23/02/15

il vostro futuro è una nuova Norimberga

L’escalation per destabilizzare la Russia di Putin, si è servita di due tools essenziali: le sanzioni, in un crescendo di settori e personalità politiche e dell’economia russa colpite, e successivamente dell’attacco economico e monetario mirato nei confronti del rublo (iniziato con l’operazione di abbassamento del prezzo del greggio) con lo scopo di creare malcontento e instabilità verso il governo di Putin.

Il resto è storia di queste settimane: una guerra nell’est Ucraina che sta costando oltre 50 mila morti, in gran parte civili. Una responsabilità di una gravità inaudita per l’Occidente, la Casa Bianca e i governi dell’Unione Europea.

Se c’è un’incongruenza in tutta questa vicenda, è nell’atteggiamento dei paesi europei. Infatti, la cessazione dei rapporti con la Russia ha chiuso di fatto lo sbocco per l’UE a un mercato essenziale, le sanzioni hanno fatto perdere miliardi di euro all’Europa. D’altra parte, questo clima di guerra che chiamarla fredda è un eufemismo, ha costretto la Russia a rivolgere la sua strategia economica, finanziaria ed energetica verso altre aree di mercato come la Cina, la Turchia, l’Iran e l’India. Ma quel che è peggio, il conflitto ucraino ha reso concreta la possibilità di una guerra dell’Alleanza Atlantica con la Russia, una grande potenza nucleare e militare.


Ancora una volta i media sono i protagonisti di un’opera di falsificazione, questa volta sulla pericolosa portata di questo conflitto, trattato come una guerra regionale com’era stata quella nei Balcani. Un’operazione sulla percezione stessa del reale pericolo verso le pubbliche opinioni. È evidente come siano stati gli USA il principale attore di questa spinta a una catastrofe bellica di dimensioni mondiali.

Alla crisi di egemonia gli USA rispondono portando due guerre. Infatti all’Ucraina si affianca l’Isis, il califfato nero in piena espansione dal Medio Oriente del triangolo Irak, Siria e Turchia al Nord Africa: una creatura dei servizi di intelligence della Casa Bianca dei paesi NATO e delle petromonarchie. Due guerre: una nel continente suo alleato, il polo imperialista che poteva dare problemi sui mercati e con la moneta. L’altra guerra, si sta meglio delineando in questi giorni in Libia, con la creazione del califfato dell’Isis a Sirte. Entrambi riguardano i flussi energetici, gas e petrolio verso il vecchio continente. Curioso vero? Ancora più curioso se apprendiamo che il 75% delle infrastrutture del gas in Ucraina è stato acquistato da company statunitensi. Il che significa avere in mano i rubinetti del gas.

Ma perché questo atteggiamento subordinato dei partner europei?
Perché in questa farsa di democrazia occidentale, i governi dei paesi europei sono dei servi organici a Washington. Ogni tanto ringhiano pretendendo a sé un po’ di protagonismo come la Francia. Ma nel complesso accettano tutto, anche il TTIP, il trattato di libero scambio tra UE e USA che legherà l’UE mani e piedi alle multinazionali statunitensi. Sono un “dio minore” di oligarchi, di élite capitaliste capaci dei peggiori massacri sociali contro le proprie classi lavoratrici e popolari, ma incapaci di costruire una reale autonomia economica e politica nei riguardi delle élite egemoni statunitensi. Questa subordinazione ha trovato la sua massima espressione nella questione ucraina, nell’accettare l’eventualità di un conflitto su vasta scala nel proprio continente.

La chiave di lettura più importante per comprendere perché l’UE, e la finanza che la controlla in toto, vogliano la guerra con la Russia risiede su uno dei temi centrali: la sovranità. In Europa ci chiedono costantemente di cederla per porre in essere le riforme strutturali. Trattasi in realtà di fatto illecito, incostituzionale ex artt. 1-11, che mira ad un’unica riforma: la cancellazione della democrazia e l’instaurazione di una dittatura finanziaria le cui basi sono codificate nei Trattati UE. 


La finanza tuttavia vuole il controllo globale, non si accontenta di qualche paese, vuole tutto. Questa finanza non accetta le posizioni ostili di Russia e Cina che sono diventate un bersaglio. Putin, finito l’incontro con Hollande e Merkel, è stato chiarissimo: “Dobbiamo aumentare il nostro livello di sovranità, anche nella sfera economica“. Questa frase, per la finanza che controlla i nostri paesi equivale ad una dichiarazione di guerra. Il concetto stesso di Stato sovrano è per essi inaccettabile. 

Il tempo per fermare questa follia è sempre meno, la rotta è decisa. Se rimaniamo inerti non ci salveremo. Neppure durante la guerra fredda abbiamo rischiato così tanto. È drammatico pensare che nel momento in cui si scatena una simile minaccia manchi totalmente la sovranità nazionale ed al Governo siedano Renzi e compagnia, ovvero il nulla più assoluto. Soggetti privi di pensieri propri che eseguono ciecamente gli ordini che gli vengono impartiti. Purtroppo se sarà la finanza a decidere stavolta il bottone sarà premuto ed il sipario calerà.

Possiamo tranquillamente affermare che il golpe di un anno fa a Kiev ha rotto un tabù durato oltre 60 anni: quello della deterrenza del terrore. Chi sta conducendo questa pericolosissima partita sulla pelle di miliardi di persone e del pianeta, ovviamente non ha messo in conto un conflitto termonucleare. Gli apprendisti stregoni di questo gioco molto pericoloso hanno solo intenzione di svuotare dall’interno il potere dei loro avversari, sperando di rovesciare chi oggi siede al Cremlino esattamente come è stato fatto con Yanukovich. Ma paradossalmente la loro aggressività dà più forza al nuovo zar di Mosca. Ciò porterà i suoi avversari ad aggiungere di volta in volta un passo in più verso la guerra. Fino al punto di non ritorno.


Oggi, se c’avete fatto caso, non si parla più di “missioni umanitarie”. La guerra è una parola ben definita, accettata, persino esibita come possibilità del tutto legittima. Un lessema quotidiano che rende del tutto normale e possibile questa eventualità.
Siamo già in un’era di barbarie.


Le future generazioni, se saranno uscite dalla realtà ribaltata dei nostri media, dove le vittime sono carnefici e viceversa, considereranno questi governanti alla stregua dei gerarchi nazisti che hanno condotto la comunità internazionale alla seconda guerra mondiale.

Ma per una seconda Norimberga, se ci sarà ancora il genere umano, dovremo pensare a ben altro che a un cambio di governo. Questi stati criminali, queste classi dirigenti di nani irresponsabili che giocano in borsa come nei vari teatri del conflitto, vanno abbattuti con la più ferma mobilitazione popolare.

Tratto da 
Fonte & Fonte

fonte: freeondarevolution.blogspot.it

22/02/15

La Gioconda di Leonardo da Vinci


GLI OCCHI


LA BOCCA


LE MANI


PASSAGGIO SINISTRO


PASSAGGIO DESTRO

nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di pioppo (77 cm×53 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1503-1514 circa, e conservata nel Museo del Louvre di Parigi. Opera emblematica ed enigmatica, si tratta sicuramente del ritratto più celebre del mondo, nonché di una delle opere d'arte più note in assoluto, oggetto di infiniti omaggi, ma anche parodie e sberleffi.

Il sorriso impercettibile della Gioconda, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, di letteratura, di opere di immaginazione, di studi anche psicoanalitici. Sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata, idolatrata, ma anche derisa o aggredita. Vera e propria icona della pittura, è vista ogni giorno da migliaia di persone, tanto che nella grande sala in cui è esposta un cordone deve tenere a notevole distanza i visitatori: nella lunga storia del dipinto non sono mancati i tentativi di vandalismo, nonché un furto rocambolesco che in un certo senso ne ha alimentato la leggenda.

Storia

L'inizio a Firenze e l'identificazione del soggetto

L'opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè "Monna" Lisa (un diminutivo di "Madonna" che oggi avrebbe lo stesso significato di "Signora"), moglie di Francesco del Giocondo (quindi la "Gioconda"). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino, abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria, che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari.

Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica, ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto "Salaì", allievo di Leonardo che seguì il maestro in Francia, dove l'opera è menzionata per la prima volta "la Joconda"; lo stesso Vasari scrisse che "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò", dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche. Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccata per anni e anni dall'artista. Vasari infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell'opera com'era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città: analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale.

A sostegno delle testimonianze del Vasari, nel 2005 Veit Probst, storico e direttore della Biblioteca di Heidelberg in Germania, ha pubblicato un altro appunto del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, datato 1503, che conferma l'esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo:

(LA)

« Apelles pictor. Ita Leonardus Vincius facit in omnibus suis picturis, ut enim caput Lise del Giocondo et Anne matris virginis. Videbimus, quid faciet de aula magni consilii, de qua re convenit iam cum vexillifero. 1503 octobris »

(IT)

« (Come) il pittore Apelle. Così fa Leonardo da Vinci in tutti i suoi dipinti, ad esempio per la testa di Lisa del Giocondo e di Anna, la madre della Vergine. Vedremo cosa ha intenzione di fare per quanto riguarda la grande sala del Consiglio, di cui ha appena siglato un accordo con il Gonfaloniere. Ottobre 1503 »

(Agostino Vespucci)

Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza, o la sorellastra Bianca o la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca. Ancora, recente, è quella con Isabella d´Aragona, duchessa di Milano nell'anno 1489, inoltre si è ipotizzato che, la nobildonna ritratta, appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l'identità a Bianca Giovanna Sforza, figlia legittimata di Ludovico il Moro.

La Gioconda in Francia

Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I.

Si sa che un secolo dopo, nel 1625, un ritratto chiamato "la Gioconda" fu descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. Altri indizi fanno pensare che fin dal 1542 si trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau

Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles. Dopo la Rivoluzione francese, venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma successivamente tornò al Louvre. Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 fu messo al riparo in un sito nascosto.

Il furto

Il furto della Gioconda avvenne la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, prima di un giorno di chiusura del museo; della sottrazione si accorse lunedì stesso un copista, Louis Béroud, che aveva avuto il permesso per riprodurre l'opera a porte chiuse. La notizia del furto fu ufficializzata solo il giorno dopo, anche perché all'epoca non era infrequente che le opere venissero temporaneamente rimosse per essere fotografate.

Era la prima volta che un dipinto veniva rubato da un museo, per di più dell'importanza del Louvre, e a lungo la polizia brancolò nel buio. Fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire che venne arrestato (aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova) e condotto in prigione il 7 settembre: il suo arresto si basava su una calunnia (una vera e propria ripicca) da parte dell'amante Honoré Géri Pieret, che lo accusò di aver ricettato alcune statuette antiche rubate dal museo. Anche Pablo Picasso venne interrogato in merito, ma, come Apollinaire, fu in seguito rilasciato. Sospetti caddero anche sull'Impero tedesco, nemico della Francia, ipotizzando un furto di Stato. Mentre crescevano sospetti e polemiche (si scoprì che le uniche misure di sicurezza adottate dal museo consistevano nell’aver addestrato al judo un gruppo di guardie), si iniziò a ritenere il capolavoro perso per sempre: Franz Kafka vide una cornice vuota e dopo un po' il posto lasciato dalla Gioconda sulla parete fu preso dal Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello.

