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08/08/20

castello di Rapallo




Il castello sul mare è una postazione difensiva di Rapallo, nella città metropolitana di Genova, eretta a difesa dello specchio acqueo presso il lungomare Vittorio Veneto. È detto anche castello medievale con una definizione errata poiché la costruzione risale solo alla seconda metà del XVI secolo.
All'interno è presente anche una piccola cappella dedicata a san Gaetano costruita nel 1688 con la caratteristica cupoletta con campana, ben visibile all'esterno del castello.
È il simbolo della cittadina rapallese ed è stato dichiarato monumento nazionale italiano dal Ministero dei Beni Culturali.

Storia

L'ammiraglio turco Dragut.
L'edificazione del castello di Rapallo è legata ai fatti storici che interessarono l'allora borgo marinaro il 4 luglio del 1549. Quel giorno Rapallo subì l'assalto e il saccheggio da parte del pirata turco Dragut che, oltre ai danni provocati dallo sbarco in tre punti diversi della costa, culminò con il rapimento di ventidue fanciulle del luogo, in seguito fatte schiave dai pirati saraceni ad Algeri.
La Rapallo della seconda metà del XVI secolo non disponeva di un'adeguata difesa di mura e le uniche postazioni difensive erano costituite dalle torri di avvistamento poste sulle alture e dalle alte case nella zona della marina. Lo sbarco, che avvenne nell'oscurità notturna, fu pertanto rapido e facile per la flotta dell'ammiraglio turco.
Assoggettato al dominio della Repubblica di Genova (alleata e protettrice di Rapallo dopo l'atto di dedizione della comunità rapallese nel 1229), le truppe genovesi e quelle locali (queste ultime di numero esiguo) nulla poterono contro i pirati arrivati dal mare. Genova tuttavia incaricò il capitano Gregorio Roisecco, comandante delle truppe arrivate da Genova, di valutare la situazione difensiva del borgo rapallese. Questi suggerì alla comunità (e alla repubblica) l'edificazione di un castello o di una postazione difensiva per il controllo di questa parte occidentale del golfo del Tigullio.

Le fasi preliminari della costruzione difensiva

Il 16 febbraio del 1550 il doge di Genova Luca Spinola riferisce con un apposito documento al podestà di Rapallo che il costo dell'opera da costruire non può essere affrontate dalla repubblica genovese e che pertanto dovrà essere a carico della sola comunità rapallese. Questo comunicato suscitò il malcontento degli abitanti dell'entroterra rapallese, detti "delle Ville" e che appartenevano al ceto nobile e borghese, che minacciarono addirittura di abbandonare il paese. Gli altri abitanti alla marina, detti "del Borgo" e di estrazione popolare, erano più direttamente interessati alla realizzazione dell'opera, ma con scarsi finanziamenti, e cercarono quindi una mediazione con i compaesani con esiti però negativi.
Genova, stanca delle discussioni locali, tentò una nuova trattativa con il "mediatore" capitan Roisecco, ideatore del castello, che con promesse ad entrambe le parti riuscì a rimettere pace tra gli abitanti della città. Altro scontro fu la scelta del luogo effettivo di costruzione della postazione difensiva: le Ville proposero la zona collinare per una maggiore visuale area, mentre il Borgo puntò su una collocazione nella zona della marina più vicina al nucleo storico.
Altro punto dolente fu la ripartizione del costo: entrambi gli schieramenti accollarono l'un l'altro la spesa. La nuova discussione tra ceti popolari costrinse il podestà a richiedere al Senato della Repubblica di Genova un prestito di 10 lire per finanziare l'opera e ad imporre agli abitanti l'introduzione di una tassa obbligatoria di residenza. Con la locale gabella si riuscì a raggiungere la somma complessiva di 1.770 lire genovesi potendo così gettare le basi per l'edificazione del castello.

I lavori

L'opera (la cui prima struttura, su disegno di Antonio de Càrabo, fu molto più semplice nelle forme rispetto all'attuale impianto) cominciò ben presto a prendere corpo nel corso del 1550, ma il podestà fu costretto numerose volte a chiedere denaro al governo della Repubblica a causa delle spese aggiuntive e agli alti costi del materiale necessario per poter resistere alle forti mareggiate. I lavori durarono quasi un anno, interrotti talvolta da scioperi spontanei dei lavoratori per il mancato pagamento dello stipendio.
Dopo un alto costo di finanziamento e costruzione il neo podestà di Rapallo, Benedetto Fieschi Raggio, il 10 maggio 1551 poté inaugurare l'opera chiedendo al Senato genovese la dotazione di artiglieria necessaria alla difesa del castello. Con la costruzione del castello di Rapallo l'intero comprensorio occidentale del Tigullio andò quindi a completarsi con un sistema difensivo e di avvistamento legato ai castelli di Portofino, di Paraggi, di Santa Margherita Ligure e di Punta Pagana presso San Michele.
Negli anni successivi il castello sul mare fu più volte modificato con adattamenti ed ampliamenti della struttura.

