14/08/18

Avicii e la pedofilia di regime...


Terribili legami tra la morte di Avicii e la cosiddetta elite pedofila.
L'artista era impegnato nella lotta contro poteri occulti e, nonostante la recente scomparsa, continuano a venire a galla diverse inchieste relative alle sue denunce. Molti tra gli amici del DJ produttore confermano che aveva dedicato la sua vita a "proteggere i bambini" denunciando predatori di gruppi internazionali che abusano e violentano attraverso reti segrete di schiavi e che godono di protezioni insospettabili.
DJ Avicii è morto in circostanze sospette mentre si trovava a Muscat, in Oman, e la sua morte ha scosso tutto il mondo dello spettacolo.
Avicii, (Ted Bergling) è stato pioniere della scena EDM contemporanea, artista famoso, capace di riempire arene in tutto il mondo.
Ha vinto due MTV Music Awards, un Billboard Music Award e guadagnato due nomination ai Grammy. Il suo più grande successo è stato "Le7els".
E' il suo video estremo d'esordio alla regia "For A Better Day" ad aver suscitato il forte dubbio che la sua prematura scomparsa non fosse così naturale.
Il video di "For a Better Day" è profondamente inquietante e lascia intendere in maniera piuttosto esplicita quello che Avicii era riuscito a capire e vedere. Secondo gli amici, Avicii era diventato un difensore di bambini vittime di abusi in tutto il mondo, questo dopo aver assistito ad "orrori inimmaginabili" quando entrò in contatto profondo con certi ambienti dell'industria dell'intrattenimento mondiale e dell'élite politica.


Per il suo primo video da regista, Avicii ha fatto una scelta coraggiosa, "For a Better Day" racconta la storia di bambini che vengono venduti come schiavi del sesso da trafficanti pedofili e reti internazionali. Il video è molto forte e mostra due bambini che fuggono per scappare da i loro orchi, tornando in seguito da adulti per vendicarsi.
Apparendo nella storia come uno dei bambini cresciuti, nonostante gli avvertimenti delle etichette discografiche sul "suicidio commerciale", decise di denunciare esplicitamente, approfittando della sua notorietà.
Alla fine del video, è stato rivelato che sarebbe questo l'anello dell'organizzazione pedofila che Avicii aveva nel mirino, organizzazione che aveva legami con il vertice del governo. Nel video il pedofilo viene ucciso e marchiato a sangue. Nella realtà, invece, è stato Avicii a morire, un po' come Chester Bennington e Chris Cornell, che sono morti in circostanze sospette.
Avicii fu messo a tacere per le sue coraggiose accuse e prese di posizione?

Chris Cornell 

Il frontman dei SoundGarden e degli Audioslave Chris Cornell è stato trovato appeso a una porta nella sua camera d'albergo di Detroit nel maggio 2017. La sua morte è stata subito dichiarata suicido, nonostante le obiezioni dei suoi colleghi e della sua famiglia. La polizia di Detroit ha concluso le indagini rapidamente e l'Ufficio per l'Esame medico della contea di Wayne ha confermato il suicidio, ma gli investigatori sostengono che le lacune inspiegabili nella cronologia ufficiale degli ultimi momenti di Cornell e le incongruenze sospette nei registri suggeriscono che, la morte di Cornell, non è stato affatto un suicidio, ma un omicidio premeditato ed insabbiato.
Proprio come Avicii, Cornell aveva assistito agli "orrori" e con sua moglie aveva creato un'organizzazione per prevenire lo sfruttamento sessuale dei bambini.
Gli amici stretti di Cornell dicono che gli è stato mostrato un "libro nero" che includeva il nome di uno dei suoi colleghi. Dopo aver creato la sua fondazione, IfOnly, indagando ulteriormente, Cornell era vicino a denunciare una rete di pedofili che lavoravano all'interno dell'industria dello spettacolo: un lavoro pericoloso e coraggioso che considerava affrontare come suo "dovere". Infatti, le persone a lui vicine credono che sia stato ucciso prima che finisse queste indagini.

Chester Bennington 

Il frontman dei Linkin Park Chester Bennington è stato trovato morto nel luglio 2017, solo un mese dopo la morte del suo caro amico Cornell. Mentre la causa ufficiale del decesso è stata quella di suicidio per impiccagione, i suoi amici, familiari e fan hanno espresso indignazione per il verdetto.
E' stato stabilito che Bennington soffrisse di depressione, confessò pubblicamente di aver subito da piccolo pesanti ed orribili abusi sessuali da qualcuno che in seguito definì come "uomo più anziano". 
Bennington annunciò qualche settimana prima della sua morte che avrebbe parlato pubblicamente di questi abusi e di chi ci fosse dietro.
Chester Bennington era un uomo maturo che aveva esorcizzato i suoi demoni e aveva dedicato il resto della sua vita a combattere per gli altri - tra cui i suoi sei figli e il suo figlioccio, Christopher Cornell.
Mentre i dettagli della morte di Avicii continuano ad emergere, vale la pena tenere d'occhio gli ambienti che stanno depistando le indagini, chi si sta prodigando a spostare le colpe sulla vera causa della sua morte, tentando di eliminare chiunque sollevi domande.
https://yournewswire.com/dj-avicii-dead-pedophile-ring/

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.com/

12/08/18

Alice Seeley Harris e l'orrore del colonialismo di Leopoldo II


Correva accaldato l'agosto del 1908 e, prima di cedere le terre della propria colonia privata al governo del Belgio, Re Leopoldo II fece ardere per una settimana i propri archivi privati al fine di nascondere le atrocità commesse in quella terra lontana. 
Alla base della nostra comprensione dovremmo trovare la risposta ad una domanda molto semplice: perché Leopoldo II possedeva una colonia privata nel cuore dell'Africa? 



Leopoldo credeva che le colonie fossero la chiave per la grandezza di un paese e cercò instancabilmente di acquisire un territorio d'oltremare per il Belgio. Purtroppo le sue ambizioni non trovarono seguaci nel popolo belga. Il re decise di cercare un modo d'impossessarsi di terre in posizione di privato cittadino. Diversi tentativi in Africa e Asia non riuscirono, per la fortuna delle popolazioni che risiedevano in quelle terre. Nel 1876 organizzò una campagna commerciale camuffata da associazione scientifica e filantropica. Nel 1879 assunse il famoso esploratore Henry Morton Stanley per stabilire una colonia privata nella regione del Congo. Le manovre diplomatiche, ma soprattutto le conoscenze acquisite, permisero il riconoscimento di Leopoldo come sovrano delle terre congolesi alla conferenza di Berlino del 1884-85. Il 5 febbraio del 1885 nacque lo Stato Libero del Congo, poi divenuto Congo Belga. Leopoldo fu libero di controllare lo stato come una colonia privata e personale. 


Leopoldo e Morton Stanley, sfruttando l'ingenuità dei nativi, riuscirono a stipulare centinaia di contratti lungo le rive del fiume Congo, al fine di sfruttare i collegamenti portuali dalle zone interessate sino alla foce. 
Cosa vi era di così importante in quelle zone da far sottoscrivere centinaia di contratti per lo sfruttamento del corso d'acqua? 
Alcuni decenni prima dello sbarco di Leopoldo sulle rive del Congo, Charles Goodyear aveva scoperto che l'aggiunta di poche unità percentuali di zolfo al lattice dell'albero della gomma, seguito da riscaldamento, rendeva la gomma più resistente ai solventi e più elastica. Questo processo è noto come vulcanizzazione. 
Il Congo era ricco di alberi della gomma. La resina, che si ricavava incidendo la corteccia dell'albero, era raccolta in recipienti posti alla base del tronco. Leopoldo non poteva perdere l'occasione di sfruttare la nascente industria della gomma. Trasformò il paese conducendolo ad un regime militare fondato sul terrore e gli omicidi. 
Al Re serviva la manodopera per raccogliere i frutti dell'albero. Molti abitanti della colonia privata furono obbligati a raccogliere la resina senza ottenere compenso. 


Resoconti di sfruttamento selvaggio e di violazioni dei diritti umani della popolazione nativa, tra cui la schiavitù e le mutilazioni eseguite quando le produzioni della gomma non rispettavano i quantitativi richiesti, portarono alla nascita di un movimento internazionale di protesta già nei primi anni del secolo scorso. Le mutilazioni erano frequenti: le persone che non eseguivano correttamente gli ordini impartiti si vedevano tagliare la mano o il piede. Sulle donne la malvagità e l'orrore condussero gli aguzzini a privarli delle mammelle. Frequenti erano le spedizioni punitive contro i villaggi, che venivano distrutti e dati alle fiamme. Non furono risparmiati bambini. Ad aggravare la situazione giunsero frequenti epidemie di vaiolo e malattia del sonno. Le stime sulle perdite di vite umane durante la colonizzazione di Leopoldo II oscillano tra i 3 e i 10.000.000 di morti. Numero di vittime tale da poter attribuire alle nefandezze di Leopoldo II il termine di genocidio, forse il meno conosciuto della storia recente. 