In realtà un ex-impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza, cittadina nei pressi di Luino, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo aveva rubato, rinchiudendosi nottetempo in uno sgabuzzino e, trascorsavi la notte, uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto: egli stesso ne aveva montato la teca in vetro, quindi sapeva come sottrarlo. Uscì in tutta calma: chiese anche a un idraulico un aiuto per uscire dal museo, essendo sparita la maniglia del portone d'ingresso, e all'uscita sbagliò tram, optando poi per un più comodo taxi. Messa l'opera in una valigia, posta sotto il letto di una pensione di Parigi, la custodì per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d'origine, a Luino, con l'intenzione di "regalarlo all'Italia", ottenendo da qualcuno delle garanzie che il quadro sarebbe rimasto nel suo paese: riteneva infatti, erroneamente, che l'opera fosse stata rubata durante le spoliazioni napoleoniche.

Ingenuamente nel 1913 si recò a Firenze, per rivendere l'opera per pochi spiccioli. Si rivolse all'antiquario fiorentino Alfredo Geri, che ricevette una lettera firmata "Leonardo" in cui era scritto che «Il quadro è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano» con una proposta di restituzione a fronte di un riscatto di 500 000 lire «per le spese». Incuriosito, l'11 dicembre 1913, l'antiquario fissò un appuntamento nella sua stanza numero 20 al terzo piano dell'Hotel Tripoli, in via de' Cerretani (albergo che poi cambiò il nome proprio in Hotel Gioconda), accompagnato dall'allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi. I due si accorsero che l'opera non era uno dei tanti falsi in circolazione, ma l'originale e se la fecero consegnare per "verificarne l'autenticità". Nell'attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato. Il ladro, processato, venne definito "mentalmente minorato" e condannato ad una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni. La sua difesa si basò tutta sul patriottismo e suscitò qualche simpatia (si parlò di "peruggismo"). Egli stesso dichiarò di aver passato due anni "romantici" con la Gioconda appesa sul suo tavolo di cucina.

Approfittando del clima amichevole che allora regnava nei rapporti tra Italia e Francia, il dipinto recuperato venne esibito in tutta Italia: prima agli Uffizi a Firenze, poi all'ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese (in occasione del Natale), prima del suo definitivo rientro al Louvre. La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle Ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel Salon Carré, l'attendevano il Presidente della Repubblica francese e tutto il Governo.

Sicuramente il furto contribuì alla nascita e alimentazione del mito della Gioconda: dalla cultura più alta, per pochi eletti, la sua immagine entrò decisamente nell'immaginario collettivo.

Vicende recenti

Durante la prima e la seconda guerra mondiale il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in luoghi sicuri. Durante il secondo conflitto in particolare fu depositata al castello di Chambord, poi ad Amboise, a cui seguirono l'abbazia di Loc-Dieu, il Museo Ingres di Montauban e di nuovo Chambord, prima di finire sotto il letto del conservatore del Louvre nel castello di Montal e tornare a Parigi nel 1945. Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell'acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto: attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza. Sull'episodio fornì una lettura psicoanalitica Salvador Dalí: «Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola come qualche anno fa, caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre. [...Leonardo], inconsciamente, ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. Ha due grandi seni e posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco. [...] Ora cosa succede al povero infelice che è posseduto dal complesso di Edipo [...]? Egli entra in un museo. Un museo è una casa pubblica. Nel suo subcosciente, è un bordello. E in questo bordello vede il prototipo dell'immagine di tutte le madri. La presenza angosciante di sua madre che gli lancia uno sguardo dolce e gli rivolge un sorriso equivoco, lo spinge a un atto criminale. Commette un matricidio, prendendo la prima cosa che gli capita fra le mani, un ciottolo, e rovinando con esso il quadro. È una tipica aggressione da paranoico».

Nel 1962 il quadro fu prestato agli Stati Uniti dove, accolto da John Fitzgerald Kennedy, Jacqueline Kennedy e Lyndon Johnson, fu esposto alla National Gallery di Washington e al Metropolitan Museum di New York, dove attrasse un milione e settecentomila visitatori; nel 1974 fece la sua ultima tournée, con tappe a Tokyo e a Mosca.

Studi del settembre 2006, effettuati dal Centro Nazionale di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia, hanno rilevato come in un primo tempo tutto il volto della donna dovesse essere ricoperto da un sottile velo, velo che all'epoca era portato dalle donne in attesa o che avevano appena dato alla luce un figlio; inoltre dietro il dipinto si è potuto vedere uno schizzo inciso sul legno da Leonardo, il quale prima di dipingere il quadro ne avrebbe abbozzato la struttura: nello schizzo la figura femminile indossa una cuffia, poi oggetto di un ripensamento.

Per evitare il deterioramento causato dai numerosi flash che colpiscono l'opera, è stata inserita una protezione in vetro di fabbricazione italiana resistente oltretutto a vari tipi di esplosivi e a qualsiasi agente corrosivo. Ciò l'ha protetta anche dal lancio di una tazza con cui una visitatrice russa cercò di colpirla nel 2009.

Copie antiche della Gioconda

Nel febbraio 2012 il Museo del Prado ha presentato una copia antica del dipinto appena restaurata, attribuita a una mano molto vicina a quella di Leonardo: forse del Salaì, di Francesco Melzi o di un allievo spagnolo. La copia mostra uno sfondo dai colori chiari, molto simile a come doveva apparire in origine anche sul dipinto del Louvre. Esistono inoltre la cosiddetta Gioconda svizzera (nota anche come Monna Lisa anteriore o Gioconda giovane, custodita a Ginevra) e la Gioconda di San Pietroburgo, anch'essa raffigurante una Monna Lisa più giovane e con due colonne ai lati. I due dipinti della Gioconda giovane sono anch'essi di un pittore leonardesco, secondo alcuni esperti, come lo studioso Silvano Vinceti, vi è la possibilità che siano opera di Leonardo stesso.

Omaggi e citazioni

Considerata una tra le più celebri icone dell'arte tradizionale, l'immagine della Gioconda è stata spesso utilizzata dagli artisti contemporanei in funzione simbolica. Il dadaista Marcel Duchamp, ad esempio, l'ha scelta come bersaglio delle proprie provocazioni, aggiungendo a una riproduzione del dipinto i baffi e intitolandola ironicamente L.H.O.O.Q., che pronunciato in francese può suonare anche come "Elle a chaud au cul" che tradotto significa "Lei ha caldo al culo", ovvero "è eccitata".

Anche Andy Warhol riprodusse il dipinto in serie, come poster, mentre Banksy ne fece una versione "mujaheddin", con lanciarazzi in spalla. Botero la ridipinse paffuta e Basquiat la rese un'icona graffiante, dal sorriso sinistro.

Numerosissimi gli utilizzi e le citazioni dell'icona-simbolo nel mondo del cinema, della musica, della televisione e della pubblicità. In particolare, il cantautore Ivan Graziani dedicò allo storico furto la canzone "Monna Lisa".

Descrizione e stile

Il ritratto mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale, con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell'epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa.

Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è impossibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, Leonardo aggiunse un'impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo, e una profondissima introspezione psicologica. Se l'impostazione, col paesaggio sullo sfondo, affonda le radici nella ritrattistica umanistica del Quattrocento (come il Doppio ritratto dei duchi d'Urbino di Piero della Francesca), la straordinaria naturalezza del personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e "araldiche" dei predecessori, ne fa una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.

Come scrisse Charles de Tolnay (1951) «nella Gioconda, l'individuo - una sorta di miracolosa creazione della natura - rappresenta al tempo stesso la specie: il ritratto, superati i limiti sociali, acquisisce un valore universale. Leonardo ha lavorato a quest'opera sia come ricercatore e pensatore sia come pittore e poeta; e tuttavia il lato filosofico-scientifico restò senza seguito. Ma l'aspetto formale - l'impaginazione nuova, la nobiltà dell'atteggiamento e la dignità del modello che ne deriva - ebbe un'azione risolutiva sul ritratto fiorentino delle due decadi successive. [...] Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l'anima o, quando hanno caratterizzato l'anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l'anima è presente ma inaccessibile».

Lo sfondo

Il quadro di Leonardo fu uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del panorama è che non è uniforme. La parte di sinistra è evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. Questo fatto ha portato alcuni critici a ritenere che sia stata aggiunta successivamente.

La Gioconda si trova in una specie di loggia panoramica, come dimostrano le basi di due colonne laterali sul parapetto; una copia seicentesca mostrerebbe la composizione originaria in cui è visibile la parte architettonica successivamente mutilata.

Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma rappresenti anzi un punto molto preciso della Toscana, cioè là dove l'Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. C'è un indizio preciso sulla destra della Gioconda oltre la spalla, è un ponte basso, a più arcate, cioè un ponte antico, a schiena d'asino di stile romanico, un ponte identico al ponte a Buriano che scavalca tutt'oggi l'Arno e che venne costruito in pieno Medioevo, a metà del XIII secolo, quando Arezzo attraversava un periodo di grande prosperità. Sopra le sue arcate passa l'antica via Cassia che collega Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze.

Leonardo conosceva bene questo ponte, perché aveva studiato a fondo questa zona, come testimonia un disegno datato tra il 1502 e il 1503 che descrive il bacino idrico della Val di Chiana (oggi alla Royal Library di Windsor), in cui si intravede anche il ponte a Buriano; è una prova che Leonardo aveva ben in mente la geografia di questi luoghi. Poco distante dal ponte, l'Arno riceve le acque di un immissario, il canale della Chiana nel quale confluiscono le acque dell'omonima valle. Se si risale il corso di questo canale, andando a ritroso, bisogna superare una serie di meandri e poi ci si infila in una gola, la Gola di Pratantico. Se si osserva il lato sinistro della Gioconda, si vede un corso d'acqua con meandri che si infila in una stretta gola. Inoltre i rilievi a sinistra della Gioconda sono verticali, aguzzi, scavati dall'erosione e in effetti, oltre il ponte, continuando la vecchia via Cassia, si arriva in un'area in cui si possono osservare i calanchi, delle bizzarre formazioni rocciose, erose dalle piogge e dai millenni.

Leonardo deve essere rimasto molto colpito da queste forme, come artista per la loro spettacolarità, e come studioso, per il modo in cui si sono formate, che ben si adattava al suo pensiero, cioè che la terraferma non è immobile, ma si rimodella e si trasforma in modo tumultuoso sotto l'azione erosiva dell'acqua. È un tipo di rilievi, verticali e frastagliati, che si ritrovano in altre opere di Leonardo, come la Madonna dei Fusi, il Cartone di sant'Anna e la Vergine delle Rocce. Grazie ai vari elementi individuati, ponte, confluenza e gola, è stato possibile ricostruire con un computer, l'angolo di prospettiva, e capire il punto esatto dell'osservazione di Leonardo: corrisponde al borgo di Quarata che aveva allora un castello, oggi scomparso, e che forniva un ottimo punto di osservazione rialzato.

Si tratta ovviamente di un'ipotesi, gli indizi sono molto incoraggianti ma non si tratta di "prove schiaccianti"; in effetti, alcuni ritengono che i paesaggi di Leonardo non siano aretini, ma prealpini, dei dintorni di Lecco, delle Paludi Pontine o, come è forse più probabile, di luoghi inventati ed idealizzati sulla base di ricordi e sensazioni e della composizione di elementi appartenenti ad aree diverse che l'artista aveva potuto osservare nel corso dei suoi viaggi.

