06/04/15
la Sindone di Torino
La Sindone fotografata da Giuseppe Enrie (1931). In alto l'immagine dorsale (capovolta), in basso quella frontale. Ai lati delle immagini si vedono le bruciature dell'incendio del 1532 e i relativi rattoppi (rimossi nel 2002).
L'immagine frontale presente sulla Sindone nel negativo fotografico.
La Sindone di Torino, nota anche come Sacra o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l'immagine di un uomo che porta segni interpretati come dovuti a maltrattamenti e torture compatibili con quelli descritti nella passione di Gesù. La tradizione cristiana identifica l'uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il corpo nel sepolcro.
Il termine "sindone" deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, e ove specificato poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d'India. Anticamente "sindone" non aveva assolutamente un'accezione legata al culto dei morti o alla sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.
Nel 1988, l'esame del carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all'inizio della storia della Sindone certamente documentata. Ciononostante, la sua autenticità continua a essere oggetto di fortissime controversie.
Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare"). Le ultime sono state nel 1978, 1998, 2000, 2010 e 2013. La prossima ostensione è prevista nel 2015, dal 19 aprile al 24 giugno.
Storia della sindone di Torino
Gli storici sono d'accordo nel ritenere documentata con sufficiente certezza la storia della Sindone a partire dalla metà del XIV secolo: risale infatti al 1353 la prima testimonianza storica.
Lirey
La prima notizia riferita con certezza alla Sindone che oggi si trova a Torino risale al 1353: il 20 giugno il cavaliere Goffredo (Geoffroy) di Charny, che ha fatto costruire una chiesa nella cittadina di Lirey dove risiede, dona alla collegiata della stessa chiesa un lenzuolo che dichiara essere la Sindone che avvolse il corpo di Gesù. Egli non spiega però come ne sia venuto in possesso.
Il possesso della Sindone da parte di Goffredo è comprovato anche da un medaglione votivo ripescato nel XX secolo nella Senna, conservato al Museo Cluny di Parigi: su di esso sono raffigurati la Sindone (nella tradizionale posizione orizzontale con l'immagine frontale a sinistra), le armi degli Charny e quelle dei Vergy, il casato di sua moglie Giovanna.
Alcune notizie su questo periodo ci vengono dal cosiddetto "memoriale d'Arcis", una lettera indirizzata nel 1389 da Pietro d'Arcis, vescovo di Troyes, all'antipapa Clemente VII (che era riconosciuto in quel momento in Francia come papa legittimo) per protestare contro l'ostensione organizzata in quell'anno da Goffredo II, figlio di Goffredo. D'Arcis scrive che la Sindone era stata esposta una prima volta circa trentaquattro anni prima, quindi nel 1355 (alcuni storici propendono invece per la data del 1357, dopo la morte di Goffredo, ucciso in battaglia a Poitiers il 19 settembre 1356), attirando in loco molti fedeli e donazioni, fatto che aveva portato il suo predecessore, Enrico di Poitiers, ad indagare sui fatti. I teologi consultati da Enrico di Poitiers, aggiunge, avevano assicurato che non poteva esistere una Sindone con l'immagine di Gesù, perché i Vangeli ne avrebbero sicuramente parlato, e inoltre durante le indagini un pittore aveva confessato di averla dipinta; ma d'Arcis non ne indica il nome. Secondo quanto riportato da d'Arcis il suo predecessore aveva quindi aperto un procedimento contro il decano di Lirey per via di sospetti sull'autenticità del telo, ma come conseguenza questo era stato nascosto, perché non potesse essere sequestrato ed esaminato Sempre secondo il memoriale sarebbe stato il decano della collegiata di Lirey, al tempo Robert de Caillac, che aveva effettuato la prima ostensione, ad essersi procurato il telo.
Sul memoriale d'Arcis sono però stati sollevati dubbi, soprattutto da fonte autenticista. Non si conoscono altre conferme che Enrico di Poitiers abbia effettivamente aperto un'inchiesta; in una sua lettera a Goffredo di Charny del 1356 non fa alcun cenno alla Sindone. Alcuni storici suggeriscono che Pietro d'Arcis volesse far dichiarare falsa la Sindone, nuovamente esposta all'adorazione dopo alcuni decenni, perché essa attirava i pellegrini a Lirey, facendo così calare le entrate della cattedrale di Troyes; proprio nel 1389 il tetto di quest'ultima era crollato e la sua ricostruzione richiese certamente molto denaro.
Goffredo II invia a sua volta un memoriale di segno contrario, e nel 1390 Clemente VII decreta una soluzione di compromesso, emanando 4 bolle: da una parte è autorizzata l'esposizione della Sindone a patto che si dichiari che si trattava di una pictura seu tabula, cioè un dipinto («si dica ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a imitazione del Sudario»); dall'altra, a Pietro d'Arcis è chiesto di cessare le critiche contro il telo.
Alcuni anni dopo scoppia una disputa per il possesso della Sindone: il conte Umberto de la Roche, marito di Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, verso il 1415 prende in consegna il lenzuolo per metterlo al sicuro in occasione della guerra tra la Borgogna e la Francia. Margherita si rifiuta poi di restituirlo alla collegiata di Lirey reclamandone la proprietà. I canonici la denunciano, ma la causa si protrae per molti anni e Margherita comincia a organizzare una serie di ostensioni nei viaggi in giro per l'Europa (intanto Umberto muore nel 1448). Nel 1449 a Chimay, in Belgio, dopo una di queste ostensioni il vescovo locale ordina un'inchiesta, a seguito della quale Margherita deve mostrare le bolle papali in cui il telo viene definito una raffigurazione e come conseguenza l'ostensione venne interrotta e lei venne espulsa dalla città. Negli anni successivi continua a rifiutare di restituire la Sindone finché, nel 1453, la vende ai duchi di Savoia. Successivamente, nel 1457, a causa di questi suoi comportamenti viene scomunicata.
Chambéry
I Savoia conservano la Sindone nella loro capitale, Chambéry, dove nel 1502 fanno costruire una cappella apposita; nel 1506 ottengono da Giulio II l'autorizzazione al culto pubblico della Sindone con messa e ufficio proprio.
La notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532, la cappella in cui la Sindone è custodita va a fuoco, e il lenzuolo rischia di essere distrutto: un consigliere del duca, due frati del vicino convento e alcuni fabbri forzano i cancelli e si precipitano all'interno, riuscendo a portare in salvo il reliquiario d'argento che era già avvolto dalle fiamme. Alcune gocce d'argento fuso sono cadute sul lenzuolo bruciandolo in più punti.
La Sindone è affidata alle suore clarisse di Chambéry, che la riparano applicando dei rappezzi alle bruciature più grandi e cucendo il lenzuolo su una tela di rinforzo. Nel frattempo, poiché si è diffusa la voce che la Sindone sia andata distrutta o rubata, si tiene un'inchiesta ufficiale che, ascoltate le testimonianze di coloro che hanno visto il lenzuolo prima e dopo l'incendio, certifica che si tratta dell'originale. La Sindone viene di nuovo esposta pubblicamente nel 1534.
Nel 1535 il Ducato di Savoia entra in guerra: il duca Carlo III deve lasciare Chambéry e porta con sé la Sindone. Negli anni successivi il lenzuolo soggiorna a Torino, Vercelli e Nizza; soltanto nel 1560 Emanuele Filiberto, successore di Carlo III, può riportare la Sindone a Chambéry, dove rimane per i successivi diciotto anni.
Torino
Dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1562, nel 1578 il duca Emanuele Filiberto decide di portarvi anche la Sindone. L'occasione si presenta quando l'arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, fa sapere che intende sciogliere il voto, da lui fatto durante l'epidemia di peste degli anni precedenti, di recarsi in pellegrinaggio a piedi a visitare la Sindone. Emanuele Filiberto ordina di trasferire la reliquia a Torino per abbreviargli il cammino, che San Carlo percorre in cinque giorni.
La Sindone, però, non viene più riportata a Chambéry: da allora resterà sempre a Torino, salvo brevi spostamenti. Nel 1694 viene collocata nella nuova Cappella della Sacra Sindone, cappella appositamente costruita, edificata tra il Duomo e il Palazzo reale dall'architetto Guarino Guarini: questa è tuttora la sua sede.
Nel 1706 Torino è assediata dai francesi e la Sindone viene portata per breve tempo a Genova; dopo questo episodio non si muoverà più per oltre duecento anni, rimanendo a Torino anche durante il periodo dell'invasione napoleonica. Solo nel 1939, nell'imminenza della Seconda guerra mondiale, viene nascosta nel santuario di Montevergine in Campania, dove rimane fino al 1946; questo è a tutt'oggi il suo ultimo viaggio.
In occasione dell'ostensione pubblica del 1898, l'avvocato torinese Secondo Pia, appassionato di fotografia, ottiene dal re Umberto I il permesso di fotografare la Sindone. Superate alcune difficoltà tecniche, il Pia esegue due fotografie e al momento dello sviluppo gli si manifesta un fatto sorprendente: l'immagine della Sindone sul negativo fotografico appare "al positivo", vale a dire che l'immagine stessa è in realtà un negativo. La notizia fa discutere e accende l'interesse degli scienziati sulla Sindone, dando inizio a un'epoca di studi che fino a oggi non si è conclusa; ma non manca anche chi accusa il Pia di avere manipolato le lastre.
Nel 1931 viene eseguita una nuova serie di fotografie, affidata a Giuseppe Enrie. Per evitare polemiche, tutte le operazioni vengono svolte in presenza di testimoni e certificate da un notaio. Le fotografie di Enrie confermano la scoperta del Pia e dimostrano che non vi era stata alcuna manipolazione.
Nel 1939 la sindone viene nascosta in Campania, nell'abbazia di Montevergine dove rimane fino al 1946 per poi tornare a Torino. Nel 1959 viene fondato il Centro Internazionale di Sindonologia con lo scopo di promuovere studi e ricerche sulla Sindone di Torino.
Nel 1973 vengono effettuati i primi studi scientifici diretti, a opera di una commissione nominata dal cardinale Pellegrino. Una campagna di studi più approfondita si svolge nel 1978, quando la Sindone viene messa per cinque giorni a disposizione di due gruppi di studiosi, uno statunitense (lo STURP) e uno italiano.
Nel 1983 muore Umberto II di Savoia, ultimo re d'Italia: nel suo testamento egli lascia la Sindone in eredità al Papa. Giovanni Paolo II stabilisce che essa rimanga a Torino e nomina l'arcivescovo della città suo custode.
Nel 1988 tre laboratori internazionali eseguono l'esame del carbonio 14: la Sindone viene datata agli anni 1260-1390, ma il risultato viene contestato da numerosi sindonologi.
Nel 1997 un incendio scoppiato nella cappella del Guarini mette di nuovo in pericolo la Sindone. La Sindone, tuttavia, non fu direttamente interessata dall’incendio poiché il 24 febbraio 1993, per consentire i lavori di restauro della Cappella, era stata provvisoriamente trasferita (unitamente alla teca che la custodiva) al centro del coro della Cattedrale, dietro all’altare maggiore, protetta da una struttura di cristallo antiproiettile e antisfondamento appositamente costruita.
Nel 2002 la Sindone viene sottoposta a un intervento di restauro conservativo: vengono rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicata nel 1534 viene sostituito. Il lenzuolo inoltre viene stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere.
Nel 2009 la proprietà della Sindone è stata messa in discussione: secondo il costituzionalista Francesco Margiotta Broglio, con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948) la Sindone è diventata proprietà dello Stato italiano in base alla XIII disposizione, comma 3, e il legato testamentario di Umberto II è di conseguenza nullo. Tuttavia si può assumere che la Santa Sede abbia ormai acquisito la proprietà della Sindone per usucapione, essendo trascorso il termine di legge senza che lo Stato italiano ne abbia reclamato la proprietà. Sulla questione è stata presentata una interrogazione parlamentare ma non risulta ancora una risposta del governo.
Per l'ostensione del 2010 iniziata il 10 aprile e terminata il 23 maggio, oltre 1 milione e 700 000 pellegrini hanno prenotato la visita alla Sindone presso il Duomo di Torino.