Sede di varie istituzioni

Nella sua storia il castello è stato sede di importanti organi statali, praticamente fino agli anni cinquanta del Novecento quando venne dichiarato monumento nazionale italiano e acquistato dal Comune di Rapallo.
Nel 1608 divenne sede del capitaneato di Rapallo (istituito in tale anno distaccandosi dal precedente controllo del capitaneato di Chiavari); qui prese alloggio il capitano con relativo ufficio, mentre nella parte basse venne creata una prigione temporanea in attesa di giudizio dal tribunale di Genova. La sede venne poi spostata nel 1645 nel nuovo palazzo di Giustizia (non più esistente) presso il centro storico rapallese. Nel 1865 diventò proprietà del Regno d'Italia che scelse l'ex postazione difensiva quale sede della Guardia di Finanza e di un piccolo carcere mandamentale.
Nel 1958 per la somma di 6.700.000 lire viene riscattato dall'ente comunale rapallese che sottopose il castello ad un primo restauro conservativo nel corso del 1963; è in questa fase che furono aggiunti gli scogli intorno alla struttura a mo' di maggiore protezione dalle ondate marine.
L'ultimo grande restauro è stato attuato tra il 1997 e il 1999, sotto la direzione scientifica del prof. Benito Paolo Torsello, grazie agli aggiuntivi fondi dall'Unione europea e dal Ministero dei Beni Culturali, con interventi conservativi che hanno riguardato i paramenti esterni fortemente degradati dal salino, i pavimenti, gli infissi e l'impianto elettrico.
Dopo ulteriori lavori di adeguamento alle norme sulla sicurezza (nel corso del 2005), il castello è ora sede di mostre artistiche ed eventi culturali.

L'incendio nelle feste patronali

Fase iniziale della simulazione dell'incendio
Fase finale della simulazione dell'incendio
Una locale tradizione, inserita tra gli eventi più celebri durante le festività patronali in onore di Nostra Signora di Montallegro nei primi tre giorni di luglio, vede il castello cinquecentesco protagonista di un curioso spettacolo pirotecnico. La sera del 3 luglio, serata conclusiva delle celebrazioni religiose, il castello viene dato simbolicamente "alle fiamme" con un collaudato programma pirotecnico e di fumogeni, al passaggio dell'arca argentea della Madonna di Montallegro nei pressi del maniero sul lungomare rapallese.
Precedentemente l'evento del simbolico incendio vengono inoltre innescati i celebri mortaretti o mascoli liguri che detonano lungo il breve percorso che separa il castello dalla terra ferma.
Terminato il "fragoroso" scoppiettare dei mascoli il castello si colora, con l'ausilio di lacrimogeni, di un rosso intenso fino alla conclusiva "cascata bianca" dalla torretta e lungo il perimetro della fortezza.

fonte: Wikipedia

bibliografia

  • Gianluigi Barni, Storia di Rapallo e della gente del Tigullio, Genova, Liguria - Edizioni Sabatelli, 1983.
  • Pietro Berri, Rapallo nei secoli, Rapallo, Edizioni Ipotesi, 1979.

27/07/19

il tempo della Rosa


Tentiamo un’ultima puntata (anche se il romanzo di Eco è una miniera infinita di ispirazioni e rimandi), dopo le prime due dedicate ai luoghi, ai protagonisti e agli altri personaggi principali (qui qui), dedicandola ai tempi storici all’interno dei quali vengono collocate dall’autore le fosche vicende dell’abbazia.
Conoscendo ormai l’attenzione dedicata ad Umberto Eco a tutti gli aspetti anche minimi che possano contribuire alla verosimiglianza delle vicende narrate, nonché alla sua sconfinata conoscenza e attenzione per la collocazione storica del suo racconto, è ovvio che il tempo nel quale va ad incastrare la sua straordinaria narrazione non sia né casuale, né tantomeno un tempo qualsiasi.
I protagonisti giungono all’abbazia fra i monti alpini verso la fine dell’anno (“Era una bella mattina di fine novembre”) e vi restano sette giorni fino al pirotecnico e apocalittico finale.
L’anno è il 1327.

