Visualizzazione post con etichetta raccolta differenziata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta raccolta differenziata. Mostra tutti i post

08/07/21

venti ragioni per cui le mascherine facciali obbligatorie sono malsane, inefficaci e immorali


 

Di John C. A. Manley

Nove pericoli potenziali e provati per chi si mette la museruola

1. Cavità: I dentisti di New York riferiscono, che la metà dei loro pazienti soffre di denti cariati, gengive che si ritirano e alito gravemente inacidito per aver indossato le mascherine. “Stiamo vedendo infiammazioni delle gengive di persone che sono state sempre sane, e carie in persone che non le hanno avute prima”, ha detto il dottor Rob Ramondi a FOX News.

2. Deformazioni facciali: Il mascheramento dei bambini favorisce la respirazione con la bocca che, come è stato dimostrato, causa “facce lunghe e strette, bocche strette, palati alti, malocclusione dentale, sorrisi timidi e molte altre caratteristiche facciali poco attraenti”, secondo il Journal of General Dentistry.

3. Acne Vulgaris: L’umidità e i germi che si raccolgono nella mascherina causano “lesioni della pelle del viso, dermatiti irritanti… o peggioramento dell’acne” (secondo Public Health Ontario) che stressa il sistema immunitario, può portare a cicatrici permanenti ed è stato collegato alla depressione e ai pensieri suicidi (secondo il Journal of Dermatologic Clinics). I bambini sviluppano anche l’impetigine, un’infezione batterica che produce piaghe rosse e può comportare danni ai reni (secondo la Mayo Clinic).

4. Aumento del rischio di COVID-19: “L’uso della maschera da parte delle persone in generale potrebbe essere in relazione ad un rischio potenzialmente elevato di COVID-19 attraverso… l’autocontaminazione”, afferma la Public Health Ontario in Wearing Masks in Public and COVID-19. “Indossando una mascherina, i virus esalati non saranno in grado di sfuggire e si concentreranno nei passaggi nasali, entreranno nei nervi olfattivi e giungeranno al cervello”, ha teorizzato il neurochirurgo riconosciuto a livello nazionale, Dr. Russell Blaylock, MD (in un articolo su The Centre for Research on Globalization).

5. Polmonite batterica: In una conferenza stampa in Oklahoma, il dottor James Meehan, MD ha testimoniato: “I rapporti provenienti dai miei colleghi di tutto il mondo suggeriscono che le polmoniti batteriche sono in aumento” come risultato dell’umidità raccolta nelle maschere.

6. Soppressione immunitaria: Le mascherine sono frequentemente indossate da criminali che cercano di nascondere la loro identità mentre commettono un reato (furto, violenza, stupro, omicidio, ecc.). Le mascherine producono ansia e paura nel subconscio. La paura e l’ansia attivano il sistema nervoso “fight-or-flight” (combattere o fuggire) che abbassa il sistema immunitario, come mostrato in uno studio dell’American Psychological Association.

7. Germofobia: le mascherine creano una paura irrazionale dei germi e un falso senso di protezione dalle malattie, portando a un comportamento antisociale (o addirittura ostile) verso chi non indossa una maschera. (Vedere l’articolo nel Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders intitolato “COVID-19, disturbo ossessivo-compulsivo e forme di vita invisibili che minacciano il sé”).

8. Tossicità: Molte (se non la maggior parte) mascherine e coperture per il viso (incluso il panno) sono fabbricate con sostanze chimiche tossiche e cancerogene, tra cui ritardanti di fiamma, fibra di vetro, piombo, NFE, ftalati, sostanze chimiche polifluorate e formaldeide che fuoriescono e vengono inalate da chi le indossa. (Vedi “5 principali sostanze chimiche pericolose nell’abbigliamento proveniente dalla Cina” di Fashion United).

9. Danno psicologico: “Credo che la vera minaccia in questo momento sia quello che stiamo facendo per sabotare la salute mentale, emotiva e fisica dei… nostri bambini, che dipendono per il loro sviluppo dalle interazioni sociali, dal contatto fisico e dalle espressioni facciali”, scrive il Dr. Joseph Mercola di Mercola.com. ” Tra il fatto di indossare la mascherina e il distanziamento sociale, temo che le conseguenze sui bambini in particolare possano essere di lunga durata, se non permanenti”.

Sei prove che le mascherine non riducono le infezioni

1. Insufficiente: Una rivisitazione finanziata dal CDC sulla mascheratura, effettuata nel maggio 2020, è giunta alla conclusione che: “Sebbene gli studi meccanicistici confermino il potenziale effetto dell’igiene delle mani o delle mascherine, le prove di 14 studi randomizzati e controllati su queste misure non dimostrano un effetto sostanziale sulla trasmissione dell’influenza confermata in laboratorio.”…Nessuno degli studi condotti in famiglia ha riportato una riduzione significativa delle infezioni secondarie da virus dell’influenza accertate in laboratorio per quanto riguarda il gruppo con mascherina facciale”. Se le mascherine non possono fermare l’influenza normale, come possono fermare il SAR-CoV-2?

2. Irragionevole: “Le prove che il mascheramento sia uno strumento di controllo e che porti a una riduzione sostanziale della trasmissione sono scarse, aneddotiche e, complessivamente, carenti… [e il mascheramento obbligatorio] è l’esatto contrario di un atteggiamento ragionevole”, ha stabilito l’arbitro di un ospedale in una controversia tra l’Ontario Nurses’ Association e il Toronto Academic Health Science Network.

3. Inefficace: “Le mascherine per la bocca in individui sani sono inefficaci contro la diffusione delle infezioni virali”, scrivono i medici belgi in una lettera aperta pubblicata su The American Institute of Stress, il 24 settembre 2020.

4. Antigienico: “Non è mai stato dimostrato che indossare maschere chirurgiche diminuisca le infezioni post-operatorie delle ferite”, scrive Göran Tunevall, M.D. sul World Journal of Surgery. “Al contrario, è stata riportata una diminuzione del 50% [dell’infezione batterica] dopo aver eliminato le mascherine”.

5. Nessuna protezione: “C’erano 17 studi idonei…. Nessuno degli studi ha stabilito una relazione conclusiva tra l’uso della mascherina ⁄ dispositivo di respirazione e la protezione contro l’infezione da influenza”, conclude una revisione della ricerca nella rivista Influenza and Other Respiratory Viruses.

6. Non provato: Il ministro olandese della sanità pubblica, Tamara van Ark, ha dichiarato dopo una verifica dell’Istituto Nazionale della Salute il 29 luglio 2020 (secondo la Reuters), che “da un punto di vista medico, non è dimostrata l’efficacia delle mascherine”.

