16/01/18

l'omicidio massonico. Tutti lo vedono tranne gli inquirenti





Gli omicidi commessi dalla massoneria seguono tutti un preciso rituale e sono – per così dire - firmati.
Dal momento che le associazioni massoniche sono anche associazioni esoteriche, in ogni omicidio si ritrovano le simbologie esoteriche proprie dell’associazione che l’ha commesso; simbologie che possono consistere in simboli sparsi sulla scena del delitto, o nella modalità dell’omicidio, o nella data di esso.
Questo articolo è però necessariamente incompleto, nel senso che sono riuscito a capire la motivazione e la tecnica sottesa ad alcuni delitti solo per caso, con l’aiuto di alcuni amici, giornalisti, magistrati o semplici appassionati di esoterismo. Ma devo ancora capire molte cose. La mia intenzione è di fornire però uno spunto di approfondimento a chi vorrà farlo.

Evitiamo di ripercorrere i principali omicidi, perché ne abbiamo accennato nei nostri precedenti articoli (specialmente ne“Il testimone è servito” e in quello sul mostro di Firenze).
Facciamo invece delle considerazioni di ordine generale.

I miei dubbi sul fatto che ogni omicidio nasconda una firma e una ritualità nacquero quando mi accorsi di una caratteristica che immediatamente balza agli occhi di qualsiasi osservatore: tutte le persone che vengono trovate impiccate si impiccano “in ginocchio”, ovverosia con una modalità compatibile con un suicidio solo in linea teorica; in pratica infatti, è la statistica che mi porta ad escludere che tutti si possano essere suicidati con le ginocchia per terra, in quanto si tratta di una modalità molto difficile da realizzare effettivamente.
Così come è la statistica a dirci che gli incidenti in cui sono capitati i testimoni di Ustica non sono casuali; ben 4 testimoni moriranno in un incidente aereo, ad esempio, il che è numericamente impossibile se raffrontiamo questo numero morti con quello medio delle statistiche di questo settore.

L’altra cosa che mi apparve subito evidente fu la spettacolarità di alcune morti che suscitavano in me alcune domande.
Perché far precipitare un aereo, anziché provocare un semplice malore (cosa che con le sostanze che esistono oggi, nonché con i mezzi e le conoscenze dei nostri moderni servizi segreti, è un gioco da ragazzi)?
Perché “suicidare” le persone mettendole in ginocchio, rendendo così evidente a chiunque che si tratta di un omicidio? (a chiunque tranne agli inquirenti, sempre pronti ad archiviare come suicidi anche i casi più eclatanti)
Perché nei delitti del Mostro di Firenze una testimone muore con una coltellata sul pube? (anche questo caso archiviato come “suicidio”). Perché una modalità così afferrata, ma anche così plateale, tanto da far capire a chiunque il collegamento con la vicenda del mostro?
Perché firmare i delitti con una rosa rossa, come nel caso dell’omicidio Pantani, in modo da rendere palese a tutti che quell’omicidio porta la firma di questa associazione? Ricordiamo infatti che Pantani morì all’hotel Le Rose e che accanto al suo letto venne trovata una poesia apparentemente senza senso che diceva: “Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”. Ricordiamo anche che Pantani ebbe un incidente (per il quale fece causa alla città di Torino) proprio nella salita di Superga, ovverosia la salita dove sorge la famosa cattedrale che fu eretta nel 1717, data in cui la massoneria moderna ebbe il suo inizio ufficiale. Se questi particolari non dicono nulla ad un osservatore qualsiasi, per un esperto di esoterismo dicono tutto. Tra l’altro la collina di Superga è quella ove si schiantò l’aereo del Torino Calcio, ove morì un’intera squadra di calcio con tutto il personale al seguito. Altra coincidenza inquietante, a cui pare che gli investigatori non abbiano mai fatto caso.
Perché far morire due testimoni di Ustica in un incidente come quello delle frecce tricolori a Ramstein, in Germania, destando l’attenzione di tutto il mondo?

La domanda mi venne ancora più forte il giorno in cui con la mia collega Solange abbiamo avuto un incidente di moto. Con due moto diverse, a me è partito lo sterzo e sono finito fuori strada; mi sono salvato per un miracolo, in quanto l’incidente è capitato nel momento in cui stavo rallentando per fermarmi e rispondere al telefono; Solange, che fortunatamente è stata avvertita in tempo da me, ha potuto fermarsi prima che perdesse la ruota posteriore.
Ora, è ovvio che un simile incidente – se fossimo morti - avrebbe provocato più di qualche dubbio. Magari a qualcuno sarebbe tornato in mente il caso dei due fidanzati morti in un incidente analogo qualche anno fa: Simona Acciai e Mauro Manucci. I due fidanzati morirono infatti in due incidenti (lui in moto, lei in auto) contemporanei a Forlì. Nel caso nostro, due amici e colleghi di lavoro morti nello stesso modo avrebbero insospettito più di una persona e sarebbero stati un bel segnale per chi è in grado di capire: sono stati puniti.

Per un po’ di tempo pensai che queste modalità servivano per dare un messaggio agli inquirenti: firmando il delitto tutti quelli che indagano, se appartenenti all’organizzazione, si accorgono subito che non devono procedere oltre.
Inoltre ho pensato ci fosse anche un altro motivo. Lanciare un messaggio forte e chiaro di questo tipo: inutile che facciate denunce, tanto possiamo fare quello che vogliamo, e nessuno indagherà mai realmente.

Senz’altro queste due motivazioni ci sono.
Ma ero convinto che ci fosse anche dell’altro, specie nei casi in cui la firma è meno evidente.

La risposta mi è arrivata un po’ più chiara quando ho scoperto che Dante era un Rosacroce (dico “scoperto” perché non sono e non sono mai stato un appassionato di esoterismo).
Ora la massoneria più potente non è quella del GOI, ma è costituita dai Templari, dai Rosacroce e dai Cavalieri di Malta.
E allora ecco qui la spiegazione dell’enigma: la regola del contrappasso.