La cattività avignonese
Il periodo storico è identificato con chiarezza, ed è un unicum non solo della storia medievale ma anche dell’intera storia della chiesa cattolica: la cattività avignonese.
Negli anni che vanno dal 1309 al 1377 la sede papale si sposta da Roma ad Avignone, in Francia. E’ quindi inevitabilmente un periodo del tutto particolare, durante il quale la chiesa cattolica apostolica romana vive un momento di straordinaria complessità, e debolezza.


Il termine cattività (dal latino captivus: prigioniero) nasceva come indicazione di una situazione di esilio, paragonata a quella del popolo ebraico negli anni dal 587  al 517 a.C., detti appunto “cattività babilonese”. Il paragone proviene da un sonetto del Petrarca (che per quanto fosse toscano, come si sa fu di adozione provenzale) che in un sonetto del Canzoniere (De l'empia Babilonia, ond'è fuggita) paragona Avignone con Babilonia, suggerendone l’identificazione di capitale del vizio. Venne quindi paragonata, dai contemporanei, la situazione papale con l'esilio degli Ebrei dandole il nome di “nuova cattività babilonese”, per poi diventare col tempo, per chiarezza, l’espressione che conosciamo oggi: "cattività avignonese". 


Nell’anno degli avvenimenti narrati, il 1327, il papa è Giovanni XXII, il secondo dei papi avignonesi, francese (il suo nome è Jacques Duèse) così come era francese il suo predecessore, Bertrand de Got, incoronato papa a Lione col nome di Clemente V, colui che sostanzialmente avviò la cattività. Con Roma già in preda alle rivolte e considerata ormai poco sicura, nel 1305 era stato eletto in un conclave eccezionalmente tenuto a Perugia e che si protrasse per ben undici mesi (e senza di lui, che si trovava nella sua sede vescovile a Bordeaux). Fu poi lui a trasferire la sede pontificia ad Avignone, nel 1313, dopo essere stato per quattro anni a Poitiers a partire dal 1309.


Per arricchire la controversia delle figure in gioco e la complessità del momento storico le cui propaggini ancora oggi ci portiamo dietro, quantomeno a livello di miti, Clemente V viene anche ricordato per essere stato colui che, appena eletto, accordandosi con il Re di Francia Filippo il Bello acconsentì nel 1307 di barattare il paventato processo postumo a Bonifacio VIII con la distruzione definitiva dell’Ordine dei Templari, a seguito della quale il Re di Francia acquisì la gran parte dei possedimenti in carico ai famosi cavalieri.

La disputa sulla povertà apostolica
Ma il primo periodo della cattività avignonese coincide anche con l’apice della disputa sulla povertà apostolica, che è appunto l’oggetto centrale dell’incontro fra le delegazioni che si tiene nell’abbazia nei giorni narrati da Adso. Si tratta di una controversia nata quasi un secolo prima sulla scia delle predicazioni di San Francesco e dell’Ordine monastico da lui fondato, che in quegli anni (dal 1318 fino al 1328) raggiunge i livelli più alti di tensione. Umberto Eco colloca quindi la vicenda proprio nella fase finale, quando l’ordine francescano è seriamente minacciato di scomunica ed eresia dal papa avignonese, e lo scontro apparentemente teologico sulla legittimità della chiesa a possedere beni materiali si tramuta in vera e propria guerra nella quale si inserisce, intravedendo la possibilità di indebolire lo stato pontificio, il duca di Baviera e fresco imperatore Ludovico il Bavaro, a seguito del quale infatti si rifugeranno i francescani quando le cose inizieranno a mettersi male.