Cinque ragioni per le quali il mascheramento forzato è immorale

1. Irresponsabile: “Emanando raccomandazioni e linee guida sull’uso delle maschere per il grande pubblico o condonando esplicitamente la pratica, i governi hanno sia ignorato l’evidenza scientifica che agito contro il principio di precauzione”, scrive Denis Rancourt, PhD nel suo documento del 2020 ” Le mascherine non funzionano.”

2. Manipolatori: il dottor Andreas Voss, membro del team di esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e capo della microbiologia di un ospedale olandese di Nijmegen, ha detto il 24 luglio 2020 a I Am Expat, che l’obbligo della mascherina “non è stato introdotto a causa di prove scientifiche, ma a causa della pressione politica e della pubblica opinione”.

3. Terrorizzazione: “In effetti, non c’è alcuno studio che suggerisca che abbia senso per gli individui sani indossare mascherine in pubblico”, scrivono i dottori Karina Reiss, Phd e Sucharit Bakdi, MD in “Corona, falso allarme?” Si potrebbe sospettare che l’unica ragione politica per far rispettare la misura sia quella di alimentare la paura nella popolazione”.

4. Totalitarismo: “Se si guarda alla storia dei regimi totalitari… fanno tutti la stessa cosa, cioè cercano di annientare la cultura, e sopprimere qualsiasi testimonianza di auto-espressione…” spiega Robert F. Kennedy, Jr. in un’intervista sulle mascherine facciali. “E qual è il miglior veicolo per l’auto-espressione? Sono le vostre espressioni facciali…. [Eppure] tutti noi siamo stati obbligati a mettere il burqa e ad essere obbedienti”.

5. Mostrare virtu’: “Le mascherine sono completamente inutili”, ha testimoniato il dottor Roger Hodkinson, un patologo, certificato dal Royal College of Physicians and Surgeons of Canada, in una riunione del consiglio comunale. “…le mascherine sono semplicemente una dimostrazione di virtù… È assolutamente ridicolo vedere queste persone disgraziate e ignoranti – non lo dico in senso dispregiativo – che vanno in giro come dei lemming, obbedendo senza alcuna base di conoscenza, mettendosi la mascherina in faccia”.

Traduzione a cura di Nogeoingegneria 

Potete scaricare, stampare e distribuire un volantino di due pagine questo articolo.

John C. A. Manley ha trascorso oltre un decennio a fare il ghostwriter per medici, naturopati e chiropratici. Da marzo 2020, ha scritto articoli che mettono in discussione ed espongono le contraddizioni nella narrazione e nelle misure di controllo del COVID-19. Sta anche completando un romanzo, Much Ado About Corona: A Dystopian Love Story. Potete visitare il suo sito web all’indirizzo MuchAdoAboutCorona.ca.

FONTE https://www.globalresearch.ca/twenty-reasons-mandatory-face-masks-are-unsafe-ineffective-and-immoral/5735171

https://www.nogeoingegneria.com/effetti/salute/venti-ragioni-per-cui-le-maschere-facciali-obbligatorie-sono-malsane-inefficaci-e-immorali/

fonte: ALTRA INFORMAZIONE

18/05/21

metalli pesanti e microfibre nelle mascherine: danni per salute e ambiente


Proponiamo ai nostri lettori questo articolo per mostrare le continue incongruenze e contraddizioni a cui si presta il mainstream.

Nonostante non esistano studi che possano garantire l’efficacia delle mascherine nella prevenzione del contagio, in questo articolo, dove vengono riportate informazioni allarmanti riguardo l’effetto negativo che le mascherine posso avere sulla nostra salute e, più in generale, sulla salute del nostro pianeta, a causa della presenza di metalli pesanti e microplastiche che, da oltre un anno, a tonnellate vanno a finire nei nostri mari e oceani, in questo articolo appunto le mascherine vengono comunque descritte come utili, addirittura “essenziali per porre fine alla pandemia”.

Siamo di fronte ancora una volta alla più palese dimostrazione di cosa resta al giorno d’oggi dell’informazione italiana. Chiunque non abbia ancora compreso l’impatto negativo che queste mascherine avranno nel medio/lungo termine o è colluso o è ignorante. Ciò che resta di questo articolo è la spaventosa dimostrazione della presenza di metalli pesanti ed inquinanti tossici nelle mascherine, un fatto di cui tutti devono essere messi a conoscenza.

Al termine dell’articolo vi alleghiamo lo studio italiano in peer review sulla degradazione delle mascherine chirurgiche nell’ambiente. Buona lettura!

* * *

ilsalvagente.it

di Ettore Cera

La presenza di metalli pesanti e il rilascio di microfibre dalle mascherine minacciano la salute dei cittadini e quella dell’ambiente. L’allarme arriva da due distinte ricerche condotte rispettivamente dall’Università di Swansea, nel Galles, e dall‘Università di Milano-Bicocca.

Partiamo dai metalli pesanti rilasciati dai dispositivi di protezione, che a contatto con l’acqua, diventerebbero un veicolo pericoloso di inquinamento e rappresenterebbero una seria minaccia per la salute umana. I ricercatori britannici hanno scoperto che le mascherine, fondamentali per proteggerci dal Covid, rilasciano nell’ambiente piombo, antimonio, cadmio e rame.

Inquinanti tossici

I test effettuati dall’università gallese, come riporta il quotidiano La Repubblica, hanno rilevato la presenza di “livelli significativi di inquinanti in tutte le mascherine testate”, con la presenza di “micro e nano particelle e metalli pesanti rilasciati nell’acqua durante tutti i test”. Questi hanno “un impatto ambientale sostanziale” con danni per la salute pubblica, e anche a basse dosi possono rivelarsi tossici. “L’esposizione ripetuta potrebbe essere pericolosa poichè le sostanze trovate hanno legami noti con la morte cellulare, la genotossicità e la formazione del cancro“, viene spiegato nella ricerca. Inoltre questi inquinanti tossici hanno proprietà bioaccumulative minacciando la catena alimentare e quindi l’uomo.

Il professor Sarper Sarp, capo del progetto, ha dichiarato che “tutti noi dobbiamo continuare a indossare le mascherine perché sono essenziali per porre fine alla pandemia. Ma abbiamo anche urgente bisogno di più ricerca e regolamentazione sulla loro produzione, in modo da ridurre i rischi per l’ambiente e la salute umana”.

Una chirurgica rilascia in mare fino a 173mila microfibre al giorno

L’altra allerta arriva da uno studio dell’Università di Milano-Bicocca: una mascherina chirurgica nell’ambiente marino rilascia fino a 173mila microfibre al giorno. La ricerca evidenzia i rischi ambientali dovuti allo smaltimento non corretto dei dispositivi di protezione anti-Covid.