Poche persone ebbero il coraggio di urlare al mondo cosa accadeva in Congo, tra questi Alice Seeley Harris con il marito John Harris, due missionari inglesi che agli inizi del novecento girarono la colonia privata di Leopoldo con la macchina fotografica in spalla. 
Alice Seeley nacque a Malmesbury, in Inghilterra, il 24 maggio del 1870, da Aldred e Caroline Seeley. Nel 1889, all'età di diciannove anni, entrò nel servizio civile. Alice donava il proprio tempo libero al lavoro da missionaria presso la Regent's Park Chapel a Lamberth. Poco tempo dopo decise di lasciare il servizio civile per entrare nel Doric Lodge, un istituto di addestramento del RBMU, organizzazione che si occupava dell'Africa ed in modo particolare del Congo. Nel 1894 conobbe il futuro marito John Hobbis Harris. Nel 1897, dopo quasi sette anni di tentativi, la richiesta di Alice di recarsi in Congo fu accettata. Poco tempo dopo, il 6 maggio del 1898, Alice e John si sposarono. La felice relazione porterà alla gioia di quattro figli: Alfred John, Margaret Theodora, Katherine Emmerline e Noel Lawrence. Il 10 maggio del 1898, quattro giorni dopo il matrimonio, Alice e John partirono per l'Africa, in una sorta di luna di miele. Arrivarono in Congo il 4 agosto 1898, tre mesi dopo la partenza dall'Inghilterra. Alice rimase sconvolta e disgustata da quello che quotidianamente vedeva nel cosiddetto Stato Libero del Congo. Inizialmente lei ed il marito si erano posizionati in una zona tribale nei pressi del fiume Lulanga, un affluente del Congo. Dal 1901 si spostarono nella zona di Baringa, villaggio sulle sponde del fiume Maringa. Durante il suo periodo in Congo, Alice insegnò l'inglese ai bambini del posto, ma il suo contributo più importante fu quello di fotografare le ferite riportate dai nativi congolesi ad opera degli agenti e soldati di Re Leopoldo II del Belgio. L'atrocità più famosa e scioccante era legata al taglio delle mani e dei piedi. Nel 1904 due uomini giunsero alla sua missione da un villaggio attaccato dagli uomini di Leopoldo. Uno dei due uomini reggeva un piccolo fascio di foglie che all'apertura rivelò la mano e il piede mozzato di un bambino. I soldati di Leopoldo II Re del Belgio, mai dimenticarlo, avevano mutilato ed ucciso sia la moglie che la figlia di Nsala, l'uomo che reggeva i resti della bimba avvolte in un fascio di foglie. Stravolta, inorridita, disgustata ma fortemente motivata a far conoscere al mondo gli orrori compiuti nella colonia privata del re del Belgio, Alice convinse Nsala a posare con i resti di sua figlia nella veranda della sua casa per una fotografia che attraverserà lo spazio e il tempo. Inizialmente le fotografie ebbero una diffusione limitata alle sole riviste della Missione per il Congo Belga. Nel 1906 i coniugi Harris visitarono gli Stati Uniti. John scrisse d'aver presentato le immagini ad oltre 200 incontri in 49 città. Nel dicembre dello stesso anno, il quotidiano americano New York Times utilizzò le fotografie della famiglia Harris per illustrare articoli sulle atrocità in Congo. Le fotografie riempirono le pagine del quotidiano per un'intera settimana. 


Nel frattempo Re Leopoldo II del Belgio riuscì a scampare all'attentato dell'anarchico italiano Gennaro Rubino. Il re partecipava al corteo in memoria della moglie Maria Enrichetta da poco defunta. Dopo il passaggio della carrozza di Leopoldo, Rubino sparò tre colpi di pistola al re, mancandolo. Rubino, probabilmente dotato di scarsa mira rispetto a Gaetano Bresci, fu arrestato poco dopo. 
Sull'onda del risentimento mondiale, nel 1908 il parlamento belga costrinse il re a cedere lo Stato Libero del Congo al governo del Belgio. Il paese fu ribattezzato Congo Belga. 
Negli anni successivi John e Alice Harris ricoprirono molti ruoli nelle associazioni per la Riforma del Congo. Nel 1933, John Harris fu nominato cavaliere per i suoi servigi all'umanità, divenendo Sir John Harris. Nel contempo Alice divenne Lady Alice Harris. 
Molti commentatori e storici ritennero che Alice avrebbe dovuto ricevere un onore personale per essere stata una delle prime persone ad utilizzare la fotografia in una campagna per i diritti umani. 


Nel 1970, all'età di cento anni, Alice fu intervistata dalla BBC in un programma chiamato “Women of our time”. 
Si spense poco dopo, il 24 novembre del 1970, a Guilford, nel Sussex, in Inghilterra. 
Grazie al rogo degli archivi vi è un Grande Oblio, come affermò Adam Hochschild in King Leopold's ghost, sugli orrori commessi dal re del Belgio nella sua colonia privata. Leopoldo II re del Belgio e Alice Seeley Harris, il carnefice e la donna che ebbe il coraggio di raccontare al mondo l'orrore devastante di un governante definito dal console britannico in Congo, Roger Casement, come “Attila in vesti moderne e che sarebbe meglio per il mondo non fosse mai nato”.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Pavlakis, Dean (2015). British Humanitarianism and the Congo Reform Movement,1896-1913. Farnham, Surrey, UK: Ashgate

Sliwinski, Sharon (2006). "The Childhood of Human Rights: The Kodak on the Congo". Journal of Visual Culture

Peffer, John (2008). "Snap of the Whip/Crossroads of Shame: Flogging, Photography, and the Representation of Atrocity in the Congo Reform Campaign". Visual Anthropology Review

Hunt, Nancy Rose (2008). "An Acoustic Register, Tenacious Images, and Congolese Scenes of Rape and Repetition". Cultural Anthropology

Wylie, Lesley (2012). "Travel Writing and Atrocities: Eyewitness Accounts of Colonialism in the Congo, Angola, and the Putumayo". Nineteenth-Century Contexts

Maria Petringa. Brazza, A Life for Africa, 2006

David Van Reybrouck, Congo, trad. Franco Paris, Milano, Feltrinelli, 2014

Sitografia


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

09/08/18

Isolino di Partegora: storie e leggende di un lembo di terra


Esiste nel lago Maggiore un piccolo isolotto situato in territorio lombardo. È il solo.
Molti lo considerano poco più di uno scoglio, altri un grosso sasso coperto di terra e piante affiorato dalle acque. Nonostante le sue esigue dimensioni, questo minuscolo avamposto vanta una la propria storia e le proprie leggende. Il suo nome è Partegora.
L’isolino di Partegora o Isulin, come lo chiamano le genti di Angera, sorge dalle acque del Verbano a poche decine di metri dalla riva. Circondato quasi per intero da canneti e ninfee bianche, sul lato sud ha una graziosa spiaggia di sabbia lacustre, mentre a ovest si affaccia su un masso erratico chiamato "sass margunin" o "margunée".
Il nome Partegora deriva probabilmente dal fatto che è situato all’interno di un piccolo golfo paludoso, detto gora, “gola del lago”.


Su questo piccolo lembo di terra, durante il periodo caldo, nidificano molte specie di uccelli, fra cui folaghe, cigni, germani reali, anatre, garzette, nitticore, aironi e tartarughe. Da qualche anno c’è anche un’importante colonia di cormorani, che sosta in zona anche nel periodo invernale.
In precedenza Partegora è conosciuto come Isolino Crivelli, dal nome del suo proprietario.
Successivamente passa nelle mani della famiglia Brovelli, che nel 1945 decide di donarlo al comune di Angera in ricordo dei figli caduti durante la guerra.
Sulla sponda est è presente una piccola edicola in granito rosa, con lo stemma dei Crivelli.
Accanto, due lapidi ricordano una la donazione del Brovelli e i figli caduti e l’altra il martirio di sant’Arialdo.


Secondo la tradizione, il 28 giugno 1066, sull’ isolino di Partegora è stato martirizzato il diacono Arialdo, uno dei fondatori del movimento religioso della Pataria, che basava la sua predicazione sull’esigenza di una spinta moralizzatrice del clero del tempo.
A causa dell’austerità del suo pensiero, Arialdo entra in aperto scontro con dell’arcivescovo di Milano Guido da Velate,. Ben presto il futuro santo viene alle armi con i suoi seguaci dell’altro prelato.
Catturato dagli uomini della nipote dell’arcivescovo, Oliva de Vavassori, per alcuni anche sua concubina, è condotto alla Rocca arcivescovile di Angera. La sua sorte è segnata.
Nelle prigioni dopo essere stato castrato, gli viene amputata la mano destra. Torturato fino alla morte, il suo cadavere viene gettato il 27 giugno nelle acque del lago Maggiore, dove sparisce per lungo tempo.
Per tutti, mandante del violento omicidio è senza dubbio Guido da Velate, che viene scomunicato dal papa a causa della ferocia delle azioni commesse dai suoi uomini e per la condotta decisamente immorale che teneva lungo le sponde del lago.


