12/11/18

il lago dell'alpe dei Cavalli, dove l'acqua è color smeraldo


La Valle Antrona è una delle valli che diramano dalla Val d’Ossola, in provincia di Verbania. 
È attraversata interamente dal torrente Ovesca, emissario del lago di Antrona, che confonde le sue acque con quelle della Toce a Villadossola, poco prima della più nota Domodossola. 
È una valle poco abitata, con una bassa densità di popolazione. Il suo territorio è interamente montuoso. Si sviluppa nelle Alpi Pennine con la Catena dell’Andolla, che con i suoi 3.656 metri costituisce una meta interessante per numerosi escursionisti esperti.


Una risorsa molto importante in Valle Antrona è costituita dall’acqua. Numerosi sono i torrenti e i lagni che decorano questa parte delle Alpi. Fra i laghi digati ricordiamo quello di Antrona, formatosi in modo naturale in seguito ad una frana nel 1642, quello di Campliccioli, il lago di Cingino, e quello di Camposecco. Fra i bacini naturali una menzione particolare per la loro bellezza meritano i laghi di Trivera, raggiungibili dopo una camminata impegnativa. 
Vorrei dedicare uno spazio particolare ad un altro lago digato della zona, il lago di Cheggio o lago dell’alpe Cavalli. Una volta che si è percorsa la statale che si dipana come un serpente lungo la valle, si arriva al comune di Antrona Schieranco, costituito nel 1928 dalla fusione di altri due centri, Antrona Piana e Schieranco. Storia e tradizione qui convivono da sempre, lasciando un piacevole ricordo a chi decide di venire a visitare questi luoghi. Anziché proseguire dritti verso il lago di Antrona, occorre svoltare a destra verso la chiesa di San Lorenzo e poi subito a sinistra seguendo le indicazioni che ci portano fino a Cheggio. Da qui in avanti la strada si stringe, percorrendo una valle laterale lussureggiante, dai toni di verde smeraldo che colpiscono gli occhi e il cuore. 


La montagna nasconde in questo angolo di mondo numerosi alpeggi, frutto di accurate riqualificazioni soprattutto nell’ultimo ventennio. Fiori di tutti i tipi colorano i prati, numerose e variopinte sono le farfalle che si possono ammirare. Larici e pini si alternano lungo la salita, fino ad arrivare al grazioso e tranquillo abitato di Cheggio, le cui abitazioni in sasso e legno rappresentano una gradevole sorpresa per chi arriva per la prima volta. 
In estate i prati circostanti sono popolati da numerose mucche di razza Pezzata Rossa. Da questi rigogliosi pascoli arriva l’ormai famoso formaggio denominato Cheggio, conosciuto anche all’estero grazie alla sua ottima qualità. 
In inverno un piccolo impianto di risalita e una pista per bob, consentono agli amanti della neve di poter godere della tranquillità e della bellezza del paesaggio. In fondo all’abitato, si erge la diga Alpe Cavalli.


La struttura è stata edificata fra il 1922 e il 1926. È di tipo a gravità, in muratura di pietrame a secco, leggermente curvata. Nel punto più profondo delle fondazioni è alta 41 metri e larga 165. La sua capacità massima è di 8.600.000 mc. Il lago odierno è situato nella conca formata da un antico lago glaciale, che era delimitato in maniera naturale nella parte più a valle da un cordone morenico. A causa dell’erosione di questa barriera spontanea, il lago con il passare del tempo si è asciugato, lasciando il posto ad un pianoro in parte verdeggiante, in parte paludoso, attraversato dal torrente Loranco. In quel punto è stata costruita la diga. Il materiale utilizzato es stato ricavato dall’esplosione, a monte della barriera morenica, di una grossa mina, costituita da esplosivo e materiale proveniente da residuati bellici. A detta dei testimoni l’esplosione è stata “formidabile”. Le acque della diga alimentano la centrale di Rovesca, dopo aver percorso una galleria di derivazione lunga 3600 metri e una condotta forzata lunga 1600 metri.


Una volta lasciato alle spalle l’abitato di Cheggio possiamo incominciare la nostra passeggiata, percorrendo il muraglione fino in fondo e costeggiando il lago dalla parte sinistra. Il fresco del bosco accompagna il cammino di chi percorre questo sentiero, fra larici e rododendri, farfalle, gigli martagone, primule, mirtilli e pini. Il percorso è intervallato da cascate e ruscelli laterali che vanno ad alimentare il lago, donando frescura a chi in estate si avventura in questo giro. Giunti al lato opposto della diga, un fitto bosco di larici scende fino alla sponda del lago, creando un piacevole angolo con una spiaggetta che invita alla sosta. Passato il torrente Loranco si sale leggermente fino ad arrivare ad un promontorio che permette la vista completa dello specchio d’acqua, piacevole sia col bello che col cattivo tempo. Il giro del lago è completabile seguendo il sentiero, che diventa un po’ più impegnativo nell’ultimo tratto. Cielo e acqua giocano con riflessi unici, diversi a seconda delle ore del giorno.



La valle Antrona offre molto a chi vuole pace e tranquillità. La cosa che più mi colpisce in questi luoghi è come lo stesso cielo si rifletta in modo diverso a seconda del lago che guardiamo. Antrona, Campliccioli, Cheggio, ognuno ha un colore diverso, bagaglio prezioso del viaggiatore che qui si avventura.

Rosella Reali

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Tutte le fotografie sono di proprietà dei componenti il team dei viaggiatori ignoranti.