Nell’ottica dei Rosacroce, chi arriva al massimo grado di questa organizzazione, ha raggiunto la purezza della Rosa.
Nella loro ottica denunciare uno di loro, o perseguirlo, è un peccato.
E il peccato deve essere punito applicando la regola del contrappasso.
Quindi: volevi testimoniare in una vicenda riguardante un aereo caduto? Morirai in un incidente aereo.
Volevi testimoniare in un processo contro il Mostro di Firenze? Morirai con l’asportazione del pube, cioè la stessa tecnica usata dal Mostro sulle vittime.
La regola del contrappasso è evidente anche ad un profano nel caso di Luciano Petrini, il consulente informatico che stava facendo una consulenza sull’omicidio di Ferraro, il testimone di Ustica trovato “impiccato” al portasciugamani del bagno. Petrini morirà infatti colpito ripetutamente da un portasciugamani.
Nel mio caso e quello della mia collega il “peccato” consiste invece nell’aver denunciato determinate persone appartenenti alla massoneria (in particolare quella dei Rosacroce). Per colmo di sventura poi andai a fare l’esposto proprio da un magistrato appartenente all’organizzazione (cosa che ovviamente ho scoperto solo dopo gli incidenti, decriptando la lettera che costui mi inviò successivamente). Che è come andare a casa di Provenzano per denunciare Riina.
Nel caso di Fabio Piselli, invece, il perito del Moby Prince che doveva testimoniare riguardo alla vicenda dell’incendio capitato al traghetto, costui è stato stordito e messo in un’auto a cui hanno dato fuoco, forse perché il rogo dell’auto simboleggiava il rogo della nave.

Talvolta invece il simbolismo è più difficile da decodificare e si trova nelle date, o in collegamenti ancora più arditi, siano essi in casi eclatanti, o in banali fatti di cronaca.
Nel caso del giudice Carlo Palermo che il 02 aprile del 1985 tentarono di uccidere con un’autobomba a Pizzolungo (Trapani)[1]. Il giudice Palermo era stato titolare di un’ampia indagine sul traffico di armi ed aveva indagato sulla fornitura di armi italiane all’Argentina durante la guerra per le isole Falkland, guerra scoppiata proprio il 02 aprile 1982 con l’invasione inglese delle isole. L’autobomba scoppiò quindi nella stessa data, e tre anni dopo (tre è un numero particolarmente simbolico).
Ed ancora per quanto riguarda l’omicidio di Roberto Calvi. Come ricorda il giudice Carlo Palermo: “Nella inchiesta della magistratura di Trento un teste (Arrigo Molinari, iscritto alla P2), dichiarò che Calvi – attraverso le consociate latino-americane del Banco Ambrosiano – aveva finanziato l’acquisto, da parte dell’Argentina, dei missili Exocet e in definitiva l’intera operazione delle isole Falkland”[2]. I primi missili Exocet affondarono due navi inglesi (la Hms Sheffield e Atlantic Conveyor). Il 18 giugno 1982 Roberto Calvi fu trovato morto impiccato a Londra sotto il ponte dei frati neri (nome di una loggia massonica inglese). Inoltre il ponte era dipinto di bianco ed azzurro che sono i colori della bandiera argentina.

Nel caso del delitto Moro la scena del delitto è intrisa di simbologie, dal fatto che sia stato trovato a via Caetani (e Papa Caetani era Papa Bonifacio VIII, che simpatizzava per i Templari e a cui mossero le stesse accuse rivolte a quest’ordine) alla data del ritrovamento, al fatto che sia stato trovato proprio in una Renault 4 Rossa. Se Renault Rossa sta per Rosa Rossa, la cifra 4 farebbe riferimento al quatre de chiffre (ma forse anche al numero di lettere della parola “rosa”).

Il mio articolo termina qui.
Non voglio approfondire per vari motivi.
In primo luogo perché non sono un appassionato di esoterismo e scendere ancora più a fondo richiederebbe uno studio approfondito e molto tempo a disposizione, che io non ho.
Il mio articolo è dettato invece dalla voglia di indurre il lettore ad approfondire.
E dalla voglia di dire a chiunque che molti misteri d’Italia, non sono in realtà dei misteri, se si sa leggere a fondo nelle pieghe del delitto.
La conoscenza approfondita dell’esoterismo e del modo di procedere delle associazioni massoniche garantirebbe agli inquirenti, il giorno che prenderanno coscienza del fenomeno, un notevole miglioramento dal punto di vista dei risultati investigavi.
Questo consentirebbe anche di capire alcuni meccanismi della politica italiana, che spesso nelle loro simbologie si rifanno a queste organizzazioni. La croce della democrazia Cristiana, ad esempio, probabilmente non è altro che la Croce templare; mentre la rosa presente nel simbolo di molti partiti è probabilmente nient’altro che la rosa dei RosaCroce.
Quando dico queste cose mi viene risposto spesso che la rosa della “Rosa nel pugno” è in realtà il simbolo dei radicali francesi. E io rispondo: appunto, il simbolo dei RosaCroce, che non è un’organizzazione italiana, ma internazionale. E che non ricorre solo per i radicali ma anche per i socialisti e per altri partiti di destra.
Questo consentirebbe di capire, ad esempio, il significato del cacofonico nome “Cosa Rossa” che si voleva dare alla Sinistra Arcobaleno; un nome così brutto probabilmente non è un caso. Secondo un mio amico inquirente potrebbe derivare da Cristian Rosenkreuz, il mitico fondatore dei RosaCroce.
Mentre la Rosa Bianca potrebbe fare riferimento alla guerra delle due rose, in Inghilterra; guerra che terminò con un matrimonio tra Rosa bianca e Rosa Rossa.

Al lettore appassionato di esoterismo il compito di capire il significato delle varie morti che qui abbiamo solo accennato. Non ho ancora capito, ad esempio, il perché dei cosiddetti “suicidi in ginocchio”. Secondo un mio amico le gambe piegate trovano un parallelismo con l’impiccato del mazzo dei tarocchi, che è sempre raffigurato con una gamba piegata. Era la punizione riservata un tempo al debitore, che veniva appeso in quel modo affinchè tutti potessero vedere la sua punizione e potessero deriderlo.
E infatti, tutti quelli che vedono un suicidio in ginocchio capiscono che si trattava di un testimone scomodo e che si tratta di un omicidio. Tutti, tranne gli inquirenti.

