17/10/15

Valle dei Templi


PANORAMICA


TEMPIO DELLA CONCORDIA

è un'area archeologica della Sicilia caratterizzata dall'eccezionale stato di conservazione e da una serie di importanti templi dorici del periodo ellenico. Corrisponde all'antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Oggi è parco archeologico regionale.

Dal 1997 l'intera zona è stata inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità redatta dall'UNESCO. È considerata un'ambita meta turistica, oltre ad essere il simbolo della città e uno dei principali di tutta l'isola. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, con i suoi 1300 ettari, è il sito archeologico più grande del mondo.

Nel 2011 è stata visitata da 583.465 visitatori.

Storia

La nascita della polis agrigentina è legata allo sviluppo della polis Geloa: la città, infatti, fu fondata nel 581 a.C. da alcuni abitanti di Gela, originari delle isole di Rodi e di Creta, col nome di Ἀκράγας (Akragas), dall'omonimo fiume che bagna il territorio. Fu una delle principali città del mondo antico, centro urbano importante sia economicamente che politicamente.

L'insediamento fu protetto nel VI secolo da un sistema difensivo, consistente in un circuito di mura che sfruttava le caratteristiche topografiche del luogo, costituito dal pianoro su fianco di colline che dominavano il litorale e di cui la "valle dei templi" occupava il margine sud e non costituiva l'acropoli, localizzata invece più a monte, in corrispondenza del nucleo medievale dell'attuale città.

L'espansionismo militare di Akragas ebbe particolare impulso al tempo del tiranno Terone (488-473 a.C.) e della vittoria sui Cartaginesi. Seguì un periodo di rivalità con Siracusa. I grandi templi, costruiti nel V secolo, testimoniano comunque la prosperità della città.

Dopo il saccheggio da parte dei Cartaginesi, nel 406 a.C., seguì un periodo di decadenza della città, che comunque fu ricostruita. Dal 262 a.C. Agrigento entrò nel dominio romano, restando tuttavia una città importante. A partire dal VII secolo la città si impoverì e si spopolò ed il centro urbano si ridusse alla sola collina dell'acropoli, venendo così abbandonate sia l'area urbana, che la zona dei templi.

I templi

La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben dieci templi in ordine dorico, tre santuari, una grande concentrazione di necropoli (Montelusa; Mosè; Pezzino; necropoli romana e tomba di Terone; paleocristiana; Acrosoli); opere idrauliche (giardino della Kolymbetra e gli Ipogei); fortificazioni; parte di un quartiere ellenistico romano costruito su pianta greca; due importanti luoghi di riunione: l'Agorà inferiore (non lontano dai resti del tempio di Zeus Olimpio) e l'Agorà superiore (che si trova all'interno del complesso museale); un Olympeion e un Bouleuterion (sala del consiglio) di epoca romana su pianta greca. Le denominazioni dei templi e le relative identificazioni, tranne quella dell'Olympeion, si presumono essere pure speculazioni umanistiche, che sono però rimaste nell'uso comune.

Tempio della Concordia, il cui nome deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze dello stesso tempio, costruito anch'esso nel V secolo. Attualmente è con ogni probabilità quello meglio conservato, grazie anche alla circostanza che fu trasformato in tempio cristiano nel VI secolo d.C.
Tempio di Eracle, o tempio di Ercole, il cui culto era molto importante nell'antica Akragas. Si tratta di una delle costruzioni più antiche. Distrutto da un terremoto, oggi restano in piedi otto colonne.
Tempio di Zeus Olimpio, edificato dopo la vittoria di Himera sui Cartaginesi (480-479) per onorare Zeus. Era il tempio più grande di tutto l'occidente antico e unico nell'architettura del suo genere. Era caratterizzato dalla presenza dei telamoni, immense sculture alte sette metri e mezzo, raffigurazioni di Atlante che sorregge la volta celeste. Una di queste si trova ancora nel sito, mentre un altro Telamone dell'Olympeion si trova al museo archeologico di Agrigento.

Tempio dei Dioscuri o tempio di Castore e Polluce. In realtà il tempio sorge all'interno del santuario delle divinità ctonie ed è quindi probabile che sia stato edificato in onore delle divinità della terra (Demetra, Persefone, Dioniso) e non dei Dioscuri.

Tempio di Efesto o tempio di Vulcano.

Tempio di Atena. Costruito lontano dalla valle vera e propria. Si trova nel centro storico della città di Agrigento. Sulla base del tempio sorge oggi la chiesa medievale di Santa Maria dei Greci.

Tempio L, è stato scoperto da scavi recenti[quando?] ed è una costruzione completamente distrutta già in epoca classica.