ROSELLA REALI

Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

09/11/18

orrore indicibile: la polizia ritrova 123 bambini scomparsi

Rapiti e poi “parcheggiati”, in attesa di essere massacrati. La polizia di Detroit li ha ritrovati tutti insieme: 123 bambini. Erano «in un grave stato di denutrizione e di sofferenza psicologica», scrive l’“Huffington Post”. Tuttavia, «dagli accertamenti svolti non sembrerebbe che siano stati vittime di violenze sessuali». Gli agenti hanno impiegato molte ore per rintracciare le loro famiglie e riconsegnare i piccoli, sequestrati nei giorni precedenti. Secondo il “New York Post”, gli inquirenti stavano indagando «su una rete di rapimenti di minori che poi venivano coinvolti in traffici sessuali». Quello che sorprende, di queste notizie – osserva Paolo Franceschetti – è che vengono date di sfuggita: «Poche righe, liquidate come se si trattasse di una notizia del tipo “Belen ha un nuovo fidanzato”. Il sindaco di Riace, reo di aver favorito (non si sa poi se vero o no) l’immigrazione clandestina, ce lo rifilano su tutti i giornali e in tutte le salse». E i bambini scomparsi, invece? E i nomi delle persone arrestate o coinvolte nella vicenda? In America, aggiunge Franceschetti, scompare un numero incredibile di minori. «Le pareti di autogrill e supermercati sono spesso tappezzate dalle foto e di persone scomparse nel nulla, da un momento all’altro, come se niente fosse».
I piccoli appena ritrovati a Detroit? «Destinati ad essere impiegati nel mercato del sesso, ma anche degli organi e dei riti satanici». Se da noi scompaiono ogni anno senza essere ritrovati centinaia di minori, in altri paesi europei la situazione è Bambini scomparsiancora peggiore: solo in Francia, quest’anno, i bambini spariti sono 1.238. Che fine fanno? Sul blog “Petali di Loto”, Franceschetti – avvocato, indagatore dei misteri italiani come quello del Mostro di Firenze – punta il dito contro il satanismo e le potentissime organizzazioni pedofile: nel mondo si calcola che ogni anno scompaiano circa 100.000 bambini. Un caso particolarmente doloroso riguarda i bambini figli di extracomunitari non registrati ufficialmente, e quelli che vengono “comprati” già da prima della nascita: «Si paga una coppia in difficoltà affinché faccia nascere un bambino e lo consegni all’organizzazione che lo richiede; è il modo più sicuro; non lascia alcuna traccia del delitto commesso e il bimbo scompare nel nulla e mai comparirà neanche nelle statistiche». Il loro destino? «Molti finiscono nel traffico di organi». Alcuni vengono utilizzati per i “giochi di morte” filmati negli abominevoli “snuff movies”, altri ancora diventeranno super-soldati, psicologicamente “riprogrammati”.
Ma il posto d’onore, nella strage silenziosa dei piccoli, è occupato proprio dalle reti pedofile: «Sono organizzate a livello internazionale e coperte da capi di Stato», sostiene Franceschetti: in alcuni casi, a tirare le fila di questa realtà sono proprio i soggetti istituzionali che dovrebbero invece tutelare la sicurezza dei bambini. Franceschetti allude a magistrati, autorità di polizia, funzionari dell’Onu. «Molte delle organizzazioni antipedofilia e dei centri che accolgono i bambini abbandonati, poi, non sono altro che trappole ben congegnate per accalappiare i malcapitati che cercano aiuto». Le prove? «Ce ne sono a bizzeffe, ma il quadro – sostiene Franceschetti – va ricostruito come un immenso puzzle». Fece epoca il caso del serial killer belga Marc Dutroux, ribattezzato “il mostro di Marcinelle”. Una storia dell’orrore, rievocata nel libro “Tutti manipolati”, pubblicato da “Stampa Alternativa” e scritto da un coraggioso gendarme belga, Marc Toussaint, che aveva partecipato alle indagini per poi esserne estromesso perché “troppo ligio al dovere”. Tentarono anche di farlo fuori, provocandogli un Marc Touissantincidente in moto. Il libro, documentato e basato sugli atti dell’inchiesta, racconta di come nel caso Dutroux furono coinvolti cardinali, ministri, e addirittura il Re del Belgio, Alberto II.
Nel 1996 scomparve una bambina belga, Laetitia. Le indagini individuarono il rapitore: Dutroux. Il pedofilo aveva ucciso almeno sei bambine, ma ci vollero otto anni prima di giungere al processo. Nel frattempo, due bambine erano state rinchiuse in casa Dutroux, «ma i depistaggi della gendarmeria e della magistratura fecero sì che le bambine non venissero trovate durante le perquisizioni». La scoperta avvenne fuori tempo massimo: le piccole erano già morte. L’inchiesta, ricorda Franceschetti, portò ad individuare come mandanti personaggi di altissimo livello, che arrivavano fino al coinvolgimento personale del sovrano belga. L’organizzazione era dedita a “snuff movies” e ad attività come «il gioco del gatto e del topo, che a quanto pare è una costante di queste organizzazioni». Ma giornalisti e inquirenti che seguivano il caso persero la vita: «Incidenti e suicidi, ovviamente». E così, «tutto venne messo a tacere dalla magistratura e dalla gendermeria».
Dall’Europa agli Usa: un ex agente segreto ha salvato dagli abusi e dal controllo mentale una delle vittime di queste organizzazioni, Cathy O’Brien. Dopo essere sfuggiti più volte alla morte, lo 007 e la ragazza sono riusciti a scrivere due libri: “Accesso negato alla verità” (Macro edizioni) e “Trance-formation of America”. In quest’ultimo, spiega Franceschetti, si narra di come l’organizzazione che abusava la donna facesse capo addirittura al presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. «Si narra dei legami di Bush e Clinton con i signori della droga, si narra dei legami con le organizzazioni pedofile e con quelle sataniche». In particolare si evidenziano i legami di Bush e Clinton con il “Tempio di Seth”, che è «la più potente Cathy O’Brienorganizzazione satanista ramificata a livello internazionale». La fondò Michael Aquino, un ex ufficiale dell’esercito statunitense molto amico di Bush. «Stupri, omicidi, pedofilia, droga, satanismo… tutto narrato nero su bianco, con nomi e cognomi».
Stati Uniti, Europa e anche Africa: tempo fa, aggiunge Franceschetti, in Ciad vennero arrestate per pedofilia e commercio di esseri umani alcune persone – appartenenti all’organizzazione “L’Arca di Zoe” – che stavano portando in Francia 103 bambini. «Che fine dovessero fare quei bambini non si sa», ma l’allora presidente Sarkozy andò personalmente a trattare la liberazione degli arrestati per riportarli in patria. Gli operatori fermati avevano dichiarato che i bambini erano orfani provenienti dal Darfur. «Poi si è scoperto che erano figli di famiglie del Ciad, e i genitori erano ancora viventi». Da notare che “L’Arca di Zoe” «era sotto inchiesta anche in Francia, sospettata di trafficare in bambini per scopi tutt’altro che leciti». Non che da noi non esistano, retroscena analoghi: anzi, «in Italia inchieste così eclatanti non sono neanche mai iniziate». O meglio: quelle avviate «non sono state divulgate», sostiene Franceschetti: «Nel 2006 venne arrestato un avvocato romano, Alberto Gallo, per pedofilia. I giornali riporteranno la notizia come se si trattasse di un pedofilo isolato, ma in realtà faceva parte di un’organizzazione internazionale». Lo stesso Dutroux, in Belgio, era solo una pedina di queste potenti reti senza frontiere.
Nel suo romanzo “La Loggia degli Innocenti”, il commissario Michele Giuttari – fermato a un passo dall’aver risolto il giallo del Mostro di Firenze – descrive un’organizzazione pedofila che fa capo al procuratore fiorentino, a cui (nella fiction) dà un nome non casuale: Alberto Gallo. «In altre parole, Giuttari lega chiaramente l’ex procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna alla rete pedofila che era sotto inchiesta in quel periodo». E il nome della “loggia” allude chiaramente all’Ospedale degli Innocenti, «storico palazzo fiorentino dove da secoli è ospitato un centro che tutela i minori abbandonati». Un puzzle infinito, che coinvolgerebbe capi di Stato e ministri, teste coronate, ma anche «militari, magistratura e forze dell’ordine», senza contare i cardinali che negli Usa sono oggi al centro di un clamoroso scandalo, con migliaia di minori abusati. Il guaio, dice Franceschetti, è che il fenomeno “pedofilia internazionale” (con la variante del satanismo) è costantemente negato da quelli Il commissario Giuttariche sono «i massimi garanti del sistema in cui viviamo», alcuni dei quali poi finiscono in televisione, consultati come “esperti”. Franceschetti ricorda le parole che gli rivolse il figlio di un boss della ’ndrangheta: «Da noi c’è più legalità e giustizia. In Calabria e in Sicilia i bambini non si toccano; da voi al Nord, invece sì».
Quella che può sembrare una follia oggi può assumere un terribile significato. La gente comune, dice Franceschetti, non si stupisce più di tanto se scopre che i vertici della politica hanno contatti organici con la mafia, ma non potrebbe tollerare lo spettacolo dell’altro orrore – quello perpetrato ai danni dei minori scomparsi. «Siamo disposti ad accettare che si scatenino guerre da milioni di morti in Iraq, Afghanistan, in Africa. In fondo, quelli sono negri. Che ce ne importa? Basta che non ci tolgano la partita di calcio della domenica. Ma probabilmente – aggiunge Franceschetti – se si venisse a sapere la verità sui bambini scomparsi, nessuno potrebbe reggere ad un simile shock. E allora sì, forse qualcuno comincerebbe a capire che il mondo in cui viviamo non funziona esattamente come i giornali e i mass media in genere ce lo descrivono». Ecco perché, probabilmente, quella realtà resta avvolta in tanta, misteriosa segretezza. E se la polizia ritrova 123 bambini in un colpo solo, i media archiviano la notizia “en passant”, senza scavare per capire cosa si nasconde dietro quell’enormità.

