11/10/18

gli affreschi di Andrea Appiani alla rotonda della villa Reale di Monza

 RICERCHE PER UNA DATAZIONE


di Paola Mangano
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Andrea Appiani – Autoritratto 1790 circa, olio su tavola, cm. 19×15,50, Pinacoteca di Brera
Andrea Appiani si può considerare l’artista della seconda generazione neoclassica milanese destinato ad avere un ruolo di protagonista nel panorama artistico della Milano napoleonica, periodo storico molto diverso rispetto a quello degli anni del riformismo asburgico. Eppure la sua formazione artistica risale proprio a quel fecondo clima culturale nato nella tempesta illuminista di Maria Teresa d’Austria. Dai primi passi compiuti appena quindicenne nel 1769 all’interno della privata Accademia di Carlo Maria Giudici(1), poi all’Ambrosiana, il cui docente era il frescante Antonio de Giorgi e dove studia la pittura di Bernardino LuiniRaffaello Leonardo, sino all’Accademia di Brera, della quale fu uno dei primissimi allievi, al giovane Appiani gli si riconosce un non comune ingegno che unito ad un assiduo studio lo porterà a far “risorgere in Lombardia il buon gusto pittorico, precipitato in Italia come altrove, da più di un secolo e mezzo, in una vergognosa decadenza.”(2)
Andrea Appiani nasce a Bosisio(3) il 23 maggio 1754 dal fisicomedico Antonio e da Marta Maria Liverta Jugari. La famiglia vorrebbe indirizzarlo verso studi di medicina ma la predisposizione evidente per il disegno convince il padre che una formazione artistica sia la scelta più idonea per il giovane Appiani. Già durante i primi anni di studio, descritti più sopra, “…onde non riescire d’aggravio a’ suoi…,” come specificato dal Beretta nella più accredita biografia dell’artista, e a seguito della morte del padre, Appiani accetta le prime commissioni senza per questo sottrarre ore preziose all’approfondimento della sua istruzione. Furono soprattutto gli anni trascorsi presso la neonata Accademia di Belle Arti di Brera che gli permisero di essere inserito tra le migliori menti neoclassiche che gravitavano nel panorama artistico milanese. Personaggi del calibro di Giuseppe Piermarini, Domenico Aspari, Giuliano Traballesi, Giocondo Albertolli e Giuseppe Parini a loro volta facenti parte di quel rinnovamento edilizio che la illuminata monarchia asburgica aveva in atto in quegli anni.
“…altra favorevole circostanza qui gli si offerse nella conoscenza di Martino Knoller, pittore accurato, e felice nella riescita de’ suoi lavori pel chiaro-scuro di tutta illusione. La fama generale onde godeva Appiani nol rese indocile a dedicarsi con molto favore a quello studio; sicché con miglior facilità poté in appresso soddisfare alle commissioni che gli erano allogate frequenti, occupandosi anche nella cognizione degli a freschi nei quali Martino Knoller prese alquanto affetto per Appiani, e confidenzialmente lo ammetteva alle più segrete pratiche dell’arte, vago di poter contribuire alla gloria sublime, che prevedeva sovrastare fra poco a questo giovane artista.”(4)
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Martino Knoller, ritratto di Giuseppe Parini, 1800 circa, cm.44×59Civiche Raccolte Storiche. Museo di Milano
Ma fu soprattutto l’incontro di Appiani con Parini ad accrescere in lui la consapevolezza che fare arte significava anche dialogare con la letteratura, così come era stato un momento fondamentale per i grandi artisti del rinascimento “Che non giovarono i dotti suggerimenti di un Bembo, di un Salviati, di un Ariosto, a Raffaello?”(5). Tuttavia non è possibile precisare le opere in cui il poeta fu al fianco di Appiani con suggerimenti precisi (6) anche se il loro legame doveva essere indissolubilmente riconosciuto dallo stesso Parini in un’ode incompiuta dedicata all’amico:
“Te di stirpe gentile
E me di casa popolar, cred’io,
Dall’Eupili natio,
Come fortuna variò di stile,
Guidaron gli avi nostri
Della città fra i clamorosi chiostri,
E noi dall’onde pure,
Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo,
Seme portammo attivo,
Pronto a levarne da le genti oscure,
Tu Appiani col pennello,
Ed io col plettro, seguitando il bello.
Ma il novo inerte clima
E il crasso cibo, e le gran tempo immote ….” (7)
Il periodo di formazione artistica di Appiani è scarsamente documentato così come le opere che eseguì durante quegli anni. Dello stesso ciclo delle Storie di Psiche tratte dall’Asino d’oro di Apuleio affrescato sulle superfici interne della Rotonda della villa di Monza e considerato una delle ultime opere del suo periodo giovanile, non si conosce ancora una data precisa di realizzazione. Le ricerche da me eseguite e pubblicate nell’articolo precedente La Rotonda dell’Appiani mi hanno portato a considerare l’anno 1790, senza escludere il 1791, più compatibili con i documenti sino ad ora rintracciati. Tuttavia prendo atto che Francesco Leone nel suo “Andrea Appiani pittore di Napoleone” edito nel 2015 da Skira e considerato un lavoro di ricostruzione dell’operato dell’artista tra i più autorevoli degli ultimi anni, se non l’unico realizzato, colloca la data di esecuzione degli affreschi della Rotonda nel 1792 senza per altro contestualizzarla con fonti documentarie. Non solo; continua specificando che furono necessari otto mesi, da aprile a novembre, per portare a termine l’opera. Avendo consultato tutto il libro, comprese le fonti documentarie, immagino sia arrivato a questa conclusione basandosi sulle testimonianze di due collaboratori di Appiani (8): Alessandro Chiesa, manovale muratore che partecipò ai lavori di Santa Maria presso San Celso in Milano (1792-1795) e di Giuseppe Repossini a servizio di Appiani nel 1793 (29 