La spedizione italiana di Lodovico di Baviera
Nel fatidico anno 1327 cade anche un altro evento per nulla secondario. Ludovico di Baviera, nel tentativo di indebolire il papa che non voleva riconoscere la sua investitura a Imperatore del Sacro Romano Impero e lo aveva in conseguenza interdetto (atto a cui seguì l’abitudine a chiamarlo, in senso dispregiativo, Il Bavaro), mise insieme un esercito di Ghibellini e marciò in Italia per dirigersi a Roma per ricevere lì (da Giacomo Sciarra Colonna, capitano del popolo romano in assenza del pontefice) la corona imperiale. Fatto questo, con un decreto dichiarò il papa Giovanni XXII deposto in quanto eretico, e nominò al suo posto l’antipapa Niccolò V. Tutto questo avvenne però già nel 1328. Essendo accertato che Lodovico trascorse e celebrò il Natale del 1327 a  Castiglione della Pescaia, sappiamo quindi che al momento degli avvenimenti narrati (“Era una bella mattina di fine novembre”) la spedizione di Lodovico era pienamente in Italia, probabilmente fra Emilia e Toscana. Ecco quindi che la disputa nell’abbazia avviene in un momento particolarmente teso proprio mentre su quegli stessi territori la sfida fra Papa e Imperatore sta raggiungendo il culmine. La spedizione di Lodovico permette poi di riagganciare i personaggi di Michele Guglielmo al loro successivo esilio, perché i reali personaggi, Michele da Cesena e Guglielmo da Ockham, dopo essersi recati ad Avignone (evidentemente dopo aver lasciato l’abbazia…) per la prosecuzione della disputa ed essersi trovati in evidente minoranza e a rischio di scomunica o di conseguenze peggiori, fuggirono dalla sede pontificia e raggiunsero proprio Lodovico che rientrava in Germania, rifugiandosi quindi a Monaco di Baviera dove finirono entrambi i loro giorni (il primo nel 1342, il secondo nel 1347).


Il periodo storico, e i personaggi utilizzati da Eco si possono anche “vedere” in una delle opere più importanti della storia dell’arte medievale. A Firenze, in Santa Maria Novella, c’è il cosiddetto Cappellone degli Spagnoli (antica sala capitolare della chiesa). Li si trova uno straordinario ciclo di affreschi realizzato da Andrea Bonaiuto intorno all’anno 1367. Su una delle pareti è rappresentata la cosiddetta Via Veritas, conosciuta anche come Chiesa militante e trionfante, che è una complessa rappresentazione allegorica della missione, dell’opera e del finale trionfo dell’ordine dei Domenicani. Vi si trovano quindi anche tutti i riferimenti alla disputa sulla povertà apostolica, con i protagonisti ritratti a pochi decenni dai fatti.
Oltre ad una rappresentazione pressoché perfetta della basilica di Santa Maria del Fiore, con la cupola incredibilmente riprodotta in modo fedele quasi centocinquanta anni prima che il Brunelleschi trovasse il modo di realizzarla (si ritiene fu dipinta sulla base dei modelli già progettati nel 1300, anche dallo stesso Bonaiuti, sebbene ancora nessuno sapesse come costruirla davvero nella pratica), si possono infatti distinguere molto chiaramente, nella parte in basso a sinistra del grande affresco, due frati francescani che discutono (disputano) con un alto prelato, ai piedi del pontefice.
I Pontefice è forse Benedetto XI o forse Innocenzo VI (all’epoca i papi si succedevano con una certa frequenza e come pontefice anche simbolico non è certo quale sia stato scelto per rappresentare la chiesa nel momento del trionfo contro le “eresie” ) , l’alto prelato è Simone Saltarelli (arcivescovo di Pisa, domenicano) , e i due francescani sono proprio Michele da Cesena (a sinistra) e Guglielmo di Ockham (al centro).


Umberto Eco (Alessandria5 gennaio 1932 – Milano19 febbraio 2016
Il nome della rosa (prima edizione 1980, Bompiani)




ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.

09/07/19

Crevola, la sua storia, la sua chiesa


Il nome di Crevola, o Crevoladossola, è molto familiare. Ma cosa si cela dietro a questo nome? Parliamo di un territorio strategico, dal grande rilievo storico. Crevoladossola sorge alla confluenza della Val Divedro e della Val Antigorio, che portavano ai due storici valichi verso la Svizzera. Il centro vero e proprio di Crevoladossola si trova in posizione rialzata dominante la conca di Domodossola. Da Crevoladossola, in epoca romana, passava la via Severiana Augusta, strada romana consolare che congiungeva Mediolanum (la moderna Milano) con il Verbanus Lacus e, da qui, portava al passo del Sempione (Summo Plano). Altra testimonianza di epoca antica è l’iscrizione rupestre del I secolo d.C., all’interno di un riparo roccioso posto sulla via del Sempione, che cita la divinità germanica della guerra “Tinco” e il dio cinghiale celtico “Mocco”, simbolo del furore guerriero. 


