati qui al centro e al nord. Servizi pubblici quasi inesistenti. Legalità, almeno all’apparenza, inesistente: ragazzini che girano in tre senza casco sul motorino (e poi ti spiegano che qui, in questi luoghi, se giri col casco rischi che ti ammazzino perché ti prendono per un camorrista); di polizia e carabinieri neanche l’ombra (se poi passi per caso davanti ad una delle poche caserme dei carabinieri, può capitare di trovare il cartello “zona militare limite invalicabile”, che è stato spostato e rivoltato all’interno, in modo che sia visibile solo dai militari e non da chi sta all’esterno della caserma; mi capitò a Nola); non un autobus, spazzatura dappertutto (certe strade sono costellate di spazzatura per chilometri; lo erano prima dell’emergenza rifiuti, e lo sono ancora adesso); e poi centinaia di magazzini grigi, tutti uguali, senza insegne, il verde inesistente, i venditori di pane sul ciglio della strada accanto ai rifiuti anche la domenica (ma il pane qui è buonissimo; anche quello comprato accanto ai rifiuti; nelle pulita Torino, invece, il pane non sa di niente).

Anni fa un mio amico mi acquistò uno scooter da un concessionario del luogo; lo ritirai e partii per Viterbo; quando mi lasciò, il concessionario mi disse “mi raccomando, se la fermano dei rapinatori, accosti subito e non faccia resistenza e non si fermi per nessun motivo”; andai dal benzinaio e mentre quello mi versava la benzina mi disse “bello scooter… è nuovo eh? Si vede che lei viene da fuori… Mi raccomando, non si fermi per nessun motivo e se la fermano, accosti subito senza protestare”.

Insomma. Chi è sempre vissuto in Sicilia, o chi è sempre vissuto in certi posti della Campania, lo troverà normale. Ma chi viene da fuori percepisce immediatamente che in quei posti si respira un clima diverso.

Dopo un po’ non si può negare che da quelle parti esista la mafia, e che essa si respiri anche nei gesti e negli atteggiamenti quotidiani dei singoli cittadini non mafiosi.

2. Le prove del sistema massonico

Bene.

Quali sono allora le prove dell’esistenza della Rosa Rossa? Le stesse che esistono per la mafia. Occorre solo avere un po’ di pazienza in più per cercarle, ma sono le stesse.

In primo luogo il sistema. Troppi morti tutti uguali. Troppi delitti impuniti (v. ad esempio il nostro articolo: dodici donne un solo assassino); troppe stragi tutte uguali e tutte impunite, dove compaiono sempre gli stessi soggetti come protagonisti e registi.

Al posto della Sicilia, o della Campania, lo scenario è l’Italia intera. Al posto di una persona incaprettata troviamo la persona suicidata in ginocchio, il malore che ha colto improvvisamente proprio la persona scomoda.

Al posto dei testimoni omertosi che “nulla vidi e nulla saccio” abbiamo i testimoni che muoiono, i fascicoli che scompaiono, i processi che finiscono nel dimenticatoio di qualche procura, i PM che archiviano come suicidio il caso della tipa morta per una coltellata sul pube, o del giovane che si sarebbe sferrato tre coltellate sul collo, il generale dei carabinieri che non ricorda di aver avuto un’informativa sulla strage, che per errore non piantona la casa di Riina, ecc...

Poi abbiamo le leggi – quelle vere che servirebbero per riformare la giustizia, ad esempio - che non si fanno mai, ma al loro posto se ne fanno di peggiorative.

E allora, se 50 anni fa erano i tempi della mafia che non esisteva, oggi sono i tempi della massoneria che non esiste. C’è qualcuno che dice che tutto questo è un caso. Le stragi impunite? Qualche investigatore incapace. Le leggi fatte a misura di delinquente? Chi afferma ciò è un complottista; le leggi servono a proteggere il cittadino dagli abusi della magistratura. I delitti assurdi impuniti? L’assassini è molto bravo a far perdere le sue tracce.

Poi abbiamo i processi e i vari atti ufficiali. Anzitutto abbiamo la commissione d’inchiesta sulla P2. La P2 era un' organizzazione che mirava a sovvertire il sistema.