Altre ipotesi hanno pensato che il paesaggio vada letto attraverso uno specchio: forse venne ricavato con la camera oscura leonardiana. In questo caso potrebbe assomigliare al Lago di Iseo col profilo della Corna Trentapassi.

Alcuni hanno affermato, confrontando i paesaggi del dipinto con alcune fotografie, che i paesaggi sarebbero quelli del Montefeltro, nell'antico Ducato di Urbino. Sarebbero infatti riconoscibili il fiume Marecchia, il Sasso Simone e Simoncello e il Massiccio del Fumaiolo.

Stato di conservazione

La Gioconda fu dipinta su una tavola di pioppo molto sottile e col tempo il pannello è andato incurvandosi; si è inoltre aperta una fessura, ben visibile sul retro. Altri danni sono stati causati dagli attacchi vandalici (si veda la sezione Storia). Per questo il dipinto è oggi conservato dietro una teca di vetro infrangibile, in un'atmosfera a temperatura e umidità controllate. Ne consegue che il prestito dell'opera ad altri musei è divenuto un evento alquanto improbabile: nel 2011, ad esempio, ne è stato negato il prestito agli Uffizi, che volevano esporla nel 2013, in occasione del centenario del ritrovamento dopo il clamoroso furto.

fonte: Wikipedia

FILMATO RAI

i Malaspina



è il cognome della nobile famiglia italiana di origine longobarda, discendente dal ceppo obertengo dei marchesi di Toscana, che resse a cominciare dal XIII-XIV secolo i tanti feudi della Lunigiana e, dal XIV secolo, il marchesato di Massa e Carrara.

Storia

Il capostipite fu Oberto, Conte di Luni nel 945 e nominato Marchese della Marca di Liguria dal re d'Italia Berengario II nel 951.

Nel 1004 il nipote di Oberto, Oberto Obizzo I, combatté insieme al re Arduino contro i Vescovi-Conti di Luni: fu solo il primo incontro-scontro che la famiglia ebbe con i Vescovi della cittadina di fondazione romana.

Da lui discendono il figlio Oberto Obizzo II (?-1090) ed il nipote Alberto (?-1140), il primo a farsi chiamare Malaspina (e per questo a volte considerato il vero capostipite della famiglia).

Sulle origini del cognome ci sono varie teorie: alcuni le fanno risalire addirittura ai tempi di Anco Marzio (come illustrano i dipinti nelle sale del Castello di Fosdinovo), alcuni pensano ad un episodio di uccisione di un nemico tramite una grossa spina, altri ancora le collegano alla probabile brutta condotta da parte di Alberto o qualche suo parente.

Alberto Malaspina ampliò i possedimenti della sua famiglia, portandosi dagli Appennini a ridosso della Lunigiana ed entrando in conflitto con Genova ed i Vescovi di Luni.

Nel 1124, nel trattato di pace di Lucca, si fa riferimento a divisioni di beni che coinvolgono i discendenti di Oberto che, nel tempo, daranno vita a diverse e celebri famiglie nobili europee: Brunswick, Estensi, Pallavicino, dei Marchesi di Massa, Sardegna e Corsica e dei Malaspina.

Il figlio di Alberto, il Marchese Obizzo Malaspina (?-1185), combattete dapprima contro Federico Barbarossa a sostegno dei Comuni ribelli, ma poi, quando Federico prese il sopravvento, lo sostenne e lo appoggiò nella battaglia contro Milano (1157). Questi lo ricompensò investendolo dei domini di Liguria, Lunigiana, Lombardia ed Emilia. Nel 1176, però, Obizzo, dopo aver scortato il Barbarossa a Pavia, si alleò a sorpresa con la Lega Lombarda e attaccò l'imperatore. Anche proprio per questo doppio, se non triplo gioco, il Barbarossa fu sconfitto nella Battaglia di Legnano. Nella Pace di Costanza, Obizzo fu comunque perdonato da Federico, che gli confermò i suoi possedimenti. I due ultimi eventi (la Battaglia di Legnano e la Pace di Costanza) sono raffigurati nei dipinti conservati nel salone del Castello di Fosdinovo che tengono la firma di Gaetano Bianchi (fine '800).

Obizzo ebbe due figli: Obizzone e Moroello. I discendenti del primo figlio verranno chiamati Malaspina dello Spino Secco, i discendenti del secondo verranno chiamati Malaspina dello Spino Fiorito (1221).

Figlio di Obizzone fu Corrado Malaspina (che Dante chiama "l'antico"), che ottenne tutti i possedimenti alla destra del Magra più il territorio di Villafranca, che si trova sulla sinistra del fiume. Da lui discese Franceschino Malaspina, che prese parte alle guerre tra guelfi e ghibellini e ospitò più volte Dante durante il suo esilio in Lunigiana, nominandolo suo procuratore e procuratore degli altri Malaspina (compresi alcuni dell'altro Ramo) nelle trattative di pace con il Vescovo di Luni Antonio da Camilla, che porteranno alla Pace di Castelnuovo (1306). Altro discendente celebre è Corrado Malaspina il Giovane, a cui Dante si rivolge nell'VIII Canto del Purgatorio per riconoscenza nei confronti della sua famiglia.

Discendente di Moroello fu invece Obizzino Malaspina, che ricevette tutti i possedimenti alla sinistra del Magra. Ebbe tre figli: Bernabò, Isnardo e Alberto.

Proseguendo, la spartizione delle terre tra gli eredi di numero sempre crescente portò ad un frazionamento dei domini in feudi sempre più piccoli. La storia dei vari feudi è riportata in seguito.

I Malaspina appoggiarono ora i ghibellini ora i guelfi. Come appartenente alla fazione guelfa prese parte alle lotte dei Lombardi contro gli Hohenstaufen. Con Moroello dei Malaspina di Giovagallo fu a capo dei guelfi toscani che difesero Firenze contro Enrico VII. La fazione ghibellina toscana a difesa di Enrico VII fu guidata da un altro esponente della famiglia, Spinetta Malaspina detto il Grande.

Ebbe anche un'ampia e compatta signoria nella zona a nord di Genova (area delle Quattro province), nelle valli dei fiumi Trebbia e Staffora. Entrambe le signorie, quella della Lunigiana e quella a nord di Genova (detta lombarda), andarono ben presto sfaldandosi per l'adozione del diritto longobardo che prevedeva la spartizione dei beni (e anche dei feudi) tra tutti i figli maschi.

Alcuni esponenti dei Malaspina ressero una parte del Giudicato di Torres nei secoli XIII e XIV secolo e soprattutto, dal XV al XVIII secolo, il ramo dei Cybo-Malaspina governò il principato indipendente di Massa e Carrara (poi Ducato di Massa e Carrara). Possedimenti sardi dei Malaspina:Castello di Serravalle (Bosa) con le curatorie di Planargia e Costa de Addes; Castello di Osilo (Osilo) con le curatorie di Montes, Figulinas e Coros.

Gli appartenenti alla famiglia avevano il titolo di Principi di San Colombano.

Origini della casata

I Malaspina sono una delle famiglie discese dal ceppo degli Obertenghi, il cui capostipite fu Oberto I (Otbert o Odebertus), che fu attorno alla metà del X secolo conte palatino (conte del Sacro Palazzo di Pavia e massima autorità giudiziaria nel Regno), e dal 951 marchese di Milano e conte di Luni e della marca da lui detta Obertenga, nella Liguria Orientale, comprendente i comitati di Milano, Genova, Tortona, Bobbio, Luni e zone limitrofe.

Questo ampio territorio andò riducendosi e spezzettandosi, sia per le divisioni ereditarie (non avendo l'istituto del maggiorascato), sia per avvecendamenti con altre famiglie (Fieschi, Spinola, Doria ed altri) e sia per la pressione dei nascenti comuni (Milano, Genova, Piacenza, Tortona, Pavia e Bobbio).

Da Oberto I, attraverso i successivi discendenti Oberto II, Oberto Obizzo I, Alberto I, Oberto Obizzo II, si giunge ad Alberto o Adalberto (morto nel 1140) detto Malaspina, capostipite della famiglia. Il figlio Obizzo I ("il grande") (morto nel 1185) ebbe nel 1164 confermati i suoi feudi dall'imperatore Federico I e fu nominato vassallo imperiale: essi si componevano già dei due blocchi storici: parte della Liguria (Tigullio, Cinque Terre e Levanto sul mare, persi per acquisizioni di Genova e dei Fieschi), con la Lunigiana e la Garfagnana e la zona delle valli del Trebbia (fino a Torriglia), la Val d'Aveto (fino a Santo Stefano d'Aveto) e Staffora (Oltrepò); e in quella che allora si diceva Lombardia (Val Bormida e Oltregiogo).

Dei suoi vari discendenti nel 1220 erano viventi i soli Corrado e Obizzino, confermati dall'imperatore nei loro feudi invero alquanto ridotti per le cessioni fatte specie a Piacenza. Nel 1221 essi divisero le loro signorie: Corrado ebbe la Lunigiana a ovest del Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino ebbe la Lunigiana a est del Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.

Linea dello Spino Secco

Dai figli di del capostipite Corrado, ricordato da Dante Alighieri come l'antico, derivarono (divisione effettuata nel 1266) quattro ulteriori linee.

Malaspina di Mulazzo

Trassero origine da Moroello (morto nel 1284), che oltre al castello di Mulazzo in Lunigiana, principale castello della linea dello Spino Secco, possedeva feudi in Val Trebbia attorno a Ottone, e partecipazioni nei domini della famiglia in Sardegna. La linea primogenita tenne sempre il marchesato di Mulazzo fino all'abolizione del feudalesimo, e si estinse (1810) con il marchese Alessandro Malaspina, celebre politico e navigatore. Il marchesato, sovrano dal 1266 al 1797 e feudo imperiale fin dal 1164, si estese con varie acquisizioni anche su Pozzo, Montereggio, Montarese, Castagnetoli (dal 1746), Calice, Veppo e Madrignano (questi tre ultimi dal 1710 fino al 1772sono amministrati dalla linea minore, quando per difficoltà finanziarie furono venduti al granduca di Toscana). Nel XVI secolo si distaccarono temporaneamente le linee di Madrignano (1523-1634) e di Monteregio (1523-1646) e il feudo di Mulazzo dal 1473 fu governato ad anni alterni fino al 1776 da due linee familiari conosciute come "Malaspina del Castello" e "Malaspina del Palazzo". La linea diretta maschile si estinse con il famoso esploratore Alessandro Malaspina. Suoi sovrani furono:

Moroello dal 1355 ha l'investitura imperiale del feudo
Antonio 1365-1406
Azzone -1473
Cristoforo -1511
Azzone II
Gian Paolo -1517 e Gian Gaspare -1531 (del Palazzo)
Moroello II -1573 e Gian Cristoforo -1574
Francesco Antonio -1574
Giampaolo II -1584 e Gian Gaspare II -1584
Leonardo -1605 e Anton Maria -1600
Gian Vincenzo - 1623
Ottavio -1646 e Gian Cristoforo II -1643
Moroello III -1657
Azzo Giacinto -1674 e Corrado -1676
Carlo Maria -1705 e Obizzo -1691
Azzo Giacinto II -1746 e Gian Cristoforo III -1763
Carlo Moroello -1774 e Cesare -1776
Azzo Giacinto III -1797 (e Luigi -1797, de jure)

Tra le linee collaterali derivate da questa di Mulazzo ricordiamo:

Malaspina di Cariseto e Godano, da Cariseto  fraz. di Cerignale in Val Trebbia, trassero origine da Antonio (morto nel 1477), figlio di Antonio di Mulazzo, e si estinsero nel giro di due generazioni: il marchesato di Cariseto passò ai Fieschi nel 1540 e successivamente ai Doria.