La prossima Ostensione è prevista nel 2015 è prevista dal 19 aprile al 24 giugno. Il periodo previsto è più lungo (67 giorni) rispetto a quello di altre esposizioni del Telo; ma si è voluto, in questo modo, mettere a disposizione l'arco temporale il più ampio possibile sia per la visita del Papa (annunciata per il 21 giugno) sia per il pellegrinaggio alla Sindone dei giovani che parteciperanno alle varie celebrazioni del Giubileo salesiano.
Ipotetica storia della Sindone antecedente il 1353
Ritengono quindi che la Sindone sia l'autentico lenzuolo funebre di Gesù e che risalga alla Terra di Israele del I secolo; essi sostengono inoltre la «suggestiva ipotesi» secondo cui la Sindone di Torino sia da identificare con il mandylion o "Immagine di Edessa", un'immagine di Gesù molto venerata dai cristiani d'Oriente, scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l'assenza di documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo). In questo caso, occorre ipotizzare che il telo di Edessa, che è descritto come un fazzoletto, fosse esposto solo ripiegato più volte e in modo tale da mostrare unicamente l'immagine del volto.
Caratteristiche generali
Il lenzuolo
La Sindone è un lenzuolo di lino di colore giallo ocra, avente forma rettangolare di dimensioni di circa 441 cm x 111 cm, spessore di circa 0,34 mm e peso di circa 2,450 kg. In corrispondenza di uno dei lati lunghi, il telo risulta tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a otto centimetri dal margine.
Il lenzuolo è tessuto a mano con trama a spina di pesce e con rapporto ordito-trama di 3:1.
Il lenzuolo è cucito su un telo di supporto, pure di lino, delle stesse dimensioni: il supporto originale, applicato nel 1534, è stato sostituito nel 2002 con un telo simile più recente.
Le bruciature più vistose sono state causate dall'incendio scoppiato il 4 dicembre 1532 nella Sainte Chapelle di Chambéry, in cui la Sindone rischiò di essere distrutta. Un oggetto rovente (delle gocce d'argento fuso, oppure una parte del reliquiario) aprì nel lenzuolo numerosi fori di forma approssimativamente triangolare, disposti simmetricamente ai lati dell'immagine in quanto il lenzuolo era conservato ripiegato più volte su sé stesso. Nel 1534 le suore clarisse di Chambéry ripararono i danni cucendo sui fori delle pezze di tessuto e impunturando la Sindone su un telo di supporto della stessa grandezza[15]. Nel 2002, in un intervento di restauro conservativo, tutti i rappezzi sono stati rimossi e il telo di supporto originale è stato sostituito con un altro più recente.
Altre bruciature, più piccole, formano quattro gruppi di fori approssimativamente circolari o lineari. Il colorito delle bruciature varia in ragione delle temperature alle quali furono esposti le parti di tessuti. In questo caso la Sindone doveva essere piegata in quattro (una volta nel senso della lunghezza e una nel senso della larghezza). Un'ipotesi per la loro formazione è che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce accese. Non si conosce l'evento che li produsse ma fu certamente anteriore al 1516, poiché compaiono in una copia della Sindone dipinta in tale data e conservata a Lierre.
L'immagine
L'immagine appare essere la proiezione verticale della figura dell'Uomo della Sindone: le proporzioni del corpo sono infatti quelle che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo.
Il corpo raffigurato appare quello di un maschio adulto, con la barba e i capelli lunghi.
L'immagine è poco visibile a occhio nudo e può essere percepita solo a una certa distanza (uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra scomparire). Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali: infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come "positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14 micrometri).
Il restauro del 2002
Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta a un intervento di restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.
Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi. Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14 sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i dubbi posti dagli autenticisti sull'esame del 1988.
Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili indicazioni.
La posizione della Chiesa
L'autenticità della Sindone — vale a dire se essa sia o no il vero lenzuolo funebre di Gesù — è stata a lungo dibattuta: vi sono state dispute al riguardo già nel XIV secolo.
Le discussioni sono riprese alla fine del XIX secolo, quando la prima fotografia della Sindone ha rivelato le particolari caratteristiche dell'immagine e ha suscitato l'interesse degli studiosi su di essa.
La Chiesa cattolica in passato si è espressa ufficialmente sulla questione dell'autenticità, prima in senso negativo (nel 1389 il vescovo di Troyes inviò un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato "artificiosamente dipinto in modo ingegnoso", e che "fu provato anche dall'artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto". Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l'ostensione ma ordinava di "dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario") e poi, ribaltando il giudizio, in senso positivo (nel 1506 Giulio II autorizzò il culto pubblico della Sindone con messa e ufficio proprio). Attualmente, la Chiesa cattolica non si esprime ufficialmente sulla questione dell'autenticità, lasciando alla scienza il compito di esaminare le prove a favore e contro, ma ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù. Diversi pontefici moderni, da papa Pio XI a papa Giovanni Paolo II, hanno inoltre espresso il loro personale convincimento a favore dell'autenticità.
Le chiese protestanti considerano invece la venerazione della Sindone, e delle reliquie in genere, una manifestazione di religiosità popolare di origine pagana estranea al messaggio evangelico.
Studi scientifici
Esame del Carbonio 14
Il più celebre e importante esame compiuto sulla reliquia, per la grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14. Secondo il risultato dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato nell'intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Questa datazione corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).
Esami sulle presunte tracce ematiche
I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono condotti nel 1973 da G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari, membri della commissione scientifica nominata dal cardinale Pellegrino, su due fili di tessuto sindonico. I risultati furono negativi anche se Frache, Mari Rizzati e Mari precisarono che "la risposta negativa fornita dalle analisi condotte non ci permette di dare un giudizio assoluto dell'esclusione della natura ematica del materiale esaminato".
Ulteriori esami microscopici effettuati da Guido Filogano e Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli del sangue.
Sia Frache sia Filogamo trovarono dei granuli di materiale colorante.
Nel 1978 il cardinale di Torino Ballestrero consentì allo STURP (Shroud of Turin Research Project) di analizzare la sindone. Furono premute strisce adesive sulla sindone per asportare delle particelle e furono prelevati alcuni fili. Nel 1980 Walter McCrone, microscopista consulente dello STURP, presentò due lavori allo STURP: sulla base di osservazioni microscopiche e analisi chimiche, egli annunciò di avere trovate tracce di ocra rossa, cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel Medioevo) e alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale, al giorno d'oggi prodotto sinteticamente). Secondo McCrone, le risultanze del suo studio proverebbero che la sindone è un dipinto. I due lavori furono tuttavia respinti dallo STURP che espulse McCrone e incaricò due propri membri (John Heller e Alan Adler) di compiere nuove analisi.
Heller e Adler, contrariamente a McCrone, avrebbero rilevato con vari test chimici e fisici la presenza di emoglobina (analoghi risultati avrebbe raggiunto anche Pellicori), albumina e bilirubina e osservarono che le macchie di sangue si sciolgono completamente in una miscela di enzimi proteolitici, il che indicherebbe che siano composte interamente da sostanze proteiche, e non da pigmenti minerali o vegetali. Inoltre trovarono che gli aloni intorno alle macchie di sangue sarebbero composti da siero. Heller e Adler, pur ritrovando analoghe sostanze di quelle rinvenute da Mccrone (ossido di ferro, proteine, pigmenti) arrivarono a conclusioni opposte rispetto a Mccrone attribuendo la presenza di pigmenti a contaminazioni successive.. La conclusione dello STURP fu che le "macchie di sangue" sono costituite interamente da sangue. Le particelle di ossido di ferro, che McCrone identificò come ocra rossa, possono anche essere residui del ferro presente nel sangue. Secondo Heller e Adler la spiegazione corretta sarebbe quest'ultima, in quanto l'ocra rossa non sarebbe costituita da ossido di ferro puro, ma conterrebbe normalmente rilevanti quantità di impurità come manganese, nickel e cobalto oltre che mercurio. I campioni sindonici quindi, secondo Heller, non contengono quantità misurabili di nessuno di tali elementi, mentre contengono numerosi elementi (sodio, magnesio, alluminio, silicio, fosforo, zolfo, potassio, calcio, ferro) presenti nel sangue.
Gli studi di Heller e Adler sono stati criticati sotto diversi aspetti:
Luigi Garlaschelli obietta che Heller e Adler per le loro ricerche fecero uso del test delle porfirine, che tuttavia non è un test specifico del sangue e darebbe risultati positivi anche su un vegetale, e così anche nessuno degli ulteriori test utilizzati è specifico per il sangue
John Fischer, un esperto di analisi forense, nel 1983, durante la conferenza della International Association for Identification, presentò la sua ricerca tesa a mostrare che risultati simili a quelli di Heller e Adler si potrebbero ottenere come falsi positivi da tracce di pittura a tempera. Analoghe asserzioni fa Steven Schafersman.
Nel 1982 la presenza di sangue fu rilevata anche da Baima Bollone, Jorio e Massaro, i quali usando test immunologici identificarono il sangue come umano di gruppo AB. Il loro test fu ripetuto (esclusa l'identificazione del gruppo sanguigno) dallo STURP che ne confermò il risultato. Luigi Garlaschelli nota in merito che i test immunologici sarebbero tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e inquinamenti. Più specificamente Vittorio Pesce Delfino nota che gli esami istochimici di Baima Bollone evidenziarono solo tracce di ferro, che Bollone attribuì a emoglobina. Nota Delfino che il ferro non indica univocamente l'emoglobina, e che l'ossido di ferro, ad esempio, è stato trovato nell'ocra rossa che è stata riscontrata sulla tela.
Nel 2008, analisi eseguite per spettrometria Raman su polvere raccolta nel 1978 tra la Sindone e la tela d'Olanda posta sul retro hanno rilevato la possibile presenza di pigmenti, in accordo con le osservazioni di McCrone, e di emoglobina. Le analisi furono svolte da Giulia Moscardi, che tuttavia ritiene che i pigmenti siano da attribuire a contaminazioni successive e ritiene che l'ossido di ferro presente sia il risultato della degradazione dell'emoglobina.
Secondo lo STURP e Baima Bollone, le ipotetiche macchie di sangue si sarebbero formate per contatto diretto con l'uomo avvolto nel lenzuolo.
Garlaschelli fa notare tuttavia che il sangue, se ancora fluido, avrebbe dovuto lasciare delle macchie informi; secondo Garlaschelli risulta inoltre fisicamente impossibile che il sangue di un corpo in quella posizione scorra sulla superficie esterna della capigliatura.
Esame del tessuto
La forma della Sindone è approssimativamente rettangolare. Prima del restauro del 2002 le dimensioni erano 437,7 cm il lato in basso (considerando la posizione ostensiva con la figura frontale a sinistra e dorsale a destra), 434 cm il lato alto, 112,5 cm a sinistra e 113 a destra. In seguito al restauro del 2002, durante il quale è stato rimosso il telo di supporto sul quale era cucita, la distensione del telo ha prodotto un leggero aumento delle dimensioni: lato basso 441,5 cm, alto 442, sinistra 113, destra 113,7. Lo spessore del tessuto è di circa 0,34 millimetri. Il peso, valutato approssimativamente, è di 2,450 kg.
Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio Timossi, Silvio Curto (direttore del Museo egizio di Torino) e altri. Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche della lavorazione manuale. I fili del tessuto hanno uno spessore di circa 250 millesimi di millimetro e sono composti da una settantina di fibrille del diametro di 10-20 millesimi di millimetro. La filatura delle fibrille della Sindone è in senso orario, o "a Z".
Da un punto di vista archeologico le sindoni giudaiche del I secolo conosciute sono diverse da quella di Torino per tessuto, tessitura, torcitura del filo e disposizione intorno al corpo.
Una sindone ritrovata ad Akeldamà (analizzata al carbonio 14, e datata 50 a.C./70 d.C.) mostra molte differenze rispetto a quella di Torino: le braccia distese ai lati; collo, polsi e caviglie fermati con appositi bendaggi. Il tessuto era di lana, la struttura 1:1 (la sindone di Torino è a spina di pesce 3:1), la trama è a S (quella di Torino è a Z).