marzo). Il primo però specifica che mentre preparava il materiale per S. Celso Appiani dipinse la Rotonda di Monza (“Io non lo seguii a Monza, né so chi lo abbia servito in quel dipinto”) e in seguito sottolinea che fu nel 1792 c.a quando l’artista iniziò a dipingere il S. Matteo in S. Celso “…dopo il quale si stette quasi un anno a seguitare di dipingere. …. Indi dipinse il S. Giovanni, poi il S. Luca, per ultimo il S. Marco.” Il secondo invece, che ricordiamo prese servizio presso Appiani nel 1793 e si basa quindi non su esperienza diretta ma su ricordi probabilmente a lui riportati, parla di un’interruzione dei lavori in S. Celso nell’anno 1792 per eseguire l’opera della Rotonda per la quale occorsero “….c.a 8 mesi dal primo apparato fino alla fine, che fu di novembre, e vi fece la favola di Psiche……… e cominciò a dipingere il S. Giovanni Evangelista (in S. Celso)nella primavera del 1793.”
Notiamo subito incongruenza tra le due testimonianze; il Chiesa, che verosimilmente apparirebbe un testimone più attendibile in quanto come aiuto di Appiani nella preparazione di intonaci e colori era attivo nel cantiere di Milano, ci informa dell’esecuzione della Rotonda prima dell’inizio dei lavori in S. Celso mentre il Repossini lo colloca dopo l’inizio. Mi risulta anche difficile pensare ad un tempo di esecuzione così lungo (8 mesi, da aprile a novembre) per affreschi che tutto sommato non ricoprono una superficie così ampia (ricordiamo anche che lavorare ad affresco richiede una velocità di esecuzione dettata dai tempi di asciugatura dell’intonaco). Superficie affrescata direttamente da Appiani ancor minore se escludiamo gli ornati che, secondo la testimonianza di Repossini furono realizzati da due fratelli Lodigiani (non rintracciati). Quattro sovrapporte, quattro vele e il tondo nel centro della cupola per una superficie di circa 1 mq. ciascuno non possono essere stati dipinti in più di due giorni l’uno che, con le dovute pause e interruzioni, raggiungerebbero il mese di lavorazione. Verosimilmente in contemporanea si procedeva con la realizzazione della decorazione circostante che, se non eseguita propriamente da Appiani, da lui ideata e seguita. Due mesi mi paiono un tempo sufficientemente abbondante per portare a termine un’opera di quel genere considerando la destrezza e velocità di esecuzione degli artisti dell’epoca (9) a meno che otto mesi non fossero intesi con pause dovute ad esecuzioni di altre opere.
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Anonimo, Maria Beatrice Riccarda d’Este e Ferdinando d’Asburgo, 1775 circa, cm.65×96, Mantova Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze Lettere e Arti
Tutta la storiografia ci informa che l’Arciduca Ferdinando commissionò l’edificazione della Rotonda come omaggio alla sua sposa per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. Benché non sia mai stato specificato l’anno preciso della ricorrenza, la magnificenza e lo sfarzo impiegati per questa festa indussero tutti gli studiosi a ritenere più attendibile il ventennale di matrimonio che cadeva il 15 ottobre del 1791. Ma il 1791 fu un anno di viaggi per Appiani. Il Beretta ci informa che fece ritorno a Milano alla fine di quell’anno e in una lettera datata 20 marzo 1791 Appiani scrive da Firenze all’amico Giocondo Albertolli specificando di aver già visitato Parma e Bologna e di essere in partenza per Roma e Napoli. Ma, sempre secondo il Beretta, Appiani affrescò la Rotonda nel 1789, datazione che non è mai stata comprovata da documenti, mentre esistono parecchie note di spesa riguardanti lavori eseguiti alla Rotonda nella seconda metà del 1790. Se il Beretta si sbagliava riguardo alla data di esecuzione è probabile che sia stato approssimativo anche circa il rientro di Appiani a Milano.
Inoltre, come già specificato nell’articolo precedente, in una planimetria della Villa datata 8 giugno 1791 Rotonda e Limoniera non compaiono (di questa planimetria esiste una copia in ASM, Fondi Camerali, p. a., cart. 311 e una in Racc. Cattaneo-Archivio Canonica, Manno-Svizzera).
Il documento fa parte di un atto notarile stipulato tra l’arciduca Ferdinando e la Regia Ducale Camera di Milano e doveva illustrare la allegata relazione del “Pubblico Agrimensore Antonio Ferrario”ove si specificava la destinazione e l’uso, la misura, la stima, la provenienza di ciascuna particella segnata con il numero mappale. Pertanto Rotonda e agrumeto dovevano essere state considerate alla stregua delle altre strutture da giardino (serre, tempietto ecc…) non riportate nel disegno. Questo documento potrebbe anche essere la conferma che Rotonda e agrumeto non erano ancora finiti nonostante le note di spesa dell’anno precedente e renderebbero più conformi a realtà l’inaugurazione nel 20° anniversario di matrimonio dei granduchi in quell’ottobre 1791.
Sempre per cercare di stabilire una certa coerenza sulla data di messa in opera degli affreschi della Rotonda è interessante confrontare la produzione ad affresco di Appiani degli anni a cavallo del 1790 documentate con certezza; lo “Sposalizio della vergine”del 1790 nella Chiesa di Sant’Eufemia in Oggiono (LC), l’“Apoteosi di Psiche” del 1791 in Palazzo Brusca Arconati Visconti alle Grazie (ora Collegio S. Carlo) in Milano e gli affreschi di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso a Milano (1792-1795).