Malaspina di Santo Stefano, da Santo Stefano d'Aveto, in una valle tributaria della Val Trebbia, trassero origine da Ghisello I (morto nel 1475), figlio di Antonio di Mulazzo; già nel 1495 vendettero il marchesato di Santo Stefano ai Fieschi, mantenendo i feudi di Gòdano e Bolano (entrambi in val di Vara, intermedia tra la Lunigiana e la Val Trebbia), e si estinsero nel XVII secolo, lasciando i loro feudi alla linea principale di Mulazzo.

Malaspina di Edifizi, da Edifizi fraz. di Ferriere in val Nure, trassero origine da Pietro, figlio di Ghisello I di Santo Stefano, e si estinsero nel 1624.

Malaspina di Casanova (da una Casanova probabilmente presso Ottone), trassero origine da Antonio, figlio (forse) di Barnabò di Mulazzo, e si estinsero nel XVIII secolo dopo aver venduto il feudo ai Doria nel XVI secolo.

Malaspina di Croce (da Croce Fieschi nell'Appennino ligure) che venderono il feudo ai Fieschi nel 1504.

Malaspina di Fabbrica, da Fabbrica fraz. di Ottone (da non confondersi con Fabbrica Curone di cui erano marchesi un ramo dei Malaspina di Varzi), trassero origine da Moroello, figlio di Bernabò o di Galeazzo di Mulazzo, venderono nel 1540 il feudo ai Fieschi, sopravvissero alla fine del feudalesimo ed esistono tuttora.

Malaspina di Ottone, da Ottone in Val Trebbia, trassero origine da Giovanni, figlio di Bernabò o di Galeazzo di Mulazzo; venderono il feudo nel 1540 ai Fieschie si estinsero all'inizio del XIX secolo.

Malaspina di Orezzoli, da Orezzoli fraz. di Ottone, trassero origine da Galeazzo figlio di Giovanni di Ottone, si ramificarono moltissimo; estinti nel XVIII secolo nella linea principale, esistono ancora in varie linee collaterali. Da una di esse, residente a Bobbio, derivò per adozione la linea dei Malaspina-Della Chiesa, marchesi di Volpedo e Carbonara.

Malaspina di Frassi, da Frassi fraz. di Ottone, trassero origine da Giovanni, figlio di Galeazzo di Orezzoli, ed esistono tuttora in varie linee. Venderono il feudo nel 1656 ai Doria.

Malaspina di Madrignano, linea indipendente dal 1355 con Azzone fino al 1631. La linea indipendente fu ricostituita dal 1710 al 1772 con i consignori di Mulazzo (linea del Palazzo).

Sui marchesi furono:

Azzone II 1446
Bonifazio 1531-55
Stefano -1592
Bonifazio II
Stefano II -1600
Giulio Cesare -1631.
Rinaldo di Suvero
Moroello di Mulazzo.
Gian Cristoforo II 1710-63, consignore di Mulazzo
Cesare -1772, consignore di Mulazzo.

Malaspina di Castevoli

Linea autonoma dal XV secolo costituitasi con Azzone di Antonio di Mulazzo, possedeva anche i feudi di Stadomelli, Cavanella ed il governo congiunto di Villafranca. I principali esponenti furono Tommaso II (-1603) e il figlio Francesco (-1649). La linea diretta si estinse nel 1759 e con il consenso imperiale il feudo fu unificato con quello di Villafranca (1796). Dal 1794 iniziarono le rivolte contro il governo autoritario del marchese Tommaso III. Dal 1757 una parte del feudo fu acquisito dalla linea di Mulazzo.

Suoi Marchesi:

Azzone 1465
Cristofano
Tommaso -1547
Giovan Battista consignore di Villafranca 1547-61
Tommaso II -1603
Francesco -1649
Niccolò -1676
Clarice -1678.
(Alfonso 1561-1584; linea di Stadomelli)
(Alessandro -1604)
(Marzio -1616)
(Scipione -1656)
Alfonso III 1678-1722, erede di Castevoli
Scipione II -1744.
Opizzone Paolo -1759
Tommaso III -1797, erede di Villafranca

Malaspina di Giovagallo

Trassero origine da Manfredo, figlio di Corrado l'antico verso il 1260. Possedevano il castello di Giovagallo (fraz. di Tresana in Lunigiana) con la zona circostante. Si estinsero nel 1365, e i loro feudi passarono alla linea di Villafranca (vedi sotto), mentre gran parte del marchesato fu assorbito da quello di Tresana.

Malaspina di Villafranca

Trassero origine da Federico, figlio di Corrado l'antico, ed ebbero il castello di Malnido a Villafranca in Lunigiana con le terre vicine. Le successive divisioni ereditarie, le guerre e la perdita di numerosi territori nelle valli vicine della Vara, Aulella e Taverone, portano la linea familiare alla povertà e decadenza. Dal XVI secolo si pongono sotto la protezione (accomandigia) di Modena e per la loro lealtà, con decreto del 3 maggio 1726 il duca Rinaldo d'Este di Modena gli concede la denominazione "Malaspina Estensi". Lo staterello si estendeva su Garbugliaga, Beverino, Villa, Rocchetta di Vara, castello della Virgoletta, e castello di Malnido a Villafranca, sede congiunta con i consignori della linea di Castevoli. I marchesi sovrani furono

Federico -1367
Spinetta -1402
Federico I -1406
Gabriele -1437
Giovanni Spinetta -1469
Tommaso - 1521
Bartolomeo -1549
Federico II -1580
Alfonso -1601 e Scipione -1656
Tommaso e Federico III -1603
Bartolomeo II -1628.
Annibale -1652
Niccolò - 1697
Giovanni -1715
Annibale II Malaspina Estense -1721
Federico IV Estense -1786
Giovanni II Estense -1796.
Tommaso III -1797 (linea di Castevoli)

Si sono molto ramificati, sopravvivendo alla fine del feudalesimo, ed esistono tuttora in varie linee. Di esse alcune hanno avuto proprie signorie e un'identità separata. Ricordiamo:

Malaspina di Cremolino, da Cremolino nel Monferrato, trassero origine da Tommaso I (1361), figlio di Federico di Villafranca e di Agnese del Bosco, di stirpe aleramica, da cui provennero i suoi feudi (comprendenti anche la consignoria sulla città di Ovada); si estinsero nel XVI secolo.

Malaspina di Lusuolo, da Lusuolo fraz. di Mulazzo in Lunigiana, trassero origine da Azzone (morto nel 1364), figlio di Opizzino di Villafranca, eredita anche i feudi dei Malaspina di Giovagallo ormai estinti (vedi sopra). Si estinsero nel XVII secolo dopo aver venduto i loro feudi al Granduca di Toscana.

Malaspina di Tresana, da Tresana in Lunigiana, già feudo dei Malaspina di Giovagallo, trassero origine da Opizzino, figlio di Giovanni Jacopo di Lusuolo, e si estinsero con Guglielmo nel 1652.

Malaspina di Licciana, da Licciana Nardi in Lunigiana, trassero origine da Gian Spinetta, figlio di Giovanni Spinetta di Villafranca e divennero una linea indipendente dal 1535; ebbero il feudo di Licciana e si estinsero alla fine del XVIII secolo, poco prima dell'abolizione del feudalesimo. Il marchesato estendeva la propria sovranità anche su Panicale, Monti, Piancastelli, Solaro, Bigliolo, Catanasco, Mulesano, Amola. Ferdinando nel tentativo di porsi sotto la protezione della Spagna venne ucciso nel corso di una rivolta popolare nel 1611. Dal 1778 è posto sotto il protettorato modenese e la linea familiare nel 1783 eredita parte del feudo della Bastia. Dopo Ignazio lo staterello è ereditato dalla linea di Podenzana (1795)

Suoi marchesi furono:

Jacopo 1535-80, nel 1549 riceve l'investitura imperiale
Cornelio
Alfonso -1600
Ferdinando -1619
Obizzo -1641
Jacopo II -1669
Obizzo II -1704
Jacopo Antonio -1746
Francesco Maria -1749
Cornelio -1778
Ignazio -1794
Amedea -1796.
Alfonso -1797 (linea di Podenzana e Aulla)

Malaspina della Bastia, da Bastia, fraz. di Licciana Nardi, trassero origine da Fioramonte II, figlio di Gian Spinetta di Licciana (-1528) come linea indipendente dal 1535. Nel corso del XVII secolo il feudo fu funestato dalle vicende criminose di Nestore, fratello minore del marchese Carlo, i cui arbitrii terminarono solo con al sua uccisione durante una violenta rivolta popolare, nonostante l'intervento arbitrale del granduca di Toscana. Nel 1704 lo staterello si pone sotto il protettorato toscano, accogliendo un auditore ed un podestà nominati dal governo fiorentino. Si estinsero nel 1783, lasciando il feudo alla linea di Ponte Bosio. La marchesa Anna,consorte del marhcese Giovanni, donna bellissima, fu inviata a Versailles nel tentativo di sostituirla come favorita di Luigi XV alla Pompadour, ma ritornò nel suo feudo solo con una modesta pensione concessa dal re.

Fioramonte II di Licciana 1535-74
Camillo -1619
Camillo II -1629
Ippolito-1641
Francesco -1671
Serafino -1736
Antonio -1740
Giovanni -1783.
Claudio -1797 (linea di Pontebosio)

Malaspina di Terrarossa, da Terrarossa, fraz. di Licciana Nardi, trassero origine da Fabrizio, figlio di Fioramonte di Bastia, che vendette il suo feudo al Granduca di Toscana nel 1617; si estinsero nel giro di due generazioni.

Malaspina di Ponte Bosio, da Pontebosio, fraz. di Licciana Nardi, trassero origine da Ludovico I, nipote abiatico di Fioramonte della Bastia e divenendo linea sovrana dal 1631, ricevendo l'investitura imperiale nel 1639; ereditarono il feudo di Bastia nel 1783 e nel 1794 parte di quello di Licciana; sopravvissero alla fine del feudalesimo ma si estinsero nel XIX secolo.

Suoi marchesi furono:

Ludovico 1579-21
Giulio II -1662
Claudio -1662
Ferdinando -1722
Ludovico II -1748
Giulio III -1768
Claudio II -1797
Giulio IV -1797.

Malaspina di Monti, da Monti fraz. di Licciana Nardi, trassero origine da Moroello (1535-75), figlio di Gian Spinetta di Licciana e si estinsero in due generazioni con Orazio (1575-85).

Malaspina di Suvero, da Suvero, fraz. di Rocchetta di Vara (in provincia della Spezia ma al confine con la Lunigiana), ebbero origine nel 1535 da Rinaldo, figlio di Gian Spinetta II di Licciana; ereditarono Monti, poi venduto nel 1664 alla linea di Podenzana e sopravvissero alla fine del feudalesimo. Esistono tuttora. Torquato (-1594) fece molto per il proprio staterello, favorendo iniziative filantropiche e con la costituzione di un "monte frumentario" per prevenire le carestie. Dopo la guerra ereditaria tra Rinaldo II e Spinetta della linea di Olivola (1627) il feudi imperiali godette di una relativa tranquillità fino all'invasione spagnola del 1733 che distrusse il possente castello.