Il risultato della ricerca condotta da un team di chimici del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della terra dell’ateneo milanese dal titolo “The release process of microfibers: from surgical face masks into the marine environment” con autori Francesco Saliu, Maurizio Veronelli, Clarissa Raguso, Davide Barana, Paolo Galli, Marina Lasagni, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Environmental Advances.

Lo studio ha approfondito il meccanismo di degradazione foto-ossidativa delle fibre di polipropilene presenti nei tre strati delle mascherine chirurgiche e ha fornito un primo dato quantitativo relativo alla cessione di microplastiche. Per le mascherine, infatti, così come succede per molti altri oggetti di uso quotidiano, il dato relativo alla stabilità oltre il limite di utilizzo non era disponibile in letteratura.

Il lavoro sperimentale è stato condotto sottoponendo mascherine usa e getta disponibili commercialmente ad esperimenti di invecchiamento artificiale, designati per simulare ciò che avviene nell’ambiente, quando una mascherina abbandonata inizia a degradarsi a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici e, in particolare, alla radiazione solare. Un processo che può durare diverse settimane prima che il materiale giunga al mare, dove è poi sottoposto a stress meccanici prolungati indotti dal moto ondoso. È qui che avviene il maggior rilascio di microfibre. Le misure condotte con tecniche di microscopia elettronica e microspettroscopia infrarossa hanno evidenziato come una singola mascherina chirurgica esposta alla luce UV-A per 180 ore sia in grado di rilasciare centinaia di migliaia di particelle del diametro di poche decine di micron.

Gli effetti di queste microfibre sugli organismi marini sono ancora da determinare. A questo proposito è in corso una collaborazione con i ricercatori del MaRHE center, il centro di ricerca e alta formazione dell’Ateneo alle Maldive. Come già acclarato per altre tipologie di microplastiche, quali ad esempio quelle prodotte dalla degradazione dei materiali utilizzati per il confezionamento di alimenti o generate durante il lavaggio di tessuti sintetici in lavatrice, sono possibili sia danni da ostruzione in seguito ad ingestione, sia effetti tossicologici dovuti alla veicolazione di contaminanti chimici e biologici. Preoccupa inoltre la presenza di frazioni sub-micrometriche, potenzialmente capaci di attraversare le barriere biologiche.

“Speriamo che questo nostro lavoro possa sensibilizzare verso un corretto conferimento delle mascherine a fine utilizzo e promuovere l’implementazione di tecnologie più sostenibili”, hanno commentato Francesco Saliu e Marina Lasagni, rispettivamente ricercatore e docente del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della terra di Milano-Bicocca.

Fonte: https://ilsalvagente.it/2021/05/10/metalli-pesanti-e-microfibre-nelle-mascherine-danni-per-la-salute-e-lambiente/

Pubblicato il 10.05.2021

fonte: COME DON CHISCIOTTE

Lo studio

Mascherine impatto ambientale

 

 

19/09/20

tamponi e test sierologici - tra falsi positivi e usi strumentali

 

Corrado Penna

I tamponi per “il nuovo coronavirus” (Cov-Sars-2) si basano su una tecnica della Reazione a Catena della polimerase (o più semplicemente PCR, dall’acronimo inglese), scoperta da Kary Mullis (insignito per questo del premio Nobel per la chimica nel 1993). Per la precisione si utilizza una tecnica leggermente modificata detta Reazione a Catena della Polimerase in Tempo Reale (RT-PCR).

L’articolo Research Techniques Made Simple: Polymerase Chain Reaction (PCR)(1) spiega chiaramente che: “la PCR è una tecnica molto sensibile che permette una rapida rilevazione e identificazione di sequenze genetiche utilizzando tecniche visuali basate sulla dimensione e sulla carica. Versioni modificate della PCR hanno permesso misure quantitative dell’espressione genetica con tecniche dette PCR in tempo reale.”

È chiaro quindi che questa tecnica non identifica virus necessariamente interi e attivi, ma frammenti di materiale virale, che vengono moltiplicati, come leggiamo sull’articolo Basic principles of quantitative PCR (2) , in modo da potere essere identificati.

Un’ennesima conferma dei limiti della PCR (applicata alla ricerca questa volta dei batteri), la troviamo leggendo l’articolo Advances and Challenges in Viability Detection of Foodborne Pathogens (3) laddove si precisa che il test della PCR ha un aspetto negativo, ovvero quello di “essere incapace di differenziare il DNA delle cellule morte e di quelle vitali”.

Forse a questo punto si capisce perché lo stesso scopritore di questa, per altro utilissima reazione biochimica, metteva in guardia dall’utilizzo diagnostico del test, e perché diversi studi mostrano la presenza di quantità non indifferenti di falsi positivi; è da notare che anche un 2% di falsi positivi non è da poco, specie se si fanno decine di migliaia di test al giorno.

Va premesso che uno dei fattori che possono causare facilmente un “falso positivo” nel contesto di un laboratorio che esegue diverse analisi in sequenza (mirate alla ricerca del medesimo agente infettivo) sono quelli indicati come “Amplification carryover contamination” ovvero dovuti ad amplificazione di contaminazioni dovute all’esame precedente (4) problemi di cui si discute ancora oggi, come possiamo leggere anche in un articolo recentissimo che tratta della prevenzione di tali errori (5).

Ciò vuol dire che anche il più accurato dei kit per l’identificazione di un frammento virale specifico e unicamente appartenente a un certo agente infettivo, può fallire per via di una contaminazione accidentale e/o di un imperfetto protocollo laboratoriale, anche se va detto che la RT-PCR dovrebbe avere molti meno problemi di contaminazione rispetto alla PCR standard (come possiamo leggere su vari articoli scientifici (6) ).

Veniamo quindi a un articolo Review of external quality assessments revealed false positive rates of 0-16.7%, with an interquartile range of 0.8-4.0%. Such rates would have large impacts on test data when prevalence is low (7) che si può leggere in in pre-pubblicazione (8), ma che è corredato di tutte le fonti del caso, e che mostra la presenza di diversi studi sulla precisione di questi test. A scanso di equivoci preciso che si tratta proprio di quei test; all’inizio dell’articolo si legge infatti: “L’uso di test su larga scala per il SARS-CoV-2 realizzati per mezzo della RT-PCR è un elemento chiave della risposta al COVID-19, ma poca attenzione è stata posta alla potenziale frequenza e all’impatto dei falsi positivi”.

Gli autori proseguono citando diversi studi con diverse precisioni che arrivano in taluni casi al 16,7% di falsi positivi; la maggior parte degli studi mostrano livelli di falsi positivi compresi tra 0,8% e 4%.