fonte: http://www.libreidee.org/

28/10/18

omicidio di Stato di un bambino sulla sedia elettrica




George Junius Stinney Jr. (Alcolu, 21 ottobre 1929 – Columbia 16 Giugno 1944) è stato un ragazzo statunitense. Stinney è il più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti.
Venne dichiarato colpevole dopo una camera di consiglio durata meno di dieci minuti, nel corso di un processo durato un solo giorno, da una giuria di soli bianchi per omicidio di primo grado di due ragazzine bianche: Betty June Binnicker, di 11 anni, e Mary Emma Thames di 7 anni.
Dopo essere stato arrestato, Stinney avrebbe confessato il crimine.
Non vi è tuttavia alcuna registrazione scritta della sua confessione oltre alle note fornite da un investigatore,e non è nota alcuna trascrizione del breve processo. Gli venne negato l'appello e fu giustiziato con la sedia elettrica.
Dal momento che la condanna e l'esecuzione di Stinney furono ampiamente criticate, la questione della sua colpevolezza, la validità della sua confessione e del processo giudiziario che portò alla sua esecuzione vennero messi in discussione.
Un gruppo di avvocati e attivisti indagò sul caso Stinney a nome della sua famiglia. Nel 2013 la famiglia presentò una petizione per un nuovo processo. Il 17 dicembre 2014 la sua condanna venne annullata poiché il giudice della corte di circuito stabilì che non gli era stato concesso un processo equo. Non ebbe infatti avvocati efficaci e i suoi diritti stabiliti nel VI emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America furono ignorati.
La sentenza osservò che, mentre Stinney poteva in realtà aver commesso il crimine, l'accusa e il processo erano fondamentalmente viziati.
Il giudice Mullen decretò che la sua confessione sarebbe stata probabilmente estorta ed era quindi inammissibile come prova. Il giudice stabilì inoltre che l'esecuzione di un quattordicenne costituiva "una punizione crudele e inusuale" e quindi proibita ai sensi dell'VIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America.