Pochi si rendono conto che tutte le persone iscritte nelle liste della P2 oggi hanno fatto carriera e stanno ai massimi vertici dello stato; e pochi si rendono conto che i punti del programma della P2 sono stati praticamente tutti attuati: bipolarismo, controllo dei media e della magistratura, peggioramento del sistema scolastico…

Poi abbiamo le indagini effettuate da Cordova a suo tempo, quelle attuali di Woodcock e De Magistris, per non parlare del recentissimo processo Hiram. Dell’inchiesta di Cordova abbiamo parlato; fu lui a capire che la massoneria è il collante tra mafia, imprenditoria e politica.

Il problema di queste indagini è che sono state bloccate sul nascere e che finiranno tutte nel dimenticatoio. Il che, se per qualcuno rappresenta la prova che la massoneria non esiste, per altri rappresenta la prova che la massoneria è ancora più potente della mafia.

Poi a leggere attentamente, abbiamo altri atti processuali che se non parlano di massoneria in modo diretto, lo fanno comunque in modo indiretto, e forse per certi versi ancora più inquietante. Abbiamo la vicenda di Ustica, in cui fu abbattuto un aereo con 80 passeggeri a bordo; i testimoni furono tutti uccisi, le prove scomparvero, tutti i politici contribuirono in modi diversi ad insabbiare la cosa, fino ad arrivare a cambiare alcune leggi, per confezionarle ad hoc in modo che quei pochi imputati coinvolti nel processo non ricevessero alcun danno.

Tutta questa mole di atti processuali e parlamentari dà un quadro netto e preciso di cosa sia la massoneria, dei poteri che ha, e delle sue ramificazioni.

Poi abbiamo la letteratura. E qui il panorama è sconfinato.

Abbiamo anzitutto libri specifici, sul “problema massoneria” scritti da Pinotti, Chandelle, Icke, Leo Taxil, Panvini, Pamio, ecc…

Ma soprattutto abbiamo una marea infinita, migliaia, anzi, decine di migliaia di titoli, scritti da massoni e per massoni, ma che parlano chiaro, in modo inequivocabile. Sono libri particolari, che si trovano in librerie specializzate, ma, a cercarli, aprono un vero e proprio mondo; i libri di Waite, Paracelso, Wirth, Mola, Mathers, Crowley, l’infinita letteratura sui templari, sui rosacroce, che conta migliaia di titoli.

Qui abbiamo addirittura una grossa differenza rispetto alla mafia; e cioè la mafia non ha lasciato e non lascia grosse tracce di se stessa. La massoneria invece ne ha lasciate un’infinità.

E ancora una volta può tracciarsi un parallelismo tra mafia e massoneria. Entrambe hanno un linguaggio segreto, una specie di codice, fatto di segnali talvolta impercettibili, talvolta invece più macroscopici e più evidenti; una volta che si conosce questo linguaggio, si riesce a identificare chi è massone e chi no, si riescono a capire meglio alcune conversazioni apparentemente incomprensibili e alcune dichiarazioni altrimenti inspiegabili di uomini politici o dello spettacolo.

Solo conoscendo la mafia si può dare un senso, ad esempio, alla dichiarazione di Michele Greco al maxi processo, che augurò la pace ai giudici.

E solo conoscendo la massoneria – e sempre restando in tema di processi - si riesce a capire perché il legale di Rosa e Olindo, al termine dell’arringa del processo di Erba, dichiara “Si chiama Olindo Romano, e ama Rosa, la sua sposa, Rosa sopra ogni cosa”. Soprattutto si capisce perché una dichiarazione così inutile dal punto di vista processuale sia stata riportata da tutti i telegiornali.

Dai libri di storia di Aldo Mola, in cui è delineata l’influenza massonica sulle principali vicende del nostro paese, a testi meno specifici ma comunque espliciti, la letteratura massonica è sconfinata e basta solo avere un po’ di pazienza per leggere i vari aspetti di questa organizzazione, per capire come essa si sia infiltrata in tutti i campi e abbia condizionato le arti la scienza, la letteratura, la musica, e la storia.

Si scopre così che i più grandi artisti e pensatori della storia erano massoni e rosacrociani.

Le chiese, l’architettura delle nostre città, sono massoniche.

A quel punto, come per la mafia, non si deve fare altro che comparare la simbologia massonica con la simbologia di cui sono intrise le cose che ci circondano, dalle Chiese, alle strade, ai palazzi, ecc… E così troveremo il famoso triangolo massonico nel dollaro americano, con la scritta “Novus ordo seclorum”; e addirittura troviamo il triangolo nella pianta della città di Washington; troveremo invece il pentalfa massonico, la stella a cinque punte, addirittura nello stemma della nostre procure della Repubblica.