Un altro articolo in pre-pubblicazione, Diagnosing COVID-19 infection: the danger of over-reliance on positive test results (9) (ovvero Diagnosi dell’infezione da COVID-19: il pericolo della troppa confidenza nei risultati positivi del test) ci informa che “i dati sui test a base di PCR per virus simili mostrano che i test a base di PCR abbastanza falsi positivi da rendere i risultati positivi altamente inaffidabili su una larga scala di scenari realistici” e che, fino a quando non si troverà un modo di minimizzare questa problematica “i risultati positivi nelle persone asintomatiche che non siano stati confermati da un secondo test dovrebbero essere considerati sospetti”.

L’articolo Real-time RT-PCR in COVID-19 detection: issues affecting the results (10) ci informa che sono stati sviluppati diversi tipi di kit per i test RT-PCR per il virus SARS-CoV-2, ma con differente qualità, e che ovviamente ci possono essere errori dovuti a imprecisione dei tecnici di laboratorio. Dopo avere affermato la possibilità di falsi positivi e falsi negativi gli autori si concentrano soprattutto su questi ultimi riferendo di molti casi sospetti, con la presentazione clinica del covid-19 risultati però negativi al test scrivendo infine che “un risultato negativo non esclude la possibilità di infezione da COVID-19 e non dovrebbe essere utilizzato come l’unico criterio” per decidere come trattare il paziente.

Del resto anche con altri agenti infettivi si sono incontrate simili problematiche nel passato come leggiamo in articoli. Un controllo su test effettuati con la tecnica PCR un agente infettivo del pino (11) hanno mostrato a seconda dei vari studi (e forse dei diversi kit) falsi positivi tra il 3 e il 17,3%, test sulla clamidia (12) hanno ottenuto, un controllo su test con la PCR per la clamidia invece ha mostrato la presenza dell’11% di falsi positivi.

Adesso credo sia più facile comprendere quanto leggiamo su siti ufficiali australiani (13):

Può verificarsi una reinfezione? Ci sono state segnalazioni di apparente re-infezione in un piccolo numero di casi. Tuttavia, la maggior parte di queste segnalazioni descrive i pazienti risultati positivi entro 7-14 giorni dall'apparente guarigione. Studi immunologici indicano che i pazienti che si stanno riprendendo dal COVID-19 sviluppano una forte risposta anticorpale. È probabile che i test positivi subito dopo il recupero rappresentino l'escrezione persistente di RNA virale del nuovo coronavirus (COVID-19), e va notato che i test PCR non sono in grado di distinguere tra virus "vivo" e RNA non infettivo. Le linee guida australiane attualmente richiedono che i pazienti che hanno avuto il COVID-19 risultino negativi a due test realizzati a distanza di 24 ore prima di essere tolti dall'isolamento 14 .

E adesso veniamo ai 20.000 tamponi in più eseguito il 19 agosto (15) che mostrerebbero “una ripresa dei contagi”. Visto che l’un per cento di 20.000 è 200, visto che talora i falsi positivi sono anche più dell’un per cento, essenzialmente abbiamo un numero di “aumenti dei contagi” del tutto sovrapponibile ai falsi positivi che i test possono generare (16).

Ancora due parole sui test sierologici, le analisi del sangue per verificare la presenza di anticorpi. Sul sito istituzionale sanitario dell’azienza ATS di Milano leggiamo sul documento “Vademecum Coronavirus Strutture Sociosanitarie - Raccolta organizzata di stralci di disposizioni normative nazionali e regionali, note circolari e indicazioni di ATS” (17): “il risultato qualitativo ottenuto su un singolo campione di siero non è sufficientemente attendibile per una valutazione diagnostica, in quanto la rilevazione della presenza degli anticorpi mediante l’utilizzo di tali test non è, comunque, indicativo di un'infezione acuta in atto e, quindi, della presenza di virus nel paziente e del rischio associato a una sua diffusione nella comunità. Inoltre, per ragioni di possibile cross-reattività con differenti patogeni affini, quali altri coronavirus umani, il rilevamento degli anticorpi potrebbe non essere specifico della infezione da SARS-CoV-2. Infine, l’assenza di rilevamento di anticorpi (non ancora presenti nel sangue di un individuo per il ritardo che fisiologicamente connota una risposta umorale rispetto al momento dell’infezione virale) non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e il relativo rischio di contagiosità dell’individuo. (…) Un test anticorpale negativo può avere vari significati: una persona non è stata infettata da SARACoV-2, oppure è stata infettata molto recentemente (meno di 8-10 giorni prima) e non ha ancora sviluppato la risposta anticorpale al virus, oppure è stata infettata ma il titolo di anticorpi che ha sviluppato è, al momento dell’esecuzione del test, al di sotto del livello di rilevazione del test”.

Tutto questo significa in parole povere che se fai un esame del sangue per la rilevazione degli anticorpi al Sars-Cov-2 (il virus che causa la malattia denominata Covid-19) potresti:

- Risultare positivo perché contagiato in un passato non troppo recente quel coronavirus o anche un altro;

- Risultare negativo ma avere ugualmente in corso un’infezione asintomatica o un’infezione ai primissimi stadi;

- Risultare negativo al momento, ma ovviamente ci si può contagiare/ammalare anche il giorno dopo.

Quindi il risultato “positivo” significa tutto e niente, il risultato negativo significa tutto e niente; o meglio, chi risulta positivo farà ancora un tampone. Questo vuol dire che ci potrebbero essere molti falsi positivi al sierologico di persone che poi faranno un tampone di conferma (o smentita) con le incertezze che anche questo tampone significa (18).

Qualcuno forse si chiederà: ma se risulto positivo al virus, cioè ho gli anticorpi, non vuol dire che sono guarito? Che senso ha fare un tampone che potrebbe risultare positivo proprio per questi detriti virali ancora in circolazione dopo il contagio? Che senso ha fare un tampone a una persona che non ha avuto sintomi recenti e mostra un alto livello di anticorpi? Se è stata contagiata e non ha mostrato sintomi, visto che gli anticorpi si producono circa una settimana, visto che il periodo di incubazione è tra 2 e 12 giorni (19), la probabilità che questa persona non sia ancora guarita e possa nei giorni successivi diffondere il contagio c’è, sicuramente, ma è bassa, anche perché il patogeno è in circolazione da circa 8 mesi (alla data della stesura di queste righe). Il verificarsi di una particolare coincidenza (fare il test proprio 8 giorni dopo l’infezione, avere una incubazione piuttosto lenta e per giunta fare il test sierologico proprio nei giorni dell’incubazione); la probabilità è facilmente stimabile intorno al 3% (finestra di circa 8 giorni su un periodo di circa 240 giorni porta già a un 3,3%, ma poi considerando la coincidenza dell’incubazione lenta la probabilità è ancora minore).