Nel 1944 George Junius Stinney Jr. viveva ad Alcolu, nella contea di Clarendon, nella Carolina del Sud. Il ragazzo afroamericano di 14 anni viveva con suo padre, George Stinney Sr., sua madre Aime, i suoi fratelli John, di 17 anni, e Charles, di 12 anni, e con le sue sorelle Katherine, di 10 anni e Aime, di 7 anni. Suo padre lavorava nella segheria della città e la famiglia viveva negli alloggi forniti dal datore di lavoro del padre. Alcolu era una piccola città della classe operaia, in cui quartieri bianchi e neri erano separati da binari ferroviari. La città era il tipico abitato del sud del tempo, con scuole e chiese separate per residenti bianchi e neri, che raramente interagivano.
I corpi di Betty June Binnicker, di 11 anni, e Mary Emma Thames, di 7 anni, furono trovati in un fosso sul lato nero di Alcolu il 23 marzo 1944. Erano stati picchiate con un'arma improvvisata. Si ritenne che potesse essere un pezzo di metallo o uno spuntone della ferrovia.
Le ragazze furono viste per l'ultima volta in sella alla loro bici mentre cercavano fiori. Mentre passavano dalla proprietà degli Stinney, chiesero al giovane George e alla di lui sorella, Aime, se sapessero dove trovare "maypops", un nome locale per la passiflora.
Secondo Aime, lei era con George nel tempo in cui le ragazze furono uccise.

Quando le ragazze non tornarono a casa vennero organizzati dei gruppi di ricerca. Il padre di George era tra i ricercatori. I corpi delle ragazze furono trovati il mattino dopo, sul lato nero della città, in un fosso pieno di acqua fangosa. Secondo un articolo del 24 marzo 1944, pubblicato ampiamente ma contenente un errore del nome del ragazzo, lo sceriffo annunciò l'arresto e disse che "George Junius" aveva confessato e guidato gli ufficiali a "un pezzo di ferro nascosto".
Entrambe le ragazze avevano subito traumi violenti alla faccia e alla testa.
I rapporti differivano sul tipo di arma utilizzata.
Secondo un rapporto del medico legale, le ferite "furono inflitte da uno strumento contundente con una testa rotonda, delle dimensioni di un martello". I crani di entrambe le ragazze erano perforati. Le ragazze non furono violentate sessualmente e i loro imeni erano intatti. Il medico legale riferì che i genitali della ragazza più grande erano leggermente contusi.
George Stinney fu arrestato con l'accusa di aver ucciso le bambine insieme al fratello maggiore Johnny. Quest'ultimo venne poi rilasciato mentre George fu trattenuto e non gli venne permesso di vedere i suoi genitori fino a dopo il processo e la condanna.
Secondo una dichiarazione scritta a mano, l'agente arrestante era H. S. Newman, un vice sceriffo della contea di Clarendon, che dichiarò: "Ho arrestato un ragazzo di nome George Stinney, ha poi fatto una confessione e mi ha detto dove trovare un pezzo di ferro di circa 15 pollici [sic], disse che l'aveva messo in un fosso a circa sei piedi dalla bicicletta". Non esiste tuttavia alcuna copia della confessione firmata da Stinney.
George era noto per essere stato coinvolto in alcune risse a scuola. In una aveva graffiato una ragazza con un coltello. Questa affermazione del maestro di settima elementare di Stinney, che era di colore, venne rigettata da Aime Stinney Ruffner quando nel 1995 divenne pubblica. Una donna bianca locale, che conosceva George Stinney fin dall'infanzia, disse che il ragazzo aveva minacciato di uccidere lei e una sua amica il giorno prima dell'omicidio e che era ritenuto un bullo.

In seguito all'arresto di George, suo padre fu licenziato dalla segheria locale e la famiglia Stinney dovette immediatamente liberare l'alloggio fornito dal datore di lavoro. Gli Stinney temevano per la loro sicurezza. I suoi genitori non furono in grado di vedere George prima del processo. Egli non ebbe alcun sostegno durante gli 81 giorni di prigione. Venne trattenuto in un carcere di Colombia, a 50 miglia dalla città, a causa del rischio di linciaggio.
Il ragazzo venne interrogato da solo, senza genitori e senza avvocato.
Sebbene il sesto emendamento gli garantisse il diritto a una consulenza legale, solo dal 1966, dopo la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti d'America sul caso Miranda v. Arizona, il diritto alla rappresentanza nel corso di un procedimento penale venne rinforzato.
L'intero processo contro Stinney, compresa la selezione della giuria, durò un solo giorno.
Il difensore d'ufficio di Stinney era Charles Plowden, un commissario delle tasse che faceva campagna elettorale per un ufficio politico locale.
Plowden non contestò i tre poliziotti, i quali testimoniarono che Stinney aveva confessato i due omicidi, nonostante questa fosse l'unica prova contro il ragazzo e nonostante la presentazione dell'accusa di due diverse versioni della confessione verbale di Stinney. In una versione Stinney sarebbe stato attaccato dalle ragazze dopo che aveva cercato di aiutare una di loro che era caduta nel fosso e le uccise per autodifesa. Secondo l'altra versione avrebbe seguito le ragazze, prima attaccando Mary Emma e poi Betty June. Non c'erano tuttavia prove fisiche che lo collegassero agli omicidi.
Non vi era inoltre alcuna versione scritta della confessione di Stinney oltre alla dichiarazione del vice sceriffo Newman.

Il processo Stinney ebbe una giuria composta interamente da bianchi.
Più di mille persone affollarono l'aula ma non venne ammesso nessun nero.
Oltre alla testimonianza dei tre agenti di polizia, i procuratori del processo chiamarono altri tre testimoni: il reverendo Francis Batson, che aveva scoperto i corpi delle due ragazze, e i due medici che aveva eseguito l'esame autoptico. Le confessioni in conflitto furono segnalate come offerte dall'accusa. La corte permise la discussione della "possibilità" di stupro nonostante l'assenza di prove che questo fosse avvenuto nella relazione del medico legale.
L'avvocato di Stinney non chiamò alcun testimone e non contro-interrogò i testimoni dell'accusa. La presentazione delle prove durò due ore e mezzo. La giuria si ritirò in camera di consiglio e dopo dieci minuti emise un verdetto di colpevolezza. Il giudice condannò Stinney alla pena di morte mediante sedia elettrica. Non vi è alcuna trascrizione del processo. Non venne presentato alcun appello.