I marchesi sovrani furono:

Rinaldo 1535-63
Torquato -1594
Rinaldo II -1639
Pier Torquato II -1663
Francesco Antonio -1714
Torquato III -1736
Rinaldo III -1770
Francesco Antonio II -1771
Torquato IV -1796.

Malaspina di Podenzana, da Podenzana in Lunigiana, trassero origine da Leonardo, figlio di Gian Spinetta di Lusuolo nel 1536. Alessandro nel corso della Guerra di Successione spagnola divenne governatore imperiale di Aulla, spossessandone i genovesi Centurione, proprietari dal 1543; rifiutatosi di giurare fedeltà al re di Spagna Alessando si vide demolito la possente rocca nel 1706, tuttavia ne entrò definitivamente in possesso dal 1710 come marchese di Aulla, acquistando dall'imperatore il feudo per 30.000 fiorini. Nel 1794 ereditano una parte di Licciana; si estinsero alla fine del XVIII secolo, contemporaneamente all'abolizione del feudalesimo. Oltre Podenzana e Aulla possedevano anche, Montedivalli, Amola e 1/4del feudo di Monti.

Furono marchesi sovrani:

Leonardo 1535-65
Alessandro -1587
Leonardo II -1637
Francesco -1676
Alessandro II -1712
Francesco II Maria -1754
Alessandro III -1789
Alfonso -1797.

Malaspina di Pregòla

Trassero origine da Alberto (morto nel 1298), figlio di Corrado l'antico. Ebbero il feudo di Pregòla (fraz. di Brallo di Pregola) con un vasto territorio sul lato sinistro della Val Trebbia (il fiume divideva i loro feudi da quelli del ramo di Mulazzo), a monte di Bobbio. Nel 1304 Corradino Malaspina signore della rocca di Carana (Corte Brugnatella) (non compresa nella donazione del Barbarossa, ma donata in feudo dall'abate di Bobbio Rainerio in cambio del diritto di riscuotere il pedaggio sulla strada della Val Trebbia) d'accordo con Visconte Pallavicino e l'Abate di Bobbio Guido prende Bobbio e la trasforma in una signoria costruendovi l'attuale castello; nel 1341 i Visconti di Milano si impossessano di Bobbio e di Corte Brugnatella, togliendogli la rocca di Carana e distruggendo il castello nero (da colore delle pietre) ma lasciando la torre di guardia sul Bricco (805 m), dopo il 1347, quando muore Corradino, il feudo viene ridato ai figli, ma nel 1361 lo devono cedere sempre ai Visconti e poi nel 1436 passa ai Dal Verme divenuti Conti di Bobbio e Voghera; inoltre gli viene tolta la zona dell'antica parrocchia di San Cristoforo nella Valle del Carlone, rimanendogli solo Dezza che era sempre nella parrocchia di San Cristoforo e dandola ai Malaspina di Pregòla. Con una prima divisione nel 1347 si staccarono i feudi di Prato (fraz. di Cantalupo Ligure, nella Val Borbera, adiacente alla Val Trebbia) e di Corte Brugnatella, che ebbero breve vita. Nella successiva divisione del 1453 si determinarono i quattro quartieri del marchesato di Pregola, ognuno infeudato a un distinto ramo della famiglia.

Questi rami furono dunque:

Malaspina di Vezimo, da Vezimo fraz. di Zerba in Val Trebbia, si estinsero alla fine del XVI secolo.

Malaspina di Pei e Isola, da Pei, frazione di Zerba, e Isola, località ormai disabitata in comune di Brallo di Pregola, si estinsero nel XVII secolo (ma forse esistono ancora loro discendenti tra i Malaspina della zona, di cui si ignora la genealogia).

Malaspina di Alpe e Artana, da Alpe fraz. di Gorreto e Artana fraz. di Ottone, si estinsero nel XVII secolo.

Malaspina di Pregòla, Campi e Zerba, da Zerba e Campi fraz. di Ottone, diedero origine alla linea che, acquistando la maggior parte delle quote del feudo principale, riebbe in esclusiva il titolo di Marchesi di Pregòla (ricordati ed omaggiati sempre durante la festa e la sfilata medioevale in costume di Bobbio che si tiene nella festa di San Colombano a novembre). Con il marchese Oliviero, ottennero nel 1541 l'investitura come feudo imperiale e tale rimase nonostante le aspre contese con i Savoia fino alla fine del feudalesimo in Italia (1797). L'ultimo marchese titolare del feudo fu Baldassarre che ebbe forti pressioni dalla corte di Torino per rinunciare ai sui diritti feudali. Per motivi ereditari il feudo era divenuto un condominio con altri rami della famiglia e con marchesi Pallavicino di Cabella che, con Gerolamo, avevano usurpato nel 1660 porzioni pro quota del feudo malaspiniano. Nel 1782 Gian Galeazzo Malaspina di Santa Margherita, Antonio Giuseppe Malaspina di Orezzoli, eredi di Corrado Malaspina di Pregòla (la cui vedova Maria Teresa Farnese dal Pozzo dal 1777 era divenuta pensionaria dei Savoia) e Giovan Carlo Spinola Pallavicino, rivendicano presso la corte di Vienna le loro prerogative feudali nei confronti della politica annessionista dei Savoia, facendo intervenire l'imperatore.
La linea diretta sopravvisse alla fine del feudalesimo, e resta tuttora un ramo della famiglia emigrato in Grecia e attualmente negli USA.

Linea dello Spino Fiorito

Da tre nipoti e un figlio superstite del capostipite Opizzo Malaspina detto Obizzino, per divisione attuata nel 1275, ebbero origine quattro ulteriori linee.

Malaspina di Varzi

Discesero da Azzolino, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo, che morì prima della divisione del 1275; Azzolino ebbe in comune con il fratello Gabriele un terzo delle signorie del nonno Obizzino, parte in Lunigiana e parte in Lombardia, e successivamente, in accordo col fratello, tenne per sé i soli feudi lombardi, localizzati in valle Staffora attorno a Varzi. Il marchesato di Varzi fu diviso tra i tre figli di Azzolino: la linea di Isnardo, che possedeva Menconico, si estinse nel XV secolo, le altre due invece sopravvissero:

Malaspina di Fabbrica, da Fabbrica Curone in una valle adiacente alla valle Staffora, discendevano da Obizzo figlio di Azzolino. Si estinsero alla fine del XIX secolo dopo che erano divenuti Sforza-Malaspina.

Malaspina di Varzi (linea primogenita), si estinse nel XIX secolo dopo essersi molto ramificata e aver perso gradualmente il controllo del marchesato.
Forse ne esistono ancora discendenti tra i molti Malaspina della valle Staffora, di cui si ignora la genealogia, provenienti da rami decaduti. Da essi derivarono dei rami che acquisirono una propria identità:

Malaspina di Santa Margherita, da Santa Margherita, fraz. di Santa Margherita di Staffora, trassero origine da Cristoforo (morto dopo il 1420), si estinsero nel 1821.

Malaspina di Casanova, da Casanova Staffora, fraz. di Santa Margherita di Staffora, ebbero origine da Baldassarre figlio di Bernabò di Varzi, e si estinsero nel XVII secolo.

Malaspina di Bagnaria, da Bagnaria di cui avevano solo il titolo nominale, ebbero origine da Bernabò figlio di Bernabò di Varzi, e si estinsero nel XVII secolo.

Malaspina di Fivizzano

Discesero da Gabriele, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo, che morì prima della divisione del 1275; Gabriele ebbe in comune con il fratello Azzolino un terzo delle signorie del nonno Obizzino, parte in Lunigiana e parte in Lombardia, e successivamente, in accordo col fratello, tenne per sé i soli feudi in Lunigiana, consistenti nel castello della Verrucola presso Fivizzano, e dei territori circostanti nella Lunigiana orientale. Dei tre figli di Gabriele, Isnardo lasciò una discendenza che si estinse nel XV secolo, lasciando Fivizzano alla Repubblica di Firenze di cui erano alleati, e determinando quindi la presenza fiorentina prima e toscana poi in Lunigiana (la futura Lunigiana Granducale contrapposta a quella malaspiniana e poi modenese); Spinetta si mise al servizio di Verona e la sua discendenza si chiuse coi suoi figli; Azzolino ebbe Fosdinovo e diede origine alla linea dei Malaspina di Fosdinovo, la più importante della casata, vicari imperiali in Italia. Nipote di Azzolino fu Spinetta detto il Grande (morto nel 1352), che ebbe importanti incarichi politici presso vari Stati italiani, da cui discende Antonio Alberico, che come marchese di Fosdinovo ottenne Massa nel 1441. A lui successe il figlio Giacomo (?-1481) che alla signoria su Massa aggiunse quella su Carrara e territori limitrofi. Il figlio Alberico cacciò dallo stato il fratello Francesco e la sua prole, privandogli di ogni diritto, lasciando come unica erede la figlia Ricciarda sposata a Lorenzo Cibo, da cui discesero i Cybo-Malaspina, successivi marchesi e poi Principi di Massa e Carrara.

Questo ramo della famiglia ebbe poi vari rami collaterali, tra cui:

Malaspina di Sannazzaro, da Sannazzaro de' Burgondi presso Pavia, discesero da Francesco, figlio di Giacomo I di Massa che era stato investito di Sannazzaro nel 1466. Si estinsero nel 1835 con Luigi, cittadino di Pavia in cui ebbe un preminente ruolo politico e culturale.

Malaspina di Fosdinovo

Discesero da Galeotto (+1367), figlio di Azzolino. Gabriele figlio di Antonio Alberico I di Fosdinovo, tenne il feudo avito di Fosdinovo, lasciando ai fratelli gli altri possedimenti. Spinetta nel 1340 consolida il proprio stato garantendone la signoria nei secoli successivi. Il marchesato come sovranità autonoma si costituì nel 1367 e si estese su Viano, Castel dell'Aquila, Gragnola (1646), Cortila, Pulica, Giucano, Ponzanello, Tendola, Marciaso e Posterla, Caniparola.

Nel 1529 gli viene riconosciuta la carica ereditaria di Vicari imperiali per i feudi italiani e nel 1666 l'imperatore gli concede il diritto di zecca. L'ultmo marchese sovrano, Carlo Emanuele, si dimostra favorevole all'abolizione dei feudi imperiali in Italia, aderendo al decreto napoleonico del 2 luglio 1797; la famiglia Torrigiani-Malaspina è ancora proprietaria del castello fosdinovese.

I marchesi sovrani furono:

Galeotto 1362-1367
Spinetta 1367-98
Antonio Alberico I 1398-1445
Gabriele 1467-1508
Lorenzo 1508-1533 con Galeotto II 1508-1523
Giuseppe 1533-1565
Andrea 1565-1610
Giacomo 1610-1663
Pasquale 1663-1669
Ippolito 1669-1671
Carlo Agostino 1671-1722
Gabriele II 1722-1758
Carlo II Emanuele 1758-1797

Malaspina di Olivola, da Olivola fraz. di Aulla, ebbero origine da Lazzaro figlio di Giovanni Battista di Fosdinovo, e nipote di Gabriele che era subentrato nel marchesato di Olivola dopo l'assassinio di tutti gli eredi della prima linea dei Malaspina di Olivola (vedi sotto). Si estinsero nel XIX secolo. Il marchesato possedeva anche Pallerone (1572), Bibola, Bigliolo, Agnino, Quercia, Saracco e Vaccareccia. Dal 1569 è sottoposto ad accomandigia toscana.