Il triangolo con l’occhio compare anche sulla bandiera del Nicaragua, che non a caso ospita da decenni tutti i maggiori terroristi italiani.

E’ cosa nota che sono massoni tutti i Presidenti degli Stati Uniti, e tutti i presidenti di tutti gli stati occidentali e orientali; anche Khomeini e Gheddafi sono massoni(fonte: libri di Carlo Palermo).

Troviamo la rosa rossa come simbolo della nazionale di Rugby inglese, ma anche nei simboli dei partiti italiani, messa in bella mostra in modo evidente, come nella “rosa nel pugno”, o esposta in forme meno evidenti, come nella Margherita (altro simbolo della rosa rossa, dato che il vero nome di Santa Rita era margherita).

In altre parole, troviamo i simboli massonici in tutte le manifestazioni più importanti della nostra vita, dalle più piccole alle più grandi.
E non è solo Washington ad avere una pianta della città ispirata al simbolismo massonico ma anche molte nostre città.

Tempo fa mi accorsi che uno degli epicentri dei delitti del Mostro di Firenze, quello che i giornali avevano definito “la villa dei misteri” si trovava proprio vicino a due vie significative poste l’una accanto all’altra: via Dante e via delle rose.

Mentre nella mia città (che non dimentichiamolo ha come santo protettore Santa Rosa) esiste piazza Dante (considerato il padre dei rosacroce). Da Piazza Dante parte via Mazzini (altro rosacroce); al termine di Via Mazzini ci sono due quartieri posti uno accanto all’altro: il quartiere Santa Rosa e il quartiere Crocetta (Rosa+Croce). Una toponomastica davvero singolare. Ma c’è qualcuno che dice che i Rosacroce non sono mai esistiti.

In altre parole, la toponomastica della principali città, italiane e straniere, è massonica.

Il cittadino non percepisce tutto questo perché ci vive dentro fin da piccolo; per giunta nessuno ci spiega il simbolismo quindi fin da bambini noi siamo abituati a vedere le cose attorno a noi come se fossero disegnate dal caso, e gli esperti di simbolismo vengono quasi derisi, considerati dei tipi eccentrici che si occupano di cose fuori dalla realtà.

Poi esiste l’esperienza diretta. Chi vive una vita definibile “normale” può non accorgersene mai. Ma chi si avvicina alle stanze del potere subodora che qualcosa, troppe cose, non vanno, e non possono che essere frutto di un disegno più complesso, diretto dall’alto.

Troppo ignoranti i politici al potere per poter essere saliti dove sono per soli meriti; troppe illegalità in ogni settore dell’amministrazione per poter essere una semplice patologia di un sistema sano; dopo un po’ che si lavora nell’amministrazione ci si rende conto che l’illegalità è la regola, e la patologia è costituita dalla persona che si comporta correttamente.

E poi ci sono le esperienze dirette. Oramai, da quando mi occupo di queste cose, ne sento decine. Persone che sono state rovinate per aver detto “no” ad una richiesta massonica, per aver deciso di non sottostare a nessuna regola, per non voler rispondere a nessuno.

N, che ha perso la gioielleria di famiglia perché il padre ha detto no all’entrata nella P2; M, dirigente di banca che ha perso tutto per aver detto no ad una richiesta di gestione di fondi di dubbia provenienza; G, con 5 processi a carico, tutti fasulli, tutti nulli, il cui unico scopo è piegarne la volontà; e così via….

Insomma. Ad una ipotetica domanda sulle prove che il sistema massonico sia un sistema organizzato a livello mondiale, le risposte sono le stesse che valgono per la mafia.

Primo, il sistema.

Secondo, le prove processuali e parlamentari.

Terzo la letteratura.

Quarto, l’esperienza diretta.

Ma ancora oggi molti sostengono che la massoneria non conta nulla e non è così importante.

In altre parole: le prove ci sono, sono evidentissime, e sono ovunque, nella toponomastica delle strade, nello stile degli edifici, nel dollaro americano e nelle carte intestate delle nostre procure, nelle bandiere, nella letteratura, nella storia…

Il problema è che bisogna vederle; per vederle occorre raggrupparle; per raggrupparle occorre studiarle, ma per studiarle occorre tempo e voglia.