(Io speriamo che non mi suicido)

[1] Il magistrato restò ferito, poiché al momento dell'esplosione l'auto del magistrato stava superando una vettura su cui si trovavano Barbara Asta e i suoi due piccoli gemelli Salvatore e Giuseppe, che morirono dilaniati, investiti in pieno dall'esplosione
[2] 11 settembre 2001. Quarto livello. Ultimo atto, Editori Riuniti.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

11/01/18

la Cascata del Toce, storia e resoconti di un tempo andato


La Voce del Lago Maggiore il 13 settembre del 1867 introduceva la Cascata del Toce con le seguente parole: “abbiamo fra le Alpi nostre una meraviglia di natura, la quale tuttavia a pochissimi è nota. La cascata del fiume Toce a Formazza è una delle bellezze più singolari nel suo genere. Crediamo perciò far cosa grata ai lettori pubblicando una lettera, che Antonio Guisetti indirizzava ad uno dei suoi collaboratori, Bisetti, un distinto scultore già allievo del Collegio Caccia, e che adesso tiene studio a Roma”. La lettera ci riporta nel cuore delle Alpi con animo leggero: “alle 8 pomeridiane del 16 agosto giungemmo a piè della rumorosa cascata, avviluppati da una folta nebbia, che non ci lasciava vedere, che non ci lasciava vedere nemmeno per metà le onde cadenti perché confuse con essa, ma ciò che l'occhio non poté vedere, il fracasso di tante onde che si infrangono su mille svariati scogli e il lungo precipitarsi le une sulle altre mi avvertirono che mi trovavo al cospetto di un'orrida meraviglia delle Alpi Italiane”. 


La geografia di questi luoghi ancora a molti è sconosciuta, malgrado sia passato oltre un secolo dallo scritto della Voce del Lago Maggiore. Il comune di Formazza è un frequentato centro di villeggiatura invernale, all'interno della provincia del Verbano-Cusio-Ossola. All'interno del comune vi è la frazione Ponte che si connota per la presenza di tipiche case di tradizione walser con basamento in pietra, struttura in legno e tetto in pietra. Sei km verso nord, dopo un bastione roccioso si arriva nella piana di Canza, posta a 1418 metri e poco oltre appare la grandiosa cascata del Toce: l'acqua precipita di 143 metri, saltando su compatti gradoni di gneiss. La cascata (detta la Frua in lingua Walser) si trova nella frazione Frua (Uff der Frutt in lingua Walser).


A monte della cascata nasce il fiume che l'alimenta, la Toce (la Tos in ossolano), che rappresenta il principale corso d'acqua della Val d'Ossola. La Toce era anticamente chiamata la Tuxa e la sua etimologia potrebbe derivare dal fiume Athisone, citato da Plutarco nei suoi racconti bellici riguardanti i barbari. La sua origine sarebbe dunque così spiegata: Athisone, Athosone, Athos, La Tos e infine la Toce. Il fiume nasce a circa 1800 metri di quota nella piana di Riale, in alta Valle Formazza, dall'unione dei torrenti Morasco, Gries e Roni. Poco più a valle forma la cascata del Toce, anche dovremmo chiamare della Toce o della Frua: qui compie il suo poderoso salto. Dopo aver attraversato la valle Formazza e la Valle Antigorio, la Toce entra in pianura rallentando il suo corso. Nella piana dell’Ossola, dopo aver ricevuto le acque dello Strona, termina il suo corso nel Lago Maggiore a Fondotoce, frazione di Verbania, sfociando nel golfo Borromeo.


Nel corso della storia molti personaggi illustri, e meno noti, si sono recati sino a questo sperduto lembo d'Italia per ammirare il grandioso salto. Transitarono e, seppur brevemente, soggiornarono in Ossola il poeta De Musset, Lord Byron, Wagner, Dickens, Brockedon, Alessandro Volta, Alessandro Dumas e Felix Mendelsohn Bartholdy. Alcuni di questi illustri personaggi non si limitarono ad attraversare l'Ossola ed a sostare il tempo necessario per il riposo notturno ed un ristoro, ma estesero il loro viaggio alle valli laterali. Di particolare interesse e oggetto di numerose visite fu proprio la valle Formazza con la Cascata del Toce. Purtroppo negli scritti di questi viaggiatori l'immagine dell'Ossola ne uscì in modo deprimente, come rintracciabile nel volume Terra d'Ossola edito nel 2005: “sfogliando i diari dei viaggiatori dell'Ottocento ci si accorge che sottolineano lo stridente contrasto fra lo splendore artistico del paese e la sua miseria civile”. 


Negli archivi del giornale l'Ossola si possono leggere, cercando di dimenticare la retorica del tempo, i resoconti di alcune visite. Nel numero 38 del 12 settembre 1925 si legge: “domenica scorsa 6 settembre, dopo aver inaugurato a Domodossola il Monumento ai Caduti e quello a Geo Chavez, S.M. Il Re partì per Formazza, dove giunse verso mezzogiorno. Autorità, combattenti e popolo gli fecero subito da corona, sotto la guida del sindaco signor Chessel e del segretario signor De Giuli; a Valdo ospitato dal Senatore Conti, S. M. Vittorio Emanuele III si soffermò per una breve colazione avendo alla sua destra la nobildonna Conti Casali; dopo di che proseguì per la Cascata del Toce, della quale rimase veramente entusiasmato. La balda schiera di sciatori formazzini colse l'occasione per offrire al Sovrano uno stemma d'oro del proprio club. Non ci soffermiamo a narrare le impressioni riportate dal sovrano sia dalla spontaneità affettuosa nelle dimostrazioni popolari, sia della grandiosità delle opere ideate e costruite dalla geniale iniziativa del senatore Conti. Chi ha potuto ammirare il ritorno trionfale di S.M. Vittorio Emanuele III attraverso i passi della vallata, ha pur avuto modo di comprendere l'intima soddisfazione che traspariva dal suo volto austero. Siamo certi che S.M. Non dimenticherà mai la magnifica giornata vissuta tra Domodossola e Formazza”.
Al visatorire moderno non resta che recarsi in questo piccolo ma splendido angolo di mondo chiamata Val Formazza.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