Lazzaro 1509-44, nel 1525 riceve l'investitura imperiale
Spinetta II -1571
Lazzaro II -1630
Spinetta III - 1655
Giuseppe -1682
Lazzaro III -1714
Giuseppe Massimiliano -1758
Lazzaro IV -1783
Carlo -1796.

Malaspina di Verona, ebbero origine da Spinetta figlio di Antonio Alberico I di Fosdinovo, che rinunciò ai feudi ma ebbe grandi proprietà private a Verona. Si estinsero nel XX secolo.

Malaspina di Gragnola, da Gragnola fraz. di Fivizzano, discesero da Leonardo, fratello di Spinetta il Grande; si estinsero in due generazioni, ma il titolo passò in eredità a un ramo dei marchesi di Fosdinovo, anch'esso estintosi in breve tempo (1642), per essere riassorbito dalla linea maggiore di Fosdinovo (1644), dopo la lite sorta con il granduca di Toscana che era stato nominato erede del feudo dall'ultimo marchese Alessandro.

Marchesi sovrani:

Lazzaro 1445-51
Galeotto
Leonardo -1505
Giacomo
Giovanni -1550
Leone -1568
Alfonso -1594.
Linea cadetta (erede del feudo sovrano dal 1594)
Galeotto -1544
Corrado -1576
Giovan Battista -1602
Cosimo -1638
Alessandro -1642.

Malaspina di Olivola

Trassero origine da Francesco, figlio di Bernabò e nipote di Obizzino. Nella divisione del 1275 ebbe terre sia in Lunigiana (incentrate sul castello di Olivola, fraz. di Aulla) sia in Lombardia (comprendenti il castello di Pizzocorno, fraz. di Ponte Nizza). Tutti i discendenti furono assassinati nel 1413 nel castello di Olivola. I loro feudi furono spartiti tra gli altri rami della famiglia (Fosdinovo e Godiasco). Olivola è dato alla linea di Gragnola e alla sua estinzione passa ad Alberico I di Fosdinovo ed al figlio Gabriele IV (-1485) che lo lascia al figlio Giovan Battista. Viene ereditato dal figlio Lazzaro che dal 1525 crea una nuova linea autonoma fino all'abolizione dei feudi imperiali del 1797 (vedi sopra).

Marchesi sovrani:

Bernabò 1249-65
Franceschino -1339
Domenico -1355
Marco -1398
Manfredi, Bernabò II, Giovanni -1413.

Malaspina di Godiasco

Discesero da Alberto, figlio di Obizzino, che nella divisione del 1275 coi nipoti ebbe feudi sia in Lunigiana sia in Lombardia, incentrati sui castelli di Filattiera (per cui furono inizialmente detti anche Malaspina di Filattiera, titolo poi rimasto solo a una linea) e di Oramala (fraz. di Val di Nizza), cui successivamente subentrò il borgo di Godiasco come centro principale della famiglia. Nel 1743 si formò la Provincia di Bobbio sotto il Marchesato di Bobbio (dal 1516) sotto i Savoia e sotto il mandamento di Varzi, che racchiuse i territori. Attraverso Nicolò detto Marchesotto, figlio di Alberto, e ai suoi cinque figli, derivarono le cinque linee della famiglia, che ebbero tutte quante feudi sia in Lunigiana sia nel marchesato di Godiasco in Lombardia (Oltrepò Pavese):

Malaspina di Castiglione e Casalasco, da Castiglione del Terziere fraz. di Bagnone in Lunigiana, e da Casalasco fraz. di Val di Nizza nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Franceschino detto il Soldato, figlio del Marchesotto; si estinsero in tre generazioni, Castiglione passò a Firenze e Casalasco ai Malaspina di Oramala.

Malaspina di Bagnone e Valverde, da Bagnone in Lunigiana e Valverde nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Antonio, figlio del Marchesotto. I figli di Antonio divisero i beni: Bagnone rimase a Riccardo, i cui nipoti lo vendettero a Firenze, e la cui discendenza è estinta nella linea maschile nel 1987; Valverde rimase al fratello Antonio, la cui discendenza probabilmente esiste ancora nell'Oltrepò.

Malaspina di Treschietto e Piumesana, da Treschietto fraz. di Bagnone in Lunigiana e da Piumesana fraz. di Godiasco nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Giovanni, figlio del Marchesotto; nel 1698 vendettero Treschietto al Granduca di Toscana, e anche la loro signoria su Piumesana e la consignoria su Godiasco si ridusse a quote modeste. Si estinsero nel XIX secolo.

Malaspina di Filattiera e Cella, da Filattiera in Lunigiana e Cella fraz. di Varzi nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Obizzino, figlio del Marchesotto; nel 1514 Bernabò, ribelle agli Sforza, fu squartato a Voghera, e il feudo di Cella fu confiscato; suo figlio Manfredi vendette Filattiera al Granduca di Toscana; la discendenza si estinse nel XVIII secolo.

Malaspina di Malgrate e Oramala, da Malgrate fraz. di Villafranca in Lunigiana e da Oramala fraz. di Val di Nizza nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Bernabò, figlio del Marchesotto. Fu uno dei pochi rami della famiglia, insieme a quello di Fosdinovo, a non diminuire il proprio potere, ma anzi incrementarlo nel tempo, acquisendo la quasi totalità delle quote del marchesato di Godiasco, il marchesato di Pozzol Groppo e il marchesato di Fortunago, oltre che partecipazioni nella maggior parte degli altri feudi malaspiniani nell'Oltrepò. Furono quindi chiamati poi Malaspina di Godiasco, Pozzol Groppo e Fortunago.

Bernabò 1351-68
Niccolò -1408
Bartolomeo -1456
Ercole -1477
Malgrate -1499
Giambattista -1514
Cesare -1549
Ercole II -1581
Pier Francesco -1622
Giuseppe
Pier Francesco II -1692
Ercole III Benedetto -1723
Agostino -1750
Ercole IV -1797

Si divise nei due rami di Godiasco-Pozzol Groppo e di Fortunago, che si estinsero rispettivamente nel XIX e nel XX secolo.

Malaspina di Sagliano, da Sagliano Crenna fraz. di Varzi, ebbero origine da Azzo, figlio di Nicolò di Oramala e Malgrate, e si estinsero nel XVIII secolo.

Altre linee

Linea di Ascoli Piceno

Malaspina di Ascoli Piceno, da Ascoli Piceno nelle Marche; il feudo passò poi ai Malatesta, ma gli Sforza lo ridiedero ai Malaspina fino al 1502 quando passò al papato.

Malaspina di Grondona, solo il feudo di Grondona, fino alla fine del feudalesimo.

Linee esistenti alla metà del XVIII secolo

Spino secco:

Mulazzo, Montereggio e Castagnetoli (1746): Carlo Moroello 1746-74, protettorato toscano

Calice, Veppo, Madrignano, Mulazzo (1710): Gian Cristoforo 1710-63; feudo ceduto alla Toscana nel 1772

Suvero, Monti: Rinaldo III 1736-70

Orezzoli, Volpedo: Marco Antonio 1691-52 (linea non sovrana), ai Savoia

Fabbrica di Ottone (linea non sovrana), ai Savoia

Ottone (linea non sovrana), ai Savoia

Frassi (linea non sovrana), ai Savoia

Villafranca, Virgoletta, Garbugliaga, Beverone: Federico III Malaspina Estense 1722-86; feudo modenese

Castevoli, Cavanella, Stadomelli: Opizzone Paolo 1744-59, poi alla linea di Villafranca

Licciana, Monti, Panicale, Bigliolo: Cornelio 1741-78; estinti nel 1794 e annesso da Villafranca

Bastia, Varano, Monti: Giovanni 1740-83, poi alla linea di Ponte Bosio

Ponte Bosio, Monti: Giulio 1748-68, dal 1794 a Licciana

Podenzana, Aulla (1710): Francesco Maria 1712-54

Pregola, Campi, sotto il Groppo: Corrado 1720-77 (linea non sovrana); Ercole III di Malgrate 1750-97, ai Savoia

Spino fiorito:

Fosdinovo, Gragnola, Castel dell'Aquila: Gabriele III 1722-58, vicario imperiale in Italia

Fabbrica Curone: Antonio Sforza Malaspina 1739-59 (linea non sovrana), ai Savoia

Santa Margherita, Menconico: Francesco Agostino 1749-57: Corrado di Pregola 1720-77 (linee non sovrane)

Malgrate, Filetto, Godiasco, Oramala, Fortunago, Piumesana: Ercole IV 1750-97, in parte feudi non sovrani ai Savoia

Olivola, Pallerone, Bibola: Giuseppe Massimiliano 1714-58

Treschietto, Valle, Corlago: Giulio di Filattiera 1710-61 (linea non sovrana), alla Toscana dal 1698

Sagliano, Godiasco, Piumesana: Francesco 1743-58 (linea non sovrana)

Grondona (linea non sovrana)

Valverde, S.Albano, Monfalcone, Godiasco, Piumesana: Carlo Antonio 1704-59 (linea non sovrana)

Varzi (linea non sovrana), ai Savoia

Verona (linea non sovrana), sotto Venezia

Altri componenti non appartenenti alle linee note

Ricordano Malaspina: (o Malespini), storiografo fiorentino (* verso il 1200, †; 1281) scrisse una storia della sua città ("Istoria fiorentina") in italiano, proseguita dopo la sua morte dal nipote, Giaccotto. Dopo la battaglia di Montaperti (1260) andò in esilio a Roma. Fece ritorno a Firenze dopo la Battaglia di Benevento del 1266.

Giacotto Malaspina, che proseguì la storia fino al 1286.

Saba Malaspina segretario del papa Giovanni XXI, scrisse una storia della Sicilia ("Rerum sicularum", 1250-76) dal punto di vista guelfo.

fonte: Wikipedia

21/02/15

Don Backy



pseudonimo di Aldo Caponi, è un cantautore, attore e pittore italiano.

Gli inizi

Aldo Caponi, prima di diventare Don Backy, lavora in una conceria di pellame a Santa Croce sull'Arno, e intanto coltiva la passione per la pittura, la recitazione e il rock. Riuscirà a realizzarsi in tutti e tre i campi.

Inizia a strimpellare la chitarra da ragazzino, dopo aver visto al cinema, nel 1956, il film Senza tregua il rock and roll, in cui Bill Haley canta, accompagnato dal gruppo dei Comets, Rock Around the Clock: comincia quindi a cantare il genere con il gruppo dei "Golden Boys" (lavorando di giorno come impiegato in una conceria di pellami), usando il nome d'arte di "Agaton" e, ben presto, a comporre canzoni, finché nel 1960 incide il suo primo 45 giri, registrato a Roma e autoprodotto, contenente le canzoni Volo lontano e Solo con te col nome di "Agaton e i Pirati". È tuttavia lui stesso ad acquistare le 100 copie prodotte del disco.

Qualche mese dopo si reca a Torino, dove incide (questa volta con il gruppo "Golden boys", che hanno mutato il nome in "Kiss"), il secondo 45 giri - ancora autoprodotto - con un brano di Alberto Senesi, Bill Haley rock, e una versione di Non arrossire di Giorgio Gaber cantata a due voci - stile Everly Brothers - con Alberto, il vocal-chitarrista del gruppo.