Ho l’impressione quindi che con un test sierologico a tappeto si otterrà ben poco in termini di “diagnostica precoce dei contagi”, mentre è quasi sicuro che verranno individuati dei “falsi positivi”, che verranno sbandierati per “contagiati”, utilizzati per creare allarmismo, e rendere difficile la vita a tante persone assillate e asfissiate da norme restrittive di dubbia validità.

In Giappone infatti, paese molto più popoloso e soprattutto più densamente popolato, non sono mai state in vigore le ferree restrizioni che abbiamo visto in Italia e il numero delle morti, ad ora è attestato intorno alle 1.000 unità.

Note

1 Pubblicato su Journal of Investigative Dermatology 2013 Mar; 133(3): e6., autori Lilit Garibyan, Nidhi Avashia; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4102308/.

2 Pubblicato su Molecular Biotechnology. 2000 Jun;15(2):115-22, autore L Raeymaekers; https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10949824/.

3 Pubblicato su Frontiers in Microbiology. 2016; 7: 1833, autori Dexin Zeng, Zi Chen, et al.; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5118415/.

4 Leggiamo sul sito di un laboratorio ( https://arcticzymes.com/applications/pcr-carry-over-prevention/) che “L'elevata sensibilità delle PCR, e in particolare delle PCR quantitative, rende il metodo soggetto a contaminazione, fornendo risultati falsi o imprecisi. I contaminanti trasferiti da precedenti PCR sono considerati una delle principali fonti di risultati falsi positivi. I contaminanti possono essere trasferiti da precedenti reazioni di amplificazione a causa di aerosolizzazione, oppure a causa di contaminazione per mezzo di pipette, superfici, guanti e reagenti.”

5 Preventing PCR amplification carryover contamination in a clinical laboratory, Pubblicato su Annals of Clinical Laboratory Science. Autumn 2004;34(4):389-96, autore Jaber Aslanzadeh; https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15648778/.

6 Vedi per esempio Real-time PCR detection chemistry Pubblicato su Clinical Chimica Acta. 2015 Jan 15;439:231-50, autori E Navarro, G Serrano-Heras, M J Castaño, J Solera; https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25451956/.

7 Autori Andrew N. Cohen, Bruce Kessel; https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.26.20080911v1.full.pdf.

8 L’articolo non è quindi ancora stato sottoposto a revisione paritaria, la cui pre-pubblicazione che avviene però su un sito ( https://www.medrxiv.org/) di tutto rispetto nella cui home page vediamo il logo del prestigioso British Medical Journal (una delle riviste mediche più autorevoli al mondo) e dell’Università di Yale.

9 Autori Andrew N Cohen, Bruce Kessel, Michael G Milgroom; https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.26.20080911v3

10 Pubblicato su Expert Review of Molecular Diagnosis. 2020 : 1–2.autori Alireza Tahamtana Abdollah Ardebilib; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7189409/.

11 Transferability of PCR-based diagnostic protocols: An international collaborative case study assessing protocols targeting the quarantine pine pathogen Fusarium circinatum, pubblicato su Scientific Reports (2019), volume 9, Article number: 8195 autori Renaud Ioos, Francesco Aloi,et al.; https://www.nature.com/articles/s41598-019-44672-8.

12 The superiority of polymerase chain reaction over an amplified enzyme immunoassay for the detection of genital chlamydial infections, pubblicato su Sexual Transmitted Infections. 2006 Feb; 82(1): 37–40, autori H Jalal, H Stephen, A Al‐Suwaine, C Sonnex, and C Carne; https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2563809/.

13 http://anmf.org.au/news/entry/covid-19-frequently-asked-questions a sua volta preso dal sito

https://www.health.gov.au/sites/default/files/documents/2020/03/coronavirus-covid-19-infor1mation-for-clinicians.pdf?fbclid=IwAR0sTlOk3KO32Bb8n6T97MSEi6omt0ZimWyb-rl0TJB2Pgqus6eB5jfsH5U (link non più attivo).

14 In lingua originale: “Can reinfection occur? There have been reports of apparent re-infection in a small number of cases. (…) It is likely that positive tests soon after recovery represent persisting excretion of viral, Novel coronavirus (COVID-19) 2 RNA, and it should be noted that PCR tests cannot distinguish between “live” virus and non-infective RNA .

15 Vedi per esempio l’articolo Coronavirus, il bollettino di oggi 19 agosto: 642 nuovi positivi, 7 morti e 364 guariti pubblicato su Repubblica il 19 agosto 2020 a cura di Elena Stabile; https://www.repubblica.it/cronaca/2020/08/19/news/coronavirus_il_bollettino_di_oggi_19_agosto_-264978553/.

16 La situazione è un po’ più complessa; da una parte il teorema di Bayes mostra che ci potrebbero essere anche più falsi positivi, dall’altra se davvero ci si limitasse ai contatti più prossimi ce ne potrebbero essere di meno, visto che il campione scelto non è casuale. Tutto sommato una stima dell’1% di falsi positivi, potrebbe essere realistica o anche una sottostima.

17 https://www.ats-milano.it/Portale/Portals/0/AtsMilano_Documenti/Vademecum%20COVID19_UdO_sociosan_260620_3daea6d3-daf1-4869-9dc6-6d5cfc908ab3.pdf

18 Questo è quello che viene ufficialmente previsto da disposizioni ministeriali, vedi per esempio qui: https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2020/08/circolare-ministero-salute.pdf.

19 https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4247-coronavirus-2019-ncov-cina-cosa-e-trasmissione-incubazione-sintomi-assistenza-clinica-prevenzione.html#incubazione.

fonte: DISINFORMAZIONE

15/12/18

la fabbrica dei malati


ECCO COME L'INDUSTRIA FARMACEUTICA CREA NUOVI CLIENTI

Nell’ultimo libro “La fabbrica dei malati” mi sono occupato della più importante strategia di marketing (“Disease mongering”) messa in atto dall’industria del farmaco. Una strategia diabolica in grado di trasformare milioni di persone sane in malati. Com’è possibile tutto ciò? Attraverso un sistema geniale che va dall’abbassamento dei cosiddetti valori di “normalità”, alla diagnosi precoce per giungere creazione vera e propria di nuove malattie. Per non parlare del grossissimo problema della sovradiagnosi e degli incidentalomi.

I markers tumorali, se usati non correttamente, rientrano in tutto ciò...

Cosa sono i markers

La presenza di un tumore può essere rivelata attraverso il dosaggio di particolari sostanze dette appunto marcatori presenti nel sangue. Per lo più si tratta di proteine, ma possono essere anche ormoni o enzimi.
Il dogma della medicina vuole che queste proteine vengano prodotte in quantità superiore alla norma dalle cellule tumorali per cui il loro dosaggio nel sangue serve proprio per cercare e individuare il tumore osservandone le evoluzioni. 
Non tutti sanno però che tali markers vengono prodotti anche da cellule in condizioni totalmente diverse dai tumori e perfino in salute…
Vediamo quali sono i marcatori più utilizzati.