Osare un’analisi di questo tipo su opere realizzate in un arco di tempo così ravvicinato è impresa alquanto ardua, in effetti mai nessun critico si è approcciato a tanto (ma è doveroso sottolineare che Appiani è stato un po’ dimenticato dalla critica d’arte in questi anni). Che poi lo faccia io è ancor più azzardato non avendo qualifica alcuna se non quella di restauratrice che tutto sommato non è neppure un titolo da buttar via essendo esperta nel campo. Inoltre gli anni passati dalla loro realizzazione, le condizioni ambientali che ne hanno decretato il degrado, i vari rimaneggiamenti e restauri ci impongono grande cautela nell’esprimere giudizi insindacabili perché quello che vediamo oggi non è escluso possa essere molto dissimile dall’originale dipinto. Tuttavia credo sia necessario azzardare delle ipotesi che siano da stimolo a ricerche, approfondimenti e critiche future.
Ciò che balza subito agli occhi osservando gli affreschi della Rotonda è una certa cupezza dei colori rispetto alla freschezza e luminosità degli altri dipinti qui presi in considerazione. Va detto però che già nel 1808 Appiani fu costretto a restaurare gli affreschi degradati da infiltrazioni di umidità. (10) Anche il Beretta ci informa di un restauro eseguito nel 1838 sotto la direzione dell’architetto di corte Giacomo Tazzini e specifica che il tondo centrale della cupola (medaglia) che raffigura l’Apoteosi di Psiche fu ripulito durante quel restauro “…con mollica di pane dal bravo Gallo Gallina.”(11). Restauri così ravvicinati danno ad intendere come il problema dell’umidità di risalita fosse presente dalla data di costruzione della Rotonda (e ancor oggi non è stato risolto) e può aver determinato la perdita di luminosità che qui si riscontra soprattutto negli incarnati e nei panneggi. Tuttavia in questi dipinti si nota che Appiani ha acquisito maggior morbidezza nella resa delle pose e dei gesti dei suoi personaggi, una fluidità che esprimerà al meglio negli affreschi di Santa Maria presso San Celso. Lo Sposalizio della Vergine del 1790 e ancora, ma già in modo meno evidente, nell’Apoteosi di Psiche di Palazzo Busca Arconati Visconti della fine 1791 la rigidità delle figure dipinte si associa a una accentuata attenzione ai dettagli, quasi un intaglio scultoreo; prendiamo per esempio i capelli di Giuseppe e di Zeus particolarmente scavati nei boccoli e nei ricci da sembrare innaturali. Negli affreschi della Rotonda e di Santa Maria presso San Celso Appiani dimostra maggior sicurezza; il suo tratto imprime quella leggerezza e naturalità tipica dei grandi artisti del Rinascimento. Ma non credo sia solo sicurezza pittorica acquisita; parlerei piuttosto di aggiornamento della propria cultura figurativa maturata attraverso l’esperienza del lungo viaggio compiuto nel 1791 a Parma, Firenze, Roma e Napoli e grazie al quale fece tesoro della pittura di Raffaello, Correggio e Domenichino.
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Andrea Appiani, San Giovanni Evangelista, affresco 1793, Milano Chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso S. Celso, pennacchio della cupola
Sotto questo punto di vista stilistico gli affreschi della Rotonda si possono considerare contemporanei al cantiere di Santa Maria presso San Celso in Milano (1792-1795) e quindi confermare le note di Chiesa e Repossini datandoli nel 1792.
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Andrea Appiani, Sant’Agostino e San Gerolamo tra schiere d’angeli, affresco 1793, Milano Chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso S. Celso, arcata laterale della cupola.
Insomma le molteplici contraddizioni ci impongono un atteggiamento critico sulla data di realizzazione degli affreschi della Rotonda.
Tuttavia potrebbe essere interessante aprire un’analisi di confronto stilistico basata sullo studio dei cartoni preparatori eseguiti da Andrea Appiani per gli affreschi da lui realizzati, alcuni conservati presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano (cartoni preparatori del santuario di S. Maria presso S. Celso con putti e angeli musicanti, per la Rotonda della Villa Reale a Monza e per le case Passalacqua e Sannazzaro a Milano con soggetti mitologici). La raffinata tecnica esecutiva dei suoi cartoni, elaborati a tal punto da diventare oggetti di collezionismo di per sé, e maturata nell’artista durante gli anni trascorsi all’Ambrosiana, soprattutto attraverso lo studio del cartone per la Scuola di Atene di Raffaello, lo resero consapevole del fondamentale ruolo formativo che il disegno preparatorio assume per la fase pittorica successiva.
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Andrea Appiani, testa di Giove (probabile studio per la Rotonda) disegno a matita su carta spessa color grezzo, 1790/91/92?, Milano (MI), Museo Poldi Pezzolicm.25,7×34
Una campagna di indagini scientifiche svolte dal 2009 al 2011 in relazione al restauro di alcuni cartoni di Appiani e supportata dall’esperienza di interventi precedenti si è rivelata di notevole interesse per comprendere la prassi grafica funzionale ai dipinti murali nel periodo prenapoleonico, una fase giovanile della carriera dell’artista ancora scarsamente documentata e stilisticamente ben lontana dagli esiti della produzione matura. Per esempio la tecnica dello “spolvero” per il trasferimento del disegno sulla superficie muraria rilevata sui cartoni realizzati dal giovane Appiani non trova riscontri o esempi analoghi tra i cartoni appianeschi più tardi. Anche i numerosi piccoli ‘pentimenti’ e alcune modifiche più sostanziali delle pose e il finale ripasso a pennello e pigmento liquido dei contorni delle figure in modo da fissare con precisione la versione definitiva del disegno sono chiare indicazioni di come il giovane pittore fosse ancora alla ricerca di una propria cifra stilistica originale.
Non avendo ancora avuto la possibilità di valutare e confrontare personalmente i cartoni preparatori di Appiani il capitolo resta aperto.