Un importante punto di transito nel territorio era ed è tuttora il ponte sul Diveria, collegamento importante verso l'Europa. L'attuale ponte di origine napoleonica sostituisce quello medievale, distrutto da una piena all’inizio del XVI secolo, di cui sono ancora visibili i resti. Napoleone, nel 1800, ordinò di iniziare i lavori per costruire una strada che congiungesse Milano a Parigi attraverso il passo del Sempione; per realizzare il ponte, oggi ancora ben saldo, si utilizzarono pietre già squadrate provenienti dall’abbattimento del campanile della chiesa di San Francesco a Domodossola. Trattandosi di un territorio strategico, è stato anche il teatro di importanti avvenimenti storici e scontri. Infatti, alla fine del XV secolo era in atto una guerra tra l’Ossola e il cantone svizzero del Vallese. Fin dal 15 febbraio 1487 il duca di Milano era informato che in Vallese si stavano radunando delle truppe, perciò inviò a Domodossola dei soldati per rinforzare le difese. 


Nel mese di aprile i vallesani e i confederati confluirono verso Domodossola, sia dal Sempione che dalla Valle Antigorio; dopo diversi scontri, il 28 aprile 1487 i vallesani si ritirarono verso Crevoladossola e vennero sconfitti dalle milizie ducali nei pressi del ponte sul Diveria. Per celebrare la vittoria contro gli svizzeri, si iniziò la realizzazione dell'oratorio di San Vitale di Crevoladossola, tuttora visibile ai piedi del ponte napoleonico. Sopra l'ingresso si può ancora vedere un piccolo affresco che riporta una scena della battaglia di Crevola sopra il ponte medievale. Una scomparsa tradizione voleva che ogni anno, nell'anniversario della Battaglia, i domesi si recassero in processione presso l'oratorio che viene intitolato a San Vitale proprio per ricordare il giorno della battaglia. 


Ma Crevola conserva un altro monumento degno di nota, ed è la chiesa pievana dei Santi Pietro e Paolo, risalente ai primi decenni dell’XI secolo, come ancora si può vedere nel campanile, struttura in origine a quattro piani con specchiature ad archetti trinati ed eleganti trifore. La chiesa vera e propria inizialmente era un edificio ad aula unica, coincidente con la navata centrale. Alla fine del XV secolo si aprì un’epoca di profonde trasformazioni. In facciata si può osservare una targa con lo stemma dei Della Silva (il leone rampante che tiene le chiavi della città) e quello degli Orrigoni (la quercia radicata), con la data 1475, che segna l’epoca della ristrutturazione. 
All’inizio del secolo XVI, sempre per merito dei Signori Della Silva, si concretizzò l’idea di ingrandire la Chiesa di Crevola portandola da una a tre navate. In primo luogo fu costruito nella parte sud un muro di sostegno ad archi per ricavare lo spazio necessario per la navata laterale; successivamente furono costruiti i muri perimetrali esterni delle nuove navate. Per realizzare la continuità fra le tre navate, occorreva abbattere le pareti laterali della vecchia costruzione: a tal fine, furono inserite nelle pareti laterali della vecchia chiesa delle colonne in serizzo locale e infine furono realizzati gli archi che, appoggiando sulle nuove colonne, dovevano sostenere il peso di tutta la copertura. Poi fu demolito quello che rimaneva delle vecchie pareti laterali. Dopo questo intervento, fu demolito il tetto per sopraelevare i muri della navata centrale (ulteriormente innalzati nel 1723) e furono aperte diverse finestre. 


Della costruzione romanica si sono conservati il campanile, parte della facciata e gli importanti resti delle pareti laterali e della decorazione ad archetti ciechi sorretti da mensolette con protomi antropomorfe, che si possono vedere recandosi nei sottotetti delle navate laterali. Le aperture del campanile, in parte tamponate e modificate, restano integre nei due piani sotto la cella campanaria, con eleganti trifore. Il bassorilievo sopra il portale, che raffigura Cristo che esce dal sepolcro, è quattrocentesco; il portale è del XVII secolo. Un bassorilievo, rappresentante San Bernardo da Mentone, risale al 1475. Del XVI secolo sono gli affreschi di Antonio Bugnate; nell’abside, un’ “Ultima Cena” di Fermo Stella da Caravaggio e le splendide vetrate opera di Hans Funk, uno dei principali vetrai bernesi dell’epoca. 


L’elegante coro tardo-gotico è stato commissionato dai nobili Della Silva e realizzato dall’architetto presmellese Ulrich Ruffiner, operante nel Vallese. Le preziose vetrate istoriate, opera del maestro vetraio bernese Hans Funk, vennero realizzate nel 1526. Le pareti del presbiterio sono ornate da affreschi monocromatici negli sguinci delle finestre e da rappresentazioni dei santi, attribuiti al pittore cinquecentesco Sperindio Cagnoli, così come l'Ultima Cena e le sibille del sottarco. 