3. Le prove dell’esistenza della Rosa Rossa.

Il passo ulteriore è cercare le “prove” della Rosa rossa.
In primo luogo il giurista in genere cerca le prove documentali. E qui ne abbiamo a iosa. Sono innumerevoli infatti i libri che trattano i rituali e la filosofia dell'organizzazione scritti da persone che si dichiarano esse stesse aderenti all'ordine.
Abbiamo ad esempio "Insegnamenti magici della Golden Dawn" di Israel Regardie, edito da Mediterranee. Sono 4 volumi in cui sono contenute tutte le informazioni essenziali sulla Golden dawn e sulla Rosa Rossa, sui rituali, i gradi, ecc...
Abbiamo poi i testi scritti da Arthur Edgar Whaite, il fondatore dell'ordine della Rosa rossa e della Croce d'Oro indipendente e rettificato. In Italia è stato tradotto solo il suo testo "il libro della magia cerimoniale" edito da edizioni rebis, ma in Inglese si trovano tutti i suoi testi.
Abbiamo inoltre i testi scritti da Mothers, un altro dei fondatori, ecc...
In altre parole, abbiamo decine di libri, scritti da persone che si dichiarano facenti parte dell'organizzazione, che ne svelano alcuni rituali, ma inevitabilmente quando si parla di Rosa Rossa arriva l'idiota di turno che dice "secondo me la Rosa Rossa non esiste".

Una volta studiato il sistema massonico e la sua simbologia, e una volta capito che i Rosacroce non sono un semplice gruppetto minoritario di esaltati, ci si rende conto che templari e rosacroce sono la massoneria dominante che ha creato la massoneria ufficiale.

E dopo aver studiato il sistema rosacrociano, lo si ritrova dappertutto, dai delitti che quotidianamente la TV ci propina al telegiornale, al linguaggio parlato da politici e giornalisti, alla toponomastica delle strade.

Poi basterebbe scorrere i vari delitti. Se si va nel nostro forum, alla sezione “delitti recenti” si troverà un elenco infinito di delitti, ciascuno con la sua rosa come firma.

Cito a caso.
Nel delitto di Erba abbiamo l’omicida che si chiama Rosa Bazzi, coniugata con Olinda Romano. Rosa Romano. RR.

Nel delitto di Cogne scopriamo che il paese si trova proprio di fronte al monte Rosa. E non a caso la signora Franzoni viene tradotta in carcere proprio il 22 maggio, giorno di Santa Rita, la santa della Rosa Rossa.

Piero Maso uccide il padre; e la madre si chiama Rosa.

Erika, insieme al suo amico Omar, uccide la madre Susy Cassini. Susy, diminutivo di Susanna, che viene dall’ebraico Sosan, che significa Rosa, ma anche Giglio.

I 2 bambini morti in tempi recenti, Ciccio e Tore, la cui madre si chiama Rosa Carlucci.

Se la Rosa non è nel nome, la troviamo comunque nei giornali, in bella mostra; così nel delitto Meredith Repubblica e altri giornali titolano “una rosa rossa per Meredith”.Stesso titolo per Giovanna Reggiani: una rosa rossa per Giovanna Reggiani. Titoli uguali. Coincidenze, per gli anticomplottisti che irriducibilmente chiedono prove.

Talvolta la rosa compare nei TG. Chi è incuriosito vada a vedere il video del delitto di Canino, e guardi come finisce il TG1- La cronista dice “e tutti in paese si domandano perché”. E dopo il perché… una rosa rossa, a tutto schermo.

Mi sono domandato a lungo dove fosse la firma della Rosa Rossa nei delitti del Mostro di Firenze. Me lo sono domandato a lungo perché ho scoperto questa organizzazione proprio occupandomi del Mostro di Firenze ma per lungo tempo non avevo mai trovato rose sui giornali o nei TG; finche un bel giorno non ho scoperto che la firma è in quella pallottola di Beretta calibro 22, serie H. la 22 esima lettera dell’alfabeto ebraico è infatti la Tav, o Tau, e significa Croce; e al centro della croce c’è il cuore di Gesù, che simbolicamente rappresenta la Rosa Rossa. Nei delitti, quindi, il 22 simboleggia anche la Rosa Rossa.
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Poi ricordo il caso di Massimo Carlotto, che viene accusato di aver ucciso con 59 coltellate Margherita Magello, il 20.1.1976. Una vicenda processuale che dura circa 20 anni, fino alla grazia concessa nel 1993, e che ebbe risonanza in tutto il mondo. Ma nessuno si accorge di quella data rituale (la somma è infatti 8) e del nome della vittima, due buoni punti di partenza per sospettare che si tratti di un omicidio di tipo diverso e che quel poverino non c'entrasse nulla.
La grazia gli viene concessa il 7 aprile 1993 (7+4+1+9+9+3= 33).