PSA, Antigene Prostatico Specifico: per il tumore alla prostata, livelli normali < 4 ng/dL. 
Aumenta in caso di neoplasia prostatica, ma anche nella ipertrofia prostatica benigna, prostatite, esplorazione rettale, cistoscopia, agobiopsia prostatica e resezione prostatica trans-uretrale.

CA 125: per il tumore all’ovaio, livelli normali < 35 U/ml. 
Aumenta in caso di cancro ovarico, polmonare, linfomi non-Hodgkin (40% dei casi) e affezioni benigne quali endometriosi, cisti ovariche, mastopatia fibrocistica, cirrosi epatica, pancreatite acuta e addirittura in gravidanza. Valori falsamente positivi si possono trovare anche in presenza di versamento pleurico.

CA 15-3: per il tumore alla mammella, livelli normali < 25 U/ml. 
Aumenta in caso di carcinoma mammario, cancro ovarico, colorettale, polmonare, patologie benigne del seno, malattie epatobiliari e malattie autoimmunitarie. Valori falsamente positivi possono essere causati da patologie reumatiche.

CA 19-9: per i tumori del colon-retto oppure del pancreas, livelli normali < 37 U/ml. 
Aumenta in caso di cancro pancreatico, gastrico, colorettale, melanoma e patologie benigne (malattie epatobiliari e polmonari). Circa l’1% dei soggetti normali ha un CA 19-9 costituzionalmente elevato, per motivi genetici.

CEA, Antigene Carcino Embrionale: per i tumori del tratto gastro-intestinale e polmonari, livelli normali < 5 ng/ml. 
Aumenta in caso di cancro colorettale, mammella, polmone, stomaco, pancreas, fegato, malattie infiammatorie intestinali, epatobiliari e lesioni polmonari benigne. Anche il fumo di sigaretta può farlo aumentare!

TPA (Antigene Polipeptidico Tessutale), TPS e Cyfra 21.1: sono citocheratine utilizzate come marcatori tumorali, la loro concentrazione è proporzionale alla massa del tumore e alla sua aggressività.

PAP, Fosfatasi acida prostatica: per i tumori alla prostata, livelli normali < 3,7 μg/l.
E’ una glicoproteina secreta dalle ghiandole prostatiche, presente nel liquido seminale. Aumenta in caso di carcinoma prostatico in fase metastatica (85% dei casi) ma anche negli adenomi benigni della prostata, prostatite, ritenzione urinaria e raramente carcinoma vescicale invasivo con infiltrazione prostatica. Anche la manipolazione della prostata attraverso massaggi, biopsie o esami rettali può incrementarne i livelli.

AFP, Alfa-FetoProteina: per i tumori al fegato, del testicolo e dell’ovaio, livelli normali < 25 mcg/L. 
Aumenta in caso di carcinoma epatocellulare (80% dei casi), cancro testicolare di tipo non-seminoma (60% dei casi), tumori ovarici, dello stomaco e del colon. I suoi valori sono elevati anche in gravidanza, sofferenza fetale, difetti di chiusura del tubo neurale, cirrosi epatica, epatite virale e morbo di Crohn.

HCG, Gonadotropina Corionica: è un ormone correlato all’inizio della gravidanza e viene dosato per i tumori germinali del testicolo e dell’ovaio.

TG, Tireoglobulina: marcatore per il tumore alla tiroide, livelli normali < 10 ng/ml. 
Aumenta in caso di cancro tiroideo e patologie benigne della tiroide (tiroidite, gozzo, morbo di Basedow).

CT, Calcitonina: per il tumore midollare alla tiroide, livelli normali < 0.1 ng/ml. 
E’ un ormone polipeptidico prodotto dalle cellule C della tiroide. Aumenta in caso di carcinoma midollare della tiroide e raramente anche con altri tipi di tumore.

NSE: per il microcitoma polmonare e neuroblastoma, livelli normali < 12 mcg/l. 
Aumenta in caso di neoplasie di origine neuroendocrina, microcitoma polmonare e neuroblastoma.

A caccia del marker specifico

La ricerca medica da sempre è a caccia del marcatore tumorale specifico al 100%. 
Il valore che garantisca la diagnosi tumorale certa rappresenta il sogno per molti ricercatori e medici. Sogno però diventato un incubo perché i marker non sono né sensibili, né specifici!
Nessuno dei marcatori tumorali che oggi la medicina conosce e utilizza è una prerogativa specifica del tumore in quanto sono tutte sostanze presenti anche in altre condizioni, perfino nell’assoluta normalità.
Quindi il marcatore tumorale qualitativo, cioè presente solo nel tumore NON esiste!

Storia dei markers tumorali

La storia dei marcatori inizia nel 1965 quando due ricercatori americani scoprirono nelle cellule di alcuni tumori del colon una sostanza CEA che si dimostrava correlata con la malattia.
Questo antigene era presente nel tessuto tumorale e anche nel sangue dei malati con il tumore al colon. Sembrava la scoperta del secolo: una proteina poteva indicare la presenza o meno di un tumore. Successivamente si scoprì che questo antigene veniva prodotto in piccole quantità anche da tessuti sani e si riscontrava in presenza di altre e completamente diverse neoplasie (mammella, polmone, apparato urinario, pancreas e stomaco). 
Crollato il mito della specificità del CEA, la batosta più grossa arrivò quando i ricercatori scoprirono che l’antigene è prodotto in alte dosi anche in malattie non tumorali come le infiammazioni acute e croniche del fegato.

Sensibilità e specificità dei markers

Per valutare correttamente l’adeguatezza di un marcatore tumorale è necessario conoscerne la sensibilità e specificità. 
Per sensibilità s’intende la capacità di rilevare la presenza di tumore. Per esempio se un marker ha una sensibilità del 70% significa che è capace di rilevare la presenza del tumore nel 70% dei pazienti affetti, ma questo significa che 30 pazienti su 100 avranno valori normali del marker in presenza di un tumore (“falsi negativi”). 
La specificità è invece la capacità del marker di essere elevato solo in caso di neoplasia e assente in altre malattie. Se un marker ha una specificità del 70% sarà positivo nel 70% dei casi per una specifica neoplasia, ma questo significa che 30 pazienti su 100 avranno livelli elevati del marker in presenza di un diverso tipo di tumore o di una patologia benigna (“falsi positivi”). 
La conseguenza è che i markers tumorali non hanno mai una sensibilità e una specificità del 100%. 
Questi sono alcuni dei motivi per cui i markers tumorali non vanno usati per la diagnostica oncologica ma per verificare l’andamento della terapia nel follow-up: l’abbassarsi o l’elevarsi dei livelli riflette l’andamento clinico della neoplasia.