La sorte avversa dell’arcivescovo, caduto in disgrazia davanti al pontefice, gli fa guadagnare numerose simpatie fra la popolazione milanese che lo sostiene di fronte alle ire pontificie. L’anno successivo però la buona sorte viene meno, il popolo cambia idea allorquando il cadavere putrefatto di Arialdo riaffiora dalle acque.
L’arcivescovo Guido da Velate non può fare altro che cedere il suo episcopato a un dignitario, Gotifredo da Castiglione.
Le spoglie di Arialdo sono oggi conservate all’interno del Duomo di Milano. Il martirio del santo è tutt’ora celebrato durante l’ultima domenica di giugno, con una processione di barche illuminate tra la Madonna della Riva e l’Isolino.
Una epigrafe sull’isolotto riporta le seguenti parole: “O viandante che ti soffermi a ristorarti le membra nella quiete amena di questo isolino, rispetta questa terra bagnata dal sangue di un martire”.
Un’altra leggenda ci racconta che su Partegora si sono fermati i fratelli Giulio e Giuliano, diventati in seguito santi.Stanchi di girovagare per tutta Italia per edificare chiese, decidono un giorno di costruire la loro casa e di attendere la morte proprio su questo piccolo lembo di terra. Una mattina Giulio, avvisato dalla voce di Dio, convoca il fratello Giuliano e gli dice: "Un lupo ed una volpe qui faranno strazio di carni innocenti. Allontaniamoci!"Immediatamente, sentendosi minacciati, partono abbandonando il piccolo golfo di fronte ad Angera e si spostano fino a giungere sulle rive del lago d’Orta, dove, su un isolotto, costruiscono poco dopo una chiesa che giunge fino a noi con il nome di basilica di san Giulio.


Ma chi potevano essere il lupo e la volpe a cui fa riferimento Giulio? Lo sapremo solo successivamente, nel 1066, quando il “lupo” Guido da Velate e la “volpe” Oliva de Vavassori, sua concubina, faranno uccidere Arialdo da Cucciago.
L’isolino è noto anche per una importante scoperta scientifica risalente al 1776.
Il 4 novembre di quell’anno, Alessandro Volta, ospite presso la famiglia Castiglioni, passeggiando nella parte nord del lembo di terra, scorge delle bolle di gas che fuoriescono dal terreno melmoso.
Frugando con un bastone sul fondo della palude, vede che le bollicine ad uscire sono molte.
Decide allora di raccoglierne alcune in provette e di impiegare il gas catturato in esperimenti. Riesce così a scoprire un’aria infiammabile, classificata in seguito come metano. Scrive Volta qualche tempo dopo: “Quest’aria arde assai lentamente con una bella vampa azzurrina”.
Nei cosiddetti periodi di “magra del Verbano”, cioè di acqua bassa, si possono scorgere numerosi massi che arrivano fino a Partegora. Ci si potrebbe chiedere se è possibile, in questi periodi dell’anno, raggiungere il piccolo lembo di terra a piedi, quasi camminando sulle acque.
Secondo alcuni racconti che arrivano fino a noi dagli inizi del ‘900, sembra che alla fine degli anni Venti sia stato possibile farlo. Dagli archivi fotografici ci arrivano delle interessanti testimonianze.
La magra permette anche il riaffiorare del “Sass margunin“.
Anche a questo scoglio è legata una antica leggenda d’amore. La bella e giovane Radegonda, promessa sposa a un marchese malvagio e senza scrupoli, disperata, decide di rifugiarsi sull’Isolino di Partegora. E proprio lì, un giorno in cui guarda il lago malinconica, incontra un bellissimo principe sceso dalle nuvole. Il marchese nel frattempo scopre il nascondiglio della fanciulla e decide di andarla a riprendere. Si tuffa nelle acque del lago perché vuole raggiungere la sua promessa sposa a nuoto. Ma le sorelle del principe, scoperto il tentativo, mandano un fulmine in acqua che lo colpisce e lo trasforma in un grande masso, il “Sass margunin”. Sembra che sul sasso sia incisa la scritta “Quando mi vedrete piangerete”. La cattiveria del marchese riaffiora con la siccità.
Un piccolo isolotto, tante storie, tante leggende.

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

05/08/18

l'omicidio massonico parte 5. I parenti delle vittime



Nei precedenti articoli sull’omicidio massonico ci eravamo occupati di alcuni aspetti della simbologia e della tecnica di tali omicidi. Ora voglio parlare di un aspetto che per lungo tempo non ho mai capito ma che, ad un certo punto, in questi anni è diventato chiaro.

Mi sono sempre domandato perché i parenti delle vittime non facevano troppo chiasso.

Mi spiego.

Perché i parenti delle vittime del Mostro di Firenze non hanno costituito un’associazione che indagasse per conto proprio e pubblicasse magari in un sito i propri risultati in autonomia rispetto alle indagini di PG ufficiali (che notoriamente facevano acqua da tutte le parti)?

Perché nessuno dei tanti parenti della famiglia Franzoni ha mai pensato di difendere Anna Maria aprendo un sito, portando prove, ecc...?

Possibile che, dei tanti omicidi che insanguinano l’Italia, i parenti non hanno mai alcun sospetto e non si mettono a far casino, salvo poche eccezioni (ad esempio la famiglia Manca, la signora Gemini mamma di Niki Aprile Gatti)?

Solo in alcuni casi più eclatanti (Ustica, Georgofili, ad es.) si è costituito una sorta di comitato, anche se, dal punto di vista pratico, hanno ottenuto dei risultati quasi nulli.

Negli anni la risposta mi è diventata drammaticamente chiara.

Per gli omicidi più eclatanti – quelli, per intenderci, che ammorbano le nostre serate televisive perché ce li propongono in tutte le salse, con le solite opinioni dei sempre soliti esperti che dicono sempre le stesse cose giungendo sempre alla conclusione del solito nulla – le vittime sono scelte all’interno dell’organizzazione, o comunque sono scelte in modo che la famiglia sia controllata o controllabile.

Nel caso delle vittime del Mostro di Firenze, ad esempio, la maggior parte delle vittime erano in realtà collegate direttamente o indirettamente all’organizzazione. Innanzitutto le vittime passavano tutte dal famoso mago Salvatore Indovino.
La coppia francese eliminata, ad esempio, era scesa in Italia perché aveva contattato un’organizzaione esoterica.
La madre di una delle vittime era un amante del Narducci, il medico trovato morto nel lago Trasimeno e che pare facesse parte della Rosa Rossa.
In un altro caso il padre della ragazza era nell’organizzazione della RR, tanto che fu definito “Giuda” da Pacciani; il curioso epiteto gli era stato rivolto non perché Pacciani straparlava, come molti hanno pensato, ma perché al contrario, sapendo quel che diceva, gli aveva rivolto “l’accusa” di aver parlato poi troppo con gli inquirenti.
In un altro omicidio la vittima era la sorella di un poliziotto in servizio a Firenze. Eppure i giornali non fecero cenno alla questione, e il cadavere venne ritrovato proprio da un poliziotto; e guarda caso il legale di Mario Vanni, Filastò, sosteneva che alcuni dei delitti del Mostro di Firenze fossero compiuti anche con la complicità di poliziotti.

In uno dei tanti omicidi eclatanti che ammorbano le nostre serate televisive ho potuto scoprire che non solo la famiglia coinvolta era collegata ai servizi segreti, ma che i legali dei familiari (nomi mai divulgati dai media) erano, guarda un po’, proprio gli stessi legali che avevano difeso le persone incriminate nei delitti del Mostro di Firenze. La particolarità però è che la famiglia che aveva scelto quel legale abita a centinaia di chilometri dalla città di Firenze e dunque dal legale incaricato.

Ho sempre ritenuto curioso che Alberto Stasi, coinvolto nel delitto di Garlasco, fosse preso a lavorare per lo studio legale che lo difendeva.

Mi sono sempre domandato, per fare un altro esempio, come mai Adriano Sofri non si sia mai interessato alle dichiarazioni di Manlio Grillo, raccolte da Solange in Nicaragua, in cui si autoaccusava dell’omicidio Calabresi, scagionando di fatto Sofri che per questo ha scontato parecchi anni di carcere.

La risposta appare drammaticamente chiara solo che si capisca come funziona il nostro “sistema”.

Una mia amica in polizia mi ha raccontato che, il giorno che andò a dare la notizia del decesso di una persona (uccisa a colpi di accetta) ai familiari, questi non batterono ciglio e le risposero solo “Grazie. Ora per favore dobbiamo lavorare”. Un fatto apparentemente inspiegabile, quando non si conosca come funziona “il sistema”.