Altre sindoni risalenti allo stesso periodo confermano la presenza di trame più semplici di quella di Torino, la pluralità di bendaggi e la filatura a S, ponendo seri dubbi sull'appartenenza della Sindone di Torino alla produzione sindonica dell'epoca di area ebraica.
L'immagine della sindone manca di deformazioni tipiche dell'immagine che si può formare nel contatto tra un corpo e una tela. La deformazione che si dovrebbe avere è quella di un'immagine molto dilatata. Questo dovrebbe accadere in particolare per il volto: si tratta del noto effetto “Maschera di Agamennone”. Il volto dell'uomo sindonico invece non presenta questa dilatazione, il che è scientificamente spiegabile solo con l'ipotesi che a lasciare l'impronta sia stato un bassorilievo poco aggettante. Si nota inoltre che l'immagine dorsale, essendo quella su cui premeva il peso del corpo dovrebbe avere maggiore intensità rispetto a quella frontale ma così non è.
Finora tra i reperti pervenutici non è stato rinvenuto un esemplare di tessuto del I secolo d.C. completamente compatibile con la Sindone, vale a dire un lenzuolo di lino intessuto a "spina di pesce" con un rapporto ordito-trama di 3:1. Invece se ne conosce uno di epoca medievale intessuto con intreccio identico a quello sindonico: è custodito al Victoria and Albert Museum di Londra e risale al XIV secolo, epoca che coincide con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14. Sono anche stati ritrovati nell'area mediorientale alcuni sudari, o parti deteriorate di questi, risalenti all'incirca al periodo in cui dovrebbe essere vissuto Gesù, sia di lino sia di lana, con rapporti di ordito-trama di 1:1 o 2:2, tutti però caratterizzati da una filatura a "S" e dalla presenza di differenti teli e di corde (un metodo di fasciatura descritto anche nel vangelo di Giovanni).
Shimon Gibson, archeologo israeliano scopritore della sindone di Akeldamà, ha rinvenuto nel sepolcro una sindone per ricoprire il corpo e un panno separato, una sorta di "fazzoletto", per ricoprire solo il volto (usanza che permetteva a una persona data erroneamente per morta di non soffocare e di poter avvertire chi era nelle vicinanze urlando). Per la difformità rispetto a questo rinvenimento, in aggiunta alla fiducia sul risultato della datazione al C14, Gibson ritiene che la Sindone di Torino non sia autentica: «una sindone composta da un solo telo non pare rientrasse nella pratica comune all'epoca di Gesù».
Esame medico-legale
Secondo l'anatomopatologo Baima Bollone, la figura impressa corrisponde a quella di un corpo crocifisso irrigidito dal rigor mortis: «La struttura somatica è fissata in una posizione del tutto innaturale... gli arti superiori sono flessi a circa 100° il destro e 90° il sinistro in corrispondenza delle spalle [...] il lenzuolo fu teso a ponte sul cadavere irrigidito nell'atteggiamento di lieve flessione del capo, [...], e anche delle ginocchia, intuitivamente assunto sulla croce [...] la marcata rigidità dei muscoli mimici e del collo, questa seconda comprovata dalla posizione del capo permanentemente flesso verso il torace, nonché dalle grandi masse muscolari del petto e delle cosce mostra che l'uomo della sindone era in stato di rigidità cadaverica».
Secondo il chimico Garlaschelli, la posizione del corpo non appare in linea con ciò che avviene in un cadavere e le mani sono sovrapposte sul pube, ma in un morto ciò non è possibile, poiché la posizione richiede che i muscoli siano in tensione oppure che le mani siano legate (ma sulla sindone non c'è traccia di legacci), mentre «le braccia rilassate di un cadavere ricadrebbero più giù e le mani si congiungerebbero solo sullo stomaco». Il rigor mortis (tesi ad esempio sostenuta da Bollone) non giustifica la posizione poiché se i muscoli di un cadavere vengono forzati, questi si rilassano.
Presunti segni dei chiodi
Pierre Barbet afferma di avere verificato, con esperimenti su cadaveri e su arti amputati, che in effetti la crocifissione nel palmo della mano non è possibile, perché sotto il peso del corpo i tessuti molli della mano si lacerano: il crocifisso finirebbe presto per cadere dalla croce. Afferma quindi che il chiodo fu infisso nel polso, cosicché il corpo è trattenuto in posizione dallo scheletro e dai legamenti, che possono reggere agevolmente il peso.
Secondo Barbet, i chiodi furono infissi nello spazio di Destot, una piccola apertura tra quattro ossicini del polso (semilunare, piramidale, capitato e uncinato). Egli ha osservato inoltre che un chiodo infisso in questa posizione lede il nervo mediano: questa lesione provoca al crocifisso un dolore acuto (si tratta dello stesso nervo interessato dalla sindrome del tunnel carpale) e causa la flessione del pollice. Infatti i pollici dell'Uomo della Sindone non sono visibili.
Quasi tutti gli studiosi seguono l'opinione di Barbet, con un'eccezione degna di nota: Frederick Zugibe ritiene invece che i chiodi siano stati infissi alla base del palmo. Anche qui vi è un passaggio tra le ossa del carpo e del metacarpo che permetterebbe al chiodo di trapassare l'arto senza produrre fratture e di uscire nella posizione che si osserva sulla Sindone.
Questi studiosi ritengono che la posizione dei chiodi nei polsi sia un indizio a supporto dell'autenticità della Sindone.
Riguardo alle tecniche di crocefissione del periodo tuttavia si conosce poco: l'unico corpo ritrovato con segni di crocefissione è quello di Giv'at at HaMivtar, un quartiere di Gerusalemme Est, che mostra sensibili differenze sia con il ritratto della sindone, sia con l'iconografia tipica del Cristo crocifisso. In base alle ricostruzioni effettuate partendo dai resti ritrovati, risalenti al I secolo, le mani erano presumibilmente legate e i piedi inchiodati, con i due calcagni trapassati da chiodi di ferro del diametro di 1 cm della lunghezza di circa 11,5 cm (caratteristiche del chiodo ritrovato nel calcagno destro, erroneamente stimato in un primo tempo in 17–18 cm di lunghezza) e la posizione dei piedi era ai lati della croce.
Presunti segni di flagello
Sulla Sindone si vedono circa 120 segni distribuiti lungo il corpo che, secondo gli autenticisti, sarebbero stati causati dal flagrum, il flagello romano. Si nota tuttavia che da nessuno di questi segni si vedono tracce o rivoli di sangue come ci si aspetterebbe. Inoltre, gli ipotetici segni del flagello risulterebbero essere disposti in maniera particolarmente simmetrica e regolare su tutta l'immagine, evento improbabile in una flagellazione reale, e compatibile invece con una rappresentazione pittorica.
La presunta corona di spine
In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose impronte puntiformi e tondeggianti dall'aspetto di ferite da punta, da cui si dipartono diverse colature di sangue. Gli autenticisti le identificano con le ferite prodotte dalla corona di spine che, secondo i Vangeli, fu posta sul capo di Gesù. Non si hanno notizie storiche di altri casi di coronazione di spine (gli esegeti in genere presumono che si sia trattato di una trovata estemporanea dei soldati per deridere Gesù "re dei Giudei"), per cui non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta.
Secondo alcuni studiosi e critici le colature del sangue sarebbero irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i capelli, dando vita a macchie più indistinte. Una possibile risposta a questa obiezione è stata data da Frederick Zugibe, secondo il quale l'Uomo della Sindone fu lavato prima di essere avvolto nel lenzuolo: in questo modo il sangue colato durante la permanenza sulla croce sarebbe stato rimosso e sulla Sindone si sarebbe impressa soltanto l'impronta delle ferite inumidite dal lavaggio.
Presunti oggetti
Monete sugli occhi
Alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone sostengono di aver osservato in corrispondenza degli occhi due piccoli oggetti, da essi identificati come monete, poste sul cadavere per tenere chiuse le palpebre; hanno anche proposto dei tentativi di identificazione delle monete con coniazioni risalenti ai primi anni 30 del I secolo.
Esaminando le foto del telo scattate nel 1931, il gesuita Francis Filas e Alan e Mary Whanger affermano di avere notato sugli occhi dell'Uomo della Sindone le impronte di due piccoli oggetti tondeggianti, che essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32; tali monete sarebbero state poste sugli occhi del cadavere, presumibilmente per tenere chiuse le palpebre. Sull'occhio destro questi studiosi riconoscono un bastone ricurvo chiamato lituus, tipico delle monete di Pilato, e le quattro lettere UCAI; l'iscrizione sulle monete autentiche recita ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ ("Tiberio Cesare" in greco), ma Filas ha affermato di aver trovato degli esemplari con la variante ΤΙΟU CΑΙ[ΣΑΡΟΣ], le cui lettere centrali corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone; tale identificazione è stata però contestata, in quanto la moneta portata ad esempio da Filas ha il bordo consunto e i resti delle lettere sul bordo sono interpretabili con la legenda consueta. Alan Whanger (professore di psichiatria alla Duke University di Durham, North Carolina) ha confrontato l'immagine della Sindone con quella di una moneta procurata da Filas e avrebbe trovato che corrispondono in modo talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo stesso stampo. Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Giulia, madre di Tiberio. Recentemente, Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino hanno dichiarato di ritenere di aver identificato un'altra moneta (anche questa in onore di Giulia) sul sopracciglio sinistro.
Tuttavia si fa notare come queste scoperte di monete fanno leva sulle foto del 1931, e non su quelle - a più alta definizione - scattate in anni più recenti. Inoltre la definizione minima dell'immagine della Sindone è di mezzo centimetro, per cui non sarebbe possibile identificare particolari così piccoli; le "monete" sarebbero quindi solo frutto di illusioni ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettano di vedere (pareidolia).
Altri hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie generate da irregolarità delle lastre fotografiche, o delle successive copie di queste, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti, affermando che nelle fotografie più recenti e di migliore qualità e definizione, ad esempio quelle scattate nel 1978, esse non sono visibili.
I Whanger rispondono che a loro dire le immagini delle monete sarebbero presenti sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie del 1931, e sia anche sulle foto del 1978, anche se in queste ultime le lettere appaiono leggermente distorte; affermano anche che, a loro dire, durante l'ostensione televisiva del 1973, a causa del modo in cui la Sindone è stata dispiegata, il tessuto sarebbe stato sottoposto a una tensione nella regione dell'occhio destro, che secondo loro avrebbe leggermente tirato o ruotato alcuni fili. Pierluigi Baima Bollone ha invece ammesso che la moneta da lui identificata sul sopracciglio nella foto del 1931 non compare nelle fotografie recenti, neanche in quelle da lui scattate.
È stato anche contestato che tra gli ebrei del tempo vi fosse l'usanza di porre delle monete sugli occhi o oggetti pagani all'interno di tombe: secondo Levy Rahmani (direttore dell'Autorità Israeliana per le Antichità) le poche volte (alcune decine di volte su tremila tombe indagate) in cui si è trovata una monetina nella bocca del defunto (e non sugli occhi) si trattava della ripresa di un uso ellenistico, quello dell'obolo pagato a Caronte.
Alan Whanger sostiene però che alcune monete sono state rinvenute anche all'interno del cranio del defunto, e che per un cadavere sdraiato in posizione supina, una moneta può cadere all'interno del cranio soltanto se era posta su un occhio: in questo caso infatti, a seguito della decomposizione dei tessuti molli dell'occhio e del cervello, per effetto della gravità la moneta naturalmente cadrebbe attraverso la fessura in fondo alla cavità orbitale. Una moneta posta in bocca, invece, si trova a lato del cranio e non al di sopra di esso, per cui, secondo Whanger, è impossibile che vi cada dentro. Whanger inoltre fa notare che, secondo le usanze del tempo, i cadaveri venivano lasciati nei sepolcri soltanto per un anno, dopodiché le ossa venivano raccolte e trasferite in un ossario, e il sepolcro veniva riutilizzato per seppellirvi altri defunti; secondo Whanger le monete, usate per chiudere le palpebre, a quel punto non servivano più, e a suo dire sarebbero state recuperate, oppure perse durante il trasferimento.
Luigi Gonella (fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero) afferma che "Quella della Sindone è un'immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell'ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce a vedere anche quello che non c'è".