Paola Mangano

fonte: https://passionarte.wordpress.com/
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Andrea Appiani, Incontro di Giacobbe e Rachele, disegno carta/ matita/ acquerello/ biacca, cm.27,9 x 44,7, post 1796, Bergamo (BG), Pinacoteca dell’Accademia Carrara

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Andrea Appiani, Angelo musicante, disegno carta/ carboncino, ca. 1790 – ca. 1810
cm.200×130, Milano (MI), Polo Arte Moderna e Contemporanea. Galleria d’Arte Moderna
Note
1) GIUDICI, Carlo Maria. – (Viggiù, Varese, 25 marzo 1723 – Milano l’11 marzo 1804) teneva in quegli anni, non senza esserne contrastato dagli ambienti tradizionalisti, una privata accademia di insegnamento artistico nella sua casa, in cui proponeva lo studio dei modelli classici; ne furono allievi i pittori Domenico Riccardi, Giuseppe Sala e Giuseppe Legnani, lo scultore Gaetano Monti e soprattutto Andrea Appiani, che resterà legato anche in seguito al suo primo maestro, riconoscendogli il credito di averlo orientato ai principî della riforma artistica attuata a Roma da Anton Raphael Mengs.
2) Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano: G. Silvestri, 1848, pag. 11.
3) Nel 2011 si è conclusa la “querelle” tra i comuni di Milano e di Bosisio Parini per aggiudicarsi il primato di luogo di nascita di Andrea Appiani. A originare il “caso”, in particolare, è stata la prima biografia ufficiale di Andrea Appiani redatta nel 1848 dal biografo Giuseppe Beretta che riportò nel suo scritto che il pittore nacque a Milano, notizia dedotta da un certificato di battesimo che l’autore ottocentesco avrebbe visionato. Per venire quindi a capo di questa annosa vicenda il comune di Bosisio ha affidato alla docente dell’Università Cattolica di Milano, professoressa Vittoria Orlandi Balzari, il compito di risolvere questo vero e proprio “giallo storico”. E il risultato dell’accurato lavoro di ricerca sembrerebbe aver dato ragione al comune di Bosisio: “La studiosa incaricata è partita nel suo lavoro di studio dal certificato di battesimo di Andrea Appiani, custodito presso l’Archivio Diocesano di Milano, dal quale il biografo Giuseppe Beretta avrebbe tratto la deduzione di Milano quale luogo di nascita”. Ora, invece, pare che nel documento sia indicata la data di nascita (23 maggio 1754) e non il luogo, mentre Milano sarebbe stato indicato quale luogo di battesimo del pittore, avvenuto il 31 maggio 1754.
“Venuta meno questa certezza la ricercatrice ha effettuato ulteriori verifiche dalle quali è emerso come la casa della famiglia Appiani fosse situata proprio a Bosisio, mentre a Milano la famiglia aveva una seconda residenza in affitto. Sembrerebbe quindi molto probabile che Andrea Appiani sia nato proprio qui a Bosisio” E a confermare questa tesi ci sarebbero altri documenti, tra cui l’orazione funebre in memoria di Appiani nel quale sarebbe riportata la notizia che il pittore sia nato proprio a Bosisio. (tratto da http://www.casateonline.it/articolo.php?idd=69329)
4) Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano: G. Silvestri, 1848, pag. 81-82.
5) Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano: G. Silvestri, 1848, pag. 83
6) Nell’ambito della decorazione l’unico episodio sicuro riguarda le indicazioni, presenti nei manoscritti ambrosiani relativi a Palazzo Reale, sui motivi dei pannelli decorativi a finti arazzi con motivi a grottesca e figure antichizzanti dipinti da Appiani e G. Levati nel 1782.
7) Pubblicati nel 1802 da Reina nel secondo volume delle Opere.
8) Documenti reperiti nella cartella “Appiani Andrea” della Bibliothèque nationale de France di Parigi (fondo Custodi, Ms. It. 1546)
9) Lo “Sposalizio della vergine” affrescato da Andrea Appiani nel 1790 nella Chiesa di Sant’Eufemia in Oggiono (LC) misura circa 4 mq. fu portato a termine in soli 6 giorni come si rileva da un documento (conservato presso l’archivio parrocchiale) scritto dal canonico Carpani di Oggiono:“1790. Nel giorno 6 ottobre il signor Andrea Appiani ha cominciato a dipingere lo Sposalizio di san Giuseppe con la Andrea Appiani – Lo sposalizio della Beata Vergine e di San GiuseppeBeata Vergine Maria ed ha finito il giorno 11 di detto mese. Il giorno 13 fu benedetta la Cappella di san Giuseppe”.
10) La data del restauro è stata ricavata da una lettera indirizzata da Appiani nell’agosto del 1808 all’intendente generale della Corona Giovanni Battista Costabili Containi “….io ho pure ristaurato la Rotonda di Monza da me già dipinta a fresco….”(Documenti reperiti nella cartella “Appiani Andrea” della Bibliothèque nationale de France di Parigi – Fondo Custodi, Ms. It. 1546, f. 64v.
11) Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano: G. Silvestri, 1848, pag. 108


Bibliografia– La Villa Reale di Monza, a cura di Francesco de Giacomi, Editore Associazione Pro Monza1984.
– Le opere di Andrea Appiani … / commentario per la prima volta raccolto dall’incisore Giuseppe Beretta, Milano : G. Silvestri, 1848
– Guido Marangoni, La Rotonda dell’Appiani nella Villa Reale di Monza, GLI EDITORI PIANTANIDA VALCARENGHI, Milano 1923
– Memorie storiche della città di Monza, Anton-Francesco Frisi, Giuseppe Marimonti; Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Monza 1841: Tipografia di Luca Corbetta
– Dott. Mezzotti di Castellambro, Il cronista monzese, Almanacco di rimembranze patrie per l’anno 1838, pubblicato da Ferdinando Borsa, Cartolaio in Monza nella Corsia di S. Pietro Martire
– Francesco Leone, Andrea Appiani pittore di Napoleone, Skira 2015.
– La Milano del Giovin Signore – Le arti nel settecento di Parini, a cura di Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti, Skira 1999
– Il restauro del cartone preparatorio per affresco di Andrea Appiani, Amore che tempra la freccia, del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco di Milano (2009-2011) Francesca Rossi, Cecilia Frosinini, Letizia Montalbano, Sara Micheli

08/10/18

l'omicidio massonico, parte 8. Lo schema generale dei vari delitti


1) Premessa. Delitti mediatici e delitti non mediatici.