Poi abbiamo delitti più recenti.

Ricordo un caso curioso: Rosa Scarlata, morta a 67 anni nel suo Ape (e casualmente il motto dei rosacroce è “Dat Rosa Mel Apibus”).

Poi abbiamo Rosaria Pericone, uccisa con 33 coltellate lo scorso 1 giugno.

Poi Lapo Santiccioli che uccide la ex fidanzata, Giulia Giusti, di 22 anni. Lapo è, per chi non lo ricordasse, l’amico di Dante Alighieri della famosa poesia “Guido, io vorrei che tu Lapo ed io…”. E Giulia, guarda caso, è un nome che festeggia l’onomastico proprio il 22 maggio, giorno di Santa Rita e quindi della rosa rossa.
Rosa Tanà, di 88 anni, uccisa nel suo appartamento il 17 febbraio.

Pochi giorni fa a Gradoli, un paesino del viterbese, scompaiono due donne. I giornali si premurano di precisare che la loro villa era circondata da rose in fiore…
Poi ci sono i delitti in cui il collegamento con la Rosa non è così immediato. Christian Bovi uccide a maggio la moglie Marianna. Qui occorre qualche secondo per trovare il collegamento, che sta in quel nome (Cristiano, che ricorda Cristo) e Bovio, che si ricollega alla prima lettera dell’alfabeto ebraico, Aleph. Ma ci vuole un libro di 500 pagine che spieghi l’alfabeto ebraico per vedere il collegamento; il libro, che avevo appena finito quando lessi di questo omicidio, spiega che la prima lettera significa Bue; siccome il bue ara la terra per prepararla alla fioritura, simbolicamente rappresenta colui che dà la vita. E – spiega il testo – di conseguenza Aleph significa anche Rosa Rossa, perché è questo il segreto della vita e della morte. Quindi alla 22 esima lettera dell’alfabeto ebraico (che significa Croce) dobbiamo associare la Rosa Rossa. Ma anche alla prima lettera; perché è la Rosa che costituisce il segreto della vita e della morte.

E occorre un po’ buona volontà per cercare le origini del nome Marianna che significa “amata dal Dio Amon” (il primo tempio della Rosa Rossa fu dedicato, appunto, ad Amon).

Poi abbiamo il delitto di Garlasco, con la vittima, Chiara Poggi; il fiore di Santa Chiara è, guarda caso, il giglio.

Ma ovviamente non sono i collegamenti simbolici con la Rosa che colpiscono. Questo è solo il primo collegamento, quello più immediato che può fare chiunque, da solo e in pochi secondi.

L’altra cosa è la superficialità delle indagini, le assurdità dette dagli inquirenti, i depistaggi, la falsità delle notizie giornalistiche.
Solo per fare alcuni esempi a caso, preso dagli ultimi fatti di cronaca.

Nel delitto di Bagno a Ripoli, secondo la fantasiosa ricostruzione degli inquirenti, siccome sul corpo del ragazzo non sono state trovate tracce di sangue dalle ragazza, costui avrebbe dapprima ucciso la fidanzata; poi si sarebbe lavato; infine si sarebbe dato tre coltellate alla gola (cosa impossibile nella pratica) e poi avrebbe anche avuto la forza di scagliare il coltello lontano da sé.