Tempio di Asclepio, o tempio di Esculapio, facente parte di un santuario extraurbano costruito lontano dalle mura delle città, luogo di pellegrinaggio dei malati in ricerca di guarigione.

Tempio di Demetra e santuario rupestre di Demetra. Il tempio sorge nella parte orientale della città, sul fianco del pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas. Dal terrazzo del tempio di Demetra, attraverso una scalinata incavata nella roccia, si giunge al sottostante santuario completamente scavato all'interno della collina.

Tempio di Iside. Si trova all'interno del complesso museale di San Nicola.

La valle dei Templi inoltre ospita la cosiddetta tomba di Terone, un monumento di tufo di notevoli dimensioni a forma di piramide, che si pensa eretto per ricordare i caduti della Seconda guerra punica.

Campo dell'Olympeion

Sull'altro lato della strada che imbocca la Porta Aurea si stende una vasta spianata, dominata dal grande campo dell'Olympeion. Da un punto di vista topografico generale, il complesso, in rovina, appare virtualmente racchiuso tra una grande platea a nord, da uno stenopòs ad est, e da due isolati con relativi stenopoi ad ovest, mentre a sud corre la linea delle mura. È invece poco chiara la situazione ad est, oltre il grande altare del tempio, dove viene comunemente indicata la “zona dell'agorà” e dove si colloca un vasto parcheggio moderno, così come non definite bene sono le pertinenze occidentali del santuario, tra gli isolati d'abitazione e il colossale tempio.

Ad ovest di questi isolati d'abitazione, racchiuso da una stoà a L, si trova un altro santuario, di cui restano un piazzale lastricato, una sacello di pianta complessa e una tholos. Questo santuario posa su di uno sprone, ad est di un'ulteriore porta urbica, la V, sul cui altro lato si collocano in successione, fino al limite sud-occidentale della Collina dei Templi, il santuario delle divinità ctonie scavato dal Marconi, il nuovo santuario arcaico esplorato dal Del Miro, la cosiddetta colimbetra (dove si deve collocare un'altra porta ancora sconosciuta), e la punta estrema col tempio di Vulcano.

Porte

Sul lato occidentale della città si conservano i resti delle Porte VI e VII, la prima probabilmente con porta e controporta al centro di una valletta attraversata da una strada diretta forse ad Eraclea, la seconda guarnita da due torri e, a valle, da due poderosi baluardi esterni, il primo dei quali è spesso oltre quindici metri, un sistema di difesa avanzata noto anche altrove nel mondo greco, e in Sicilia a Camarina. Più a nord sono i resti delle Porte VIII e IX, travolti dall'incivile speculazione edilizia, iniziata già nel dopoguerra e proceduta sistematicamente sulla pendici della Rupe Atenea, malgrado il tragico crollo di pochi anni or sono, che sollevò le proteste dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale.

Altri monumenti

Necropoli e tombe

All'estremità ovest dell'area su cui sorge il Tempio della Concordia, nel giardino di Villa Aurea si trova una parte della necropoli tardo-antica ed alto-medievale, in parte ricavata in antiche cisterne, di cui sono ancora conservati numerosi altri esempi. Notevoli due ipogei, uno ad ovest dell'ingresso, con le pareti munite d'arcosoli e il pavimento di fosse sepolcrali, ed un altro presso l'angolo sud-est della casa del custode, con un ambiente illuminato da un pozzo di luce nel soffitto e due cripte sottostanti.

Grotte Fragapane

Altre tombe a fossa sono visibili sulla via dei Templi, con strada centrale che conduce alle cosiddette grotte Fragapane, uno dei più notevoli esempi catacombali della Sicilia, databili come impianto al IV secolo d.C. Un lungo braccio orientato perfettamente nord-sud collega la necropoli sub divo (all'aperto) all'ipogeo, con una successione di due rotonde con oculi nel soffitto. Sul corridoio e sulle rotonde si aprono loculi e cubicoli sepolcrali, mentre altri ambulacri conducono a settori laterali più o meno regolari, e ad altre due rotonde ad ovest, con sepolture in loculi, fosse, arcosoli e sarcofagi.

Queste necropoli tardo-antiche e bizantine sono la naturale estensione di una vastissima necropoli ellenistico-romana, detta Giambertoni, che svolge in questo caso extra muros, con sepolture modeste in fosse o in sarcofagi, ma anche con tombe monumentali.

Tomba di Terone

Una di queste tombe monumentali, un heròon ellenistico prostilo tetrastilo su podio, è stato recentemente scavato, mentre il monumento più noto è la tomba di Terone. Si tratta di un sepolcro a naiskos (con probabile coronamento cuspidato) su alto podio a pianta quadrata, sormontato dal naiskos vero e proprio a parete piena e finte porte centrali, con colonne ioniche e trabeazione dorica, di un modello ben noto nell'Oriente ellenistico e poi diffuso attraverso la cultura ellenistica italica anche nelle province occidentali, tra tarda repubblica e primo impero.