Occupandomi da anni di delitti vari, mi sono reso conto che spesso sono rituali non solo gli omicidi mediatici, cioè quelli di cui si occupano quotidianamente i mass media, ma moltissimi omicidi secondari di cui non parla nessuno.
La domanda che mi sono posto è: con quale criterio vengono scelti e selezionati i delitti che poi saranno dati in pasto ai media?



Ogni delitto rituale ha un suo movente specifico di natura esoterica e umana, ha poi come è ovvio degli esecutori, e spesso dei mandanti ben precisi. Sono molte le madri che hanno ucciso i figli, ma nessun altro ha avuto il rilievo del delitto di Cogne; molti i delitti satanici, ma solo quelli delle Bestie di Satana sono stati presi in considerazione; molti i genitori uccisi dai figli, ma solo Erika e Omar e Pietro Maso hanno ammorbato le cronache per anni; molti i bambini che scompaiono, ma solo Yara Gambirasio e Sarah Scazzi di recente hanno avuto un tale interesse.
Moltissime anche le donne uccise da mariti, fidanzati e amanti. Solo nel 2008 sono state 113 le vittime, e alcune sono state uccise con modalità (tagliate a pezzi, uccise a colpi di machete, ecc...) da meritare molta più attenzione rispetto ai delitti cui i media ci hanno abituato.

Ad esempio pochi anni fa a Nereto venne ucciso a colpi di ascia un noto avvocato insieme a sua moglie, in casa sua; dal punto di vista oggettivo, per gli appassionati di gialli, sarebbe molto più interessante indagare su questo caso piuttosto che sorbirsi continuamente nuove rivelazioni di Michele Misseri, o ascoltare le ultime news sugli amori di Salvatore Parolisi.
A Lodi, ad aprile del 2011, è stato ritrovato un cadavere a pezzi, completamente mutilato, ed era l’ennesimo di una lunga serie. Chi uccide queste persone in questo modo e perché?
In Abruzzo, due anni fa circa, ricordo l’omicidio di una ragazza di nome Rosa De Rosa, trovata sulla riva di un lago. Nessun accenno di interesse da parte dei media.
Nulla di nulla anche sul caso della donna trovata decapitata e priva degli organi interni di recente, a Roma.

La domanda allora è: come vengono scelti i delitti che poi faranno spettacolo? E perché?

Tra l’altro è facile notare che quando un evento è destinato a catturare l’interesse dei media per anni, giornali e TV ci si gettano a capofitto in anticipo, ancora prima di sapere se dietro ad esso ci sia un delitto o meno.
Per Yara Gambirasio e Sarah Scazzi, ad esempio, i media si sono buttati a pesce sulla vicenda quando le due minorenni erano solo scomparse e in teoria avrebbero potuto anche tornare con un fidanzato dopo una fuga d’amore; per il delitto di Cogne, quando ancora la madre non era sospettata e si pensava ad un incidente, già tutti i media nazionali se ne occupavano; idem per il delitto di Novi Ligure e tutti gli altri.
In altre parole, i media sanno già in anticipo quali sono gli eventi di cui dovranno occuparsi e tralasciano volutamente gli altri.
La domanda è: con quali criteri vengono scelti i delitti?

Osservando lo schema generale dei delitti mediatici se ne trae un quadro complessivo particolare e si può avere la risposta.


2) Lo schema generale. Gli assassini.

Osservando i delitti mediatici di questi anni si può notare che lo schema è quello che stiamo per esporre.

In primo luogo, gli assassini appartengono sempre a categorie uniche. Ovvero abbiamo:
- una madre che uccide il figlio (delitto di Cogne; saranno molte altre le madri ad uccidere i figli, ma nessuna arriverà agli onori della cronaca con tanta veemenza);
- una figlia che uccide i genitori (Erika);
- un figlio che uccide i genitori (Pietro Maso);
- i vicini di casa (delitto di Erba);
- una setta satanica (Bestie di Satana);
- uno zio e una cugina (Michele Misseri e Sabrina Misseri);
- compagni di unversità (delitto Meredith);
- un fidanzato (Alberto Stasi nel delitto di Garlasco);
- un marito (Salvatore Parolisi);
- poliziotti (delitti della Uno Bianca);
- un serial killer (Pacciani e i compagni di merende).

Non ricorre mai due volte la stessa tipologia di assassino, ancorché le cronache minori e locali siano piene di delitti satanici, di omicidi tra parenti, ecc.
Anche i delitti commessi da appartenenti delle forze dell’ordine sono diversi; si va dal generale dei carabinieri Ganzer, condannato per traffico di droga, a vicende mai definite, come quella di Milica Cupic, la cui figlioletta di sei anni è stata uccisa a botte dal marito, generale dell’esercito.
Eppure nulla di nulla compare nelle cronache (la vicenda di Milica Cupic è stata oggetto di una interrogazione parlamentare e solo questa settimana ha deciso di occuparsene il settimanale Cronaca Vera, uno dei pochi giornali ad occuparsi anche di delitti secondari).
Un mio amico ex poliziotto mi ha raccontato di una volta in cui un’intera caserma della polizia fece irruzione in un’altra caserma, dove stanziavano decine di poliziotti dediti a traffici di droga e altri delitti; i poliziotti furono tutti arrestati ma non se ne seppe più nulla e sui giornali non trapelò alcuna notizia.