La Voce del Lago Maggiore, numero 37 del 13 settembre 1867
Guide d'Italia, Il Piemonte, Touring Club Italiano, 2005
L'Ossola, numero 38 del 12 settembre 1925
Umberto de Petri, Cronache di Formazza dal 1867 al 1963
AA. VV., Terra d'Ossola, Edizioni Grossi, 2005

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

i misteri di Torino

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Sono al centro di una piazza, avverto la luce del sole calare nelle tenebre, all’improvviso tutto intorno a me si illumina, sembra quasi che le gelide mura dei palazzi signorili prendano vita. Fra giochi di luci e ombre anche le statue sembra quasi che si muovano, si innalza una leggera foschia e si avverte nell’aria la pesantezza dell’umidità. sento i brividi, chissà se sia il freddo o semplicemente la suggestione che emana questa fantastica e magica città, mi trovo a Torino precisamente in piazza Castello e sto per raccontarvi i misteri di questo antico luogo.
Sapevate che secondo un’antica leggenda la città di Torino fu fondata da Fetonte, colui era il figlio di Iside dea della magia, che scelse questa terra pianeggiante per la sua strategica posizione geografica, infatti scelse la confluenza del fiume Po con il fiume Dora per innalzare un centro di culto al dio Api che gli antichi Egizi rappresentavano con le sembianze di un toro? Il Po rappresenta il sole quindi la parte maschile, la Dora rappresenta la luna quindi la parte femminile, insieme percorrono la città formando una Y, che nel simbolismo rappresenta il bivio, la strada di destra diretta verso il cielo, quella di sinistra agli inferi.
Il capoluogo subalpino fa parte dei due famosi triangoli magici.
  • TRIANGOLO DELLA MAGIA NERA: San Francisco, Londra e Torino
  • TRIANGOLO DELLA MAGIA BIANCA: Lione, Praga e Torino
triangolo magico

L’energia scorre tra le vie di questa città, il tutto parte da Piazza Castello dove il Palazzo Reale ha un ruolo cruciale, la sua possente cancellata che con le sue statue dei Dioscuri delimita un punto magico, come una linea immaginaria che divide il bene dal male. Infatti gli esoterici affermano che l’epicentro dell’energia positiva sia da dove sorge Palazzo Reale, dai Giardini Reali alla fontana dei Tritoni, questo è il punto della magia bianca.
Torino è una città nella città, esiste una parte visibile quella in superficie, ma molti non sanno che al di sotto di essa esistono chilometri di cunicoli e gallerie, secondo gli esoterici in un punto della città precisamente sotto Piazza Castello si trovano tre grotte Alchemiche, accessibili da sei punti diversi, tre tra i quali non conducono a niente, si dice siano state create per disorientare i più curiosi, ma esistono altri tre punti di accesso che in realtà condurrebbero proprio ad esse. Secondo la leggenda le grotte Alchemiche sono luoghi di massima concentrazione di energia dove i pensieri dell’inconscio possono essere materializzati, si narra che il principe Umberto sia riuscito a penetrare nella prima, le sue paure pochi giorni dopo vennero materializzate, fu ucciso a Monza.

grotta2

Nelle vicinanze tra le imponenti mura del Duomo è custodia La Sacra Sindone, il telo che avvolgeva il corpo di Gesù dopo la crocifissione, oggi uno dei più importanti simboli della fede cristiana. Si narra che esistano altri monili cristiani molto importanti custoditi all’interno di alcuni edifici cristiani della città , nella Basilica di Maria Ausiliatrice si suppone che venga conservata una croce fatta con il legno della croce di Gesù, nella chiesa di Santa Maria in Piazza si vocifera ci sia l’unico quadro che ritrae il vero volto della Madonna dipinto da San Luca, in una località segreta, nelle vicinanze della chiesa, la leggenda narra che sia conservato il velo della Madonna.
Allineata con piazza Castello un po più in là attraversato il Po troviamo la chiesa della Gran Madre di Dio, una straordinaria leggenda esoterica narra che con la presenza a Torino della Sacra Sindone sia legata ad essa la presenza del Graal, i principali indizi secondo alcuni sono custoditi nelle due statue situate di fronte la chiesa, due donne, una a destra che rappresenta la religione con sulla fronte il triangolo con l’occhio divino (ben noto anche come simbolo massonico). Mentre la donna di sinistra rappresenta la fede, regge con la mano destra un calice che per alcuni rappresenta il Graal, mentre lo sguardo della statua ne indicherrebbe il luongo di sepoltura.