L'anno successivo scrive La storia di Frankie Ballan, una ballata ispirata alla storia di Franco, un suo amico scappato di casa con la sua ragazza Wally: la musica, assolutamente inusuale in quel periodo, ricorda molto le atmosfere western. Il giovane Aldo crede fino in fondo a questa canzone: si reca a Torino per inciderla in un terzo 45 giri autoprodotto (questa volta il nome usato è "Kleiner Agaton"), riservando il lato B a Mi manchi tu, brano scritto a quattro mani con Alberto Senesi. Il disco viene inviato a discografici e produttori. Il maestro Detto Mariano, all'epoca collaboratore di Alessandro Celentano (fratello di Adriano), ascolta il disco e lo segnala ad Adriano, che sta cercando nuovi artisti da lanciare per la sua casa discografica, il Clan Celentano, fondata proprio in quel periodo (marzo 1962) dopo la chiusura del contratto con la Jolly, ma Celentano boccia sia la canzone che il cantante. Detto Mariano non si arrende: dopo alcuni giorni quindi ripropone il disco all'ascolto di Adriano, ottenendone un secondo rifiuto. Solo la curiosità spinge Milena Cantù (all'epoca fidanzata di Celentano) a riascoltare il disco, rimanendone entusiasta. Adriano Celentano si convince allora dell'originalità del brano e del cantante e lo fa contattare dal fratello con una lettera raccomandata. Il ragazzo si presenta emozionatissimo a Milano e viene scritturato.

Ricky Gianco, Guidone e altri componenti del Clan decidono di cambiare il nome d'arte di Agaton e optano per Don Backy. La neonata etichetta discografica lo invia al primo Cantagiro con La storia di Frankie Ballan. Sulla facciata B del disco viene incisa Il Fuggiasco, nuova versione di Mi manchi tu con il testo riscritto da Luciano Beretta.

I primi successi

Il Cantagiro si conclude con Don Backy al settimo posto della classifica e il disco è l'unico - insieme a quello di Celentano - a riscuotere un buon successo di vendite. I Fuggiaschi diventa il nome del suo gruppo.

L'anno successivo Don Backy partecipa alla seconda edizione della manifestazione con il brano Amico, cover di un brano di Burt Bacharach, riscuotendo anche in questo caso un lusinghiero successo di vendite[senza fonte]. Nello stesso anno, cantando La carità, facciata B di Amico, prende parte al film Il monaco di Monza con Totò, per la regia di Sergio Corbucci. In questo film Don Backy e Celentano compaiono nei panni di due frati, cantando una canzone di Don Backy, "La Carità"..

Altro successo di quell'anno è l'irriverente Ho rimasto - che crea scandalo per l'errore grammaticale contenuto nel testo - seguito l'anno dopo da Io che giro il mondo (per il terzo anno di seguito al Cantagiro). Sempre nel 1964 recita nel film Super rapina a Milano, di cui ha scritto il soggetto insieme a Celentano: sul set di questo film conosce la giovane attrice Liliana Petralia, che diventerà sua moglie.

Don Backy scrive anche testi per altri autori del Clan: sulla musica di Stand by Me racconta la storia di una ragazza non vedente, e la canzone Pregherò diventa un grande successo di Celentano; per Ricky Gianco scrive il testo di Tu vedrai, sulla musica di Don't play that song, che viene lanciata quale seguito di Pregherò.

Il 1964 è anche l'anno di Cara, che viene seguita nel 1965 dal brano L'amore, giudicata da lui come la canzone che gli apre definitivamente il suo mondo di "cantainventore". Il 1966 è la volta di Serenata, brano scherzoso, assolutamente nelle corde del Don Backy irriverente verso le mode. Dopodiché I Fuggiaschi si staccano da lui per dedicarsi a una loro carriera autonoma, e Don Backy forma un altro gruppo, La Banda.

Nel 1967 è al Festival di Sanremo in coppia con Johnny Dorelli con una delle sue canzoni più celebri, L'immensità, ripresa subito da Mina, da Milva e da diecine di artisti nel tempo, fino ai giorni d'oggi, dai Negramaro, da Francesco Renga e nel mese di febbraio 2015, anche da Gianna Nannini e da "Il Volo" - in Spagna e paesi latini - da Mónica Naranjo e nel mondo da diecine di artisti (consultare Youtube). Segue il grande trionfo con Poesia, nell'estate dello stesso anno, incisa anche da Englebert Humperdinkh. Sempre in quell'anno escono due film, I sette fratelli Cervi di Gianni Puccini e Banditi a Milano di Carlo Lizzani, e il libro Io che miro il tondo, pubblicato da Feltrinelli. Don Backy diventa così il primo cantautore ad aver pubblicato un romanzo.

Al 15º Festival della Canzone Napoletana 1967 si presenta con il brano di Salerno e Lombardi E facimmoce a croce, eseguito in abbinamento con Ettore Lombardi.

La separazione dal Clan

L'anno dopo, per problemi legati alle royalties effettive pagategli sui dischi venduti, abbandona il Clan Celentano. Le versioni di questa vicenda sono divergenti, ma nel 1974, Celentano addiverrà a una transazione, considerate le prove inconfutabili presentate da Don Backy.

Il cantautore toscano nel 1968 avrebbe dovuto partecipare al Festival di Sanremo in coppia con Milva con il suo brano Canzone, ma Ornella Vanoni si è infatuata della sua canzone Casa bianca e la pretende per il festival. Don Backy non può però accontentarla, perché il regolamento di allora vietava a un compositore di presentare più di un brano. Il Clan trova l'escomotage di far presentare la documentazione riguardante Casa Bianca facendola firmare da un prestanome - tale Eligio La Valle - che accetta dietro compenso. La firma dell'autore del testo (Don Backy) viene falsificata da Detto Mariano. (Seguiranno a questo proposito 9 gradi di giudizio con la sorprendente decisione finale che vede il brano assegnato al La Valle, senza che a Don Backy siano mai state accolte le prove testimoniali, tanto meno essere mai stato convocato per essere interrogato).

Questa la goccia che fa traboccare il vaso, già abbondantemente colmo dalla vicenda delle royalties che Celentano per 7 anni non ha pagato a Don Backy per le canzoni che hanno portato al successo lo stesso Adriano Celentano. La situazione precipita e così Celentano gli impedisce di partecipare come cantante al Festival di Sanremo.

La sua Canzone sarà interpretata proprio da Adriano Celentano che, vendicandosi di quello che lui reputa il tradimento di un amico, la canta stonando volutamente, fingendo di dimenticarsi le parole, e con un tono distratto e svagato che non rende giustizia al brano; nonostante ciò la canzone arriva terza, grazie soprattutto a Milva, e Casa bianca si classifica seconda. Il giorno successivo, il quotidiano "La Notte" titola in prima pagina: «Don Backy vince senza cantare». Anche questa canzone viene incisa da svariati artisti, tra cui Massimo Ranieri e ultimamente da Mango.

L'artista toscano prontamente fonda una sua casa discografica, chiamandola Amico dal titolo del suo primo successo, ma qualcuno vedrà in questo nome un riferimento ironico alla vicenda che lo vede contrapposto a Celentano. Il primo 45 giri esce con Canzone e, sul lato B, Casa bianca. Il Clan pubblica un altro 45 giri usando il provino che Don Backy aveva inciso in precedenza, e tutto ciò, unito ai dischi cantati da Milva e da Celentano, fa sì che nello stesso periodo ci siano ben 4 dischi con la stessa canzone: la versione di Don Backy risulta di gran lunga la più venduta e raggiunge il primo posto nella hit parade per due settimane.

La vicenda prosegue in tribunale: Celentano denuncia Don Backy per aver rotto il contratto, e Don Backy a sua volta lo denuncia per royalties non pagate al 100% sui dischi realizzati da lui.

Lo stesso Don Backy pubblicherà nel 2010, sul proprio sito, i perché il La Valle, figura tra gli autori di Casa Bianca:

« Ovviamente - dal palcoscenico sanremese - i presentatori furono costretti a lanciare la canzone con autori La Valle/Don Backy, primo, perché - per loro - il documento, non presentava - formalmente - alcuna anomalia burocratica, o tecnica. Secondo, perché - qualora fossero stati nominati i veri autori - ci sarebbe stata la squalifica immediata della canzone stessa dalla gara, con conseguenze disastrose. Ecco come andarono le cose! Avallo la linearità incontestabile di questa esposizione dei fatti, pronunciando lo stesso giuramento (mia sponte) fatto davanti al giudice - dott. Vannicelli - (un giudice - purtroppo - non competente sulla causa, ma solo incaricato di sondare la possibilità di un accordo tra le parti. Accordo che io ho respinto) nell'udienza del 20/3/1996, Tribunale di Monza - rivolgendomi a un crocifisso alle spalle del magistrato: "GIURO solennemente davanti a Dio e agli uomini, e siccome potrei essere un ateo (ma non lo sono), lo giuro anche sulla testa di mio figlio, che la canzone Casa Bianca, è mia in toto, parole e musica!" Detto e La Valle presenti in quella stessa stanza con i loro legali, su mia sollecitazione - guarda caso - si rifiutarono di ripeterlo, sapendo forse che - fino a quel punto - si può scherzare coi fanti, ma non coi Santi, (figuriamoci col figlio di Dio).
Lettera finale:
‘Caro La Valle Eligio, il destino ti ha già punito facendoti attendere più di 30 anni, per arrivare a ottenere questo risultato, impedendoti di riuscire a farlo quando magari avresti potuto goderne. Adesso, persona di oltre 80 anni, sei finalmente riuscito ad ottenere qualcosa che non ti appartiene. ‘Godràì di frutti cospicui non tuoi e forse dentro di te riuscirai anche a gioire per essere riuscito in questa ‘bella impresà (cosa della quale - se hai una coscienza - io dubito), senza pensare alle sofferenze inflitte agli altri con il tuo agire guasto. Ma io vorrei poter chiedere a tua moglie o anche ai tuoi figli (se ne hai), se si sentono orgogliosi di cotanto marito e padre, ora che sanno la verità. Gli chiedano - guardandolo negli occhi - di giurare sulla loro testa, di aver scritto la musica di "Casa Bianca". Io invece, chiamo a testimoni i miei morti - che in quella casa vissero - che tutto ciò che ho detto, è la verità. Le bugie, ricadranno sulle teste di chi - falsi testimoni, avvocati di controparte e quant'altri - pur sapendo la verità (come pure Adriano Celentano), non ha speso una sola parola per affermarla. Sono certo però che ‘la farina del diavolo ti andrà tutta in cruscà e questi denari - sottratti al legittimo proprietario - la mancanza dei quali magari avrà cambiato o forse cambierà il destino di famiglie e persone - saranno così maledetti, che certamente non potranno portare che sofferenze e drammi. Ai falsi, ipocriti e bugiardi, dedico questa memoria a loro imperitura vergogna!!! »

La carriera continua

Don Backy si rifà l'anno dopo con Un sorriso, in coppia con Milva, che vince la prima serata e si classifica terza a Sanremo 1969 riscuotendo un buon successo di vendite, che continua negli anni successivi con Cronaca nel 1970 e con Bianchi cristalli sereni, presentata al Festival nel 1971 (e di cui inciderà una versione anche Claudio Baglioni) anche in spagnolo.

Continua anche la carriera d'attore, per Gian Luigi Polidoro in Satyricon e di nuovo con Lizzani per Barbagia; chiude nel frattempo la Amico e firma il nuovo contratto per la CGD, dove resta per due anni per poi passare alla RCA Italiana e infine, dopo altri due anni, fondare una sua nuova etichetta, la Ciliegia Bianca.