Occasionalmente arrivano alla cronaca anche delitti come quello di Via Poma, o di Emanuela Orlandi, o delitti clamorosi come la strage in Vaticano del 1993; qui però l’importanza dell’evento è data più che altro dalla valenza politica dell’evento e infatti in questi delitti non esiste un colpevole definito fin dall’inizio.
Al contrario, nei delitti che abbiamo elencato c’è un colpevole definito sin dalle prime battute dell’inchiesta, e la vicenda segue sempre la stessa sequenza: iniziale incertezza; individuazione del colpevole; spesso il colpevole confessa ma poi ritratta; dubbi, contraddizioni, colpi di scena; sentenza finale.


3) Il perché della scelta. La valenza sociologica dei delitti. Il messaggio positivo.

A questo punto, riflettendo, si può capire il criterio con cui vengono scelti i delitti.
Dal momento che il bombardamento mediatico è talmente eccessivo che qualsiasi cittadino non può sfuggire al recepimento della notizia, tali delitti servono per inoculare inconsciamente la paura.
La TV è infatti un enorme mezzo di manipolazione delle masse, perché manipola la mente.
Anche le persone più evolute, infatti, sotto sotto pensano che i personaggi famosi sono quelli televisivi; e se una cosa viene veicolata in TV è senz’altro un evento di rilievo.
Va da sé che, al contrario, le notizie che non vengono passate in TV non sono importanti; ma la mente non si accorge di queste manipolazioni.
Il rilievo dato a queste notizie si instilla nel subconscio, e qui nasce la paura.
Paura del vicino di casa, paura di mandare i figli all’università, paura dei parenti. Anche tra le persone non interessati a delitti, sangue e gialli vari, circolano comunque battute standard sui vicini di Erba, quando il coinquilino del pianerottolo fa troppo casino, o sul delitto di Cogne, se il figlio rompe troppo le scatole.
La paura è sottile, quasi impercettibile; ma essa si aggiunge a tutte le altre paure che, grazie al sistema in cui viviamo, ci vengono inculcate fin da piccoli; paura di perdere il posto di lavoro, paura della tasse, dei controlli della finanza, paura della malattia, ecc.

Mi resi conto di quanto sia potente il condizionamento mediatico a seguito di un evento capitatomi questa primavera; in quel periodo un lettore mi telefonava dandomi in anticipo notizia che poi si sarebbero rivelate esatte (come l’uccisione di una persona di nome Angelo, cosa che poi successe due giorni dopo, quando fu ucciso con un colpo di fucile al cuore un certo Angelo Lolli; ma anche altre e più precise furono le notizie che costui mi anticipò). Dopo avermi dato alcune notizie esatte mi disse che il giovedi successivo avrebbero ucciso anche a me; quando gli chiesi come e chi, mi disse “saranno degli extracomunitari, che fingeranno una lite e ti accoltelleranno”. La notte successiva – mi pare fosse il martedì – i miei vicini di casa (africani) alle tre di notte facevano un casino inimmaginabile recitando delle formule strane in modo rituale, tanto che quella notte Stefania non riuscì a dormire. La mattina andai a chiedere ad altre persone del vicinato chi erano e cosa facessero e rimasi abbastanza stupito di scoprire che la mia vicina si chiama proprio Rose (sottolineo che nello stabile dove abito ci sono solo due appartamenti, il mio e il loro).
Raccontando la curiosa coincidenza ai miei amici, il primo commento di tutti fu: “Beh, meglio che giovedì dormi da un’altra parte; ricordati il caso dei coniugi di Erba”.
In questa occasione, come ho detto, ho preso consapevolezza della potenza della manipolazione mediatica, perché credo che senza il precedente della strage di Erba nessuno si sarebbe preoccupato di questa cosa, e io probabilmente avrei dormito a casa mia in tutta tranquillità, mentre invece scelsi di andare a dormire da Solange per essere più tranquillo, pur sapendo che la telefonata era una bufala architettata solo per impressionarmi (essendo già la terza volta che mi facevano uno scherzo simile).
Inutile aggiungere che mi guardai bene dall’andare a protestare dai vicini per il casino, e ho optato per dei più pratici tappi alle orecchie.

Questi omicidi, insomma, hanno varie valenze e vari moventi. Ma la ragione per cui la TV è infestata ad ogni ora del giorno con i particolari più idioti e inutili di alcuni delitti, è che veicolano nell’inconscio la paura.


4) La valenza sociologica. Il messaggio negativo.

A questo obiettivo (veicolare la paura) se ne aggiunge un altro.
Risulta abbastanza evidente come la tipologia dell’omicida sia sempre quella di un analfabeta, grezzo e ignorante, salvo i casi in cui vengano coinvolte persone in giovane età e senza una collocazione lavorativa particolare.
Infatti:
Pacciani era un contadino ignorante e i suoi compagni di merende erano pure peggio;
Anna Maria Franzoni una casalinga;
Rosa Bazzi e Olindo Romano sono rispettivamente una casalinga e un netturbino;
Michele Misseri non riesce a spiccicare due parole in croce;
Salvatore Parolisi è un sottufficiale abbastanza ignorante, a giudicare dal modo di parlare;
i ragazzi coinvolti nella vicenda delle Bestie di Satana erano rockettari senza arte né parte, coi capelli lunghi e ai margini della società (così ce li hanno presentati).
Le persone un po’ più istruite, quindi Alberto Stasi, Pietro Maso, ecc., sono tutti privi di un lavoro e in età scolare.

In altre parole, tra gli omicidi non compaiono architetti, ingegneri, avvocati, magistrati, professori universitari, medici, ecc.
Eppure di delitti commessi dai cosiddetti “colletti bianchi” ne abbiamo diversi; c’è il caso del professore universitario di Pisa che ha ucciso la moglie (professoressa universitaria) a martellate, ha confessato, non ha fatto un giorno di galera, e per giunta, quando è finito il processo che l’ha assolto, ha chiesto anche la pensione come vedovo (per fortuna il parlamento, ad agosto, ha approvato la legge 125 2011 che nega la pensione di reversibilità al coniuge omicida). Non un cenno a questo caso su giornali e TV, e il professore in questione continua ad insegnare all’università.
Così come nessun cenno hanno fatto i TG e i giornali all’emanazione di questa legge, forse per il timore di dover spiegare, poi, che oltre ai delitti di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, ci sono in Italia situazioni altrettanto gravi e che meriterebbero molta più attenzione.
Ci fu a suo tempo il caso del PM Pier Luigi Vigna, indagato per essere tra gli esecutori dei delitti del Mostro di Firenze, ma il cui individuamento portò allo smantellamento della SAM, e alla promozione del procuratore a capo della DIA, la direzione investigativa antimafia.