Chiesa della Gran Madre di Dio

Ma continuando il nostro itinerario e spostandoci a poche centinaia di metri troviamo un’ altro monumento fondamentale la Mole Antonelliana che rappresenta il cielo, che con la sua forma piramidale viene paragonata a una sorta di antenna che catalizza l’energia che capta dal cielo e aspira dalla terra.
La magia di Torino non finisce qui, percorrendo un’ altro tratto di strada si giunge in piazza Solferino dove troviamo la fontana Angelica, alla quale sembra sia attribuito un importante significato magico. Le figure scolpite rappresentano le quattro stagioni: primavera-estate, le statue femminili, autunno-inverno , le statue maschili. L’inverno guarda verso oriente punto sacro dove si leva il sole, i due personaggi maschili rappresenterebbero Boaz e Jaquin, i due sostenitori delle colonne di Ercole, mitici guardiani della Soglia che si immette sull’infinito. La conoscenza è rappresentata dall’acqua, che entrambi i personaggi versano dagli otri. Le figure femminili rappresenterebbero i due aspetti dell’amore, quello sacro e quello profano e i due aspetti della conoscenza. Guardando attentamente le due figure maschili, si nota come al centro di esse si apra un varco rettangolare squadrato alla perfezione. Il varco rappresenta la soglia invalicabile per i profani, oltre alla quale si accede a una dimensione sconosciuta. L’accesso alla conoscenza senza limiti, “la porta dell’infinito”.
Dirigendoci verso occidente, dove tramonta il sole e nascono le tenebre, andiamo incontro a uno dei punti più oscuri della città di Torino, questo luogo viene definito il Cuore Nero nel capoluogo subalpino, qui prende vita la tenebrosa piazza Statuto. Molto tempo addietro qui vi era la “vallis occisorum” luogo di uccisione e sepoltura, dove vi era riposto il Patibolo che rimase per secoli in questo punto della città, fin quando in seguito i francesi decisero di spostarlo tra Corso Regina Margherita e via Cigna. Questo è il punto preciso dove Torino si congiunge con San Francisco e Londra formando il triangolo di magia nera. A indicare il punto esatto troviamo un obelisco sulla cui sommità svetta un astrolabio che indica il passaggio del 45° Parallelo. Un obelisco identico si trova a Rivoli ad undici chilometri di distanza, al termine di Corso Francia, strada che traccia una perfetta linea retta in direzione della Val Susa.

PiazzaStatuto

Su entrambi gli obelischi troviamo inciso il seguente messaggio:
“Anno 1760. Su ordine del re Carlo Giovanni Battista Beccaria misurò triangoli quattro nelle alpi Graie altrettanti nelle Marittime dell’arco del meridiano torinese. Definì sulla via di Rivoli la base dei triangoli. L’inizio della base del centro del circolo astronomico infisso nel marmo. La pietra giace sottoterra da questo punto verso oriente circa nove metri”.
Al centro di Piazza Statuto sovrasta la Fontana del Frejus, che fu ideata per ricordare l’inaugurazione dell’omonimo traforo. Osservare questo monumento significa calarsi in una sorta di dimensione mistica, le statue raffiguranti sono impegnate nell’arrampicarsi per raggiungere la cima, dove ad attenderli c’è un angelo. Quest’ultimo tiene in mano una penna, simbolo della conoscenza e della trasmissione della stessa, mentre con l’altra mano sembra voglia fermare l’ascesa degli uomini, impedendo così di raggiungere lui e la sua sapienza. L’angelo che sovrasta l’obelisco porta sul capo una stella a cinque punte fonte di luce appunto e che potrebbe essere interpretata come un terzo occhio. La leggenda narra che questo angelo sia Lucifero, l’angelo più bello e che ai piedi del monumento ci sia l’accesso alla porta dell’inferno.
Sembra quasi che ogni angolo di questa inquietante città, nasconda una fantastica leggenda, un caso o semplicemente l’ingegno di qualche uomo nel secoli dei tempi abbia voluto dare vita a una sorta di diceria che avvolga la città volutamente nell’ombra del mistero, per poter così garantire una sorta di curiosità in grado di attirare chiunque. esistono diverse versioni, qualcuno parla addirittura della famiglia dei Savoia vociferando che siano stati proprio loro stessi a dare vita a queste chiacchiere, ovviamente per un preciso scopo. Magari sia tutto stato messo in scena da bizzarri fissati di magia, che creando un racconto dopo l’altro e aggiungendoci una interpretazione fantasiosa dei diversi monumenti che sono presenti nella città abbiano volutamente creato questo scompiglio; il  quale oggi nasconde un vero business economico. Basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca la voce Torino magica, per aprire un varco di informazioni su negozi di articoli esoterici, hotel con vista su vari monumenti, gite organizzate addirittura di notte con itinerari ben precisi sui luoghi del mistero. Noi tutti sappiamo quanto la mente umana può essere facilmente condizionata, di quanto siamo affascinati dal mondo dell’occulto, penso sia una sorta di curiosità per tutto ciò che non si ha certezza di conoscere. Proprio per questo motivo una città ambigua come Torino, sia diventata nei secoli meta dei più fedeli appassionati di esoterismo.
Mettendo da parte le svariate leggende su questa misteriosa Torino, che possono essere o non essere fondate, esistono diverse testimonianze che affermerebbero che questa città sia davvero avvolta nella magia, siamo liberi di credere o non credere a queste dicerie ma è molto strano pensare che alcuni personaggi esoterici della storia, dagli alchimisti Paracelso e Fulcanelli al leggendario Cagliostro, dal filosofo Friederick Nietzche ai medici John Dee e Cesare Lombroso, dall’immortale Conte di Saint Germain al famoso sensitivo Gustavo Rol, e infine Nostradamus, avessero scelto di vivere proprio a Torino.
Pensandoci bene, tutte queste leggende, supposizioni, come un cancello che delimita il bene dal male, la porta dell’infinito, la porta dell’inferno, le grotte alchemiche, nelle quali è addirittura possibile materializzare il pensiero umano. La Sacra Sindone, il Sacro Graal, il velo della Madonna. Non vi sembra racchiudano in se stessi tutti i dubbi dell’essere umano. Come se tutte queste leggende seguissero un disegno preciso, come se l’uomo abbia dato nel tempo una sorta di risposta alle domande che ci poniamo ogni giorno sulla vita ultraterrena. Ma queste sono semplicemente mie considerazioni, vi lascio nel dubbio di questa attenta osservazione.
Quando la frenesia si acquieta e il traffico rallenta, il centro storico si illumina di una luce antica e la città ridiventa la grande e bellissima “madama” che uomini come Nostradamus e Cagliostro hanno conosciuto ed amato.
Nell’oscurità della sera, Torino mostra il suo volto più intrigante. Un percorso “à l’envers” si delinea pian piano mostrando spettrali dragoni e simboli esoterici sovente ignorati, ma anche storie maledette che resistono alle ingiurie del tempo, lasciando tracce ovunque uno sguardo attento si posi per indagare sotto il velo della storia la Torino più magica e misteriosa. Sorta alla confluenza di due fiumi, il Po e la Dora, e posta al vertice di due triangoli, quello della magia bianca e quello della magia nera, Torino vanta una tradizione esoterica secolare. Un tour intrigante e curioso prende vita attraverso tutti questi elementi partendo da piazza Statuto, tradizionalmente centro della magia nera per accompagnare turisti e curiosi alla scoperta di una città segreta ed inquietante, che parla per enigmi e segreti.
Dalla misteriosa leggenda del portone del diavolo e ai suoi delitti, una sorta di filo “noir” si dipana lentamente nel centro storico, sino a scoprire i sinistri guardiani dei palazzi barocchi, per culminare nei misteri della Gran Madre di Dio, la donna velata che regge in mano il calice del Santo Graal, sotto l’occhio attento dei fantasmi torinesi più famosi.