Prospiciente alla chiesa, si trova il Battistero di San Giovanni o carné. Si tratta di un edificio con forma di oratorio con presbiterio affrescato. Fu costruito nel XVI secolo. Al suo interno era presente un fonte battesimale, poi trasportato nella chiesa parrocchiale. Successivamente fu adibito a ossario (carnerium da cui “carné”) e poi a vari scopi. Servì addirittura da autorimessa. Per fortuna, di recente è stato sottoposto a restauro da Claudio Valazza, per cui ora è ancora possibile ammirare in tutta la loro bellezza le pitture attribuite in parte a Fermo Stella da Caravaggio, datate al 1535. Un posto magico che ci regala ancora tutta la sua bellezza.

Claudia Migliari

fonte: I VIAGGIATORI IGNORANTI


CLAUDIA MIGLIARI
La storia di Claudia inizia in un giorno di fine aprile del 1980. Il luogo dove è nata e cresciuta, il lago di Lugano, terra di confine e di contrasti, dove l'asprezza e il rigore delle montagne cedono il passo alla dolcezza mediterranea dei laghi, forma il suo carattere poliedrico. Da sempre appassionata di tutto ciò che la può portare in epoche lontane, si butta a capofitto sul disegno, sulla musica, sulla storia. Nel 1999 inizia la sua avventura come guida turistica presso una villa rinascimentale, dove ancora collabora. L'attività la coinvolge tanto, che nel 2005 consegue la certificazione ufficiale di guida turistica. Nel frattempo, conclude i suoi studi di lingue (e, naturalmente, storia delle lingue) e inizia a lavorare come traduttore, sua attuale professione. Ha al suo attivo la traduzione di quasi un centinaio di libri sugli argomenti più disparati, dalle fiabe e dalla narrativa per ragazzi, fino a libri di scultura su pietra e su legno e sulla storia della smaltatura dei metalli. Da marzo 2015, Claudia è segretario della Pro Loco del suo paese, Bisuschio, e continua le sue attività artistiche, prosegue con lo studio del canto lirico e... è sempre in giro per chiese o luoghi storici, purché siano antecedenti all'Ottocento! Per concludere, Claudia ha una fluente chioma ribelle e rossa, vive sola con un gatto nero, ha la casa piena di libri e ama studiare e conoscere i principi curativi delle erbe. Che cosa avrebbe pensato di lei un inquisitore?

19/05/19

i luoghi e i nomi della rosa


Prima di iniziare a scrivere il suo monumentale romanzo, che sarebbe poi diventato uno dei più importanti capisaldi della letteratura del Novecento (parliamo naturalmente de “il Nome della Rosa”), Umberto Eco fece per un anno intero il viaggiatore. Viaggiò per tutta Europa fra abbazie e luoghi similari per studiare, assorbire, elaborare veri luoghi storici e costruire grazie ad essi l’universo fittizio nel quale avrebbe poi fatto muovere i suoi personaggi. Allo stesso modo, con la sua già sterminata conoscenza della storia medievale e delle sue figure più significative e interessanti, costruì gli straordinari “attori” del suo dramma mescolando riferimenti letterari e storici come solo lui sapeva fare. Per nostra fortuna, oltre agli innumerevoli studi effettuati poi sul suo testo, molte ispirazioni ci furono tramandate dallo stesso autore, sempre pronto a “svelare” i suoi giochi e a stimolarne sempre di nuovi, nella inimitabile e inestricabile miscellanea di realtà e fantasia che è sempre stata la sua principale cifra stilistica.  Ci piace quindi provare a riassumere, per quanto si possa fare in un breve articolo, i principali riferimenti utilizzati dallo scrittore per la costruzione del suo capolavoro. 

L’abbazia 

E’ abbastanza noto che come principale fonte di ispirazione per la grande abbazia entro le cui mura si svolge l’intera vicenda, Eco prese anzitutto la Sacra di San Michele, monumento simbolo del suo Piemonte. Arroccata in cima ad una montagna, gigantesca e inquietante, domina la Val di Susa e possedeva già da sola molte delle caratteristiche ideali per fare da sfondo ai fatti immaginati da Eco. 