Per visitare questo sepolcro da vicino, basta attraversare la Porta IV (detta Aurea) che, pur conservata solo nei tagli della roccia, doveva essere una delle più importanti della città, poiché la collegava col mare e con Emporion: perciò qui si collocano più fitti i sepolcri ellenistici e romani e, fra questi, anche gli esempi più monumentali.

Isolati d'abitazione e santuari

Subito ad ovest dell'Olympeion, lungo stenopoì nord-sud di 5 metri di larghezza, si trovano due isolati d'abitazione di 38 m di larghezza, delimitati a nord dalla grande plateia est-ovest, raccordata con un piazzale all'uscita della Porta V, e a sud-est dalla linea delle mura. Gli isolati, che mostrano cospicue tracce dell'originaria bipartizione nel senso della lunghezza, datano alla fine del VI-inizi del V secolo a.C., e si sono – sembra – in parte sovrapposti a spazi originariamente pertinenti all'area sacra dell'Olympeion ad est e nell'area sacra presso la Porta V ad ovest, come dimostrerebbero edifici sacri del VI secolo a.C.

Oltre questa coppia d'isolati si situa un santuario che domina l'accesso alla città dalla Porta V: un grande portico a L dell'iniziale V secolo a.C. ne delimita i lati nord ed est, mentre quelli sud e ovest sono racchiusi dalla rientranza delle mura conclusa dai battenti della Porta V. All'interno dell'area sono due templi arcaici affiancati (metà VI secolo a.C.), orientati nord-sud: il primo dei due templi è conservato solo nei tagli della roccia (22,50 × 10,30 m), il secondo è un piccolo sacello tripartito vissuto fino all'età timoleontea. Un altro edificio del V secolo s. C., identificato come lesche, si situa a nord del complesso, mentre una grande tholos del IV secolo a.C. ha infine tagliato il portico a L verso l'estremità meridionale.

Santuario delle divinità ctonie
Varcata la plateia al suo sbocco nella Porta V, sul lato nord si colloca un grande piazzale lastricato che dà accesso, verso ovest, al Santuario delle divinità ctonie. Purtroppo gli scavi di rapina, le fantasiose ricostruzioni ottocentesche e le radicali esplorazioni del Marconi ci fanno sfuggire un'occasione importante per comprendere il significato del complesso, che occupa nella storia dei culti agrigentini una posizione di straordinario rilievo.

Museo

Al centro della Valle dei Templi, nella zona ad ovest della chiesa di San Nicola (oggi Museo Nazionale), si ergono i resti dell'ekklesiastérion e del cosiddetto Oratorio di Falaride.

I lavori per la costruzione del museo hanno messo in luce un interessantissimo complesso di carattere pubblico (Agorà superiore). Nella parte nord, non più visibile perché barbaramente sepolto dall'edificio del museo, era un santuario di Demetra e Kore del VI-V secolo a.C., da collegare con ogni probabilità, come presidio sacro, con le attività pubbliche svolte immediatamente in basso a sud: dal santuario provengono i consueti ex voto fittili e ceramici.

A sud si estendono, per un'area di tre quarti di cerchio, i resti dell'Ekklesiastérion, di una tipologia già nota in età arcaica (VI secolo a.C.) a Metaponto. Si tratta di una cavea circolare dal profilo dolcissimo in cui sono conservate o ricostruibili una ventina di file concentriche di sedili, al fondo della quale – a copertura di un éuripo (canaletta) per il drenaggio – un anello di conci delimita lo spazio centrale a forma d'orchestra, intagliato nella roccia e completato a sud con blocchi; tre cunette scavate nella roccia della cavea a nord, nord-est ed est incanalavano infine le acque piovane provenienti dalla zona di maggior pendenza. I cittadini assistevano ai dibattiti dell'assemblea dalla cavea, mentre l'orchestra era destinata agli oratori. La cronologia è incerta: si vuole che si tratti di un monumento dell'età di Finzia, della cui tirannide si conoscono i tratti demagogici, ma una data coincidente con la rifondazione timoleontea sembra più verosimile, anche se cronologie più alte – ora che sappiamo della datazione arcaica dell'ekklesiastérion di Metaponto – non sono impossibili.