Una volta dissi ad una ragazza a cui probabilmente avevano ucciso il padre che forse si trattava di omicidio e non di un malore come i giornali avevano fatto credere. Lei non si mostrò interessata alla cosa e parlò d’altro. Dopo pochi mesi infatti ho scoperto che era entrata nella stessa organizzazione di cui il padre faceva parte.

In un altro caso, ritenendo di avere notizie importanti riguardanti un noto magistrato coinvolto suo magrado in fatti in cui – ritenevo – lui non c’entrava nulla, gli telefonai per fornirgli la mia versione. Da una parte lui non rimase affatto sorpreso. Dall’altra però non si mostrò interessato alla cosa. Rimanemmo d’accordo che l’avrei richiamato io, ma poi non mi feci più vivo perché in fondo, mi dissi, se la cosa non interessa lui, a me interessava ancora meno. Rimasi comunque sopreso dal fatto che lui, che pure da anni si batte affinché si sappia la “sua verità”, non mi richiamò più. E dopo qualche tempo ho capito il perché. Lui fa semplicemente parte della fazione “perdente”, in un gioco di cui è perfettamente consapevole, ma che non viene divulgato al grande pubblico.

Quando la famiglia non fa parte dell’organizzazione, per eliminare qualcuno si interviene in due modi:

1) Si cerca di comprarla o di cooptarla. Le si dà un posto in politica, in TV, le si dà un incarico importante. Le si offrono dei soldi e i familiari, rassegnati, preferiscono una vita tranquilla senza problemi economici ad una infernale in cui rischieranno anche la vita, avranno diffcoltà economiche, e non otterranno giudiziariamente nulla.

2) Si procura un incidente che sembri un vero incidente. Un incidente di auto, di moto, un finto suicidio inscenato discretamente, con un biglietto in cui si chiede “perdono” ai familiari. In tal modo le famiglie possono evitare di guardare in faccia la realtà. Possono continuare a dire “è stato un incidente” e continuare a dormire sonni tranquilli. E nella malaugurata ipotesi in cui i familiari sospettino qualcosa, in genere non troveranno prove a sostegno di quanto dicono, e verranno fatti passare per pazzi o visionari.

Esemplare il caso della signora Gemini, madre di Niki Aprile Gatti, che viene spesso presentata, dai media, come una mamma che non riesce ad accettare il suicidio del figlio. In una recente intervista televisiva, ad esempio, invece di analizzare le prove a sostegno della tesi della mamma, hanno costruito la puntata in modo che il momento più incisivo della trasmissione fosse quello in cui alla domanda “come mai sostiene che suo figlio sia stato ucciso?” lei risponde “perché una madre conosce suo figlio e Niki non si sarebbe mai suicidato”. In altre parole, hanno trascurato le prove per far leva su un argomento emotivo, e quindi facilmente smontabile.

Le vittime, insomma, vengono in genere scelte all’interno dell’organizzazione per vari motivi. Uno dei motivi è che solo in questo modo si riesce a programmare in anticipo e con precisione la data, il luogo e la modalità dell’omicidio, in modo che simbolicamente rispecchi la ritualità che si vuole realizzare. Ma credo che la cosa abbia anche un’altra valenza, nel senso che in tal modo ci si assicura che la vicenda non faccia scalpore, che la gente non capisca, e dunque che il silenzio regni sovrano. Uccidendo una persona i cui familiari sono dentro il sistema, infatti, ci si assicura che essi mantengano il silenzio e accettino supinamente la loro sorte, senza protestare. Pensiamo ad esempio alla rassegnazione di Stefano Lorenzi, il padre del piccolo Samuele, che ha perso il figlio ma ha continuato a rimanere in silenzio vicino alla moglie, con un atteggiamento che è a dir poco contraddittorio per chi osserva dall’esterno, ma che è perfettamente normale per chi conosce le dinamiche in seno alla (o attorno alla) Rosa Rossa. Infatti, nei pochi casi in cui la famiglia non è controllata né direttamente né indirettamente, può scoppiare un vero casino. E’ sufficiente vedere la forza con cui portano avanti la lotta Salvatore Borsellino, Ornella Gemini mamma di Niki Gatti, i familiari di Attilio Manca, per capire che in effetti, colpire qualcuno che non abbia un substrato familiare compiacente può ripercuotersi come un boomerang contro il sistema, che sarà costretto a subire un insieme di fastidi non sempre programmabili in anticipo.

Prendiamo ancora come esempio Ornella Gemini. Le hanno ucciso il figlio, fatto sparire le prove, hanno cercato in modi diversi di piegarla psicologicamente, ma lei è sempre lì, a scrivere sul blog, a organizzare manifestazioni, a partecipare a manifestazioni altrui, a leggere, informarsi, urlare. E quando si ascolta Ornella viene da piangere. Commuove. Smuove le coscienze.

Come commuove e smuove le coscienze Salvatore Borsellino, quando parla. Lo senti parlare e ti viene voglia di combattere, di dire “ma si ammazzateci tutti, avete rotto le palle, ma io non me ne sto zitto”. Se i parenti delle vittime di Ustica, del Mostro di Firenze, e dei molti omicidi cosiddetti “in famiglia” come quelli di Erba, Cogne, Garlasco, Meredith, ecc., urlassero anche solo la metà di quanto urlano Ornella, la famiglia Manca, e Salvatore Borsellino, l’Italia si sarebbe svegliata da un pezzo.


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Non versare lacrime
questo stato non le asciuga
Mamma non sentirti fragile
lui troverà una scusa
Non sentirti sola
C’è amore e sdegno dalla gente
Mamma ogni tua parola di dolore insegna e serve
a ridare speranza
ad ogni storia nel silenzio
a regalare dignità
ad un paese senza senso
Mamma vorrei aprire quei tuoi pugni ora così stretti
vorrei darti quei sorrisi che da me ancora ti aspetti

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

25/07/18

Apricale


VEDUTA


SCORCIO DEL CENTRO STORICO


CASTELLO DELLA LUCERTOLA


CHIESA PAROCCHIALE DELLA PURIFICAZIONE DI MARIA VERGINE

Avrigâ in ligure, Bligal nella variante locale, è un comune italiano di 620 abitanti della provincia di Imperia in Liguria.

Geografia fisica

Il borgo medievale è situato nell'entroterra di Bordighera, nella valle del torrente Merdanzo, affluente del Nervia, a 13 km dalla costa della Riviera di Ponente. Sullo sfondo è visibile il monte Bignone (1.299 m.).

Storia

Percorso storico

Mappa del dipartimento delle Alpi Marittime (1793) con Apricale nel cantone di Perinaldo

Mappa dello stesso dipartimento francese (1805) con Apricale nel cantone di Dolceacqua
L'origine del borgo sembrerebbe risalire all'età del bronzo, grazie ai ritrovamenti di tumoli sepolcrali in località Pian del Re (nel dialetto locale Cian deu Re); altri ritrovamenti farebbero risalire una prima frequentazione del territorio al periodo pre-romano. Ufficialmente il borgo venne fondato intorno al X secolo dai conti provenienti da Ventimiglia e furono quest'ultimi ad erigere in tale secolo il castello della Lucertola dove poi si svilupperà e amplierà il borgo apricalese. La prima attestazione scritta è risalente al 1092 - con il nome di Aurigallus - mentre al 1210 è attestata una forma di organizzazione comunale, retta da locali consoli.

Dal XIII secolo cominciarono i primi acquisti di terre e diritti da parte di alcuni nobili genovesi, per lo più a mo' di riscatto per i debiti contratti dai conti di Ventimiglia verso Genova. Nel particolare, al 1272 è menzionata negli annali storici l'occupazione di Apricale e del locale castello da parte di un tal Gianella Avvocato con l'aiuto della locale fazione guelfa e l'appoggio della famiglia Grimaldi; l'anno successivo la fazione ghibellina riuscì, tuttavia, a riprendere il controllo del territorio apricalese e a restituirlo alle dipendenze ventimigliesi. Furono gli stessi Conti di Ventimiglia, nel 1267, a concedere nuovi statuti e capitoli alla comunità di Apricale considerati, quest'ultimi, tra i più antichi della Liguria.

Al 1287 risale l'acquisto del feudo da parte di Oberto Doria - già signore di Dolceacqua dal 1270 - che stabilì l'unione amministrativa di Apricale con Isolabona all'interno del Marchesato di Dolceacqua; tale unione con la comunità isolese perdurò fino al 1573. Al 1524 risale il passaggio del marchesato dolceacquese nel Ducato di Savoia.

Con l'annessione del contado di Nizza alla Prima Repubblica francese, nel 1793, Apricale entrò a far parte del cantone di Perinaldo (distretto di Mentone), poi di Monaco nel dipartimento francese delle Alpi Marittime.