FONTE
Elisabetta Savaia
Capo redattrice – Redazione MisteriDellaStoria.com 
Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

07/01/18

leggete e rabbrividite

«Abbiamo barattato orecchioni e morbillo contro cancro e leucemia.»

Dall’archivio di un newsgroup sulla salute, un articolo choccante:
Sono molto poche le persone che si rendono conto del fatto che la
peggiore epidemia che abbia mai colpito l’America, la cosiddetta
Influenza Spagnola del 1918 sia stata causata dalla massiccia campagna
di vaccinazione portata avanti in tutta la federazione [statunitense].
I dottori hanno detto alla popolazione che la malattia era causata
dai germi. I virus non erano ancora noti ai tempi altrimenti sarebbero
stati incolpati loro. Germi, batteri e virus, assieme ai bacilli ed ad
un piccolo numero di altri organismi invisibili sono i capri espiatori
sui quali i medici amano far ricadere la colpa delle cose che non
comprendono. Se un medico compie un errore nel formulare una diagnosi
e prescrivere la terapia, e uccide il suo paziente, può sempre dare la
colpa ai germi, ed affermare che l’infezione del suo paziente non era
stata precedentemente diagnosticata e che quindi era venuto da lui
troppo tardi.
Se torniamo indietro al 1918, il periodo nel quale esplose
l’influenza, noteremo come essa esplose subito dopo la fine della
prima guerra mondiale quando i nostri soldati stavano ritornando a
casa da oltre oceano. Questa fu la prima guerra nella quale tutti i
vaccini allora noti furono somministrati obbligatoriamente a tutti i
militari. Questo guazzabuglio di veleni farmacologici e di proteine
putride di cui i vaccini erano composti, causò una tale diffusione di
malattia e di morte tra i soldati che era un comune soggetto di
discussione il fatto che i nostri uomini venivano uccisi più dalle
iniezioni dei medici che dalle pallottole delle armi da fuoco.
Molti furono resi invalidi e tornarono a casa o finirono in un
ospedale militare, come dei rottami senza speranza, prima ancora di
avere visto un girono di battaglia. La percentuale di malattie e morti
tra i soldati vaccinati fu quattro volte maggiore rispetto ai civili
non vaccinati. Ma questo non fermò i promotori dei vaccni. I vaccini
sono sempre stati un grande business, e così si continuò ostinatamente
ad utilizzarli.
Fu una guerra più breve di quanto non avessero pensato i produttori di
vaccini, durò solo un anno per noi, e così ai produttori dei vaccini
restarono una quantità di vaccini inutilizzati e andati a male che
volevano vendere ricavandoci un buon profitto. E così essi fecere ciò
che fanno usualmente, fecero una riunione a porte chiuse e
progettarono tutto lo sporco programma, un’operazione di vaccinazione
federale (mondiale) che utilizzasse tutti i loro vaccini, raccontando
alla popolazione che i soldati stavano tornando a casa con molte
terribili malattie contratte in paesi stranieri e che era un dovere
patriottico di ogni uomo donna o bambino di proteggersi correndo ai
centri di vaccinazione e facendo tutte le iniezioni.
La maggior parte della gente credette ai propri medici ed agli
ufficiali governativi, e fece quanto fu loro consigliato. Il risultato
fu che la quasi totalità della popolazione si sottopose alle iniezioni
senza essere sfiorata dal dubbio, e fu solo una questione di ore prima
che la gente iniziasse ad agonizzare e morire, mentre molti altri
collassarono colpiti da malattie di una tale virulenza che nessuno
aveva mai visto niente del genere prima d’allora.
Tali malattie avevano tutte le caratteristiche delle malattie contro
le quali le persone erano state vaccinate, la febbre alta, i brividi,
il dolore, i crampi, la diarrea, etc. della febbre tifoidea, la
congestione alla gola ed ai polmoni simile a quella della polmonite e
tipica della difterite, il vomito, il mal di testa, la debolezza e il
tormento dell’epatite causata dai vaccini contro la febbre della
giungla, e la manifestazione di piaghe sulla pelle causata dai vaccini
contro il vaiolo, insieme alla paralisi causata dall’insieme dei
vaccini, etc.
I medici furono sconcertati, e disssero che non conoscevano la causa
di questa strana e mortale malattia, e che certamente non avevano
alcuna cura. Avrebbero dovuto sapere che la causa nascosta furono le
vaccinazioni, perché la stessa cosa successe ai soldati dopo avere
ricevuto le iniezioni vaccinali nelle caserme. I vaccini per la febbre
tifoidea causarono una forma ancora peggiore della stessa malattia,
che chiamarono para-tifoide. Quindi cercarono di sopprimere i sintomi
di questa malattia con un vaccino più forte, che causò a sua volta una
malattia ancora più perniciosa, che uccise e rese disabili una gran
quantità di uomini.
La combinazione di tutti quei vaccini tossici che fermentavano assieme
nel corpo, causò tali violente reazioni che i medici non riuscirono ad
affrontare quella situazione. Il disastro si diffuse rapidamente negli
accampamenti. Alcuni ospedali militari furono riempiti esclusivamente
di soldati paralizzati, e furono considerati infortuni di guerra,
anche se avvenuti prima hce abbandonassero il suolo Americano. Ho
parlato con alcuni dei sopravvvissuti a questo massacro vaccinale
quando ritornarono a casa dagli accampamenti dopo la guerra, ed essi
mi raccontarono degli orrori, non della guerra in sé stessa e delle
battaglie, ma delle malattie diffuse negli accampamenti.
I medici non volevano che la diffusione di questa malattia causata dai
vaccini si ritorcesse contro di loro, e così di misero d’accordo tra
di loro per chiamarla Influenza Spagnola. La Spagna era un luogo molto
lontano, ed alcuni dei soldati erano stati lì, così l’idea di
denominarla Influenza Spagnola sembrò un’ottima scelta per incolpare
qualcun altro. Gli Spagnoli si risentirono del fatto questo flagello
mondiale aveva preso la denominazione da loro. Essi sapevano che la
malattia non aveva avuto origine nel loro paese.
Venti milioni di persone morirono in tutto il mondo di quell’epidemia
influenzale e sembrò toccare tutti i paesi che furono raggiunti dalla
vaccinazione. La Grecia e poche altre nazioni, che non accettarono il
vaccino, furono le uniche a non essere colpite dall’influenza. Questo
non dimostra forse qualcosa?
A casa (negli U.S.A.) la situazione era la stessa; gli unici che
sfuggirono all’influenza furono quelli che rifiutarano le
vaccinazioni. La mia famiglia ed io fummo tra i pochi che
persistettero nle rifiutare le forti pressioni della propaganda, e
nessuno di noi ebbe l’influenza, nemmeno uno po’ di raffreddore, a
dispetto del fatto che i malati erano tutto intorno a noi, e nel mezzo
del periodo più freddo dell’inverno.
Tutti sembravano averla presa. L’intera città era prostrata, tutti
malati o morenti. Gli ospedali erano chiusi perché i dottori e gli
infermieri erano stati colpiti dall’influenza. Tutto era chiuso, le
scuole, gli uffici, le poste, tutto insomma, Nessuno andava per
strada. Era come una città fantasma. Non c’erano medici per prendersi
cura degli ammalati, e così i miei genitori andarono di casa in casa
facendo il possibile per aiutare le persone colpite dalla malattia.
Passarono tutto il giorno e parte della notte per alcune settimane al
capezzale dei malati, e tornavano a casa solo per mangiare e per
dormire.
Se i germi o i virus o i batteri, o qualsiasi altro piccolo organismo
fosse stato la causa di quella malattia, essi avrebbero avuto
moltissime opportunità di attaccarsi ai miei genitori e colpirli con
la malattia che aveva prostrato il mondo intero. Ma i germi non erano
la causa di quella o di qualche altra malattia, e così non ne furono
colpiti. Ho parlato con poche altre persone dopo di allora, che
dicevano di essere sopravvissute all’influenza del 1918, e così ho
chiesto loro se si erano vaccinate, e tutte quante mi hanno riferito
di non avere mai creduto nella validità dei vaccini e che non ne
avevano fatto nemmeno uno. Il buon senso ci mostra che tutti quei
vaccini tossici iniettati insieme nelle persone non potevano fare a
meno di causare un pesante avvelenamento dei corpi, e l’avvelenamento
di un qualche tipo é usualmente la causa della malattia.
L’influenza del 1918 fu la più devastante che abbiamo mai affrontato,
e nel tentativo di debellarla furono usate tutte le sostanze
conosciute nell’armamentario medico; ma l’aggiunta di questi farmaci,
ognuno dei quali rappresenta un veleno, non fece altro che
intensificare la condizione di iper-avvelenamento dei malati, in
maniera tale che il trattamento della malattia uccise in realtà più di
quanto non fece l’influenza stessa.
Tratto da I. Honorof, E. McBean, Vaccination The Silent Killer (ovvero
Vaccinazione il killer silenzioso) pag. 28
http://spktruth2power.wordpress.com/2009/07/11/the-1918-influenza-epidemic-was-a-vaccine-caused-disease/
– Marco A.- (***@email.it) it-alt.salute.tumori
Consulente per lo sviluppo delle Medicine Non Convenzionali.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