Altri oggetti
Alan e Mary Whanger sostengono di aver identificato anche immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea. Si tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie specificatamente trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin dichiara di aver osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante l'ostensione del 1998.
Danin, botanico israeliano, ha dichiarato che avrebbe identificato 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo in cui esse sono presenti tutte insieme sarebbe una ristretta area tra Gerusalemme e Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini identificati da Max Frei . Tuttavia la stessa indagine palinografica di Frei è molto controversa e altri scienziati del ramo ne negano radicalmente l'attendibilità e i risultati finali, e questi studi di Danin non sono stati pubblicati su riviste scientifiche.
Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano di riconoscere tutti i tradizionali "Strumenti della Passione": i chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide, prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i loro profumi l'odore della decomposizione.
I Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa e ricopiati dai pittori.
I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo, anche da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico commento di Ray Rogers: «Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto tempo che cominciano a vedere delle cose che altri non vedono.»
È da notare poi che alcuni dei particolari al limite della definizione dell'immagine della Sindone (circa 5 mm) sono interpretati in maniera differente da studiosi differenti, per cui anche chi afferma di individuare sull'immagine possibili scritte o piccoli oggetti (come le succitate monete) non ne dà sempre un'interpretazione univoca.
L'immagine posteriore
Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma molto più debole e confusa di quella sul dritto.
In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo. Dato che almeno in corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro, si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.
Altri esami
La statura
Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in 183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo viene considerato da fonti autenticiste un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.
Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso orizzontalmente, si allunga leggermente a causa della distensione della colonna vertebrale. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo, ma vi sono diversi pareri sull'entità di questa seconda correzione: per esempio Giulio Ricci, intorno al 1940, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in 24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.
Esame palinologico
Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, ex direttore della polizia scientifica di Zurigo, con dei nastri adesivi ha prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che poi ha studiato al microscopio elettronico. Nel 1976 ha pubblicato i risultati delle sue analisi. Frei non disse mai il numero totale di pollini trovati, ma si limitò a elencarne 60 diversi tipi (tra queste 21 specie tipiche della Palestina, 6 dell'Anatolia, 1 specie tipica di Costantinopoli). Frei ne ha dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina sia in Turchia, oltre che in Francia e Italia, il che quindi concorderebbe con la ipotetica ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo.
Il lavoro di Frei è stato criticato pesantemente da diversi studiosi perché non tiene conto delle contaminazioni possibili (ad esempio quelle dovute al contatto con i pellegrini). Nel corso dei secoli infatti il telo è stato toccato da migliaia di mani, inoltre non c'è possibilità di determinare la specie di una pianta dal polline, salvo rari casi. Di regola il polline permette solo di determinare i gruppi di specie o il genere o la famiglia.
Una revisione del lavoro di Frei fu svolta da Baruch, che identificò tre sole specie (tra queste l'Gundelia tournefortii), mentre per gli altri pollini fu possibile identificare solo il genere. Anche le conclusioni di Baruch furono contestate. V.M. Bryant nel 2000 osservò infatti che tali conclusioni non erano accettabili poiché: Baruch usò un microscopio ottico e non uno elettronico; i pollini intrisi di colla sono difficilmente analizzabili; l'identificazione dell'unico polline era comunque errata per diametro e ornamentazione osservati.
Nonostante la messa in dubbio degli studi di Frei, questi sono stati ripresi nel 1997-1998 da alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone (come Danin e altri), che all'epoca hanno ipotizzato di localizzare il presunto sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei pressi di Gerusalemme. Tutto questo sebbene ci siano ulteriori ragioni che facciano ritenere inattendibili le conclusioni di Frei:
l'identificazione dei vari tipi di pollini non è di per sé indicativa se non fa anche riferimento al cosiddetto spettro pollinico cioè i valori percentuali di ogni tipo di polline presente nel materiale in esame. Gaetano Ciccone afferma che Frei non avrebbe misurato lo spettro pollinico, ma che avrebbe stilato un semplice elenco di pollini chiamandolo impropriamente spettro pollinico.
i pollini non possono resistere centinaia di anni in un ambiente aerobico. Se il polline viene esposto all'aria in poco tempo viene distrutto poiché l'ossigeno corrode la sporopollenina lasciando il polline in balia dell'azione distruttiva di funghi e batteri. Marta Mariotti Lippi, provò sperimentalmente a misurare la conservazione dei pollini: dopo due mesi la perdita di polline sui tessuti testati era stata del 77%.
Lo stesso Danin, ricostruendo però più recentemente (2010) l'intera questione delle analisi microscopiche più avanzate sui pollini di Frei, esclude la possibilità che gli stessi possano venire usati da soli per definire un'area geografica di provenienza[89], sottolineando inoltre come in tal senso sia inutile la mera osservazione della frequenza di piante spinose .
In particolare, le più recenti analisi di Litt, effettuate con microscopia ottica avanzata e microscopia confocale basata su laser, hanno dimostrato l'impossibilità di definire i pollini perfino a livello di genere, e quindi tanto più a livello di specie; Litt va persino oltre le conclusioni di Baruch, ed esclude anche, con elevata probabilità, che i pollini siano ascrivibili a Gundelia.
Datazione chimica
Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si consuma spontaneamente a un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale (così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza indicherebbe un'età maggiore.
In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel 2005, la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni a una temperatura di 23 °C e 3095 anni a una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata conservata.
Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito alcuni scenari per cui i 25 °C / 23 °C / 20 °C costanti ipotizzati da Rogers nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:
Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a consumare il 95% della vanillina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che la Sindone sia stata conservata per sei secoli a una temperatura costante di 30 °C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della vanillina. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura eccessiva.
Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone (circa 200º) durante l'incendio del 1532 avrebbe consumato molto rapidamente la vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in meno di 7 minuti. Rogers nel suo articolo ritiene tuttavia che l'incendio del 1532 potrebbe non avere avuto grossi effetti sul contenuto di vanillina poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa e le parti del lenzuolo lontane dalle bruciature potrebbero non aver raggiunto temperature così alte.
Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.
Lo studio di Rogers viene definito "molto povero" e carente dal punto di vista metodologico sotto tre aspetti
Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di vanillina nei fili di lino: sono stati usati test qualitativi per determinare risultati quantitativi
Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha usato campioni di controllo
Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per calcolare un "margine d'errore" nella datazione.
Stima soggettiva delle probabilità
Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto effettivamente correlato a un uomo vissuto in Palestina nel I secolo d.C., alcuni studiosi hanno effettuato stime sulla probabilità che quell'uomo non corrispondesse a Gesù Cristo in base alle caratteristiche della reliquia stessa. Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche, partendo dalle descrizioni presenti nella letteratura e nell'iconografia.
Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla Sorbona, presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche dell'immagine, valutava soggettivamente che la probabilità che la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Gesù era, a suo parere, inferiore a uno su 10 miliardi.
Negli anni settanta Bruno Barberis, docente dell'Università di Torino e attuale direttore del Centro Internazionale di Sindonologia, espresse una simile stima soggettiva, basandosi su nuovi fattori. La probabilità da lui soggettivamente ipotizzata è di 1 su 200 miliardi; valutazioni soggettive simili sono state ipotizzate anche dal matematico e sindonologo Tino Zeuli, Professore emerito dell'Università di Torino.
È opportuno chiarire che queste stime ipotetiche sono solo pareri soggettivi basati su ragionamenti analogici, e non calcoli scientifici, statistici o matematici nel senso tecnico del termine.
Riproduzioni sperimentali
Diversi studiosi hanno lavorato sulla riproduzione di manufatti con alcune caratteristiche proprie della Sindone, utilizzando vari metodi per poter spiegare quale sia stato il processo di formazione dell'immagine. Sebbene siano state prodotte immagini che mostrano similitudini, non è ancora stato possibile riprodurre tutte le caratteristiche della Sindone.
Joe Nickell ha "dipinto" un'immagine senza usare pennelli, stendendo un lenzuolo sul corpo di un uomo sdraiato e strofinandolo con un pigmento liquido a base di ocra rossa.
Rodante, Moroni e Delfino-Pesce hanno utilizzato il metodo del bassorilievo riscaldato.
Nicholas Allen ha usato la tecnica fotografica.
Di Lazzaro, Baldacchini, Murra, Santoni, Nichelatti e Fanti, utilizzando un laser a eccimeri, hanno ipotizzato che "un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle caratteristiche dell'immagine corporea della Sindone di Torino", e quindi, secondo la loro opinione, l'immagine della Sindone sarebbe stata generata da una radiazione emessa dal corpo umano avvolto in essa.
Luigi Garlaschelli ha usato un metodo derivato da quello di Nickell, aggiungendo a un pigmento una soluzione di acido solforico che ha reagito chimicamente con le fibre del tessuto creando l'immagine, mentre il pigmento è stato poi eliminato sottoponendo il telo a invecchiamento artificiale e successivo lavaggio.
Oggetti analoghi alla Sindone
Il Sudario di Oviedo
La Sindone è stata comparata con il presunto sudario di Gesù conservato nella cattedrale di Oviedo, nelle Asturie in Spagna. Questo è un telo molto più piccolo della Sindone (circa 84x53 cm), che non presenta alcuna immagine, ma solo macchie di sangue. È stato ipotizzato da chi sostiene l'autenticità sia di questa reliquia sia del telo di Torino, che questo sudario sia stato posto sul capo di Gesù durante la deposizione dalla croce, e poi rimosso prima di avvolgere il corpo nella Sindone, avendo quindi il tempo di macchiarsi di sangue, ma non quello per subire lo stesso processo di formazione dell'immagine della Sindone, qualunque questo sia stato. Il sudario sarebbe stato conservato a Gerusalemme fino al 614, poi trasportato in Spagna attraverso il Nordafrica; custodito prima a Toledo, venne trasportato a Oviedo tra l'812 e l'842. La datazione con il Metodo del carbonio-14 ha datato il Sudario come risalente al 680 circa, data compatibile con le prime testimonianze storiche documentate dell'esistenza del Sudario in Europa.
Il Mandylion
Il Mandylion o "Immagine di Edessa" era un telo conservato dapprima a Edessa (oggi Urfa, in Turchia) almeno dal 544, poi dal 944 a Costantinopoli. Le fonti lo descrivono come un fazzoletto che recava impressa in modo miracoloso l'immagine del viso di Gesù. Nel 944, dopo che Edessa era stata occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli. Qui rimase fino al 1204, quando la città venne saccheggiata dai crociati, molte reliquie vennero trafugate e del sacro fazzoletto si persero le tracce. Alcuni ritengono che il Mandylion fosse la Sindone piegata in otto e chiusa in un reliquiario, in modo da lasciare visibile solo l'immagine del viso.
Il velo della Veronica
Una leggenda sostiene che una donna, di nome Veronica, asciugò il volto di Gesù con un panno durante la sua salita al Calvario; sul panno si impresse miracolosamente l'immagine del volto. Questo racconto è talmente noto che l'incontro di Gesù con la Veronica è una delle tradizionali stazioni della Via Crucis. Fino al 1600 circa si conservava a Roma il presunto velo della Veronica; ne fanno menzione anche Dante nella Divina Commedia (Paradiso XXXI, 103-108) e Petrarca nei Rerum vulgarium fragmenta (Componimento XVI, vv. 9-11).
La Sindone di Besançon
A Besançon, in Francia, a circa 200 km da Lirey, si trovava un'altra Sindone; sembra che vi fosse giunta nel 1208. Era più piccola della Sindone di Torino (1,3 x 2,6 m) e mostrava solo l'immagine anteriore. Era oggetto di un'intensa venerazione, meta di pellegrinaggio ed era ritenuta miracolosa. La Sindone di Besançon scomparve in un incendio nel 1349, ma nel 1377 i canonici della cattedrale annunciarono di averla ritrovata intatta in un armadio. Nel 1794 andò definitivamente distrutta durante la Rivoluzione francese. Alcuni storici ipotizzano che questa, e non quella di Torino, fosse la Sindone che veniva esposta a Costantinopoli fino al 1204. Altri ipotizzano invece che la Sindone scomparsa nell'incendio del 1349 fosse quella di Torino (l'incendio in cui venne data inizialmente per distrutta precede di pochissimi anni la comparsa di quest'ultima a Lirey) e che quella "ritrovata" nel 1377 fosse una copia; altri ancora ipotizzano che proprio la Sindone di Torino fosse una copia effettuata per sfruttare la fama di quella della vicina Besançon e attirare quindi a Lirey i pellegrini, dubbi che, dopo la prima ostensione del 1357, portarono il vescovo di Troyes, Enrico di Poitiers, a chiedere, senza successo, di esaminare il telo di Lirey, che venne tenuto nascosto fino al 1389.