La famiglia, le chiese e la National Association for the Advancement of Colored People si appellarono al governatore Olin D. Johnston per ottenere clemenza vista l'età del ragazzo. Altri esortarono il governatore a far procedere l'esecuzione, cosa che egli fece.
Johnston dichiarò in risposta a un appello per clemenza: "Potrebbe essere interessante per voi sapere che Stinney uccise la ragazza più piccola per violentare quella più grande, poi uccise la ragazza più grande e violentò il suo cadavere. Venti minuti dopo tornò e tentò di violentarla di nuovo, ma il suo corpo era troppo freddo". Queste affermazioni non erano supportate dal rapporto del medico legale.
Tra il momento dell'arresto di Stinney e la sua esecuzione, i genitori del ragazzo furono autorizzati a vederlo solo una volta, dopo il processo nel penitenziario di Colombia.
George Stinney morì presso il Central Correctional Institution di Colombia il 16 giugno 1944.
Alle 19:30, Stinney si diresse verso la camera di esecuzione con una Bibbia sotto il braccio, sulla quale poi si sedette una volta alla sedia elettrica. Questo perché la sua altezza (155 cm) e il suo peso (40 kg) resero difficile il fissaggio al telaio degli elettrodi.
Inoltre le dimensioni della maschera facciale non si adattavano alle proporzioni di un viso adolescenziale; infatti come fu colpito dalla prima scarica di 2.400 V, la maschera che gli copriva il volto scivolò via, "rivelando i suoi occhi spalancati, pieni di lacrime, e la spuma alla sua bocca.
Dopo altre due scosse il ragazzo morì. Durante l'esecuzione le sue mani si liberarono dalle cinghie che lo legavano alla sedia a causa degli spasmi".
Stinney venne dichiarato morto a quattro minuti dalla folgorazione iniziale. Dall'arresto all'esecuzione passarono solo 83 giorni.
George Stinney è sepolto nel Calvary Baptist Church Cemetery di Paxville, Carolina del Sud.

Riapertura del caso e annullamento della condanna:
Nel 2004, George Frierson, uno storico locale cresciuto ad Alcolu, fece delle ricerche sul caso dopo aver letto un articolo di giornale a riguardo. Il suo lavoro attirò l'attenzione degli avvocati Steve McKenzie e Matt Burgess.
Inoltre, Ray Brown, l'avvocato James Moon, e altri contribuirono con innumerevoli ore di ricerca e revisione di documenti storici, nel trovare testimoni e prove per aiutare a scagionare Stinney.
Tra coloro che aiutarono nella revisione del caso vi furono il Civil Rights and Restorative Justice Project della Northeastern University School of Law, che nel 2014 depositò un amicus alla corte.
Frierson e altri avvocati pro bono in primo luogo cercarono sollievo attraverso l'Ufficio per la grazia e la libertà per buona condotta.
McKenzie e Burgess, insieme all'avvocato Ray Chandler in rappresentanza della famiglia di Stinney, presentarono una mozione per un nuovo processo il 25 ottobre 2013.
« Se siamo in grado di ottenere la riapertura del caso, possiamo andare dal giudice e dire che non c'era alcun motivo per condannare questo bambino. Non c'erano prove da presentare alla giuria. Non c'erano verbali. Questo caso deve essere riaperto. Questa è un'ingiustizia che deve essere riparata. Sono abbastanza ottimista nel sostenere che se siamo in grado di ottenere i testimoni di cui abbiamo bisogno, avremo successo in tribunale. Abbiamo speranza in un testimone — senza legami di parentela — che sarà in grado di dire chi potrà ricostruire tutto e dire chi può fornire un alibi. Erano lì con il signor Stinney e questo non si è verificato. » 
(Steve McKenzie) 
George Frierson nelle interviste dichiarò: "C'è stata una persona che si è proclamata colpevole ma che ora è deceduta e la famiglia ha detto che aveva reso una confessione sul letto di morte". Frierson disse che il colpevole proveniva da una famosa famiglia bianca. Un membro, o diversi membri, di quella famiglia aveva prestato servizio nella giuria d'inchiesta del coroner, che aveva raccomandato che Stinney fosse processato.
Nel suo amicus di sintesi il Civil Rights and Restorative Justice Project affermò:
« Ci sono prove convincenti che George Stinney fosse innocente dei crimini per i quali fu giustiziato nel 1944. Il pubblico ministero si basò, quasi esclusivamente, su un frammento di prova per ottenere una condanna in questo caso capitale: la "confessione" non registrata e senza firma di un bambino di 14 anni che è stato privato del consiglio e della guida dei genitori e il cui avvocato difensore non era riuscito a chiamare testimoni a discarico o a esercitare il suo diritto di appello.» 