Andamento clinico della neoplasia

La medicina allopatica ha una visione estremamente riduttiva della Vita e della malattia perché considera quasi esclusivamente “la progressione del tumore”. Non importa minimamente tutta la storia della persona, la complessità del suo mondo psichico, energetico, relazionale, ambientale (compresa naturalmente l’alimentazione) e anche la sua realtà spirituale. 
Quello che conta è un numero che sale e scende. 
Questa visione limitante e deviante si chiama “riduzionismo scientifico”.
L’essere umano con tutta la sua complessità è stato ridotto ad un ammasso di cellule, ormoni: a un numero, il marcatore…

Falsi positivi e negativi

Ogni esame diagnostico in quanto tale ha sempre una percentuale di falsi positivi e falsi negativi. 
La definizione della soglia di normalità del marcatore tumorale non esclude la possibilità di commettere gravissimi errori di classificazione e diagnosi.
Valore negativo di un marcatore tumorale (per la medicina assenza di malattia) non esclude infatti la presenza di un tumore, ma può essere dovuto per esempio a un tumore piccolo o a un tumore molto grosso poco vascolarizzato o alla prevalenza nel tumore di cellule che non rilasciano il marcatore. Questi sono i falsi negativi: il tumore c’è ma l’esame non lo vede.
Valori positivi di un marcatore tumorale (per la medicina presenza di malattia) può essere dovuto a cause diverse dai tumori come: patologie benigne acute o croniche di tipo infiammatorio, stili di vita errati come fumo o alcool, sport estremi, manovre diagnostiche, interventi chirurgici, ecc.
Questi sono i falsi positivi: il marcatore è alto ma il problema non è un tumore e spesso non c’è nessuna patologia!
I falsi positivi e negativi vanno tenuti in seria considerazione quando si eseguono esami diagnostici.

Esempio di marker contraddittorio

Due semplici esempi potranno spiegare come un marcatore oncologico se interpretato in maniera non corretta può trasformarsi in uno strumento molto pericoloso.
Nel sito www.cancerquest.org della Emory University è stato pubblicato un intero capitolo sul marcatore CA 125.
Come detto si tratta di una glicoproteina prodotta dall’utero, dalla cervice uterina, dalle tube di Falloppio e dalle cellule che rivestono gli organi delle vie respiratorie e dell’addome.
Quando uno di questi tessuti è danneggiato o semplicemente infiammato si possono trovare quantità di questa proteina nel sangue.
A livello internazionale quando i livelli del marker superano 35 U/mL si è in presenza di tumore.
Il problema sta proprio nell’interpretare correttamente il CA 125 perché un alto valore NON è sempre correlato al cancro. Livelli alti si possono avere in gravidanza, durante il ciclo mestruale, con una patologia epatica oppure una endometriosi.
Non a caso la maggior parte delle donne che presentano valori alti di CA 125 non sono assolutamente affette da patologie tumorali. 
Infine va tenuto conto che meno della metà dei casi di cancro ovarico in stadio precoce inducono un diretto aumento del livello di CA 125 nel sangue. Questo significa che nel 50% delle donne con cancro ovarico il livello del marcatore non cresce e quindi non è riscontrabile (falso negativo).
L’utilità di un’analisi che confonde molto facilmente un tumore allo stato precoce con altri eventi naturali è assai discutibile e pericolosa.
La conclusione dei ricercatori della Emory University è che “attualmente il test del CA 125 non è un’analisi raccomandata per uno screening a larga scala per il cancro delle ovaie”.

Marker & paura…

La paura è un meccanismo perfetto previsto dalla natura. Ogni animale selvatico e un po’ anche quelli addomesticati ne è provvisto. Questa emozione gioca un ruolo fondamentale: tenere l’essere umano sul “chi va là” per sopravvivere ai pericoli che lo circondano. 
In natura tutto è straordinariamente semplice: se si sta attenti si sopravvive, altrimenti si muore (1).
Poiché la paura ci avverte di un pericolo, se il pericolo non c’è, la paura non si manifesta. 
Queste conoscenze sono molto note al Potere che ci manipola, il quale proprio per mantenere il controllo sulla popolazione ha sviluppato numerose tecniche mediatiche per tenere sempre viva e accesa la fiamma che nutre la paura (terrorismo, attentati, guerre, pestilenze, malattie, surriscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, ecc.). Basta accendere la tivù per capacitarsene.

Vi è anche un aspetto più sottile relativo alla paura che è tipico dell’essere umano.
La paura per esistere ha bisogno della controparte, cioè il pericolo. 
Se abbiamo paura di qualcosa è possibile creare noi stessi il pericolo (la controparte) così da giustificare il timore.
Lo scopo del presente è di spiegare che i marker aumentano anche in totale assenza di tumore. Mentre a livello generale il mantra ufficiale che ci hanno inculcato per bene fin dentro l’inconscio è esattamente il contrario: i marker aumentano in presenza di tumore.
Se è vero che la paura per esistere ha bisogno della controparte pericolo, è logico dedurre che se si ha paura di vedere i marker aumentare, ciò potrebbe accadere realmente…
Tutte le filosofie del mondo sanno che il pensiero crea e interagisce con la materia stessa. La fisica quantistica, che oggi sta avendo sempre più riconoscimenti dalla comunità scientifica, lo dice dall’inizio del secolo scorso: l’osservatore è in grado di influenzare il comportamento della particella osservata!

Conclusione

La conclusione è semplice e scontata: il dosaggio dei marcatori non deve essere fatto in ambito diagnostico. Anche se questa cosa puntualmente viene eseguita. 
La totale mancanza di informazioni precise e consolidate circa il significato dell’incremento di un marcatore fa sì che in realtà essi vengano frequentemente utilizzati per decisioni cliniche in maniera soggettiva e spesse volte molto arbitraria.
I marcatori possono essere utili semmai per verificare l’efficacia delle terapie intraprese e seguire l’andamento della malattia e NON per diagnosticare una patologia!
D’altra parte vi è l’assoluto interesse economico e lobbistico da parte dell’industria chimico-farmaceutica affinché i marcatori vengano invece sempre più utilizzati nell’ambito degli screening, cioè per fare diagnosi, perché così facendo si creano sempre più malati.
La medicina non tenendo conto della complessa realtà della persona va riducendo tutto, vita compresa a un valore numerico (marcatore). 
Il resto lo fa la PAURA…

(...)