Tuttavia l’abbazia del romanzo prese vita anche grazie a diversi altri luoghi visitati e studiati dall’autore. Ad esempio, lo scriptorium, luogo simbolico dove si svolgono anche diverse scene capitali, prende ispirazione da quello dell’abbazia di San Colombano di Bobbio, in provincia di Piacenza. E sempre lo scriptorium e l’intera biblioteca (fulcro fisico e narrativo del romanzo) sono anche debitori di quelli reali della abbazia di San Gallo in Svizzera. La biblioteca dell’abbazia Svizzera, in particolare, ebbe storicamente un ruolo assai simile a quello descritto nella finzione romanzesca, avendo attirato da tutta l’Europa medievale un gran numero di monaci miniaturisti addetti alla copia e all’illustrazione dei libri in essa contenuta, e fu per un lunghissimo periodo una delle biblioteche più ricche e impressionanti di tutto il medioevo. 


In questa straordinaria biblioteca inoltre è conservato un documento unico al mondo che Eco studiò e utilizzò proprio come un vero e proprio manuale. Si tratta della famosa Pianta di San Gallo, una pianta medievale di una abbazia risalente agli inizi del IX secolo. Di inestimabile valore storico, in questo progetto (mai realizzato) riportato su cinque fogli di pergamena cuciti assieme, sono riportati con la massima accuratezza tutti gli edifici previsti per l’abbazia. Chiese, abitazioni, stalle, cucine, locali addetti alle cure mediche, laboratori. Ed una dettagliata legenda descrive caratteristiche e funzioni di ciascun locale. Una fonte preziosissima di informazioni che lo studioso utilizzò a piene mani per ricostruire ambienti verosimili e credibili rispettando la realtà storica di quei luoghi.


Frate Guglielmo 

Per i personaggi, Umberto Eco mise mano a tutte le sue conoscenze storiche e filosofiche dell’epoca, estraendo da veri personaggi storici le caratteristiche principali per poi costruirne la storia personale e la psicologia mescolandole ed arricchendole con i riferimenti più disparati e a volte fantasiosi. Evidente le caratteristiche che accomunano il protagonista frate Gugliemo da Baskerville al più famoso detective della storia della letteratura,Sherlock Holmes. A partire dal nome, che utilizzando come provenienza una immaginaria contea inglese non fa altro che evocare uno dei più famosi romanzi di Conan Doyle con protagonista l’investigatore di Baker Street, lo straordinario “il Mastino dei Baskerville”. MA il gusto di Eco per le citazioni e i riferimenti culturali da quelli più aulici a quelli più “pop” era talmente sconfinato che anche solo di questo aspetto “sherlockiano” si possono trovare tonnellate di cenni e ammiccamenti per l’intero scritto. Ci basti qui citare che l’esordio di frate Gugliemo (“dove si arriva ai piedi dell'abbazia e Guglielmo dà prova di grande acume”), nel quale il francescano deduce molte cose esatte sul cavallo appena fuggito dall’abbazia senza averlo visto e senza ancora saperne (quasi) nulla, altro non è che un’altra citazione sherlockiana, stavolta dal racconto “Silver Blaze”, dove per l’appunto Holmes e Watson sono sulle tracce di un puledro scomparso nella brughiera inglese.


Ma il gigantesco personaggio di Guglielmo, oltre al gioco letterario che lo lega alla creatura di Conan Doyle, trae l’ispirazione più profonda e densa da un vero personaggio storico, Guglielmo di Ockham (Ockham, 1285 – Monaco di Baviera, 1347) . Le analogie in questo caso sono evidenti e di fondamentale importanza anche per l’intero significato della storia inventata da Eco: Guglielmo di Ockham fu, appunto, un frate francescano inglese, filosofo, teologo, teorico del metodo deduttivo e più volte incorso nelle maglie dell’inquisizione per sospetti di eresia, dato il suo pensiero libero e spesso in contrasto con le rigide dottrine della chiesa dell’epoca. I riferimenti al suo pensiero e alle sue dispute con la dottrina papale sarebbero tanti e tali da riempire un altro libro, ma altrettanti sono gli aspetti delle sue elucubrazioni filosofiche che permeano il racconto e potremmo dire l’intero impianto narrativo del romanzo. Basti citare il cosidetto “rasoio di Occam”, procedimento logico deduttivo elaborato proprio dal francescano inglese. Ridotto alla sua essenza anche un po’ brutale, il principio del rasoio di Occam dice che, per risolvere un problema di una qualsiasi natura, è buona cosa scegliere, fra le ipotesi più possibili, quella più semplice. Detta così sembra quasi una banalità, ma si tratta di principio filosofico fondamentale per la formulazione del quale Guglielmo elaborò innumerevoli teorie e prove anche molto complesse (da ricordare sempre che per “Ipotesi più semplice” non si intende mai la più banale o la più ingenua ma la più “Logica”) e che non a caso viene considerato uno dei principi alla base del pensiero scientifico moderno. Si capisce allora come la figura del grande frate pensatore del XIV secolo sia davvero il perno centrale di tutta la costruzione filosofica e narrativa del romanzo di Eco. Impossibile poi non confrontare alcuni suoi enunciati relativi a questo pensiero, come ad esempio «A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire» con quella altrettanto famosa dell’altro illustre ispiratore del personaggio, l’enunciato Sherlockiano che recita «Una volta eliminato l'impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.» 
Fra le tante assonanze fra personaggio e reale figura storica, ricordiamo infine che il vero Guglielmo morì a Monaco di Baviera a causa della peste, e che anche nel romanzo il suo novizio ipotizza, non avendolo più rivisto dopo i fatti narrati, che anch’egli abbia perso la vita nella grande epidemia che colpì in quel periodo l’europa centrale.