Nel delitto di Canino, nel viterbese, il padre avrebbe ucciso la moglie perchè non poteva vederla soffrire. Quindi, siccome non voleva vederla soffrire l’avrebbe uccisa nientemeno che a roncolate (quindi facendola soffrire indicibilmente perché ha dovuto colpirla più volte e ripetutamente); dopodichè si sarebbe impiccato. Ora, il signore in questione era un gioielliere, quindi aveva una pistola in casa; ma secondo gli inquirenti è logico che costui abbia deciso di non usare la pistola e abbia usato due metodi così incredibili, come la roncola per la moglie e l’impiccagione per se stesso. Parlando con persone di Canino poi, apprendo che il biglietto trovato dal figlio, e in cui c’era scritto “non ho avuto il coraggio di uccidere mio figlio” pare non fosse stato scritto con la grafia del padre. Ma tutti questi elementi non fanno avere alcun dubbio agli inquirenti: Bagno a Ripoli viene liquidato dopo poche ore come un “omicidio-suicidio”; stessa sorte per il delitto di Canino.

Nei delitti più eclatanti di personaggi famosi, invece, basta citare il caso di Pasolini, che sarebbe stato ucciso da un ragazzetto di 17 anni che di corporatura era la metà di Pier Paolo, e che non aveva neanche la camicia macchiata di sangue; e il delitto Pantani, che muore suicidandosi con una ventina di dosi di cocaina all’hotel Le rose, anche se l’autopsia accerterà che il cuore del “pirata” era in perfette condizioni, e dunque lui non era un drogato come invece hanno riportato tutti i giornali.

Ricostruzioni dei vari delitti, insomma, che non reggono, e che fanno a pugni con la logica.

Ora, queste cose, in realtà, sono chiare. Ma il problema è che per capirle occorre studiare alcuni concetti di Cabala e l’alfabeto ebraico.
E comunque occorrerebbe la buona volontà di leggersi perlomeno i 4 volumi di Regardie.

Dopodichè, oltre ai delitti insoluti, diventa svelato anche un altro mistero; cioè si capisce il perché un personaggio come Borghezio, che tutto richiama fuorché cultura e sapere, sia anche un “esperto di Cabala”; e si capisce perchè molti personaggi pubblici, come Madonna, si dichiarino esperti di Cabala, e altri compaiano in pubblico con il braccialetto rosso della Cabala, come il PM Caselli nella foto che mostriamo qui sotto.

Poi ci sarebbero i film. Abbiamo già citato il film Il Mostro, di Benigni, The Red Rose, di Stephen King, e il film Quarto potere.

Qui ne cito altri due che ho visto di recente. O meglio. Li ho rivisti alla luce delle mie conoscenze attuali, perché certi particolari non possono essere notati se non si ha un minimo di conoscenza in questo campo.
V per vendetta e Jack lo squartatore.

In Jack lo squartatore la trama è intrisa di simbolismo. E il collegamento che l’autore fa, con i delitti della Rosa rossa e in particolare del mostro di Firenze, è evidentissimo per chi si è occupato anche solo un poco di questa organizzazione.
Intanto sulla bara di una delle vittime viene gettata una rosa rossa.

Il vestito di un’altra donna uccisa, che viene inquadrato bene mentre Jack la uccide, è costellato di rose rosse.

Più volte viene mostrato l’anello di Jack lo squartatore, un anello con simbolo massonico, come il simbolo massonico della squadra e del compasso compaiono anche nella scatola degli attrezzi di Jack.

Poi ci sono altri riferimenti, meno immediati, e comprensibili solo da coloro che si sono occupati di questi casi; ad esempio il quartiere degli omicidi si chiama Whitechapel, e guarda caso anche il delitto del mostro di Firenze avvenuto a Scandicci, fu eseguito in località “Villa Bianca”.

Palesi sono poi gli altri riferimenti; dall’ispettore che vuole fermare le indagini perché colluso con gli assassini, che porta al collo il simbolo massonico e che partecipa ad una riunione massonica, ad una serie di altri riferimenti il cui messaggio è chiaro ed univoco: i delitti di Jack lo squartatore erano delitti massonici, firmati Rosa Rossa. Non a caso colui che nel film viene indicato come il colpevole dei delitti, ovverosia il medico della regina, quando si trova davanti al tribunale massonico che lo condanna dirà: “voi non vi rendete conto, ma io con il mio comportamento, un giorno sarò considerato il precursore del ventesimo secolo”.
Infatti è con i delitti di Jack lo squartatore che inizia la mattanza europea di serial killer e delitti familiari firmati “Rosa Rossa”. In tal senso il protagonista dice una cosa giusta; dice cioè una cosa che può sembrare il delirio di un pazzo, ma che è la verità.