Nel 1805 Apricale restò nel cantone di Dolceacqua (che sostituì Perinaldo come capoluogo), ma passò nel nuovo distretto di Sanremo, dello stesso dipartimento, esteso a est per annessione di una parte della Repubblica Ligure.

Alla caduta del Primo Impero francese, nel 1815, tornò al Regno di Sardegna, come stabilito dal Congresso di Vienna, e successivamente nel Regno d'Italia, dal 1861. La municipalità di Apricale fu sottoposta nel III mandamento di Dolceacqua del circondario di Sanremo della provincia di Nizza (poi provincia di Porto Maurizio dopo la cessione alla Francia del territorio nizzardo).

Dal 1973 al 30 aprile 2011 ha fatto parte della Comunità montana Intemelia.

Gli statuti

Importanti per la comunità apricalese medievale furono gli storici statuti comunali del 1267, considerati i più antichi della Liguria, i quali regolarizzarono la vita degli abitanti del borgo con regole ben precise. Ogni aspetto è minuziosamente contemplato, dalla regolarizzazione delle principali attività economiche, al pagamento delle tasse e dei tributi, alle pene per i reati più gravi.

Proprio sul tema della giustizia si applicarono svariati e talvolta trucidi regolamenti punitivi, dalla sepoltura dell'assassino (ancora vivo) con la vittima, alla decapitazione delle donne adultere fino all'amputazione di un piede o della mano per i ladri di bestiame. I furti dovevano essere prevenuti dalle due guardie campestri - costrette a dormire tutti i giorni d'estate e due notti in inverno nelle ore notturne nei campi - e obbligate loro stesse al risarcimento materiale a seguito del mancato arresto dei presunti ladri dopo otto giorni dal furto.

Gli statuti prevedevano inoltre il giudizio di Dio: il procuratore di danni o furti a terzi poteva essere dichiarato innocente se riusciva a camminare - per un breve tratto - con un ferro rovente in mano senza ustionarsi.

Simboli

« Scudo con veliero, contornato da fronde di querce e d'olivo »

(Descrizione araldica dello stemma)

La presenza di un veliero nello stemma comunale, alquanto curiosa per un borgo medievale arroccato nell'entroterra, si spiega con la storica collaborazione tra il paese e i cantieri navali della costa; dai boschi di Apricale proveniva infatti il legname per la costruzione delle navi della flotta della Repubblica di Genova.



Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

Chiesa parrocchiale della Purificazione di Maria Vergine. La chiesa, eretta intorno al XII secolo, è stata più volte rimaneggiata e ingrandita. Nel 1760 un restauro ha trasformato l'edificio in stile barocco. La facciata neoromanica è stata rifatta nel 1935. Il campanile della chiesa è stato ottenuto dall'antica torre quadrata del vicino castello della Lucertola nella cui sommità è stata fissata una bicicletta rivolta verso l'alto. La singolare e curiosa installazione altro non è che un'opera artistica contemporanea del 2000 di Sergio Bianco: La forza della non gravità.
Chiesa di Santa Maria degli Angeli, sita ai piedi del paese, ospita affreschi risalenti al Quattrocento.
Chiesa di Sant'Antonio. Risalente al XIII secolo fu edificata nei pressi del locale cimitero sui resti di un antico tempio di epoca romanica.
Oratorio di San Bartolomeo cui all'interno è conservato un polittico in legno del 1544.
Ruderi della chiesa di San Pietro in Ento, la prima parrocchiale del territorio e risalente all'XI o XII secolo.
Cappella di San Vincenzo Ferrer. Risalente al XVI secolo, ma rivista in forme barocche, è situata lungo la strada provinciale per Perinaldo a circa un chilometro dal centro di Apricale. Conserva in una nicchia della facciata la statua del santo.
Cappella di San Martino. Forse già antica pieve romanica le prime informazioni sulla cappella risalgono al XVI secolo. Conserva tracce di affreschi cinquecenteschi nel catino dell'abside.
Cappella di San Rocco. Edificata lungo la mulattiera per Pigna, nella zona settentrionale del borgo apricalese, è citata in un atto testamentario del 1576.
Cappella di Moudena, situato lungo la mulattiera per la regione di Moudena.

Architetture militari

Castello della Lucertola. Edificato su uno sperone di roccia dai conti di Ventimiglia nel X secolo, si affaccia dominando la piazza principale di Apricale così come l'attigua chiesa della Purificazione di Maria Vergine. La proprietà sul castello - così come la dominazione del borgo - passò dalla famiglia genovese Doria (subendo nel 1523 l'assedio del vescovo e reggente del Principato di Monaco Agostino Grimaldi per la morte del fratello Luciano) ai Savoia e infine alla famiglia locale Cassini che trasformarono l'edificio da postazione difensiva a residenza privata. Divenuto proprietà del Comune di Apricale, dopo un accurato restauro, è sede annuale di eventi culturali e manifestazioni.

Etnie e minoranze straniere

Secondo i dati Istat al 31 dicembre 2014, i cittadini stranieri residenti ad Apricale sono 115, pari al 18,76% della popolazione totale.

Qualità della vita

Il 29 maggio e 4 luglio 2002 il Comune di Apricale ha conseguito la certificazione del proprio sistema di gestione ambientale conformemente alla norme ISO 14001 e ISO 9001 e un attestato OHSAS 18001 per la sicurezza.

Il comune fa parte del circuito dei borghi più belli d'Italia e insignito della Bandiera arancione dal Touring Club Italiano.

Cultura

Il caso Giovanni Martini

Fino a tempi recenti si è sostenuta l'ipotesi delle origini apricalesi di Giovanni Martini, noto per essere l'unico sopravvissuto della colonna di Custer alla battaglia del Little Bighorn, avviando una sorta di contesa dei natali con il comune salernitano di Sala Consilina. La "disputa" si è definitivamente risolta il 18 settembre 2010 quando nuovi accertamenti ufficiali, nello specifico il ritrovamento dell'atto di nascita, hanno identificato il celebre trombettiere John Martin nella figura di Giovanni Crisostomo Martino, nato proprio nella città salese il 28 gennaio 1852.

Nel centro del paese, lungo una stretta via medievale, ha sede la biblioteca comunale, mentre all'interno del locale castello apricalese si trova il museo della storia di Apricale che conserva documenti e reperti storici tra cui i celebri Statuti apricalesi del 1267.

Eventi

Ogni anno vengono organizzate mostre fotografiche, scultoree e pittoriche all'interno del castello della Lucertola. L'antistante piazza, cuore del borgo apricalese, è teatro di diversi eventi locali quali la festa dell'olio nuovo, la festa della primavera, la festa di san Valentino nel mese di febbraio e la sagra della pansarola (frittelle dolci) la seconda domenica di settembre.

Dal 1990, ogni estate, le strette vie del borgo medioevale ospitano la rassegna di teatro itinerante … E le stelle stanno a guardare, del Teatro della Tosse. Ogni agosto attori, registi e maestranze del teatro genovese si spostano ne per mettere in scena uno spettacolo a stazioni sempre nuovo, visto da circa 1200 spettatori a sera . La tradizione, iniziata da Tonino Conte ed Emanuele Luzzati, prosegue oggi con Emanuele Conte e Amedeo Romeo.

Dal 2014 il borgo è sede della manifestazione 'Apricale Tango', che nella prima settimana di gennaio richiama numerosi appassionati di Tango Argentino con eventi, serate danzanti e spettacoli.

Persone legate ad Apricale

Cristina Anna Bellomo (1861 - 1904), contessa di Apricale. La sua vita romanzesca e tragica è evocata nel castello della Lucertola. Abbandonata dopo il matrimonio da Battista Pisano, prestò servizio dal conte Charles de La Tour che si invaghì di lei e la portò a Parigi, iniziandola ai salotti mondani e lasciandole, alla sua morte, una fortuna. Bellissima e molto corteggiata si recò in Russia con la nipote Maria alla corte degli Zar, qui conobbe Sergej Aleksandrovič Romanov, fratello dello Zar, che se ne innamorò. Inviate in estremo oriente dal governo russo come spie, Maria e Cristina furono scoperte e imprigionate. Maria, morì di tubercolosi, mentre Cristina riuscì a tornare ad Apricale con l'intenzione di divorziare dal marito per sposare il Granduca. Pisano, colto da un raptus di gelosia, la uccise prima di suicidarsi impiccandosi alla croce del cimitero di Bajardo.
Emanuele Luzzati (Genova, 1921 - Genova, 2007), scenografo, animatore e illustratore, il 14 settembre del 2003 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria.

Geografia antropica

Il territorio comunale è da una superficie territoriale di 19,94 km².

Confina a nord con i comuni di Pigna e Castel Vittorio, a sud con Perinaldo, ad ovest con Isolabona e Dolceacqua, ad est con Bajardo e Sanremo.

Economia

Si basa principalmente sull'agricoltura e sul turismo. In questo borgo si produce un pregiato olio di oliva, di origine taggiasca, e dalla viticoltura il vino di uva Rossese.