Tratto dal libro di Marcello Pamio: “La fabbrica dei malati”, rEvoluzione edizioni


http://www.disinformazione.it/marcatori_tumorali.htm

fonte: https://ilsapereepotere2.blogspot.com/

21/04/17

arsenico presente, mercurio presente, Stato assente


 © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

di Gianni Lannes

Bentornati al porto alti fondali di Manfredonia in Puglia, dove l'elenco documentato dei veleni sedimentati da anni o sbarcatiquando capita, a scapito della vita è infinito. Entro, mi trattengo a lungo, però nessuno mi ferma, ma soprattutto non vedo controlli sulla mercanzia in fase di scarico da una nave straniera. E' tutto a posto? Chi controlla i controllori? Potrei essere un terrorista e far saltare tutto per aria, invece mi limito ad esercitare il sacrosanto diritto di cronaca, come attestano le inequivocabili fotografie che ho scattato in sequenza, mentre il vento fa volare innumerevoli chicchi di grano fra i bilici, le gru e i camion. Ma i porti non sono aree sensibili?


In loco alle ore 00:30 UTC del 26 febbraio 2017 è approdato il general cargo Salvinia che ha cambiato tre volte nome in 6 anni (ex  Laneya fino all’aprile 2007, poi St. Zoya fino a maggio dell’anno 2013) battente la bandiera ombra (ossia fuorilegge, inserita in un’apposita black list internazionale) della Liberia (uno Stato fantoccio, di proprietà di una famigerata multinazionale con sede a New York. Il gigantesco porto viene per così “presidiato” in determinate ore e non per tutta la giornata, da uno, un solo finanziere in divisa all’ingresso, e poi ad un secondo varco da una guardia giurata, ma soltanto dalle ore 7 del mattino. La nave era partita il 20 febbraio 2017 (20:03 UTC) dal famigerato porto di Burgas in Bulgaria (snodo del traffico di armi, rifiuti e terroristi), con un carico di grano che sta ancora scaricando alla banchina 4, dove numerosi camion privati fanno la spola ai depositi nella provincia di Foggia. 



Per caso, l’Agenzia delle Dogane ha controllato la merce prima dello scarico? L’Istituto Superiore di Sanità ha analizzato questo frumento che proviene da aree contaminate dalla radioattività - come attesta l’IAEA - e poi diventa come per magia, pasta italiana? Chi ha noleggiato la nave. Chi ha acquistato questa partita di grano? Che tipi di esami sono stati eventualmente effettuati? Gli acquirenti più gettonati sono Tamma, De Cecco, a volte Casillo da Corato ed alcuni imprenditori privati. Ecco cosa hanno accertato le recenti analisi dell'associazione Granosalus:




Che fare? E' opportuno un riflettore della Direzione investigativa antimafia. D'altro canto il Corpo Forestale dello Stato potrebbe controllare a fondo i silos a Foggia, Cerignola e Biccari. Il commissario dell'autorità portuale locale, l'avvocato Gaetano Falcone cosa fa in concreto per garantire la legalità? In punta di diritto un territorio da bonificare viene interdetto a qualsiasi attività, in prima battuta per una messa in sicurezza e poi per l'effettivo risanamento ambientale.


 
 © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Per la cronaca documentata: tale porto industriale  è stato inserito dal ministero dell’Ambiente con apposito decreto datato 10 gennaio 2000 (Gazzetta Ufficiale del 26 febbraio 2000) nell’area SIN di ben 8,5 chilometri quadrati, prospiciente l’ex petrolchimico Enichem, fortemente inquinata, ma ancora adesso non bonificata nonostante gli ingenti fondi elargiti alla Syndial, ovvero all’Eni. Qui l’Ispra nei sedimenti marini ha rilevato anche il pericoloso mercurio (un metro e mezzo di stratificazione nella sabbia ormasi melmosa. In questa area demaniale, vale a dire di proprietà dello Stato, il privato Cariglia da anni, non solo gestisce per scopi commerciali l’intera struttura portuale, ma sfrutta anche un impianto di maricoltura, in barba al codice della navigazione, e per giunta in una zona gravemente inquinata.

  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
  
 
  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 
  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

 
  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

  © foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


riferimenti:

https://www.parismou.org/sites/default/files/2015%20White%2C%20Grey%20and%20Black%20Flags%20List.PDF

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:yh7o41VBOYsJ:www.arpa.puglia.it/c/document_library/get_file%3Fuuid%3D469093f3-ce15-4052- bb90-35dca980d90f%26groupId%3D13879+&cd=5&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=firefox-b


https://www.greenme.it/consumare/sai-cosa-compri/23121-grano-salus-pasta-italiana-micotossine

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/01/litalia-importa-grano-radioattivo.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/02/dalla-bulgaria-manfredonia.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/12/eni-e-stato-italiano-finte-bonifiche.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/02/l-italia-condannata-per-i-rifiuti.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/02/dalla-bulgaria-manfredonia.html 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/02/2017-la-battaglia-del-grano.html 

Post scriptum




LA CRESCITA ESPONENZIALE DEI TRAFFICI MARITTIMI NEGLI ULTIMI ANNI, HA POSTO IL DELICATO PROBLEMA SULLA QUALITA’ DELLE NAVI, IN PARTICOLARE SULLA LORO IDONEITA’ ALLA NAVIGAZIONE E SULLA TUTELA DELL’AMBIENTE MARINO. IL CONTROLLO DELLO STATO D’APPRODO (PORT STATE CONTROL) E’ IL POTERE DI UNO STATO DI SOTTOPORRE A VERIFICA LE NAVI STRANIERE CHE SCALANO I PROPRI PORTI PER ACCERTARNE LA CONFORMITA’ ALLE NORME INTERNAZIONALI IN MATERIA DI SICUREZZA DELLA NAVIGAZIONE, ANTINQUINAMENTO E CONDIZIONI DI VITA A BORDO. L’ORGANIZZAZIONE NAZIONALE PSC IN ITALIA E’ AFFIDATA AL CORPO DELLE CAPITANERIE DI PORTO: LA GUARDIA COSTIERA, E' L'AUTORITA’ COMPETENTE AD ATTUARE LE PROCEDURE E LE MISURE PREVISTE DAI PIU’ IMPORTANTI ACCORDI INTERNAZIONALI. CON IL TERMINE BANDIERA OMBRA SI INDICA L'INSEGNA DI UNA NAZIONE CHE VIENE ISSATA DA UNA NAVE DI PROPRIETÀ DI CITTADINI O SOCIETÀ DI UN'ALTRA NAZIONE. IN QUESTO MODO, IL PROPRIETARIO DELLA NAVE PUÒ SPESSO EVITARE IL PAGAMENTO DI TASSE E OTTENERE UNA REGISTRAZIONE PIÙ FACILE; LA NAZIONE CHE FORNISCE LA BANDIERA RICEVE SOLDI IN CAMBIO DI QUESTO SERVIZIO. LA FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI DEL TRASPORTO (ITF) MANTIENE UNA LISTA DI NAZIONI CHE USANO LE PROPRIE BANDIERE A QUESTO SCOPO.