Copie della Sindone
Sono note circa 50 copie della Sindone, eseguite da vari pittori in diverse epoche. Una tra le più note, realizzata nel 1516 e conservata a Lier in Belgio, è attribuita ad Albrecht Dürer, ma questa attribuzione è controversa.
Una copia recente è nel Real Santuario del Santísimo Cristo de La Laguna a Tenerife (Spagna). Questa replica è stato realizzato con le tecniche più avanzate del XXI secolo, per cui è attualmente considerato il più preciso all'originale.
La Sindone nella cultura di massa
Al pari di altre reliquie della religione cristiana particolarmente note, la Sindone negli ultimi anni è stata citata o utilizzata nelle opere di diversi scrittori e sceneggiatori.
Nel romanzo Il codice dell'apocalisse di Andrea Carlo Cappi e Alfredo Castelli, che ha come protagonista il personaggio dei fumetti italiani Martin Mystère, la Sindone esposta a Torino è in realtà una copia effettuata da Leonardo da Vinci (grazie alla conoscenza della camera oscura) alla fine del XV secolo, realizzata per permettere alla chiesa di custodire con più sicurezza quella precedentemente esposta. Nel romanzo Leonardo non si limita a farne una mera copia, ma, con un antico libro di magia risalente al tempo di Atlantide, rende questa un oggetto magico in grado di "catalizzare" le preghiere dei fedeli che l'adorano, di valenza benefica, e impiegarle per allontanare le forze malvagie da Torino. Nel libro, un demone - Belial - proclamatosi "Signore del Male", che sta cercando da secoli di scatenare l'Apocalisse, cercherà di disattivarne i poteri, in modo da poter aprire un portale con gli Inferi e far giungere sulla Terra altre creature demoniache.
fonte: Wikipedia
GESU' NELLA SINDONE
IL TESTIMONE SILENZIOSO
04/04/15
scie chimiche su cavie italiane!
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| Liguria: scie chimiche - foto Franco Giusto |
Anche stamani il cielo appare così, tra la massima indifferenza della maggior parte degli esseri viventi. Ieri ho fatto notare il cielo deturpato dalle scie chimiche a un conoscente, e mi ha risposto che ci sono già troppi problemi, solo a guardar per terra... ci manca solo guardare il cielo. Che tristezza! Perché tanto accanimento in questi giorni ?
Franco Giusto
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| Liguria: scie chimiche - foto Franco Giusto |
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| Lombardia (2 aprile 2015): scie chimiche - foto Stefano Cucchetti |
Caro Gianni, invio le foto che documentano la palese attività mattutina odierna di geoingegneria sopra il Novarese, la Lomellina e l'alto milanese. Ricordo per stroncare da subito gli eventuali scettici o disinformatori stipendiati, che qui a pochi chilometri c'è l'ex Hub di Malpensa, nonché aeroporto internazionale, per cui gli aerei civili sono incanalati su rotte molto precise per l'atterraggio e il decollo. Non possono essere perciò aerei civili quelli che percorrono quelle rotte. Alcune foto riguardano le stesse zone interessate da geoingegneria al tramonto. Come spiegano, i vari meteorologanti italiani made in Rai Mediaset Sky & co. queste "Innocue velature", termine che molti siti e applicazioni meteo, utilizzano ancora frequentemente per tranquillizzare la popolazione circa tali attività criminali a marchio NATO? O forse il loro silenzio è messo a tacere con lauti stipendi? Quanto costano al contribuente italiano queste attività di geoingegneria? Quanti soldi pubblici i ministeri competenti versano, a spese dell'ignaro cittadino italiano, nelle casse della Nato?
Buona Pasqua climaticamente modificata a tutti.
Stefano Cucchetti
03/04/15
i Savoia
Casa Savoia è una delle più antiche dinastie reali europee attestata sin dalla fine del X secolo nel territorio del Regno di Borgogna, dove venne infeudata della Contea di Savoia, elevata poi a Ducato nel XV secolo. Nello stesso secolo, estintasi la linea legittima dei Lusignano, ottenne la Corona titolare dei regni crociati di Cipro, Gerusalemme e Armenia, con il conseguente aumento di prestigio presso le corti europee.
Nel XVI secolo circa spostò i suoi interessi territoriali ed economici dalle regioni alpine verso la penisola italiana (come testimoniato dallo spostamento della capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1563). Agli inizi del XVIII secolo, a conclusione della guerra di successione spagnola, ottenne l'effettiva dignità regia, dapprima sul Regno di Sicilia (1713), dopo pochi anni (1720) scambiato con quello di Sardegna.
Nel XIX secolo si pose a capo del movimento di unificazione nazionale italiano, che condusse alla proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861. Da questa data, fino al cambiamento istituzionale nel giugno del 1946 con l'esilio, la storia della Casa si confonde con quella d'Italia.
Inoltre, dal 1870 al 1873 il duca Amedeo di Savoia-Aosta fu Re di Spagna col nome di Amedeo I di Spagna.
Durante il regime totalitario di Benito Mussolini, la dinastia ottenne formalmente con Vittorio Emanuele III le corone di Etiopia (1936) ed Albania (1939) in unione personale, mentre nel 1941, col Duca Aimone di Savoia-Aosta, anche la corona di Croazia. Questi ultimi titoli vennero tuttavia persi definitivamente nel 1945, a causa della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale.
Le origini
I pochi documenti che riguardano le origini di Casa Savoia sono soggetti a varie interpretazioni e dall'epoca di Amedeo VIII (XV secolo), fino al XIX secolo vennero sempre escogitati criteri di giustificazione di tipo politico, con l'avallo di genealogisti compiacenti. In un primo tempo fu necessario giustificare il titolo ducale ottenuto appunto da Amedeo VIII nel 1416: si trovò quindi uno scrittore - il cronista medioevale Jean d'Ormeville, vissuto nel XV secolo - che fece discendere la casa di Savoia dall'imperatore Ottone II di Sassonia.
Nel secolo successivo, invece, gli interessi politici della dinastia erano collegati alla sua posizione in seno all'impero e si trovarono altri studiosi (G. Botero, G. Monod e soprattutto Guichenon) che, pur mantenendo la tradizione sassone, fecero risalire le origini della famiglia addirittura a Vitichindo, lo strenuo difensore dell'indipendenza dei Sassoni contro Carlo Magno.
Più tardi, orientatasi la politica sabauda verso l'Italia, si ebbe interesse a dimostrare l'origine italiana della casa sabauda; per questo diversi studiosi (G. F. Napione nel XVIII secolo, Luigi Cibrario nel XIX secolo e altri) volsero le loro attenzioni all'ultimo sovrano del regno italico dell'alto Medioevo e, sia pure con soluzioni varianti nei dettagli, ne trovarono il capostipite in Berengario II d'Ivrea. Questi era stato deposto da Ottone I nel 961, pertanto era vittima di quella famiglia da cui un tempo i Savoia credevano o volevano discendere. Una soluzione locale, borgognona, ideata da Domenico Carutti nel XIX secolo e fondata sull'esistenza di un paio di Amedeo e di Umberto, è altrettanto ipotetica.
Nel XX secolo l'origine fu invece ricercata o nella dinastia provenzale collegata a un carolingio (C. W. Previté Orton, Baudi di Vesme, F. Gabotto e altri) o a una famiglia del Viennese discendente, per linea femminile, da Lotario II di Lotaringia, anche lui un carolingio (G. de Manteyer).
Conti di Savoia
Queste presunte origini sono state oggi respinte dai più importanti studiosi (F. Cognasso, Maria José del Belgio, consorte di Umberto II) come pure congetture. L'unico punto sicuro di partenza della dinastia è il conte Umberto I Biancamano (m. 1048), che, già signore delle contee di Savoia (1003), di Belley, Sion e Aosta, al disgregarsi del regno di Borgogna (1032) si schierò dalla parte di Corrado II ottenendone in premio la contea di Moriana in Val d'Isère ed il Chiablese (ca. 1034).
A lui succedettero i figli Amedeo I detto Coda (m. ca. 1051) e Oddone (morto nel 1060, è il capostipite dei Savoia in Italia) che, sposando Adelaide di Susa, figlia ed erede di Olderico Manfredi II - signore di Torino, Susa, Ivrea, Pinerolo e Caraglio - ingrandì notevolmente i suoi domini in Piemonte. Da lui nacquero Berta (1051-1087) e Adelaide (m. 1079), future mogli rispettivamente di Enrico IV e di Rodolfo di Svevia, e i successori Pietro I (ca. 1048-1078) e Amedeo II (m. 1080) che esercitarono però un potere più che altro nominale, giacché l'effettivo governo dello Stato rimase nelle salde mani di Adelaide fino alla sua morte.
La Corona passò quindi in linea diretta maschile a:
Umberto II il Rinforzato (m. 1103) che si vide usurpare molti dei territori piemontesi da ribelli e pretendenti all'eredità di Adelaide;
Amedeo III (ca. 1094 - 1148), la cui sorella Adelaide (1092 - 1154) sposò nel 1115 il re di Francia Luigi il Grosso e la cui figlia Matilde (o Mafalda; m. 1158) andò in moglie ad Alfonso I del Portogallo (ca. 1146;
Umberto III il Beato (1136 - 1189), fieramente avverso al Barbarossa e per questo messo al bando dell'Impero
infine a Tommaso I (1178 - 1233) che, nominato vicario imperiale da Federico II (1225), iniziò a ristabilire i domini della casata in Piemonte e ampliò i possessi d'Oltralpe.
Alla morte di Tommaso I gli antagonismi da tempo serpeggianti tra i membri della famiglia portarono (1233) alla divisione dei possedimenti tra Amedeo IV (ca. 1197 - 1253) - che mantenne, oltre al dominio diretto sui beni d'Oltralpe, la superiorità feudale e il titolo di conte di Savoia - e Tommaso II, suo fratello, che ricevette dal primo le terre d'Italia da Avigliana in giù e assunse il titolo di principe di Piemonte.
Ad Amedeo IV, la cui figlia primogenita Beatrice (m. ante 1259) aveva sposato nel 1247 Manfredi di Hohenstaufen poi re di Sicilia, succedette Bonifacio (1244 - 1263), sotto reggenza della madre Cecilia del Balzo sino al 1259; alla sua morte gli subentrò (contro la volontà del padre che aveva stabilito gli succedesse Tommaso II, figlio primogenito di Tommaso I) prima lo zio Pietro II detto il Piccolo Carlo Magno (1203 - 1268) e poi Filippo I (1207 - 1285), fratello del precedente.
Dopo di lui salì al trono nel 1285 Amedeo V il Grande, (1252/53 - 1323), figlio secondogenito di Tommaso II, ma le opposizioni dei parenti a lui contrari vennero sopite soltanto in seguito a una decisione arbitrale del 1285 che portò a un'ulteriore divisione dei beni della casa. In base ad essa ad Amedeo V e ai suoi discendenti maschi venne infatti riconosciuta la contea di Savoia e la superiorità feudale su ogni ramo della famiglia; il paese di Vaud venne assegnato al fratello di Amedeo, Ludovico I (1250 - 1302), che diede in tal modo origine alla linea dei Savoia-Vaud - estintasi poi nel 1359 quando Caterina (m. 1373), figlia di Ludovico II (ca. 1269- 1348), cedette per denaro i suoi possessi ad Amedeo VI -, e una parte del Piemonte (gli altri due terzi rimasero nominalmente ad Amedeo V) venne confermata al nipote di Tommaso II, Filippo I (1274 - 1334), iniziatore della linea che fu detta dei Savoia-Acaia in seguito al suo matrimonio (1301) con Isabella di Villehardouin erede del Principato d'Acaia.
Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: prima Edoardo il Liberale (1284 - 1329) e poi Aimone il Pacifico (1291 - 1343), mentre una delle loro sorelle, Anna, nel 1326 andò in moglie ad Andronico III Paleologo imperatore bizantino.
Dopo Aimone, la cui secondogenita Bianca nel 1350 sposò Galeazzo II Visconti, salì al potere nel 1343 Amedeo VI detto il Conte Verde (1334 - 1383), marito di Bona di Borbone e abile politico che nel 1359 riuscì a riannettere alla Corona le terre di Vaud.
Duchi di Savoia
A lui succedettero in linea diretta Amedeo VII detto il Conte Rosso (1360 - 1391), la cui tragica morte determinò violente lotte tra la madre e la moglie Bona di Berry; Amedeo VIII detto il Pacifico (1383 - 1451), che unì definitivamente il Piemonte ai domini aviti dopo l'estinzione del ramo di Acaia (1418) e assunse per primo il titolo di Duca di Savoia (1416); Ludovico (1413 - 1465), luogotenente per conto del padre dal 1434 e vano pretendente alla successione di Filippo Maria Visconti che nel 1428 aveva sposato sua sorella Maria (1411 - 1469); Amedeo IX il Beato (1435 - 1472), una sorella del quale, Carlotta (1445 - 1483), sposò nel 1451 il delfino di Francia, il futuro re Luigi XI; e infine Filiberto I il Cacciatore (1465 - 1482) sotto reggenza della madre Iolanda di Valois, sorella di Luigi XI; questi fu continuamente insidiato dai parenti che si impadronirono a più riprese delle sue terre.
A Filiberto subentrò il fratello Carlo I il Guerriero (1468 - 1490) che nel 1485 assunse anche il titolo di re di Cipro e di Gerusalemme cedutogli da Carlotta di Lusignano moglie del fratello di Amedeo IX, Ludovico di Savoia.
A lui succedette Carlo Giovanni Amedeo (1489 - 1496) che, morto ancora bambino, lasciò il ducato al prozio, conte di Bresse, Filippo II il Senza Terra (1443 - 1497), cui seguirono i figli Filiberto II il Bello (1480 - 1504) che lasciò l'amministrazione dello Stato al fratellastro Renato detto il Gran Bastardo e Carlo III il Buono (1486 - 1553) che perse quasi tutti i suoi possessi durante le guerre tra Francia e Spagna.
Uno dei fratelli di quest'ultimo, Filippo (1490 - 1533), venne investito da Francesco I di Francia del ducato di Nemours (1528) e diede inizio al ramo dei Savoia-Nemours, che fu reso illustre da Giacomo e da Enrico e che si estinse nel 1659 con suo nipote Enrico (1625 - 1659).
A Carlo II succedette il figlio Emanuele Filiberto detto Testa di Ferro (1528 - 1580), marito di Margherita di Valois e restauratore dello Stato sabaudo. Dopo la sua morte ebbe il ducato dal 1580 il figlio Carlo Emanuele I (1562 - 1630) da cui nacquero, tra gli altri, Emanuele Filippo (1586 - 1605), morto precocemente; Vittorio Amedeo I (1587 - 1637), suo successore dal 1630; Filiberto (1588-1624), valoroso generale al servizio della Spagna, che nel 1614 sventò il tentativo di sbarco in Sicilia dei Turchi; Maurizio, cardinale; e Tommaso Francesco, iniziatore delle linee dei Savoia-Carignano e Savoia-Soissons.
Alla morte di Vittorio Amedeo I, che lasciò lo Stato praticamente vassallo di Luigi XIII, tenne la reggenza la vedova Cristina di Borbone-Francia detta Madama reale, che dovette combattere accanitamente con Maurizio e Tommaso Francesco per conservare la Corona ai figli Francesco Giacinto (1632 - 1638) e Carlo Emanuele II (1634 - 1675).
Re di Sicilia
I Savoia agognavano da tempo al titolo regio. Anche se dalla fine del XV secolo rivendicavano la Corona di Cipro, Gerusalemme e Armenia, avendo formalmente ereditato questi domini dalla Casa di Lusignano, l'effettiva occasione per trasformare il Ducato in Regno si presentò soltanto con Vittorio Amedeo II (1666 - 1732), figlio e successore di Carlo Emanuele II, il quale, attraverso la partecipazione alla guerra di successione spagnola rafforzò i suoi domini.
Nel 1713 così Filippo V di Spagna (Filippo IV di Sicilia) cedette il regno di Sicilia al duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Il 27 luglio, Vittorio Amedeo II, in procinto di partire per la Sicilia, nominò suo figlio Carlo Emanuele, principe del Piemonte, luogotenente degli Stati di terraferma; ma il ragazzo non aveva che sedici anni e fu dunque assistito da un Consiglio di Reggenza. Il 23 ottobre il nuovo re arrivò a Palermo, e il 24 dicembre, dopo una sontuosa cerimonia nella Cattedrale di Palermo, Vittorio Amedeo II e la moglie Anna Maria di Orléans ricevettero la corona di re di Sicilia. Restarono in Sicilia fino al 7 settembre 1714 e poi tornarono a Torino. Da Vienna intanto arrivò la proposta di aderire alla ormai siglata Quadruplice Alleanza in cambio del titolo di Re di Sardegna. Con la Convenzione del 29 dicembre 1718 scambiò così la Sicilia con la Sardegna.
Re di Sardegna
Dovette attendere il 1720 perché l'erede di Casa Savoia potesse prendere possesso dell'isola e venire incoronato Re di Sardegna. Tuttavia la capitale dei possedimenti della casata rimase Torino e il baricentro dello stato in Piemonte.
Vittorio Amedeo adottò anche per Casa Savoia il motto FERT. In seguito alla sua abdicazione, nel 1730 gli succedette sul trono Carlo Emanuele III (1701 - 1773), il quale allargò i confini dello Stato sino al Ticino e le cui sorelle Adelaide (1685 - 1712) e Maria Luisa Gabriella (1688 - 1714) sposarono rispettivamente Luigi, duca di Borgogna (1697) e Filippo V re di Spagna (1701).
Al nuovo re, dal 1773 Vittorio Amedeo III (1726 - 1796), che fu battuto da Napoleone e dovette assoggettarsi all'umiliante Armistizio di Cherasco, subentrarono poi l'uno dopo l'altro i figli Carlo Emanuele IV (1751 - 1819), privato di tutti i possessi eccetto la Sardegna, Vittorio Emanuele I (1759 - 1824), costretto ad abdicare dai moti rivoluzionari liberali nel 1821, e Carlo Felice (1756 - 1831) regnante dal 1821, ultimo sovrano del ramo diretto.
Le principesse di questo periodo, invece, si segnalarono per illustri matrimoni. Tra le figlie di Vittorio Amedeo III, infatti, Maria Giuseppina (1753 - 1810) sposò (1771) il conte di Provenza, poi re di Francia col nome di Luigi XVIII, e Maria Teresa (1756 - 1805) andò in moglie (1773) al conte di Artois poi Carlo X; mentre le figlie di Vittorio Emanuele I, Maria Beatrice Vittoria (1792 - 1840), Maria Anna (1803 - 1884) e Maria Cristina (1812 - 1836) sposarono rispettivamente Francesco IV duca di Modena (1812), Ferdinando I imperatore d'Austria (1831) e Ferdinando II di Borbone re delle due Sicilie (1832). L'ultimogenita, Maria Teresa, sposò Carlo II duca di Lucca e poi di Parma.
Dopo la morte di Carlo Felice che, come s'è accennato, non lasciò discendenza, la successione al trono passò alla linea laterale più prossima e cioè a quella dei Carignano rappresentata da Carlo Alberto (1798-1849) che abdicò dopo la prima guerra d'indipendenza contro l'Austria, mentre sua sorella Maria Elisabetta (1800-1856) aveva sposato nel 1820 l'arciduca Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena viceré del Lombardo-Veneto.
L'unità italiana ed il Re d'Italia
A Carlo Alberto di Savoia seguirono in linea diretta:
Vittorio Emanuele II (1820-1878), sposato con la principessa Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, solo re di Sardegna fino al 1861 e da quell'anno anche primo re dell'Italia unita; da cui nacque:
Umberto I (1844-1900), la cui sorella Clotilde, contessa di Moncalieri, sposò (1859) Napoleone Girolamo Bonaparte e il cui fratello Amedeo Ferdinando Maria (1845-1890), prendendo in moglie Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna (1867), diede origine al ramo dei Savoia-Aosta e fu anche re di Spagna (1870-1873), l'altra sorella Maria Pia sposò il re del Portogallo Luigi I; sposato con la principessa Margherita di Savoia-Genova; da cui nacque:
Vittorio Emanuele III (1869-1947), re d'Italia (1900-1946), imperatore d'Etiopia (1936-1945) e re d'Albania (1939-1945), sposato con la principessa Elena del Montenegro, da cui nacquero:
Iolanda (1901-1988), sposata col conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo,
Mafalda (1902-1944), sposata col principe Filippo d'Assia,
Umberto II (1904-1983), luogotenente del regno dal 5 giugno 1944 al 9 maggio 1946, ultimo re d'Italia dal 9 maggio al 18 giugno 1946, sposato con Maria José del Belgio (1906-2001)
Giovanna (1907-2000), sposata con lo zar di Bulgaria Boris III,
Maria (1914-2001), sposata col principe Luigi di Borbone-Parma.
Dopo la nascita della Repubblica Italiana
Da Umberto II e Maria José nacquero:
Maria Pia (n. 1934), sposata con Alessandro Karađorđević e madre di Dimitri e Michele (1958) e di Elena e Sergio (1963); con secondo matrimonio ha sposato il principe Michele di Borbone-Parma;
Vittorio Emanuele (n. 1937), sposato con Marina Ricolfi Doria e padre di:
Emanuele Filiberto (n. 1972), sposato con Clotilde Courau e padre di Vittoria (2003) e Luisa (2006);
Maria Gabriella (n. 1940), sposata con il finanziere Robert de Balkany e madre di Maria Elisabetta;
Maria Beatrice (n. 1943), sposata con il diplomatico messicano Luis Reyna e madre di Raffaello (1971 - 1994) e Asaea (1973).
Altri rami
Oltre alle linee già ricordate dei Savoia-Acaia, dei Savoia-Vaud e dei Savoia-Nemours vanno ricordati altri rami importanti della famiglia. Dal citato Tommaso Francesco (1595-1656), figlio di Carlo Emanuele I e fratello di Vittorio Amedeo I, discese il ramo dei principi di Carignano e quello dei conti di Soissons. Il primo ebbe origine da Emanuele Filiberto (1628-1709) e attraverso Vittorio Amedeo I (1690-1741), Luigi Vittorio (1721-1778), Vittorio Amedeo (1743-1780), Carlo Emanuele e Carlo Alberto (1798-1849), giunse con Vittorio Emanuele II (1820-1878) e i suoi discendenti alla Corona d'Italia; il secondo, invece, iniziatosi con Eugenio Maurizio (1634-1673) fratello di Emanuele Filiberto e reso illustre da Eugenio di Savoia il Gran Capitano, famoso generale al servizio dell'impero, si estinse con Eugenio Giovanni Francesco (1714-1734), figlio di Emanuele Tommaso (1687-1729) nipote ex patre del predetto Eugenio Maurizio; da Eugenio Ilarione (1753-1785) conte di Villafranca, secondogenito del predetto Luigi Vittorio di Carignano, ebbe inoltre origine un ulteriore ramo, quello dei Savoia-Villafranca al quale appartenne il nipote Eugenio (1816-1888), che fu comandante generale della marina da guerra sarda e luogotenente generale del Regno di Sardegna durante le tre guerre di indipendenza.