Infrastrutture e trasporti

Strade

Il territorio di Apricale è attraversato principalmente dalla strada provinciale 62 che permette il collegamento con Isolabona, ad ovest, e Perinaldo verso sud; altra arteria stradale è la provinciale 63 per Bajardo.

fonte: Wikipedia

21/07/18

a Civate gli affreschi che potrebbero riscrivere la storia


La straordinaria testimonianza di un tempo sospeso tra gli Sforza e le Americhe 

Lago di Lecco, 6 marzo 2018

“Nessuna cosa si può amare, né odiare, senza piena cognizion di quella”.

Con questo lapidario quanto indiscutibile ammonimento, Leonardo da Vinci confinava la conoscenza - e di conseguenza il gradimento o meno di un qualcosa - a un pieno apprendimento degli elementi che la contraddistinguono.

Succede così che quasi sempre si aprano a chi adotta questo approccio stanze di conoscenza fino a quel momento precluse dal pregiudizio culturale che imprigiona, chi più chi meno, ciascuno di noi, permettendo di acquisire sempre più tessere per ricostruire quel puzzle riguardante la nostra storia che più di qualcuno, nel corso degli anni, si è divertito a scombinare.

Ricostruendo la vita e il profondo legame esistente tra Leonardo da Vinci e il nostro territorio, è stato naturale imbattermi in una preziosissima testimonianza pittorica conservata in una abitazione rinascimentale alle porte di Lecco, nel paesino di Civate ...


Sto parlando della Casa del Pellegrino, in dialetto lecchese Cà di pelegrétt, una struttura ampliata nel corse dei secoli che affonda probabilmente le sue origini nel Medioevo, quando si presume accogliesse i pellegrini che si volevano recare al Monastero benedettino di San Pietro al Monte.

Col passare degli anni, alcune famiglie nobiliari si sono contese la supremazia sul piccolo borgo di Civate e la Casa del Pellegrino è divenuta una residenza signorile, abbellita e arricchita da affreschi di varie epoche che ci raccontano lo sfarzo ed i piaceri di quell’epoca.

La parte più antica del complesso è sicuramente costituita dal portico, la corte interna e le camere soprastanti, che nel 2013 hanno rivelato, sotto un sottile strato di calce, dei cicli di affreschi molto importanti, riconducibili allo stile tardo-gotico e a immagini di amor cortese, frammiste a scene di caccia che vedono coinvolti cervi, cinghiali e un improbabile orso dalle dimensioni innaturalmente ridotte, mentre ad accompagnare i cacciatori sono cani e ghepardi, curiosamente ammaestrati alla bisogna.

Questi animali rimandano la mente all’abitudine delle famiglie Sforza e Medici di circondarsi di animali esotici, principalmente donati loro da Benedetto Dei, una sorta di ambasciatore del tempo, forse il più influente, sottaciuto dalla quasi totalità delle cronache, ma molto legato a Leonardo da Vinci.


Benedetto Dei, tra l’altro, si colloca personalmente nel territorio lariano nel 1449, allorquando Francesco Sforza sconfigge l’esercito veneziano e prende il controllo del territorio che poi diverrà Ducato:
"Sono istato a Milano l'anno che Franciescho Isforza lo prese cholla spada in mano, e tornai cho' Medici” (nel 1465, quando sempre facente da ambasciatore, accompagnò un giovanissimo Lorenzo de’ Medici a Milano, in compagnia anche del fratello Giuliano e di Giovanni Bentivoglio).


Nel portico della corte interna, sulla destra è visibile parzialmente lo stemma partito (ossia diviso in verticale) delle famiglie Maggi e Casati. Poiché questo tipo di stemma veniva di norma utilizzato per indicare l’unione tra famiglie o le alleanze matrimoniali, qualcuno avanza l’ipotesi che il cavaliere e la dama bionda protagonisti degli episodi narrati nelle camere picte situate al primo piano siano proprio gli esponenti di questi due rami familiari e le loro vicende amorose, tanto che sulle pareti affrescate troviamo proprio gli stemmi delle due famiglie, che attestano anche il susseguirsi della proprietà della casa.

I Maggi erano originari di Malgrate, dove possedevano diverse proprietà e svolgevano le attività di mercanti e notai, oltre a detenere diritti di pesca sul lago di Lecco, mentre la famiglia Canali era originaria di Civate, e annoverava a sua volta notai ed affittuari, nonché altri esponenti dediti al commercio d’armi.


Le camere affrescate sono due, anche se se ne intuisce l’esistenza di una terza da una porta d’accesso semi murata, ancora decorata e forse, considerando una simmetria col sottostante portone di ingresso, addirittura una quarta.

L’impianto decorativo, collocato dagli storici attorno al 1450, è prettamente di stampo pagano, con appunto scene di amor cortese e attività venatorie, salvo contenere alcuni rimandi religiosi apposti in un secondo tempo, quando al sole sforzesco è stato aggiunto il monogramma IHS, che rimanda a San Bernardino (o ai Gesuiti) e l’aggiunta di un tondo con la mano benedicente.


A fare da contorno alle scene che vedono raffigurati i protagonisti maschile e femminile, in disposizione molto curiosa e anomala, cioè con le radici scoperte quasi si trattasse di un manuale di botanica anziché un decoro di una villa residenziale, sono raffigurati tutta una serie di fiori.


Gran parte di questi fiori vengono dipinti con la corolla che guarda all’esterno, quasi cercassero la luce del sole, o forse solo in un tentativo goffo di dare una proiezione della sala verso l’esterno, come viene raccontato.


Indubbiamente questa di Civate è una testimonianza molto preziosa, ma non è certo isolata, e anzi saranno proprio le raffigurazioni similari ad aprirci il campo interpretativo.

Troviamo una analoga rappresentazione a Oreno, nel Casino di Caccia di quella che poi diverrà una residenza Borromeo, ma soprattutto nel complesso che ospiterà, in un’ala laterale, Gian Giacomo Caprotti, detto Sala(ì)dino, considerato erroneamente l’allievo amante di Leonardo da Vinci.

Anche in questo caso il decoratore ritrae scene di caccia a un altrettanto improbabile orso, che ripete le stesse dimensioni mignon di quello raffigurato a Civate, e un giovane ritratto accanto a un laghetto sul quale si elevano in volo una moltitudine di uccelli, con un falco sul braccio, così come esattamente è raffigurato un adulto a Civate (con la sola mancanza del laghetto).




Le dame ritratte qui e a Civate rimandano alle dame ritratte negli affreschi di Villa Borromeo a Milano, intente a giocare ai Tarocchi, un divertissement molto in voga presso la corte dei Visconti, a cui come detto succedettero gli Sforza dopo il 1449, ma anche ad esempio presso la corte dei Gonzaga di Mantova, tanto che lo stesso Mantegna disegnerà uno straordinario mazzo di tarocchi e ne farà menzione nella famosissima Camera degli Sposi di Palazzo Ducale a Mantova.


Mi dicono che cicli analoghi a quelli di Civate e Oreno sono presenti presso il Castello di Teodolinda a Castello Brianza, ma non ho avuto occasione di visitarli, fino a oggi.
Sicuramente non possiamo omettere di considerare che il ciclo contenuto nella cappella Teodolinda del Duomo di Monza, un ciclo di affreschi degli Zavattari datato sempre attorno al 1450, apparentemente relativo alle nozze della Regina con Agilulfo ma che invece rimandano alle nozze disposte nel 1441 da Filippo Maria Visconti per la figlia Bianca Maria con Francesco Sforza.

Si può dunque ipotizzare senza troppi azzardi un forte rimando di questi cicli pittorici al contesto visconteo/sforzesco, che in quegli anni radicarono profondamente le sorti del proprio ducato proprio a questa parte di territorio, e non solo per via dell’approvvigionamento idrico, ittico e minerario, attività fondamentale per sostenere le campagne belliche.

Tra l’altro, va sottolineato come il ciclo relativo alle nozze Sforza/Visconti contenuto nella cappella Teodolinda del Duomo di Monza rimandi la mente all’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, che in questi luoghi ebbe modo di lavorare e lasciare testimonianze a Brescia e a Lecco e in una cappella laterale della Basilica di San Niccolò, come ho già avuto modo di esporre qualche mese fa.


Gentile da Fabriano, infatti, fu in questi territori agli inizi del ‘400, al seguito di Pandolfo III Malatesta, che fu Signore di Lecco dal 1416 al 1419 e addirittura nel 1409 proprietario del Ponte Azzone Visconti (ritratto da Leonardo nella Gioconda sopra la spalla sulla destra del dipinto).

Ed è a questo punto che quelle famose “stanze di conoscenza” a cui facevo riferimento in apertura di articolo ci rivelano particolari inattesi. 