Poi abbiamo V per vendetta. Il protagonista uccide e sulle vittime depone una rosa rossa; alla sua morte il suo corpo è circondato di rose rosse. E ad un certo punto il protagonista dice: “mi sono accorto che tanti fatti, apparentemente scollegati, erano in realtà uniti da un filo unico; un’unica regia che dirige fatti apparentemente scollegati tra loro”; mentre lo dice, compare all’improvviso per qualche istante una rosa rossa.

Andando a spulciare in un altro settore molto particolare, è importante dare un’occhiata al settore dei tarocchi. Anche qui, quando uno ha un minimo di cultura massonica, ci vuole poco per rendersi conto che esistono centinaia di mazzi di tipo diverso, la maggior parte creati in questi ultimi decenni. E tantissimi risentono dell’influenza rosacrociana, e della Golden Dawn. A parte il tarocco più famoso, il Rider - Waite, creato proprio da colui che della Rosa Rossa è il fondatore, abbiamo i tarocchi Crowley (sul cui retro ogni carta recando dipinte una rosa e una croce) i tarocchi universali, i tarocchi dello zodiaco, i bellissimi (ma anche inquietanti) tarocchi della Golden Dawn di Berti (pieni di teste tagliate), i tarocchi disegnati da Israel Regardie, i tarocchi dell’alba dorata, i tarocchi della chiave pittorica e una marea di altri mazzi; tutti dichiaratamente ispirati agli insegnamenti della Golden Dawn, troppi per essere effettivamente un semplice caso. Troppi perché non si capisca che nell’ambito della organizzazioni magiche ed esoteriche del mondo moderno la GD ha un posto di primo piano.

Ma ovviamente non sono queste le prove… questi sono solo indizi, che possono essere rilevati da chiunque dopo aver letto qualche articoletto banale come quelli da noi pubblicati nel nostro blog.

Le prove, intese in senso più corposo, sono ben altre, più profonde, e si trovano dopo aver letto e capito a fondo Cabala, Tarocchi e Astrologia. Soprattutto però sono la Cabala e l’alfabeto ebraico fondamentali per la comprensione del linguaggio massonico.
Mentre le prove definitive sarebbero i libri di Regardie, Waite e Mathers che nessuno si prende la briga di leggere.

4. Conclusioni

Spero di chiudere qui definitivamente la questione con tutti i miei interlocutori che mi sollecitano “le prove”. Anche perché la Rosa Rossa, in quanto massimo vertice della massoneria mondiale, non conosce fuoriusciti o pentiti.

Le prove ci sono, ma siccome a livello ufficiale ancora non ci sono sentenze o atti parlamentari che ne dichiarino ufficialmente l’esistenza, esse vanno cercate altrove. Atti processuali, soprattutto, e letteratura massonica.
E i libri scritti dagli appartenenti alla Rosa Rossa, che, processualmente, valgono addirittura più di una confessione resa davanti ad un magistrato, in quanto sono prove documentali inattaccabili.

Il lavoro non è semplicissimo e richiede qualche tempo, da qualche settimana a qualche anno, a seconda dell’intuito personale e della propria capacità; ma alla fine si trovano, sono tante, in bella evidenza davanti ai nostri occhi ogni giorno della nostra vita.

E dopo un po’, come accade per la mafia, non si potrà negare che la massoneria esiste, e che tutto il nostro sistema è un sistema “massonico”, che si respira e percepisce fin nei più piccoli atteggiamenti dei singoli cittadini. E non solo la massoneria ma anche la Rosa Rossa diventano una realtà quotidiana, con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, tanto che dopo qualche tempo, quando si parla di prove, viene quasi da ridere.

E viene da pensare agli “scettici del Cicap”, il centro di controllo del paranormale. E’ membro onorario del Cicap Umberto Eco, colui che ha scritto Il nome della Rosa, un titolo assolutamente senza nesso con la trama del libro. Eco nella prefazione al libro Storia dei Rosacroce, scrive che l’esistenza dei Rosacroce è dubbia. E nel libro il Nome della rosa scrive: fin qui abbiamo dimostrato che i libri parlano tra loro; ma una vera indagine poliziesca dovrebbe dimostrare che i colpevoli siamo noi”. Ma i libri, i simboli, i film, attualmente, non costituiscono prova processuale.

E quindi, ne siamo sicuri, per i membri del Cicap la Rosa Rossa non esiste. Garantisce Umberto Eco.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/