Adso da Melk

Non meno intriganti le origini del personaggio del novizio che segue frate Guglielmo e ne narra in prima persona le gesta. Essendo il narratore inevitabile la conseguente associazione al dottor John Watson, del quale il nome “Adso” richiama foneticamente il cognome del medico scrittore che segue le imprese del detective londinese (e conoscendo il gusto di Eco per i calembour e i giochi di parole anche irriverenti, vi suggeriamo di cercare anche altre sonorità ancor più provocatorie, magari combinando nome e cognome in modo più ardito). Come narratore poi, lo stesso Eco suggerisce di aver pensato a Snoopy quando decise di far iniziare il suo racconto con la frase “Era una bella mattina di fine novembre”, citando l’eterno incipit del bracchetto di Schulz che mai si traduce in romanzo “Era una notte buia e tempestosa”. Per la precisione Eco attribuisce proprio a questo la stessa idea di utilizzare l’espediente del “narratore” per la forma scelta per il suo capolavoro (cito a memoria: “Come si fa a scrivere ‘era una bella mattina di fine novembre’ senza sentirsi Snoopy? Ed ecco l’idea: e se lo avessi fatto scrivere proprio a Snoopy?”).


Ma anche il novizio benedettino inventato da Eco ha il suo corrispettivo storico per nulla secondario. E’ Adso da Montier-en-Der, monaco e poi Abate benedettino francese, non a caso letterato e scrittore, famoso come autore di uno scritto sull’Anticristo (De ortu et tempore Antichristi), che infatti spesso viene evocato proprio dal fittizio narratore del nome della Rosa. Altrettanto significativo che l’autore del libro, in questo infinito gioco di scatole cinesi nel quale si muove con la massima naturalezza, lo assegni per il resto della sua vita all’abbazia benedettina di Melk, in Austria.


Si tratta infatti di uno dei più importanti complessi monastici del mondo, e all’epoca narrata uno dei principali centri di cultura religiosa e teologica d’Europa. Soprattutto, l’abbazia è dotata ancora oggi di una biblioteca monumentale e di uno scriptorium dove Umberto Eco colloca proprio il suo personaggio a scrivere tutta la vicenda. Si può ben dire quindi che lo Scriptorium dell’abbazia di Melk sia la vera location dell’intero romanzo, giacché tutta la costruzione narrativa gioca proprio sulla finzione del ritrovamento e ricostruzione del manoscritto medievale. La celeberrima e magnifica frase che chiude le oltre cinquecento pagine: « Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. »
Ci riporta quindi proprio nel locale del monastero di Melk, ricordandoci che non ci siamo mai mossi da lì per tutto il tempo, noi ad ascoltare e Adso a narrare.



PS: gli innumerevoli altri personaggi del romanzo sono il frutto di altrettante e complesse ispirazioni sempre fra la realtà storica (Bernardo Gui, Fra Dolcino, Ubertino da Casale) e la mescolanza di fantasia e ricostruzione intellettuale (Frate Remigio, L’Abate, Adelmo da Otranto e così via) che rappresentano sempre l’aspetto più stimolante ed entusiasmante delle creazioni del grande scrittore piemontese, tanto numerose e complesse che in questo poco spazio non ci azzardiamo neanche ad accennarle, e, alla fra’ Guglielmo, le rimandiamo ad altre e prossime investigazioni. 

Alessandro Borgogno

Umberto Eco (Alessandria5 gennaio 1932 – Milano19 febbraio 2016

Il nome della rosa (prima edizione 1908, Bompiani)

https://it.wikipedia.org/wiki/Sherlock_Holmes

ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.