Savoia-Genova
Da Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto, padre di Margherita (1851-1926), prima regina d'Italia, e padre di Tommaso di Savoia-Genova, secondo duca di Genova (1854-1931), ebbe origine la linea dei Savoia-Genova, proseguita dai numerosi figli di Tommaso: Ferdinando, terzo duca di Genova (1884-1963), Filiberto, quarto duca di Genova (1895-1990), Maria Bona (1896-1971), Adalberto, duca di Bergamo (1898-1982), Maria Adelaide (1904-1979), Eugenio, quinto duca di Genova (1906-1996). Alla morte di quest'ultimo, poiché aveva avuto solo una figlia femmina e poiché in Casa Savoia i titoli non sono trasmissibili per via femminile, il ramo ducale si estinse.
Savoia-Aosta
Da Amedeo Ferdinando Maria (1845-1890), duca d'Aosta e re di Spagna dal 1870 al 1873, figlio di Vittorio Emanuele II, derivò infine la linea dei Savoia-Aosta. Da lui nacquero infatti Emanuele Filiberto (1869-1931), Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, conte di Torino (1870-1946), comandante generale dell'arma di cavalleria nella guerra del 1915-1918, Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, e Umberto, conte di Salemi (1889-1918). Nel 1895 Emanuele Filiberto sposò Elena d'Orléans, da cui ebbe Amedeo, duca d'Aosta e viceré d'Etiopia dal 1937, e Aimone (1900-1948), duca prima di Spoleto e poi (1942) d'Aosta, nominalmente re di Croazia dal 1941 al 1943, sposato con la principessa Irene di Grecia e padre di Amedeo (nato nel 1943, sposato in prime nozze con Claudia di Francia e in seconde nozze con Silvia Paternò dei marchesi di Regiovanni). Amedeo ha un figlio, Aimone, nato nel 1967, e sposato con la principessa Olga di Grecia, da cui ha avuto Umberto nato a Parigi il 7 marzo 2009, Amedeo, nato a Parigi il 24 maggio 2011 e Isabella, nata a Parigi il 14 dicembre 2012.
Rami minori
Vanno infine citati almeno alcuni dei numerosi rami illegittimi della casata. Da Lantelmo (sec. XIV) figlio naturale di Filippo I di Acaia iniziò il ramo di Collegno che si estinse nel 1598; da Renato detto il Gran Bastardo (ca. 1470-1525), figlio adulterino di Filippo II il Senza Terra (1443-1497), ebbero origine i rami dei conti di Villars e quello dei conti di Tenda, reso illustre da Claudio (1507-1566), capitano al servizio dei francesi distintosi alla battaglia di Pavia (1525), nella difesa della Provenza (1536) e all'assedio di Nizza (1543). Dal matrimonio morganatico tra Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878) e la contessa di Mirafiori, Rosa Vercellana, discese infine il ramo comitale di Mirafiori e Fontanafredda.
I Savoia e la Repubblica Italiana
Il rapporto fra lo Stato italiano e gli ex sovrani d'Italia venne sancito dalla XIII disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata dall'Assemblea Costituente il 5 dicembre 1947, con 214 voti favorevoli e 145 contrari su 359 votanti. Tale disposizione recitava:
« 1. I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.
2. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.
3. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli. »
(Costituzione della Repubblica Italiana)
Nel 1987 il Consiglio di Stato accolse la richiesta di Maria José di fare rientro in Italia, considerandola non più "consorte" ma "vedova" di un ex re, mentre nel 2002 Camera dei deputati e Senato approvavano la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1, facendo esaurire gli effetti giuridici dei primi due commi della suddetta XIII disposizione transitoria. Nel novembre 2007, i legali di Casa Savoia inviarono al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Romano Prodi una richiesta di risarcimento per l'esilio di circa 260 milioni di euro. Emanuele Filiberto dichiarò che tutta la somma sarebbe stata usata per creare una fondazione volta all'aiuto dei bisognosi. Il duca Amedeo di Savoia-Aosta, che non era stato interessato dall'esilio, si dichiarò contrario all'iniziativa, dissociandosene. Successivamente, anche il ramo primogenito riconobbe l'inopportunità dell'iniziativa. Essa d'altronde si fondava sulla Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta, fra le altre, la pena dell'esilio e che aveva costituito la base giuridica per analoghe richieste, giudicate legittime; tuttavia nel caso dell'Italia la norma relativa non sarebbe stata applicabile perché la Repubblica Italiana ha aderito alla Convenzione con la riserva esplicita che non fosse applicabile il divieto dell'esilio nel caso specifico dei Savoia.
Titoli
I titoli di Casa Savoia accumulati nel corso dei secoli e portati dall'ultimo capo della casa regnante, Umberto II, sono i seguenti:
Sua Maestà (nome), per grazia di Dio e per volontà della Nazione,
Re d'Italia,
Re di Sardegna,
Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia,
duca di Savoia,
principe di Carignano,
principe di Piemonte,
principe di Oneglia,
principe di Poirino,
principe di Trino,
principe e vicario perpetuo del Sacro Romano Impero,
principe di Carmagnola,
principe di Montmélian con Arbin e Francin,
principe balì del ducato di Aosta,
principe di Chieri,
principe di Dronero,
principe di Crescentino,
principe di Riva presso Chieri e Banna,
principe di Busca,
principe di Bene, principe di Bra,
duca di Genova,
duca di Monferrato,
duca d'Aosta,
duca del Chiablese,
duca del Genevese,
duca di Brescia,
duca di Piacenza,
duca di Carignano Ivoy,
marchese di Ivrea,
marchese di Saluzzo,
marchese di Susa, marchese di Ceva,
marchese del Maro, marchese di Oristano,
marchese di Cesana,
marchese di Savona,
marchese di Tarantasia,
marchese di Borgomanero e Cureggio,
marchese di Caselle,
marchese di Rivoli,
marchese di Pianezza,
marchese di Govone,
marchese di Salussola,
marchese di Racconigi, con Tegerone, Migliabruna e Motturone,
marchese di Cavallermaggiore,
marchese di Marene,
marchese di Modane e di Lanslebourg,
marchese di Livorno Ferraris,
marchese di Santhià,
marchese di Agliè,
marchese di Barge,
marchese di Centallo e Demonte,
marchese di Desana,
marchese di Ghemme,
marchese di Vigone,
marchese di Villafranca,
conte di Moriana,
conte di Ginevra,
conte di Nizza, conte di Tenda,
conte di Romont, conte di Asti,
conte di Alessandria,
conte del Goceano,
conte di Novara,
conte di Tortona,
conte di Bobbio,
conte di Soissons,
conte dell'Impero Francese,
conte di Sant'Antioco,
conte di Pollenzo,
conte di Roccabruna,
conte di Tricerro,
conte di Bairo,
conte di Ozegna,
conte delle Apertole,
barone di Vaud e del Faucigny,
alto signore di Monaco e di Mentone,
signore di Vercelli,
signore di Pinerolo,
signore della Lomellina e Valle Sesia,
nobil homo patrizio Veneto,
patrizio di Ferrara.
Linea di successione
Conti di Savoia
1003-1047 o 1048 Umberto I Biancamano
1048-1051 o 1056 Amedeo I
1051 o 1056-1060 Oddone
1060-1078 Pietro I
1078-1080 Amedeo II
1080-1103 Umberto II
1103-1148 Amedeo III
1148-1189 Umberto III
1189-1233 Tommaso I
1233-1253 Amedeo IV
1253-1263 Bonifacio
1253-1259 Tommaso II
1263-1268 Pietro II
1268-1285 Filippo I
Savoia-Branca ducale
1285-1323 Amedeo V
1323-1329 Edoardo
1329-1343 Aimone
1343-1383 Amedeo VI
1383-1391 Amedeo VII
1391-1416 Amedeo VIII
Duchi di Savoia
1416-1440 Amedeo VIII
1440-1465 Ludovico
1465-1472 Amedeo IX
1472-1482 Filiberto I
1482-1490 Carlo I
1490-1496 Carlo Giovanni Amedeo II
Savoia-Branca di Bresse
1496-1497 Filippo II
1497-1504 Filiberto II
1504-1553 Carlo III
1553-1580 Emanuele Filiberto
1580-1630 Carlo Emanuele I
1630-1637 Vittorio Amedeo I
1637-1638 Francesco Giacinto
1638-1675 Carlo Emanuele II
1675-1713 Vittorio Amedeo II
Re di Sicilia
1713-1720 Vittorio Amedeo II
Re di Sardegna
1720-1730 Vittorio Amedeo II
1730-1773 Carlo Emanuele III
1773-1796 Vittorio Amedeo III
1796-1802 Carlo Emanuele IV
1802-1821 Vittorio Emanuele I
1821-1831 Carlo Felice (estinzione ramo principale; estinzione Savoia-Branca di Bresse)
Ramo Savoia-Carignano
1831-1849 Carlo Alberto
1849-1861 Vittorio Emanuele II
Re d'Italia
(1861-1946).
1861-1878 Vittorio Emanuele II
1878-1900 Umberto I
1900-1946 Vittorio Emanuele III
1946 Umberto II (luogotenente del Regno dal 5 giugno 1944 al 9 maggio 1946 e re d'Italia dal 9 maggio al 18 giugno 1946, data del referendum istituzionale).
Capi di Casa Savoia
1946 - 1983 Umberto II
1983 - Vittorio Emanuele di Savoia o Amedeo di Savoia (disputa dinastica)
Governanti di altre Nazioni
1459-1460 Luigi di Savoia re di Cipro
1871-1873 Amedeo I re di Spagna (figlio di Vittorio Emanuele II d'Italia, capostipite del ramo Savoia-Aosta)
1941-1943 Tomislavo II re di Croazia (nipote di Amedeo I di Spagna)
Titoli dei re d'Italia
I re d'Italia portavano i seguenti titoli:
Re d'Italia,
Re di Sardegna,
Re di Gerusalemme, di Cipro e d'Armenia,
Duca di Savoia, d'Aosta, di Genova, di Monferrato, di Piacenza, del Chiablese, del Genevese e di Carignano Ivoy,
Principe e Vicario Perpetuo del Sacro Romano Impero,
Principe di Carignano, di Piemonte, di Oneglia, di Poirino, di Trino, di Carmagnola, di Montmélian, di Arbin, di Francin, di Crescentino, di Dronero, di Chieri, di Riva presso Chieri, di Banna, di Bene, di Bra e di Busca,
Principe Balì del Ducato d'Aosta,
Marchese di Susa, di Ivrea, di Saluzzo, di Ceva, di Maro, di Cesena, di Savona, di Tarantasia, di Borgomanero, di Cureggio, di Oristano, di Caselle, di Rivoli, di Pianezza, di Govone, di Salussola, di Racconigi con Tegerone, di Migliabruna, di Motturone, di Cavallermaggiore, di Marene, di Modane, di Landesburgo, di Livorno Ferraris, di Santhià, di Agliè, di Centallo, di Demonte, di Desana, di Ghemme, di Vigone e di Villafranca,
Marchese in Italia,
Conte di Asti, di Moriana, di Bargè, di Villafranca, di Nizza, di Tenda, di Ginevra, di Bairo, di Oregno, di Alessandria, di Novara, di Romont, di Tortona, di Bobbio, di Soissons, di Sant'Antioco, di Pollenzo, di Roccabruna, di Tricerro, di Bairo, di Oregno e di Apertole,
Conte del Goceano e dell'Apertole,
Barone del Faucigny e del Vaud,
Signore Superiore di Monaco, di Roccabruna e 11/12 di Mentone,
Signore di Vercelli, di Pinerolo e della Valsesia,
Nobile Uomo e Patrizio di Venezia,
Patrizio di Ferrara,
Commendatore della Real Commenda Gerosolimitana del S.M.O.M. di Modica e Randazzo
Imperatrici e regine di Casa Savoia
Imperatrici
Berta di Savoia (21 settembre 1051 - Magonza, 27 dicembre 1087), moglie di Enrico IV di Franconia, re di Germania, re d'Italia e duca di Franconia.
Giovanna di Savoia (1306 - Salonicco, 1359/1360), moglie di Andronico III Paleologo, imperatore bizantino.
Maria Anna di Savoia (Roma, 19 settembre 1803 - Praga, 4 maggio 1884), moglie di Ferdinando I d'Asburgo-Lorena, imperatore d'Austria, re d'Ungheria e Boemia.
Regine
Adelaide di Savoia (1092 - Montmartre, 18 novembre 1154), moglie di Luigi VI il Grosso, re di Francia.