Chi mi conosce sa come già da tempo abbia collegato Pandolfo III, attraverso il pittore Pisanello, a una conoscenza anticipata delle Americhe, addirittura dipinte da Pisanello nel 1438 ne La visione di Sant’Eustachio, ma ritratte poi almeno più di venti volte prima del 1459, in contesti pittorici legati alle famiglie Malatesta, Sforza, Medici, Este, Gonzaga, Bentivoglio tra gli altri.

Non è di oggi la tesi che avanzo da tempo secondo la quale gli europei raggiunsero le coste americane originariamente attraverso il Pacifico, approdando e sviluppando una conoscenza originaria delle americhe e dei suoi abitanti partendo dalle coste peruviane.


Una di queste rappresentazioni, forse la più netta nel tratto che potremmo quasi definire cartografico, si trova proprio nel Tempio malatestiano a Rimini, a opera di Piero della Francesca. 

A confermare una frequentazione del nuovo continente da parte malatestiana ci sono alcuni riferimenti netti contenuti in un manoscritto a opera di Basinio da Parma, l’Hesperis, che narra le gesta di Pandolfo Sigismondo Malatesta, colui che commissionerà la costruzione autocelebrativa del Tempio Malatestiano (di stampo pagano) eretto sopra un preesistente convento Benedettino.


Tutto attorno al Tempio, esternamente, è scolpita nelle facciate quella che già dai tempi di Pandolfo III viene conosciuta come la Rosa Malatestiana, una rosa quadripetala che in realtà raffigura un fiore del Sud America, la Ludwigia Peruviana, appunto.


Siamo attorno al 1450/1460, ovvero il periodo in cui vengono affrescate le camere picte della Casa del Pellegrino, ed è proprio la Ludwigia che mi ha aperto le porte interpretative di questo ciclo pittorico.

Tra il cavaliere nell’atto di porgere in dono alla dama dei frutti, si staglia in dimensione abnorme un fiore che rimanda proprio alla Ludwigia raffigurata nel Tempio malatestiano di Rimini.

La dimensione, il posizionamento e il fatto, di nuovo, di essere raffigurato con le radici esposte (quasi stesse sul manuale di un giardiniere anziché all’interno di un ciclo tardo gotico che ritrae scene di amor cortese, lascerebbe pensare che lo specifico modo di raffigurarlo vada ben oltre lo scopo decorativo fine a se stesso.

A questo punto, viene legittimamente il dubbio che quei fiori disposti tutt’attorno alla sala, con la corolla girata verso l’esterno, non siano delle margherite raffigurate in quel modo, come qualcuno sostiene, per dare una maggiore ampiezza alla sala, ma siano invece dei veri e propri girasoli. 

Originari del Perù anch’essi, troverebbero una più plausibile spiegazione del fatto di essere disposti in quel modo, alla perenne ricerca del sole, e più congeniali, tra l’altro, al culto pagano del Sol Invictus, a cui le civiltà abitanti il Perù erano all’epoca profondamente legate.


Il profondo collegamento con elementi di questa straordinaria civiltà spiegherebbe, ad esempio, la presenza presso la Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, dipinta da Benozzo Gozzoli nel 1459, di Cosimo de’ Medici ritratto nei panni di un imperatore Inca (Pachacutèc, nel caso di specie).

Questo ciclo pittorico presenta molte analogie con il ciclo della Casa del Pellegrino, tra cui le scene di caccia al cervo con l’utilizzo dei cani e soprattutto la presenza di due linci addomesticate, che lascerebbero intendere che quelli raffigurati a Civate non siano ghepardi bensì linci rosse, originarie delle Americhe, appunto.

Tra l’altro, curiosamente a loro è associato proprio un falco pellegrino, mentre il ragazzo a cavallo è Giovanni Bentivoglio, che accompagnerà Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano a Milano nell’aprile del 1465, in quel viaggio a cui fa riferimento Benedetto Dei citato in precedenza.

Nel ciclo di Benozzo Gozzoli, che ricordo essere del 1459, viene raffigurata non solo l’America del Sud, ma l’isola di Cuba e il lago Titicaca, nascosti tra una miriade di personaggi, alcuni dei quali sembrano risalire la cordigliera delle Ande.


Tra i personaggi ritratti, troviamo Francesco Sforza, Cosimo de’ Medici, Giovanni Bentivoglio, Malatesta, Este e Gonzaga.


Gli Este, imparentati con Malatesta, legano a loro volta grazie a Pisanello la propria immagine a delle rappresentazione delle Americhe (1440 circa), così come i Gonzaga di Mantova. Anzi, proprio Pisanello dedicherà una medaglia, nel 1447, a Ludovico III Gonzaga, legato a sua volta ai Malatesta per via di madre.




Sulla medaglia Ludovico viene ritratto a cavallo con un girasole rivolto verso il sole, simbolo che poi si legherà alla famiglia Gonzaga e comparirà anche su alcune monete del XVI secolo, sostituendo da quel momento la più tradizionale margherita, utilizzata nelle proprie imprese sin da Ludovico I.

Noterete come ognuno di questi particolari, apparentemente anacronistici se presi singolarmente, considerati uno accanto all’altro assumano i connotati di infinite tessere di un puzzle che descrive una realtà straordinaria, che solo il limite confinante di una conoscenza limitata e parziale relega tra i racconti fantasiosi.

Insieme alla ludwigia e ai girasoli, ci sono altri fiori raffigurati alla Casa del Pellegrino che sembrano certificare ulteriormente la volontà di chi ha disposto la decorazione di queste sale di voler quasi “annunciare” una visita nel nuovo mondo.

Sto parlando delle Solanaceae, una famiglia di angiosperme dicotiledoni di cui fanno parte pomodori, melanzane, peperoncini e patate.



Inizialmente queste piante non venivano utilizzate in cucina, ma avevano un utilizzo ornamentale e i suoi frutti si dice avessero proprietà afrodisiache; da ciò deriva il nome del pomodoro, che quando giunse nelle corti europee era chiamato “pomme d’amour”.

Non è un caso che nel ciclo pittorico in esame il cavaliere ne porge alla dama un rametto con alcuni frutti, in segno appunto del proprio amore per lei.

Addirittura, nel Casino di Caccia di Oreno le Solanacae vengono utilizzate per decorare tutte e quattro le pareti della sala, con intrecci vegetali probabilmente misti a Cucurbitacee (presenti invece nella parte bassa delle sale di Civate), utilizzate simbolicamente come augurio di fertilità.

Diviene ora più comprensibile il perché la città di Oreno sia da sempre il luogo in cui ogni anno si tenga una Sagre della Patata, accompagnata da manifestazioni in costume.



Detto tutto ciò, possiamo ora rivolgere il nostro sguardo all’orso, ritratto sia a Civate e sia a Oreno, che ha fatto guadagnare all’autore di questi dipinti un giudizio negativo, questo a motivo delle dimensioni ridotte e dunque innaturali con cui è ritratto, soprattutto in relazione agli uomini accanto.

Abbiamo capito che i rimandi esotici contenuti non solo in questa camera, ma in altre camere o dipinti o medaglie dell’epoca rimanda idealmente al Sud America, più precisamente alle terre peruviane.

Ebbene, esiste sulle Ande un rarissimo orso, scientificamente rispondente al nome Tremarctos Ornatus, comunemente detto Orso dagli occhiali o orso andino, la cui caratteristica, oltre a essere l’unico orso del Sud America, è quella di essere estremamente piccolo.
Solo 75 centimetri alla spalla.

Ad oggi ne restano pochissimi esemplari, quasi tutti in cattività.

Così come restano pochissimi esemplari di Catagonus Wagneri, il Pecari del Chaco.

Il pecari è un animale originario dei territori sudamericani, che si distingue dal cinghiale europeo per pochissime ma basilari differenze, tra le quali si annoverano i denti dritti (e non arcuati e sporgenti del cinghiale) e soprattutto il fatto di avere tre dita anziché due negli arti posteriori.


Se osserviamo con cura la parete di una delle sale della Casa del Pellegrino, sulla quale in un secondo momento è stata apposta la mano benedicente, possiamo notare che un cacciatore, utilizzando una lancia il cui manico sembra fatto col fusto di una Aracaceae (la famiglia che comprende le palme, per intenderci), con l’aiuto del proprio cane lotta proprio con un Pecari del Chaco, riconoscibile proprio per le caratteristiche appena enunciate e ben diverso dal cinghiale, anch’esso rappresentato sulle pareti della Casa del Pellegrino.



Nuovamente, questo tipo di rappresentazione, ci rimanda sotto il profilo sostanziale al ciclo di Benozzo Gozzoli conservato nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi di Firenze, dove alle spalle del corteo che include la famiglia de’ Medici al completo, si può osservare una mappa dell’America del Sud e al suo interno cacciatori intenti a inseguire un Mash Deer, un cervo tipico del Gran Chaco (riconoscibile per le orecchie smisurate), la cui caccia faceva parte di un rituale tipico delle tribù native della zona.