Ma per i media queste categoria di persone non commettono omicidi. Chi uccide sono solo casalinghe, operai, disoccupati, e al massimo qualche studente, preferibilmente con la passione dell’hard rock e meglio ancora se iscritto a Forza Nuova o a qualche gruppo di estrema destra e/o sinistra.

Come abbiamo detto, infatti, la manipolazione mentale effettuata dai media agisce anche in negativo, nel senso che non ci fa percepire ciò che la TV e i giornali non dicono.
Quindi non abbiamo paura dei magistrati, degli avvocati, dei medici, ecc. Perché quelli – è il messaggio impresso nel subconscio – non delinquono.
Nella mia attività quotidiana mi capita spesso di sentir dire “ma come fai a dire questo di Tizio o Caio? E’ un professionista stimato...”, come se professionista fosse sinonimo di persona perbene.

All’opera di manipolazione mentale effettuata dai media e dai film, contribuiscono anche il cinema e la fiction in generale, ove regolarmente in telefilm come RIS, La Squadra, Carabinieri, ecc... vengono presentate forze dell’ordine eccezionali ed efficientissime, avvocati onesti, medici quasi sempre per bene, ecc.
Se fino agli anni ’80 il cinema era ancora, talvolta, occasione di denuncia (vedi ad esempio i film di Pasolini, o il famoso “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, o anche “Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica”), attualmente il cinema si è rammollito attorno stereotipi convenzionali e, anzi, in alcuni casi presenta delle versioni dei fatti totalmente edulcorate e depistanti (scandolosi ad esempio, sono i film prodotti dalla Taodue, come quelli sulla Uno Bianca, su Riina, ecc., dove la realtà è sempre artefatta ed edulcorata).

Questa immensa opera di manipolazione di massa ha dei risultati a dir poco comici.
Qualche giorno fa in una nota trasmissione TV venivano ipotizzate nuove piste su una serie di delitti di diversi anni fa e uno degli esperti era proprio uno degli assassini; sempre recentemente, a proposito del delitto della donna decapitata a Roma, la Rai ha intervistato in qualità di esperto una delle persone che è al vertice delle sette sataniche italiane ed europee, considerato una delle persone più pericolose in Italia, il quale ovviamente ha escluso la pista satanica, dicendo che il satanismo è un fenomeno marginale e quasi inesistente in Italia.
Senza arrivare al paradosso di un giudice Vigna che indaga sui delitti commessi da lui stesso e dai suoi compagni, o dei fratelli Savi che intervengono sulla scena degli omicidi commessi da loro stessi poche ore prima, il vero colpo di genio è quello di far intervenire gli assassini in qualità di esperti e consulenti; perché, dal momento che nessun romanziere è mai arrivato a tanto, e in TV una realtà del genere non è mai stata ipotizzata, la mente di chi guarda la TV non è pronta ad una cosa così grave.


5) Conclusioni sul potere dei mass media.

Normalmente, infatti, quando dico queste cose, l’ascoltatore medio trasalisce e pensa che sia una realtà troppo assurda per poter essere vera. Inaudito pensare che i colpevoli di certi delitti siano i politici, i giornalisti, i magistrati famosi. Inaudito, sì.

A rifletterci bene, però, non ci rendiamo conto di una cosa.

Molti di noi sono pronti ad accettare che l’11 settembre se lo siano confezionato gli Americani da soli per poi avere il pretesto di scatenare diverse guerre inutili.
In altre parole, sappiamo che alcune persone ai posti di comando hanno dapprima ucciso deliberatamente migliaia di persone, per poi ucciderne altri milioni, senza alcun motivo reale.
Sappiamo che le stragi di Stato, da Portella Delle Ginestre ad Ustica, passando per la strage di Bologna e altre, sono state tutte preparate, commissionate ed eseguite dai nostri servizi segreti, e quindi da uomini dello Stato, che poi indagavano sui delitti da loro stessi commessi. Molti di coloro che hanno commissionato quei delitti, da Andreotti a Cossiga, impunemente hanno poi governato l’Italia, sono andati ai funerali delle vittime uccise per loro volontà, hanno rimosso poliziotti e magistrati che indagavano troppo seriamente. E questo lo sappiamo bene oramai.
Sappiamo che degli ex avvocati di mafia siedono in parlamento e fanno leggi sulla quella stessa mafia che loro hanno difeso in precedenza per decenni.
Pur sapendo tutto questo, ci stupiamo se lo Stato decide di uccidere Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Carmela Rea, o le vittime di Firenze, per poi indagare su di loro e non scoprire nulla.

Eppure dovrebbe in realtà essere meno grave il delitto di una singola persona rispetto allo sterminio sistematico di intere popolazioni.

Ciò si deve al lavaggio del cervello cui siamo sottoposti, che ci fa accettare di buon grado una guerra ma fa si che non siamo disposti ad accettare la verità sui delitti rituali.

Come diceva Pasolini: “Niente di più feroce della banalissima televisione”.