Mafalda di Savoia (1125 - Coimbra, 4 novembre 1157), moglie di Alfonso I il Conquistatore, re del Portogallo.
Carlotta di Savoia (11 novembre 1441 - Amboise, 1 dicembre 1483), moglie di Luigi XI, re di Francia.
Maria Francesca di Savoia-Nemours (Parigi, 22 giugno 1646 – Lisbona, 27 dicembre 1683), moglie di Alfonso VI del Portogallo e dopo 1683 di Pietro II del Portogallo.
Maria Luisa di Savoia (Torino, 17 settembre 1688 - Madrid, 14 febbraio 1713), moglie di Filippo V di Borbone, re di Spagna
Maria Giuseppa Luisa di Savoia (Torino 2 settembre 1753 - Hartwell 13 novembre 1810), moglie di Luigi XVIII, re di Francia e Navarra (titolare 1795/1814).
Maria Cristina di Savoia (Cagliari, 14 novembre 1812 – Napoli, 21 gennaio 1836) moglie di Ferdinando II delle Due Sicilie
Maria Pia di Savoia (Torino 16 ottobre 1847 - Stupinigi, 5 luglio 1911), moglie di Luigi I di Sassonia-Coburgo-Gotha e Braganza, re del Portogallo.
Margherita di Savoia Genova (Torino 20 novembre 1851 - Bordighera 4 gennaio 1926), moglie di Umberto I di Savoia, re d'Italia.
Giovanna di Savoia (Roma 13 novembre 1907 - Estoril 26 febbraio 2000), moglie di Boris III di Sassonia-Coburgo e Gotha, zar dei Bulgari.
Viceregina
Margherita di Savoia (1589-1655), Viceregina del Portogallo 1635-1640
Reggenti
Bona di Savoia (1449-1503) fu reggente del Ducato di Milano per suo figlio Gian Galeazzo Maria Sforza dal 1476 al 1480
Luisa di Savoia (1476-1531) fu reggente del Regno di Francia per suo figlio Francesco I nel 1515 e ancora nel 1525-1526.
fonte: Wikipedia
I SAVOIA DI ENZO BIAGI
natural born killers!! Microsoft

Il fondatore di "Microsoft", Bill Gates, è uno degli uomini più ricchi del Mondo: con i suoi 50 miliardi di dollari, possiede tanto denaro quanto ne hanno a disposizione in un anno tutti gli abitanti dei 40 Stati più poveri del mondo messi insieme. Ma evidentemente non basta.
"Microsoft" è vicina a detenere il monopolio di molti settori dell'industria informatica e cerca di consolidare ulteriormente questa posizione: ad esempio grazie ai brevetti software, per mezzo dei quali le aziende fanno valere il proprio diritto esclusivo sulle loro "invenzioni". Spesso però non si tratta del copyright su complessi programmi, bensì su cose più banali, come il doppio click del mouse [1]. Brevettando singole fasi della programmazione, l'azienda vuole scongiurare il rischio che i programmi open source arrivino a rappresentare dei seri concorrenti.
Per i suoi costanti tentativi di danneggiare i concorrenti, la "Microsoft" è stata persino condannata dall'UE al pagamento di una multa di 500 milioni di Euro [2]. Bill Gates e "Microsoft" sono anche accaniti sostenitori dell'accordo "TRIPS", che protegge la "proprietà intellettuale" in tutto il mondo [3], facendo sì che anche cose indispensabili come le medicine diventino inaccessibili ai più poveri a causa delle alte spese per i diritti di licenza [8].
Al tempo stesso Bill Gates è a capo di una fondazione che si ripromette di investire nella lotta a malattie come l'MDS e la malaria, e per questo è ritenuto da molti un benefattore. Di fatto, solo gli utili derivanti dagli investimenti della Fondazione vengono impiegati in progetti "di interesse pubblico", la cui effettiva utilità per il bene comune è, per altro, quantomeno discutibile [4]. Secondo quanto affermava il "Los Angeles Times", agli inizi del 2007, il capitale della "Bill and Melinda Gates Foundation" viene in parte investito nell'attività di grandi gruppi che aggravano i problemi che la fondazione vorrebbe risolvere, come ad esempio le aziende farmaceutiche "Abbot" e "Merck", che vendono farmaci anti Aids a prezzi proibitivi per i pazienti delle aree più povere del Mondo [5].
In Nigeria, la "Bill and Melinda Gates Foundation", ha stanziato 167 milioni di Euro per un programma di vaccinazione contro la poliomelite e il morbillo. Secondo le rivelazioni del 2007 del "Los Angeles Times", però, la stessa Fondazione aveva investito quasi il doppio in aziende che in Nigeria bruciano il petrolio liberando nell'aria sostanze tossiche che causano gravi danni all'ambiente e alle persone. Così, gli stessi bambini che, grazie alla "Bill and Melinda Gates Foundation", vengono vaccinati contro il morbillo, sono affetti, a causa della "Bill and Melinda Gates Foundation", da gravi malattie respiratorie [6].
Sempre nel 2007, vede la luce uno dei programmi "umanitari" fortemente voluto dalla "Banca Mondiale" (Organismo gestito dall'élite, al pari di "WTO" e "Fondo Monetario Internazionale") e largamente finanziato dal "Global Alliance for Vaccines and Immunisation" ("GAVI") e dall'immancabile "Bill and Melinda Gates Foundation" (ultimamente attiva anche nel combattere un'altra bufala del nostro secolo, quella dell'"Anthropogenic Global Warming", conosciuto anche col nome di "Effetto Serra") che, tramite la "Glaxo Wellcome Inc.", distribuiscono in tutto il continente africano il vaccino "Synflorix" per"combattere le malattie pneumococciche invasive".
Altrettanto interessante è sapere che, nel decennio che va dal 1997 al 2007, la "Glaxo Wellcome Inc." e la "Microsoft Corporation", hanno sottoscritto, con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America, accordi per, rispettivamente, 75 Milioni di Dollari e 278 Milioni di Dollari [7].
Note e fonti:
[1] "Microsoft lässt Doppelklick patentieren", "Netzeitung.de", 7 giugno 2004
[2] "Bußgeld-Urteil: EU-Gericht lässt Microsoft mit Beschwerde abblitzen", "Spiegel online", 17 settembre 2007
[3] Si veda ad esempio http://www.dw-world.de
[4] "Unintended Vìctims of Gates Foundation Generosity", "Los Angeles Times", 16 dicembre 2007; "Gates-Stiftung hilft Medienkonzern", 21 agosto 2006
[5] "Dark cloud over good works of Gates Foundation", "Los Angeles Times", 7 gennaio 2007; "Todliches Copyright", "Telepolis", 5 Agosto 2007
[6] "Coverage of the Gates Foundation", www.latimes.com/news/la-na-gatesx7jano-sg,0,3151382.storygallery; "Unsaubere Geschafte der Gates-Stiftung: Kinder verseucht, aber gegen Masern geimpft", "Suddeutsche Zeitung", 10 Gennaio 2007
[7] "Neonati africani cavie di Us Army e Glaxo", di Antonio Mazzeo, scritto per "Tutto quello che sai è falso 3 - Terzo manuale dei segreti e delle bugie", a cura di Russ Kick, Nuovi Mondi, 146
[8] "I crimini delle multinazionali", di Klaus Werner e Hans Weiss, Newton Compton Editori, 281, 282
"Microsoft" è vicina a detenere il monopolio di molti settori dell'industria informatica e cerca di consolidare ulteriormente questa posizione: ad esempio grazie ai brevetti software, per mezzo dei quali le aziende fanno valere il proprio diritto esclusivo sulle loro "invenzioni". Spesso però non si tratta del copyright su complessi programmi, bensì su cose più banali, come il doppio click del mouse [1]. Brevettando singole fasi della programmazione, l'azienda vuole scongiurare il rischio che i programmi open source arrivino a rappresentare dei seri concorrenti.
Per i suoi costanti tentativi di danneggiare i concorrenti, la "Microsoft" è stata persino condannata dall'UE al pagamento di una multa di 500 milioni di Euro [2]. Bill Gates e "Microsoft" sono anche accaniti sostenitori dell'accordo "TRIPS", che protegge la "proprietà intellettuale" in tutto il mondo [3], facendo sì che anche cose indispensabili come le medicine diventino inaccessibili ai più poveri a causa delle alte spese per i diritti di licenza [8].
Al tempo stesso Bill Gates è a capo di una fondazione che si ripromette di investire nella lotta a malattie come l'MDS e la malaria, e per questo è ritenuto da molti un benefattore. Di fatto, solo gli utili derivanti dagli investimenti della Fondazione vengono impiegati in progetti "di interesse pubblico", la cui effettiva utilità per il bene comune è, per altro, quantomeno discutibile [4]. Secondo quanto affermava il "Los Angeles Times", agli inizi del 2007, il capitale della "Bill and Melinda Gates Foundation" viene in parte investito nell'attività di grandi gruppi che aggravano i problemi che la fondazione vorrebbe risolvere, come ad esempio le aziende farmaceutiche "Abbot" e "Merck", che vendono farmaci anti Aids a prezzi proibitivi per i pazienti delle aree più povere del Mondo [5].
In Nigeria, la "Bill and Melinda Gates Foundation", ha stanziato 167 milioni di Euro per un programma di vaccinazione contro la poliomelite e il morbillo. Secondo le rivelazioni del 2007 del "Los Angeles Times", però, la stessa Fondazione aveva investito quasi il doppio in aziende che in Nigeria bruciano il petrolio liberando nell'aria sostanze tossiche che causano gravi danni all'ambiente e alle persone. Così, gli stessi bambini che, grazie alla "Bill and Melinda Gates Foundation", vengono vaccinati contro il morbillo, sono affetti, a causa della "Bill and Melinda Gates Foundation", da gravi malattie respiratorie [6].
Sempre nel 2007, vede la luce uno dei programmi "umanitari" fortemente voluto dalla "Banca Mondiale" (Organismo gestito dall'élite, al pari di "WTO" e "Fondo Monetario Internazionale") e largamente finanziato dal "Global Alliance for Vaccines and Immunisation" ("GAVI") e dall'immancabile "Bill and Melinda Gates Foundation" (ultimamente attiva anche nel combattere un'altra bufala del nostro secolo, quella dell'"Anthropogenic Global Warming", conosciuto anche col nome di "Effetto Serra") che, tramite la "Glaxo Wellcome Inc.", distribuiscono in tutto il continente africano il vaccino "Synflorix" per"combattere le malattie pneumococciche invasive".
Altrettanto interessante è sapere che, nel decennio che va dal 1997 al 2007, la "Glaxo Wellcome Inc." e la "Microsoft Corporation", hanno sottoscritto, con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America, accordi per, rispettivamente, 75 Milioni di Dollari e 278 Milioni di Dollari [7].
Note e fonti:
[1] "Microsoft lässt Doppelklick patentieren", "Netzeitung.de", 7 giugno 2004
[2] "Bußgeld-Urteil: EU-Gericht lässt Microsoft mit Beschwerde abblitzen", "Spiegel online", 17 settembre 2007
[3] Si veda ad esempio http://www.dw-world.de
[4] "Unintended Vìctims of Gates Foundation Generosity", "Los Angeles Times", 16 dicembre 2007; "
[5] "Dark cloud over good works of Gates Foundation", "Los Angeles Times", 7 gennaio 2007; "Todliches Copyright", "Telepolis", 5 Agosto 2007
[6] "Coverage of the Gates Foundation", www.latimes.com/news/la-na-gatesx7jano-sg,0,3151382.storygallery; "Unsaubere Geschafte der Gates-Stiftung: Kinder verseucht, aber gegen Masern geimpft", "Suddeutsche Zeitung", 10 Gennaio 2007
[7] "Neonati africani cavie di Us Army e Glaxo", di Antonio Mazzeo, scritto per "Tutto quello che sai è falso 3 - Terzo manuale dei segreti e delle bugie", a cura di Russ Kick, Nuovi Mondi, 146
[8] "I crimini delle multinazionali", di Klaus Werner e Hans Weiss, Newton Compton Editori, 281, 282
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