Nel gennaio 2014 furono presentate nuove prove durante un'udienza al tribunale che comprendevano la testimonianza dei fratelli di Stinney che affermavano che il ragazzo era con loro al momento degli omicidi. Inoltre venne presentato un affidavitdel reverendo Francis Batson, colui che trovò le ragazze e le tirò fuori dal fossato pieno d'acqua. Nella sua dichiarazione ricorda che non c'era molto sangue dentro o intorno al fossato, suggerendo che potrebbero essere state uccise altrove e poi spostate. Wilford "Johnny" Hunter, che era in prigione con Stinney, "testimoniò che l'adolescente gli disse che era stato costretto a confessare" e che in cella aveva sempre proclamato la sua innocenza.
I familiari di Betty Binnicker e Mary Thames espressero disappunto per la sentenza. Dissero che, pur riconoscendo l'esecuzione di un quattordicenne come controversa, non avevano mai messo in dubbio la sua colpevolezza. La nipote di Betty Binnicker disse che lei e la sua famiglia avevano ampiamente studiato il caso e sostenne che "le persone che leggono questi articoli sul giornale non sanno la verità".
La nipote di Binnicker disse che, nei primi anni '90, un ufficiale di polizia che aveva arrestato Stinney l'aveva contattata e le aveva detto: "Non ho mai creduto che quel ragazzo non abbia ucciso tua zia".Questi membri della famiglia dissero che le affermazioni in punto di morte da parte di un singolo che confessava gli omicidi delle ragazze non erano mai state dimostrate
L'avvocato dello stato della Carolina del Sud, che sosteneva lo stato contro l'esonero, era Ernest A. Finney III. Egli era il figlio di Ernest A. Finney Jr. , il primo giudice afro-americano della Corte Suprema della Carolina del Sud fin dalla ricostruzione.
Invece di approvare un nuovo processo, il 17 dicembre 2014, la giudice della corte di circuito Carmen Mullen annullò la condanna di Stinney. Affermò che non aveva ricevuto un processo equo poiché non era stato difeso in modo efficace e poiché i suo diritti stabiliti dal VI emendamento erano stati violato.
Il caso venne definito come un raro esempio di error coram nobis. La giudice Mullen stabilì che la sua confessione venne probabilmente estorta e quindi era inammissibile. Stabilì anche che l'esecuzione di un quattordicenne costituiva "una punizione crudele e inusuale", e che il suo avvocato "non aveva chiamato testimoni a discarico o esercitato il suo diritto di appello".
Mullen limitò il proprio giudizio al processo dell'accusa, osservando che Stinney "potrebbe aver commesso questo crimine". Con riferimento al processo legale Mullen scrisse: "Nessuno può giustificare che un bambino di 14 anni venga accusato, processato, condannato e giustiziato in 80 giorni", concludendo che "In sostanza, non è stato fatto molto per questo bambino quando la sua vita era in bilico".
Il caso è stato la base per il romanzo Carolina Skeletons (1988) di David Stout, che è stato poi insignito nel 1989 del Premio Edgar Allan Poe per il miglior primo romanzo.
Stout suggerisce che Stinney (Linus Bragg nel libro) fosse innocente. La trama ruota attorno ad un nipote fittizio di Stinney/Bragg, che cerca la verità sul caso decenni più tardi.
Dal romanzo è stato tratto un film con lo stesso nome per la regia di John Erman, con Kenny Blank nel ruolo di Stinney/Bragg e Lou Gossett Jr. nel ruolo di James, fratello di Bragg. Blank ha ricevuto per la sua interpretazione di Stinney/Bragg una candidatura al Young Artist Award per il miglior giovane attore in un film televisivo nel 1991.

https://it.wikipedia.org/wiki/George_Stinney

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.com/

26/10/18

l'antro delle dee. Un'interpretazione del sacro in una valle prealpina


Per chi abita nell’alta provincia di Varese, c’è una terra dal fascino indiscusso, che evoca misteri ed enigmi. È la Valganna, valle di origine glaciale che si estende dall’estremità nord di Varese fino al lago di Lugano e fin dall’antichità importante via di comunicazione tra le Alpi e la pianura. Qui, in uno scenario selvaggio, tra rocce, grotte, torrenti e gole, si intrecciano e si confondono storia e leggende. Il nome di Ganna, il centro più importante della valle, è infatti legato indissolubilmente alla figura di san Gemolo, santo il cui martirio ha “consacrato” queste terre (per la vicenda di san Gemolo rimando al mio articolo Il santo che perse la testa). Cuore pulsante per la venerazione del santo è la badia a lui dedicata ed è questo il luogo su cui vorrei soffermarmi. L’edificio, dalla chiara origine medievale, che si innalza con le sue forme massicce nei pressi delle rive del torrente Margorabbia, è formato dalla chiesa, dai locali abbaziali e dalla foresteria. Quando il terreno umido rilascia nubi di vapore, avvolge la badia in una mistica aura di mistero. Ma non è solo questo che fa della badia un luogo enigmatico. Tutto qui fa nascere tante domande, a iniziare dal chiostro, che qui non ha la consueta pianta quadrata, ma si sviluppa come un pentagono irregolare. Le ragioni di questa scelta a tutt’oggi non sono ancora ben chiare. Anche la stessa chiesa, sempre avvolta in una quieta penombra, ispira una grande suggestione. Proprio nella chiesa si trova un angolo molto particolare, che corrisponde esattamente alla prima campata della navatella destra. Qui si trovano gli affreschi meglio conservati di tutto il complesso. Si passa attraverso un arco a tutto sesto, che nell’intradosso mostra quattro medaglioni quadrilobati con altrettanti profeti, mentre il punto centrale è occupato dal volto di Mosè con le tavole della legge.


La Signora

Richiama subito l’attenzione però, l’affresco della Madonna della Misericordia. L'affresco occupa l'intero spazio della parete a ovest. La cornice, adorna di motivi geometrici, segue le forme della campata e forma uno spazio racchiuso in un arco a tutto sesto. Nella parte superiore sono presenti due spazi romboidali al cui interno si trovano figure antropomorfe alate dalle teste di animale, un'aquila e un leone, simboli dei due evangelisti Marco e Giovanni. Tra i due evangelisti, all'interno di una cornice tonda, è rappresentato il Padre eterno che regge un cartiglio tra le mani. Ai lati della cornice si sviluppano due ghirlande verdi, con frutti simili ad arance. All'interno della squadratura architettonica della cornice si trova l'affresco che ha come figura centrale la Madonna della Misericordia. Nella zona superiore è presente un coro di quattro angeli: due incoronano la Vergine e gli altri due sorreggono il manto blu dall'interno color porpora. Ogni angelo, inoltre, tiene tra le mani un cartiglio con una diversa orazione:


Maria mater gratie Mater misericordie

Regina celi letare alleluia 

Hec est regina mundi et flos virginitatis

Tu es stella maris et fons pietatis

Al centro dell'affresco si erge maestosa la Vergine, dallo sguardo enigmatico rivolto all’infinito, caratterizzato da un colorito pallido che contrasta con il rossore delle guance. L'aureola e la corona richiamano in qualche modo le opere di oreficeria lombarda del '300 mentre, sul capo, un velo bianco fa intravedere una chioma dai riflessi ramati. Il vestito della Vergine, stretto in vita da una cintura azzurra, mostra decorazioni damascate color oro che, insieme alle pieghe, gli conferiscono forti connotati realistici. Le spalle e la braccia sono ricoperte da un grande manto di colore blu allacciato al collo con un medaglione dorato di forma ovale. La parte interna del manto è color porpora, solcato dalle pieghe in chiaroscuro e fa da sfondo alle delicate mani di Maria che reggono altri due cartigli:

Ego sum rosa sine spina peccatorum medicina et flos medicamentorum

Qui adorandam me invenit inveniet vitam et havriet salutem a domino


I piedi della Vergine poggiano su un alto stipite, ma sono coperti da un grande cartiglio sorretto a destra da una donna dalla chioma bionda e a sinistra da un uomo dalla tunica grigia:

Sistus papa [...] / vice XII Milia annos de vera indulgentia [...] / Maria Mater dei Regina celi [...] / Domina mundi Singularis [...] / Tu concepisti Yhesum

A destra di Maria si raccoglie un gruppo di otto uomini, mentre a sinistra sono visibili dieci donne, con acconciature e volti ben caratterizzati. Purtroppo, l’apertura di una porta ha completamente distrutto la parte di affresco con i corpi di queste donne.

Secondo alcuni recenti studi, l'affresco è databile agli anni ‘80 del XV secolo e attribuibile alla cerchia di Guglielmo da Montegrino. Sappiamo certamente che l'affresco è stato commissionato da Leonardo Sforza Visconti, abate commendatario della badia di Ganna dal 1482. Il tema della Vergine della Misericordia rientra all'interno della grande disputa sul dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, sviluppatasi tra il 1400 e il 1500, durante il quale si aprirono grandi scontri teologici tra domenicani, che non accettavano il dogma, e francescani-benedettini che invece lo riconoscevano. Nel 1482, papa Sisto IV introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione. Con la bolla Grave Nimis ribadiva la dottrina dell’Immacolata Concezione e indicava che fosse data ampio spazio alla professione della dottrina. Inoltre, incoraggiò la recitazione di una preghiera composta appositamente per la Vergine immacolata che concedeva all'orante dodicimila anni di indulgenza. L'abate Leonardo, attraverso la commissione di questo affresco, accettò pienamente le indicazioni di papa Sisto IV e volle dimostrarlo in modo tangibile, in una forma immediatamente comprensibile.


Un inno al femminile

Ma l’interesse non si esaurisce a questa figura. All’altra estremità della campata si trova un arco decorato con le pitture di quattro sante a grandezza naturale. Sulla spalla dell’arco a ridosso della parete sud, c’è una figura femminile vestita di bianco e ammantata di rosso. L’abito, di gusto tardomedievale, ha uno scollo quadrato orlato di verde. La donna porta al collo un medaglione ovale, che ricorda vagamente nelle forme una croce celtica, e un diadema sulla fronte. L’attributo che la rende immediatamente riconoscibile è la grande tenaglia che stringe la mammella che le è stata staccata (la carne viva si intravede appena sopra lo scollo dell’abito). È senza dubbio sant’Agata. Agata, bella e nobile ragazza di Catania, venne destinata a sposare il console romano Quinziano. Rifiutò il matrimonio per seguire Cristo e ma tutti i tentativi di corromperla fallirono. Quinziano volle punirla strappandole il seno, menomazione della quale venne guarita da san Pietro. Agata tuttavia non sfuggì al martirio, che avvenne tramite il fuoco. Il supplizio dell’asportazione del seno fece di Agata una delle sante più venerate, poiché fu decretata protettrice delle balie, delle donne allattanti e delle malattie del petto. Agata è un inno alla vita: celebre è anche l’episodio in cui, mentre era portata presso Quinziano, inciampò e dalla terra arida spuntò un olivastro. 

Nei proverbi popolari si dice che per sant'Agata, festeggiata il 5 febbraio, la terra rifiata, cioè si libera dal gelo per rianimarsi, libera la vita nascosta dei germi in preparazione della primavera. Nel passato la festa di sant’Agata si allacciava con quella della Candelora, la Purificazione, con rituali di luce e fuoco.


Di fronte alla figura di sant’Agata, sul pilastro che divide la navata destra da quella centrale e che costituisce l’altra spalla dell’arco, si trova un’altra figura femminile di cui resta visibile solo il volto, mentre il corpo rimane ancora celato sotto uno strato più recente di intonaco. Tuttavia, a un’osservazione più attenta, si nota che anche questa figura è accompagnata da un attributo, anche in questo caso una tenaglia, che stavolta stringe un dente. Anche per questa figura l’interpretazione è inequivocabile. Si tratta di santa Apollonia, le cui vicende sono collocate dall’agiografia nel III secolo d.C. Apollonia, un'anziana donna cristiana non sposata che aveva aiutato i cristiani e fatto opera di apostolato, venne catturata durante una rivolta. Secondo la tradizione popolare le furono cavati i denti con le tenaglie. Venne poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva. La santa si lanciò da sé tra le fiamme, dove morì. Sant’Apollonia è ricordata il 9 febbraio, pochi giorni dopo sant’Agata. È tradizionalmente invocata contro i problemi dentali. Tuttavia, in alcune zone del nostro Paese, la sua festa è ancora celebrata con riti di carattere agreste. Dunque, abbiamo un’altra santa che accompagna il risveglio della terra.


Altre due figure femminili ci osservano dall’alto dell’intradosso dell’arco. Immediatamente sopra sant’Agata, si vede una figura con una veste dorata e motivi damascati di colore rosso. Le maniche sono verdi, parzialmente coperte da un manto scarlatto allacciato al collo, mentre il capo è velato di bianco. Ai piedi della figura, possiamo notare una creatura curiosa, con le ali da pipistrello. Qui l’identificazione potrebbe ricadere su santa Margherita di Antiochia, vissuta nel III secolo d.C. Si dice che mentre pascolava il gregge, fu notata dal prefetto Ollario, che tentò di sedurla. Margherita confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Nel carcere, Margherita venne visitata dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì. Ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Dopo questo episodio, venne nuovamente interrogata e torturata. Morì per decapitazione dopo molti supplizi. Grazie all’episodio della liberazione dal ventre del demonio, Margherita è invocata dalle partorienti per chiedere la grazia di un parto senza complicazioni. Anche in questo caso abbiamo una santa legata alla vita e alla nascita.