02/01/18

in Oltrepò risuona la martinella del carroccio


Ben pochi sanno ancora che cos’è un
albero. Le radici abbarbicate, acide, nere, sprofondate
a delta nel corpo della terra, il
tronco, i rami e i fogliami, e le
famiglie innumerevoli dei fiori,
estinte, ora, e i frutti colmi, pesanti, che erano
cibo, la buccia
tesa, la polpa ruvida, il nocciolo.
Ben pochi ricordano i ciliegi
bianchi prima di aprile, e le ciliegie
scarlatte, il loro avvallarsi
tondo e profondo sotto il peduncolo
lieve.
E chi ricorda i cachi, gli enigmatici
cachi come soli tramontanti
fermi tutto novembre sulla trama
dei rami
stecchiti?
[Giuseppe Conte]

Dicono che nelle giornate di vento si scorgano nitidamente le Alpi, i grattacieli di Milano e addirittura la Mole Antonelliana.
Risalire la Valle del Nizza è un esperienza purificante, una lettura nitida e profonda dell'animo. Ad ogni tornante rivela uno spicchio di bellezza, ci si sente più leggeri grazie alla vista che spazia su buona parte di quel mare di terra autentica che è l'Oltrepò. Si abbandona la vite per abbracciare un ambiente quasi alpino. Tutt'attorno sono faggi, abeti e castagni e lontano dispersi nella foschia meridiana i contorni docili della dorsale appenninica che educano il cuore alla bellezza.
Rammentando Euripide qui sembra dettar legge “il silenzio del vento”. Poco distante transitava la via del sale, antico itinerario utilizzato dai mercanti di sale marino tra Genova e la Val Borbera, Luogo di confine di inevitabile fascino
Spigolo d'Italia noto come la zona delle quattro province; la piemontese Alessandria, la ligure Genova, la lombarda Pavia e l'emiliana Piacenza.
Ritmi scanditi da tempi agricoli, amalgamati in un melange di dialetti, usanze e tradizioni.
Ecco, oltre quella curva scorgo l'Eremo di Sant'Alberto di Butrio, riposa disteso nella silvestre quiete, assomiglia ad una pernice solitaria appollaiata a circa settecento metri di altitudine. Venne fondato dal santo attorno al XI secolo sui terreni donati dal marchese Obizzone Malaspina nel 1050 in segno di ringraziamento per aver guarito uno dei suoi figli sordomuto.
Zona solitaria, territorio di cacciatori e arditi cercatori di funghi le cui forre sono ormai indelebilmente mappate più che negli occhi nelle piante dei loro piedi.