Umberto Eco scrive nel suo “Il nome della rosa”: “I libri si parlano tra loro, e una vera indagine poliziesca deve provare che i colpevoli siamo noi”.
Quello che vuole dire Eco, a mio parere, è che i colpevoli sono loro, gli esperti TV, gli uomini famosi, i romanzieri. Ma questo non verrà mai provato.
Perché la vita che viviamo non è un romanzo ma la realtà.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

01/10/18

la piramide di Ball, il faraglione più alto del mondo


La piramide di Ball, Ball's Pyramid in inglese, è il faraglione più alto del mondo. Un faraglione è uno scoglio roccioso a forma di picco che emerge dall'acqua nei pressi della costa, ed è causato dall'azione erosiva del moto ondoso delle acque poco profonde. La piramide di Ball si trova nel mar di Tasmania, nell'Oceano Pacifico, ed appartiene all'Australia. Fa parte del continente quasi completamente sommerso della Zeelandia di cui la Nuova Zelanda è la parte emersa più visibile. La Zeelandia affondò dopo essersi staccata dall'Antartico in un periodo compreso tra gli 85 ed i 130 milioni di anni fa e dall'Australia circa 85 milioni di anni fa. Un'ipotesi prevede che il continente sia quasi completamente sommerso da circa 23 milioni di anni. La maggior parte di essa, il 94% circa, giace ancora al di sotto dell'oceano Pacifico. Il faraglione, disabitato, è alto 562 metri e si trova al largo dell'isola di Lord Howe, che fa parte dello stato australiano del Nuovo Galles del Sud.


La piramide prende il nome dal tenente della Marina Reale Henry Lidgbird Ball, che nel 1788 riferì di averlo scoperto. Nel medesimo viaggio, Ball riportò anche la scoperta dell'isola di Lord Howe. Nel resoconto dell'istituzione delle colonie di Port Jackson e dell'isola di Norfolk, del 1789, il governatore Arthur Philipp scrisse che “circa quattro miglia dalla parte sud-occidentale della piramide, si trova uno scoglio pericoloso, che si eleva poco oltre la superficie dell'acqua e sembra non essere più grande di un'imbarcazione. Il luogotenente Ball non ha avuto l'opportunità di valutare se ci sia un passaggio sicuro tra le due“. Si ritiene che il primo, occidentale, a scendere a terra sia stato Henry Wilkinson, geologo del Nuovo Galles del Sud.


L'attracco con relativa passeggiata avvenne nel 1882, quasi un secolo dopo il primo avvistamento da parte del tenente Ball. Nel 1964 un gruppo di avventurieri di Sidney, tra cui Dick Smith, cercò di salire sino alla cima del faraglione. Dopo 5 giorni furono costretti a desistere per la mancanza di cibo ed acqua. La prima scalata avvenne l'anno seguente: il 14 febbraio del 1965 una squadra di arrampicatori, composta da John Davis, Bryden Allen, David Witham e Jack Pettigrew, riuscì a raggiungere la vetta della piramide di Ball.


Nel 1979 l'avventuriero Dick Smith, non pago del fallimento del 1964, tentò nuovamente di scalare la vetta del faraglione. Lo accompagnarono John Worral e Hugh Ward. Questa volta, per la gioia di Smith, l'impresa riuscì. La scalata aveva un obiettivo preciso, quello di reclamare la piramide di Ball come territorio australiano, formalità che a quanto pare non avvenne nella precedente spedizione. Smith e soci sventolarono una bandiera del Nuovo Galles del Sud appena giunti in vetta. 

Dal 1982 le arrampicate sono vietate. 
Dal 1986 tutti gli accessi all'isola sono banditi.


Dal 1990 si è assistito ad un certo rilassamento del governo australiano nei confronti della Piramide di Ball, infatti a partire da quell'anno ha previsto di consentire alcune arrampicate in determinate condizioni: tra queste la richiesta al ministro competente. 

Nel 2014, due scalatori, supportati da yacht, hanno effettuato con successo un'ascesa non autorizzata. L'impresa fu compiuta in un solo giorno. I due bivaccarono 80 metri sotto la vetta e riportarono la notizia che durante la notte riuscirono a vedere degli insetti vivi.


Perché è importante la descrizione degli insetti? 
Sulle rocce della piramide di Ball vive l'ultima popolazione selvatica conosciuta di insetto stecco dell'isola di Lord Howe. 
L'ultimo avvistamento nell'isola di Lord Howe dell'insetto stecco avvenne nel 1920. Da quel momento si riteneva la specie estinta. La prova della sopravvivenza sulle rocce della piramide di Ball avvenne nel 1964 con il tentativo di scalata di Dick Smith. Gli avventurieri produssero fotografie dell'insetto morto. Durante gli anni seguenti furono scoperti molti altri esemplari morti. I tentativi di trovarne vivi non ebbero mai successo sino a quando, nel 2001, una squadra di entomologi e ambientalisti sbarcò sulla piramide di Ball per mapparne flora e fauna. Come avevano sperato, scoprirono una popolazione di insetti stecco dell'isola di Lord Howe vivi. La specie viveva a circa 100 metri d'altezza sotto un unico arbusto. La popolazione era estremamente piccola poiché era composta da 24 individui. Due coppie di insetti furono trasportate in Australia continentale allo scopo di farle riprodurre in condizioni protette. L'obiettivo fu raggiunto dopo un breve periodo e gli insetti furono reintrodotti nell'isola di Lord Howe. 
Gli insetti avvistati dagli arrampicatori non autorizzati nel 2014, presumibilmente, non appartengono alla stessa specie di insetto stecco. Questo evento suggerisce che la gamma di insetti della Piramide di Ball potrebbe essere maggiore di quanto preventivato sino ad ora.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

Smith, Dick (2015). Balls Pyramid, Climbing the world's tallest sea stack. Dick Smith Adventure Pty Ltd

Smith, Jim (2016). South Pacific Pinnacle, The exploration of Ball's Pyramid. Den Fenella press

Philip, Arthur (1789). "The Voyage Of Governor Phillip To Botany Bay With An Account Of The Establishment Of The Colonies Of Port Jackson And Norfolk Island" 

Hutton, Ian (1998). The Australian Geographic Book of Lord Howe Island. Australian Geographic


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.