Nel 1971 propone a Mina Sognando, storia di un disagio mentale, che riscuote un grande successo nel 1976. La cantante inserisce in un 45 giri un altro brano di Don Backy, Nuda, che la radio censura per il testo.

Nel 1981 la sua Importa niente diventa la sigla di Domenica In di quell'anno.

Altre attività di Don Backy

Con il passare degli anni Don Backy, allontanatosi dalle scene musicali, si dedica ad altre attività: nel 1980 ha pubblicato a fumetti il suo personale L'Inferno in 12 cerchi e 3.200 versi in quartine dalle rime alternate. nel 1980 è stato protagonista nella commedia musicale Teomedio di Fabio Storelli, e in Marco Polo, di Conte e Luzzati, per le quali ha scritto le musiche e le canzoni. Nel 1984 ha disegnato Clanyricon, storia del Clan a fumetti (pubblicata però solo nel 2002).

Ha partecipato poi a vari programmi televisivi di revival musicale, come C'era una volta il festival e Una rotonda sul mare per Canale 5.

Nel 2000 compare in una scena del film Pane e tulipani, diretto da Silvio Soldini, nel ruolo di sé stesso, cantando il brano Frasi D'Amore, (1969).

Nel 2004, dopo anni di lontananza dal video, partecipa al reality show La talpa, ma viene eliminato alla prima puntata.

Nel 2006 tiene una serie di lezioni sulla musica per il progetto universitario Rai Nettuno, l'università a distanza.

Don Backy è l'autore della prefazione del libro del giornalista e scrittore Gian Carlo Padula, dal titolo Dio non è morto, l'altro volto di Francesco Guccini.

Il 16 febbraio 2009 Don Backy scatena una polemica al programma L'Arena a causa del proferimento in diretta di una bestemmia, che non è altro che un'imprecazione piuttosto comune di "Per Dio". Il 16 maggio partecipa con successo alla trasmissione Ti lascio una canzone in onda su Rai1 duettando con Mario Scucces. Nello stesso periodo partecipa ad alcune puntate di MilleVoci, programma musicale di Gianni Turco. Il 4 marzo 2010 partecipa alla trasmissione Gigi, questo sono io, di e con Gigi D'Alessio - cantando in coppia con lui - L'immensità e Canzone.

Il 19 marzo 2010 partecipa alla trasmissione Ciak... si canta! condotta da Pupo ed Emanuele Filiberto, cantando il brano Canzone. Nello stesso anno è nuovamente ospite nella trasmissione MilleVoci, di Gianni Turco, condotta da Gianni Nazzaro.

La carriera di Don Backy si sviluppa quindi tra cinema, teatro, fumetti e libri (interessanti i nuovi Questa è la storia... (1955/1969) e Storia di altre storie... (1970/1980), contenenti più di 1600 tra foto, documenti, lettere, minute di canzoni e altro materiale interessantissimo per chi vuole avere l'immagine esatta di un periodo storico formidabile.

Intervistato a questo proposito, Don Backy ha dichiarato: "Non temo smentite su quanto narrato, perché il tutto è comprovato da una documentazione inoppugnabile, avallata con precisione dal fatto che io ho conservato tutte le agende personali dal 1955 ai giorni d'oggi, quindi sono risalito agli eventi con assoluta attendibilità").

Suo figlio Emiliano ha prodotto un nuovo CD Il Mestiere delle Canzoni, che si troverà anche in un cofanetto contenente il Dvd del brano Vent'anni, intitolato 50 anni di Mestiere delle Canzoni, oltre al Cd/video di un concerto tenuto al Palapartenope di Napoli, il backstage della realizzazione del CD, il backstage della realizzazione del Dvd, Una lunga intervista. Il tutto in distribuzione (Edel) dal 25 di gennaio 2011.

Il 16 maggio 2014 ritira a Genova presso il FIM, la Fiera Internazionale della Musica, il FIM Award Premio Italia alla Carriera assegnato da CAPAM, Commissione Artistica per la Promozione dell'Arte e della Musica e consegnato da Verdiano Vera, patron della manifestazione.[3] Durante l'evento si esibisce interpretando i suoi più grandi successi e ottenendo un ottimo consenso da parte di un folto pubblico che lo acclama.

Discografia[

33 giri

1965 - L'amore (Clan Celentano ACC S LP 40005)
1968 - Casa bianca (Clan Celentano ACC LP 40009)
1969 - Le quattro stagioni di Don Backy (Amico DB LP 7001)
1970 - Le più belle canzoni di Don Backy (Amico ZSKF 55037)
1971 - Fantasia (CGD FGL-5085)
1973 - Io più te (RCA Italiana DPSL 10613)
1978 - Sognando (Ciliegia Bianca CBL 80001)
1979 - Vivendo cantando (Ciliegia Bianca CBM 8002)
1981 - Difetti e virtù (Ciliegia Bianca CBM 8003)
1984 - Spring, Summer, Autunm & Winter (Forever FE 32702)
1988 - Rock & Roll (Ciliegia Bianca 2NEM 47301)
1990 - Finalmente (New Enigma NEM 47734)
1992 - Sulla strada (Ciliegia Bianca CBM 8004)
1994 - Per amore per rabbia
1998 - Memorie di un Juke Box
2003 - Signori si nasce e io lo nacqui
2010 - Il mestiere delle canzoni (CD, Ciliegia Bianca)

45 giri

1960 - Volo lontano/Solo con te (Manhattan - IT-9504; pubblicato come Agatone e i Pirati)
1960 - Bill Haley rock/Non arrossire (Rainbow Records - 258/45 259/45; pubblicato come Agatone e i Kiss)
1961 - Mi manchi tu/La storia di Frankie Ballan (Rainbow Records - 400/45 401/45; pubblicato come Kleiner Agaton)
1962 - La storia di Frankie Ballan/Fuggiasco (Clan Celentano, ACC 24003)
1962 - L'ombra nel sole/Tu piangevi (Clan Celentano, ACC 24007)
1963 - Amico/La carità/Dimmi cos'è (Clan Celentano, ACC 24011)
1963 - Ho rimasto/Sono solo (Clan Celentano, ACC 24013)
1964 - Io che giro il mondo/Mama che caldo (Clan Celentano, ACC 24018)
1964 - Cara/Succederà (Clan Celentano, ACC 24021)
1965 - L'amore/Una ragazza facile (Clan Celentano, ACC 24030)
1966 - Come Adriano/Serenata (Clan Celentano, ACC 24037)
1967 - L'immensità/Non piangere stasera (Clan Celentano, ACC 24047)
1967 - Non piangere stasera/Serenata (Clan Celentano, ACC 24048)
1967 - Poesia/Bum bum (Clan Celentano, ACC 24055)
1967 - E facimmoce 'a croce/Malinconia (Clan Celentano, ACC 24061)
1968 - Canzone/I got a woman (Clan Celentano, ACC 24070)
1968 - Casa bianca/Ma con chi (Clan Celentano, ACC 24071)
1968 - Canzone/Casabianca (Amico, DB-001)
1968 - Sogno/Samba (Amico, DB-002)
1969 - Un sorriso/Marzo (Amico, DB-003)
1969 - Frasi d'amore/L'arcobaleno (Amico, DB-004)
1969 - Ballata per un balente/Barbagia (Amico, DB-005)
1970 - Giugno/Agosto (Amico, DB-006)
1970 - Nostalgia/Cronaca (CGD, N-9765)
1971 - Bianchi cristalli sereni/La primavera (CGD, CGD-107)
1971 - Fantasia/La mia anima (CGD, CGD-121)
1972 - Folcacchio's story/Una rosa, una rosa, una rosa e una rosa (Rare, NP 77580)
1973 - Via Marconi 44/Sognando fumo (Love, 900102)
1973 - Io più te/Zoo (RCA Italiana, PM-3744)
1974 - Amore non amore/Immaginare (RCA Italiana, TPBO-1039)
1976 - Madre/Che strano (Atlantic, T-10732)
1978 - Tra i fiori nel vento/Sognando (Ciliegia Bianca, CB-001)
1979 - La banda Carcioffoli/Fine (Ciliegia Bianca, CB-82)
1979 - L'artista/L'amore è forte (Ciliegia Bianca, CB-83)
1981 - Importa niente/Viaggio (Ciliegia Bianca, CB-86)
1982 - Vola/Marco Polo (Ciliegia Bianca, CB-87)
1982 - Luna di Roma/Sole (Ciliegia Bianca, CB-88)
1983 - Luna di Roma/Regina (Ciliegia Bianca, CB-89)

Partecipazioni[

Ciao Ragazzi (Ciao Ragazzi, ACC-SP-25002, EP) con il brano Voglio dormire
Due treccioline con l'elastico (Clan Celentano, ACC 24033, 7") interpretato in coppia con Milena Cantù

Filmografia

Don Backy nel film decamerotico Quando le donne si chiamavano madonne (1972)
Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963) anche musiche
Uno strano tipo, di Lucio Fulci (1963)
Cleopazza, di Carlo Moscovini (1964)
Super rapina a Milano, di Adriano Celentano (1964)
L'immensità (La ragazza del Paip's), di Oscar De Fina (1967)
I sette fratelli Cervi, di Gianni Puccini (1967)
Satyricon, di Gian Luigi Polidoro (1968)
La Spitale del Vizio (1968) di Adriano Bolzoni
Banditi a Milano, di Carlo Lizzani (1968)
Quarta parete, di Adriano Bolzoni (1969) anche musiche
Barbagia (La società del malessere), di Carlo Lizzani (1969) anche musiche
Quella chiara notte d'ottobre, di Massimo Franciosa (1970)
E venne il giorno dei limoni neri, di Camillo Bazzoni (1970)
Il carcerato, (1971) Miniserie TV
Un doppio a metà, di Gianfranco Piccioli (1972)
Una cavalla tutta nuda, di Franco Rossetti (1972) anche musiche
Le calde notti del Decameron, di Gian Paolo Callegari (1972)
Quando le donne si chiamavano madonne, di Aldo Grimaldi (1972)
Poppea... una prostituta al servizio dell'impero, di Alfonso Brescia (1972)
Elena sì... ma di Troia, di Alfonso Brescia (1973)
Cani arrabbiati, di Mario Bava (1974)
Amori, letti e tradimenti, di Alfonso Brescia (1975)
A forza di sberle, di Bruno Corbucci (1975)
La tragedia di un uomo ridicolo, di Bernardo Bertolucci non accreditato (1981)
Pane e tulipani, di Silvio Soldini (2000)
Impotenti esistenziali, di Giuseppe Cirillo (2009)

Opere letterarie

Io che miro il tondo, Feltrinelli, 1967
Cielo 'O Connors & Franz il Guercio, soci a Parigi, Leti, 1970
Radiografia a un pupazzo di neve, Giardini, 1974
L'Inferno, Gruppo Editoriale Lo Vecchio, 1985
C'era una volta il Clan (memorie di un juke box, '55-'69), Edizioni Ciliegia Bianca, Roma, 2001
Clanirycon, L'isola che c'è, 2002
Sognando, 2004 (libro + CD)
Questa è la storia... (1955/1969) Memorie di un juke box, Coniglio Editore, Roma, 2007
Storia di altre storie... (1970/1980) Memorie di un juke box, Ciliegia Bianca Editore, Roma, 2009

Premi

2014, Genova - FIM Award - Premio Italia alla Carriera

fonte: Wikipedia

CANZONE

CASA BIANCA

SOGNANDO