Il complesso, di origine romanica, rappresenta uno straordinario manifesto d'architettura medievale ed è suddiviso in tre chiese, dedicate rispettivamente a Sant’Antonio, Santa Maria (la più antica eretta sui resti di una precedente cappella castrense bizantina ) e Sant’Alberto.
Il rintocco della campana riporta ad un passato assai lontano. È infatti la “martinella” del Carroccio, protagonista della storica battaglia di Legnano, a cadenzare le ore che fluiscono tra le antiche pietre. Anima ed ossa di questo luogo quasi millenario in cui fecero la sua comparsa l'imperatore Federico Barbarossa, Dante Alighieri e, leggenda vuole, anche Edoardo II in fuga dall'Inghilterra.
Anche Pier Paolo Pasolini in cerca di ispirazione per la stesura de “Il vangelo secondo Matteo", dopo aver stretto amicizia con un frate cieco che frequentava l'Eremo, si aggirava per questi luoghi.
Varcata la soglia, ci accoglie la chiesa di Sant'Antonio in un susseguirsi di pregevoli affreschi realizzati nella seconda metà del 1400 per mano di autore anonimo, forse un monaco, che narrano le vicende mediante un linguaggio molto elementare ma non privo di valore.
La finezza e l'eleganza dei colori celano l'estro di una mente raffinata di tradizione gotica con lievi rimandi ad influssi di scuola bizantina (soprattutto per quanto riguarda gli sfondi dorati).
Lo notiamo istantaneamente nella figura di un esile San Sebastiano. Le mani legate al tronco di un albero intento, nella sua presunta immobilità, a subire il martirio che due figure disposte ai lati prontamente gli infliggono attraverso le numerose frecce conficcate nella carne. 


Più a destra è Santa Caterina di Alessandria a subire torture e supplizi. La storiella giunta sino a noi narra che rea di non aver partecipato ai festeggiamenti e alle celebrazioni pagane venne condannata a morte sotto il peso di una ruota chiodata ma grazie all'intervento divino la macchina si ruppe. Massenzio optò quindi per la decapitazione della sventurata, ma dalle vene invece di rigagnoli rubini miracolosamente (!?!) sgorgarono candide gocce di latte.
In un curioso affresco prima della tragica fine l'ammiriamo risoluta agitare un libro posto nella mano sinistra, simbolo della sua sapienza, ed esortare il Re ed un gruppo di filosofi al suo fianco anch'essi con altri libri tra le mani. Disputa nella quale uscì vittoriosa.


Poco distante un'altra rappresentazione la raffigura mentre viene imprigionata. Interessante notare lo scorpione dipinto sullo scudo del carceriere, simbolo di perfidia, del male che cerca di sopraffare il bene. Un richiamo al lato oscuro dell'impero romano (SPQR – SQRP, scorpio).


Sulla parete opposta, nella lunetta superiore, ecco Dio Padre tra luce e fuoco nell'atto di benedire, avvolto da una candida e folta barba bianca circondato da numerosi volti dalle simili fattezze e due angeli con la tromba.
Di notevole pregio l'affresco ritraente San Giorgio che lotta contro il drago, tentando di salvare la principessa. L'atmosfera che regna nel dipinto ci catapulta in un ambiente fantastico evocando il clima di antichi libri di favole.
Spostandoci nella chiesa adiacente di Sant'Alberto troviamo l'opera forse più preziosa che questo luogo custodisce: "Il miracolo di S. Alberto" ovvero l'evento straordinario accaduto al santo quando venne accusato di mancata osservanza del digiuno durante la celebrazione della messa.
Convocato a Roma da Papa Alessandro II eccolo ritratto in abito nero collocato a sinistra di una tavola riccamente imbandita alla cui mensa partecipano, oltre al pontefice, alcuni cardinali.
Per provare la sua innocenza Alberto trasformò l'acqua in vino come ci suggerisce la mano benedicente verso una brocca d'acqua che un paggio con prontezza gli porge.
Notevole l'abbondanza di dettagli presenti nell'opera, come il pozzetto dell'Abbazia ritratto nell'angolo in basso a destra.


Sant'Alberto è un luogo di profonda spiritualità fatto di odori dimenticati di legno, di pietra e di cera.
Pietre corrose che rassegnate conservano pozzette d'acqua, memorie osmotiche di lontani acquazzoni, scogli che nell'umido dei chiostri esaltano il profumo amaro della corteccia d'abete, il ricordo vago di un tramonto, di una dolce agonia.
Tra le nubi in grembo ai colli appare una sforbiciata di sereno ed una luce sottile come d'aprile. Dall'antico sacello un rumore di anime discrete sgretola il silenzio.
La mia è assai distante abbandonata in una speranza ignota, ma resta ad ascoltare a capo chino, ebbra di bellezza. Il tempo si dilata e nel cielo si accende la prima stella al guinzaglio della luna.

Filippo Spadoni

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

FILIPPO SPADONI 
Nato nel 1980. Appassionato di cinema d'autore, poesia e letteratura italiana, con un'inclinazione naturale per il crepuscolarismo. Cultore e collezionista di musica con predilezione di sonorità di confine e sperimentali. Insaziabile curioso verso le tradizioni, la cucina, gli idiomi e gli angoli più remoti del Piemonte; perché come affermava Cesare Pavese: " Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Da Gennaio 2014 cura e gestisce l'archivio di "Verbania Antiche Immagini".