Per finire, sull’altra metà dell’intradosso si scorge un’altra figura femminile abbigliata con una veste bianca e una sopravveste rossa. Sulle spalle indossa un mantello dorato orlato di verde. Tra le mani regge un cesto, al cui interno si intravedono tre mele e tre rose. L’identificazione lascia pochi dubbi: si tratta di santa Dorotea. Dorotea nacque a Cesarea, città della Cappadocia. Dorotea è associata a Teofilo, prima suo persecutore, poi convertito da lei al Cristianesimo e infine testimone della fede col martirio. Il preside di Cappadocia, Sapricio, sentì elogiare le virtù della giovane e la fece condurre al suo cospetto. Le ordinò di sacrificare agli dei, ma ne ottenne un pronto rifiuto. Sapricio la sottopose a numerosi tormenti, ma lei manteneva la sua serenità. Fu condannata alla decapitazione e, mentre si recava al martirio, passò accanto a Teofilo, un uomo di legge, che la schermì dicendole di portare delle mele che avrebbe trovato una volta giunta nel giardino di Cristo. Quando la santa fu davanti al ceppo, apparve accanto a lei un fanciullo bellissimo che portava un cesto contenente tre mele e tre rose. L'uomo di legge stava ancora scherzando con i colleghi della beffa quando ricevette quel dono inatteso, e subito capì essere qualcosa di soprannaturale. Subito chiese perdono a Dorotea e Sapricio, per timore che il suo gesto potesse convertire altri pagani, lo condannò alla decapitazione. 

Dorotea è sempre rappresentata con i fiori. Si dice persino che l’usanza del bouquet di nozze sia un omaggio alle nozze di Dorotea con Cristo. Dorotea si configura quindi come la santa del mondo vegetale, della vita che sboccia e si rinnova. La sua festa è collocata il 6 febbraio.


Ci troviamo quindi di fronte a una teoria di sante, tutte legate alla vita e alla rinascita, e sorvegliate da Maria, la grande madre. Anche il fatto che la maggior parte queste sante venga festeggiata a febbraio non è un caso. Febbraio è il mese delle grandi madri: Brigida, Maria, Agata. È il mese delle donne allattanti, è il mese della februa, la purificazione in preparazione della nuova vita che arriva. Questa piccola campata dedicata al femminile è una sorta di utero primordiale, una grotta dove si intrecciano i motivi vegetali, potente richiamo alla vita. Le quattro sante sono quattro dee, ma anche sibille. In un dipinto all’ingresso della badia, Gemolo è seduto su un cavallo bianco e raffigurato nell’atto di ricollocarsi il capo mozzato. È circonfuso di luce, come un novello dio solare, un novello Apollo. E le sibille sono le sue leggendarie sacerdotesse con il dono della veggenza. Abitano in grotte accanto a sorgenti e corsi d’acqua, in luoghi molto simili all’aspra Valganna. Infine, queste sibille condividono questo spazio primordiale con i quattro profeti, anche loro veggenti, dell’arco contiguo, a cui si è fatto accenno prima. Sono donne e uomini che, secondo la tradizione, annunciarono e testimoniarono il divino.


Terra sacra

Tutto sembra trovare una sua collocazione. La Valganna è terra di grotte e di acque. La grotta è il ventre della terra, sede di un’energia potente e inarrestabile. L’acqua, bene prezioso perché nutre la vita e purifica, è oggetto di antichi culti. La stessa importanza è attribuita alle sorgenti, dove il prezioso elemento vede la luce, dopo essere rimasta nelle viscere della terra: una sorta di rinascita che si ripete all’infinito. Gemolo, con il sangue della decapitazione, ha risacralizzato la fonte nei pressi della badia e ha consegnato un culto primordiale per la vita all’universo cristiano, che lo ha fatto proprio. 
I templi cristiani ora custodiscono gli antichi luoghi di venerazione. La cappella è un utero, casa di terra segreta e sacra, luogo di potere. La badia di Ganna è una sorta di tempio della natura, della sapienza occulta, un luogo di ingresso nei segreti della Madre Terra, un santuario femminino, acquatico tra montagne magiche e sacre.

Claudia Migliari

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

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1960 - La Cappella di San Gemolo ed il suo restauro, in «Rivista della Società Storica Varesina», Varese

Panzarino, Rocco - Angelini, Marzia
2012 - Santi & simboli, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna

CLAUDIA MIGLIARI

La storia di Claudia inizia in un giorno di fine aprile del 1980. Il luogo dove è nata e cresciuta, il lago di Lugano, terra di confine e di contrasti, dove l'asprezza e il rigore delle montagne cedono il passo alla dolcezza mediterranea dei laghi, forma il suo carattere poliedrico. Da sempre appassionata di tutto ciò che la può portare in epoche lontane, si butta a capofitto sul disegno, sulla musica, sulla storia. Nel 1999 inizia la sua avventura come guida turistica presso una villa rinascimentale, dove ancora collabora. L'attività la coinvolge tanto, che nel 2005 consegue la certificazione ufficiale di guida turistica. Nel frattempo, conclude i suoi studi di lingue (e, naturalmente, storia delle lingue) e inizia a lavorare come traduttore, sua attuale professione. Ha al suo attivo la traduzione di quasi un centinaio di libri sugli argomenti più disparati, dalle fiabe e dalla narrativa per ragazzi, fino a libri di scultura su pietra e su legno e sulla storia della smaltatura dei metalli. Da marzo 2015, Claudia è segretario della Pro Loco del suo paese, Bisuschio, e continua le sue attività artistiche, prosegue con lo studio del canto lirico e... è sempre in giro per chiese o luoghi storici, purché siano antecedenti all'Ottocento! Per concludere, Claudia ha una fluente chioma ribelle e rossa, vive sola con un gatto nero, ha la casa piena di libri e ama studiare e conoscere i principi curativi delle erbe. Che cosa avrebbe pensato di lei un inquisitore?