Questo è solo un piccolo assaggio degli infiniti risvolti che questi straordinari affreschi ci conducono a considerare, in un filone ancor più ampio che vede Leonardo legarsi indissolubilmente al territorio lariano, in ultima analisi anche a motivo proprio degli uccelli ritratti nella Casa del Pellegrino e al Casino di Caccia di Oreno (questi in particolare modo si legano a Galeazzo Sforza, che li usava spesso anche negli stendardi, associati proprio a un laghetto), di cui il falco pellegrino raffigurato in braccio ai protagonisti assume un ruolo fondamentale, ma non certamente nella direzione della caccia.

Il falco Pellegrino, oltre a essere il più veloce uccello esistente, è caratterizzato dal fatto che quando attacca le sue prede descrive una perfetta spirale aurea, o armonica, e non è quindi così remota l’ipotesi che il nome della casa che lo contenga, insieme alla Ludwigia, al girasole e all’orso andino, debba il suo nome proprio al falco ivi ritratto, e non ai visitatori in pellegrinaggio verso San Pietro al Monte.

Siamo abituati a pensare a Lecco e al territorio circostante come una realtà di pescatori, marginale alle vicende culturali, politiche e storiche del nostro paese e del mondo intero, che prima dell’avvento del Medeghino, un pirata che scorrazzava in lungo e in largo pirateggiando il lago, non avesse avuto una frequentazione culturale di rilievo.

Invece più scaviamo a fondo oltre i luoghi comuni e le ricostruzioni fantasiose, e più ci accorgiamo che questo territorio ha assistito in forma più o meno diretta alla più grande fase di sviluppo culturale, economico e politico nella storia moderna dell’uomo, dopo i fasti delle civiltà greche e antecedenti.

Oltre a tutto quanto in maniera sommaria e superficiale avete potuto intuire nel corso dei vari passaggi richiamati in precedenza, c’è un particolare che secondo me identifica molto bene quale fu il ruolo del territorio lariano di sponda sforzesca (e quindi ghibellina) nella determinazione dell’assetto economico e politico odierno.

Nel dipinto di Piero della Francesca che alle spalle di Pandolfo Sigismondo Malatesta e Sigismondo d’Ungheria vede raffigurata una importante porzione dell’America del Nord. 

Sul lato destro sono raffigurati due cani, uno bianco e uno nero, espressivi dell’Ordine dei Domenicani, che nelle vicende relative all’insegnamento nelle nuove terre e nella costituzione dell’ordine dei Gesuiti hanno avuto un ruolo fondamentale.

Ebbene, a metà del ‘400, in corrispondenza con i decori della Casa del Pellegrino, per volere di un domenicano molto potente che si trovava nelle grazie di Pio II, Tommaso da Lecco, si formò la Congregazione Lombarda dei Domenicani.

Questa Congregazione aveva poteri indipendenti, e annoverava tra le sue fila il convento milanese che si trovava dove oggi sorge Santa Maria delle Grazie, sito famoso per ospitare nel suo Cenacolo l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e di fronte al quale si trova la casa degli Atellani, acquisita dopo il 1492 e già casa Landi, dal nome di un fedelissimo alleato di Ludovico il Moro. Questa casa è famosa per ospitare quella che si dice fu una vigna regalata dal Moro a Leonardo, ma solo i pochi che mi seguono da tempo sanno che conserva una mappa delle Americhe databile attorno alla metà del ‘400.


Curiosamente, di questa Congregazione affidata alla guida di Tommaso da Lecco fecero parte solo due realtà extra lombarde, vale a dire il potentissimo convento di San Marco, voluto direttamente da Cosimo de Medici in Firenze, e quello altrettanto importante di Fiesole, a testimoniare l’importanza del ruolo rivestito da questo territorio.

Territorio che, come detto in precedenza, ha visto nascere nel 1449 il potentissimo Ducato degli Sforza, in conseguenza della vittoria sui Veneziani nelle battaglie di Airuno e Calco, città quest’ultima che espresse diverse personalità importanti del governo, in affiancamento agli Sforza, come i conti Calchi ma soprattutto Cicco Simonetta, fondamentale nell’interregno tra la morte a seguito di attentato di Galeazzo Maria e Ludovico.

Tra l’altro, la figura di Ludovico il Moro ci invita a fare una ulteriore, doverosa riflessione, legata a tutto quanto raccontato in merito ai viaggi transoceanici.

Attorno al 1450, diverse sono le testimonianze attraverso le quali è possibile dedurre che vi fosse, in capo ad alcune famiglie rinascimentali tutte più o meno correlate tra loro da vincoli di parentela, una conoscenza espressa delle Americhe. 

Le diverse rappresentazioni nascoste nei dipinti (di cui vi ho fatto un rapidissimo cenno) o nei manoscritti (interessante ricordare qui in relazione a quanto richiamato in merito al falco pellegrino, il manuale di falconeria appartenuto a Francesco Sforza, datato 1459) o ancora in bassorilievi (come è il caso della Ludwigia al Tempio Malatestiano, comunemente detta Rosa Malatestiana) o monete (siano esse commemorative, come quella di Pisanello inerente a Ludovico III Gonzaga con il girasole, o valutarie, come quelle legate a Pandolfo III e alla zecca di Brescia, in cui compare nuovamente la Ludwigia) lasciano chiaramente intendere in capo ai personaggi ad esse collegati non soltanto una conoscenza sotto il profilo teorico, legata magari a qualche mappa contenuta nella Geographia di Tolomeo, ma una reale attività esplorativa importante e pratica, di cui forse quanto rappresentato a Civate è la testimonianza di una partecipazione diretta di qualche marinaio locale, chissà, forse proprio uno tra il Maggi e il Casati.

Quello che alla luce di tutto ciò è più facile comprendere è proprio la caratteristica legata al pigmento della pelle di Ludovico Sforza, che gli vale l’appellativo di “Moro”, che non è certo legato alla coltivazione dei gelsi, come si tende a interpretare presuntivamente, ma più correttamente è testimonianza diretta di un meticciato derivante dalle attività libertine con cui i Signori dell’epoca erano soliti intrattenersi oltre al vincolo familiare.

Assumono tutt’altro rilievo, in tal senso, le frasi riportate dall’Anonimo Gaddiano o i disegni riportati sullo Sforziade di Cicco Simonetta che descrivono Ludovico e Bianca (ironia di una sorte infausta) , la sorella del Moro che andrà in sposa a un Sanseverino, inequivocabilmente scuri di carnagione.

Un’ultima curiosità, che supporta indirettamente la lettura appena fatta, riguarda la presenza in un edificio risalente al XV secolo nel rione lecchese di Castello di alcune statue nuovamente riconducibili all’area centro americana; che siano un altro “souvenir” di quei primi, oscurati viaggi verso il nuovo continente?

A questo punto è legittimo pensare che anche il pigmento utilizzato per pittare di rosso la parete di queste due straordinarie testimonianze possa ricondursi a qualcosa che da quel momento in poi diverrà una preziosissima risorsa, paragonata per valore all’oro e all’argento.

Mi sto riferendo al fatto che fin dall'antichità gli Incas, i Maya e gli Aztechi ricavavano il rosso carminio o lacca di cocciniglia da un insetto, la cocciniglia, chiamata Dactylopius coccus che vive su varie specie di cactus, in particolare la Nopalea coccinillifera.


Originaria del Messico (in particolare nella zona di Oaxaca) e del Guatemala, si vuole venga importata in Europa dagli Spagnoli intorno al 1512, questa cocciniglia secerne una sostanza, l'acido carmico per proteggersi dai predatori. Il colorante si ricava dal corpo e dalle uova.

Curiosamente, pare che anche il farsetto indossato da Pandolfo Malatesta fosse stato tinto in questo modo, che garantiva una maggiore durata e luminosità al colore.

Basterà effettuare una analisi spettrometrica non invasiva sul pigmento (se già non è stata fatta in fase di restauro) per risolvere questa ulteriore curiosità, che se confermata aggiungerebbe indubbiamente concretezza a tutta la tesi sviluppata.

Per tutte queste considerazioni, quindi, che si innestano perfettamente con il percorso di rivisitazione storica, artistica e culturale del nostro territorio, segnatamente in relazione alle figure più imminenti del Rinascimento fiorentino e milanese, nonché del suo personaggio di maggior spicco, vale a dire Leonardo da Vinci, la casa del Pellegrino con i suoi dipinti di recentissima scoperta costituisce una importantissima testimonianza che, se letta nel suo corretto sviluppo e unitamente a quanto espresso dal resto del territorio sotto il profilo leonardesco e manzoniano può contribuire a creare un polo importante su cui rifondare un rilancio culturale, turistico e imprenditoriale importante di una vastissima zona, che vede coinvolti i territori compresi tra Milano, la Valsassina e l’Alta Valtellina, come da tempo mi adopero affinché si realizzi.

Riccardo Magnani

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