Oratorio di Falaride

In età romana (si ritiene comunemente nel I secolo a.C., ma la data del II secolo a.C. appare storicamente più coerente) la cavea venne riempita e fu costruito il cosiddetto Oratorio di Falaride, in realtà un tempietto di tipo romano su alto podio con altare sulla fronte orientale. Il tempietto sorge su un podio sagomato alto 1,57 m, lungo 12,40 m e largo 8,85 m: si trattava di un edificio ionico prostilo tetrastilo (10,90 × 7,40 m) con trabeazione dorica, interamente coperto di stucco dipinto, di cui restano cospicue tracce. In asse col tempio, ma significativamente anche sul diametro centrale del precedente ekklesiastérion e sull'asse della cunetta settentrionale di questo si colloca l'altare del sacello, pure rivestito di stucco dipinto, immediatamente a nord, a margine dell'antico edificio di riunione, e in asse con l'altare del sacello romano, sorge un'esedra semicircolare, con tutt'evidenza destinata ad ospitare una statua. L'ipotesi che spiega nella maniera più convincente questa radicale trasformazione consiste nell'interpretare il tempietto (destituita d'ogni fondamento è l'attribuzione ad esso di una lastra con iscrizione dedicatoria) come luogo di culto insediato da Romani all'indomani della deduzione di coloni da parte di Scipione nel 197 a.C. (deduzione accompagnata da cospicue donazioni, come l'Apollo di Mirone posto nell'Asklepieion, e ricordato sopra), evidente sostituzione dell'ekklesiastérion collegato al vecchio ordine costituzionale, e anch'esso munito della sua carica sacrale. Sarebbe seducente supporre che il tempietto fosse dedicato al nuovo ecista Scipione, eroizzato (come a Liternum), al quale era certamente dedicato almeno l'esedra semicircolare. In ogni caso il tempietto ha il sapore di un piaculum (atto espiatorio) per la soppressione di uno spazio pubblico (o sacro) più antico. Nella fase successiva, d'età imperiale, la zona, specialmente nella parte inferiore dell'antica orchestra (ma anche sulla sommità della cavea), venne occupata da abitazioni private, di cui sono visibili alcuni ambienti decorati con mosaici.

Reperti vari non classificati

Immediatamente adiacenti a nord del tempio dei Dioscuri sono le fondazioni, fra loro intersecantisi, di due altri templi di misure quasi identiche, della metà del VI secolo a.C., del tipo a mégaron privo di peristasi: quello più meridionale (23,45 × 10,30 m), allineato al tempio dei Dioscuri , presenta lunghe ante, pronao e naòs; quello più settentrionale (22,90 × 8,05 m), con orientamento leggermente diverso, mostra anch'esso lunghe ante, pronao, naòs e àdyton. I due templi sono cronologicamente vicini tra loro e quello meridionale precede quello settentrionale, come mostra bene il taglio delle fondazioni dell'edificio meridionale da parte di quello settentrionale. La cronologia di Marconi, inversa, è visibilmente “ideologica” (e falsamente tipologica)[senza fonte], basata com'è sul presupposto che l'edificio con àdyton deve precedere quello che ne è privo. Resta comunque il fatto che sulla fronte dei due templi insistono due altari attaccati l'uno all'altro, apparentemente in rapporto, come collocazione ed orientamento, con l'edificio meridionale. È pure di rilievo la constatazione che i due templi ricalcano, come misure, la cella del tempio adiacente dei Dioscuri (privo d'altare), e che quest'ultimo deve aver sostituito nel culto i due precedenti.

Tutto il settore nord-ovest dell'area sacra, dove sono in luce tratti del muro di témenos, è occupato da piccoli edifici sacri e da altari. Sovrapposta ai due templi menzionati da ultimi vi è una struttura a due ambienti affiancati, orientati nord-est/sud-ovest e, adiacente a questa verso nord-ovest, un piccolo edificio triparto nel senso della lunghezza, che sembra ripetere la tradizionale partizione del mégaron con pròdomos (a nord-est), naòs e àdyton; a questi due edifici non si riferisce apparentemente alcun altare.

Lungo il lato occidentale del témenos, da nord a sud, invece si trovano tre altri edifici e numerosi altari. All'estremità settentrionale è la struttura più complessa, costituita da un naiskos tripartito affiancato sui lati lunghi da due vani, contenenti quello orientale un piccolo altare quadrato, e quello occidentale un grande altare circolare con apertura centrale; presso l'angolo sud-est si colloca un altro altare quadrangolare, forse con gradino di pròthysis, e immediatamente a sud-ovest vi è un altro edificio tripartito (il vano ovest è solo in parte conservato). Sulla fronte orientale, immediatamente dinnanzi alla porta è un altare quadrato e, all'esterno della porzione centrale del lato sud, un pozzo anch'esso quadrato.

Seguono a sud-ovest due grandi altari, uno circolare con cavità centrale e, tangente a sud-ovest, uno quadrato, mentre a sud-est sono resti di un anello pertinente forse ad un altro altare o donario circolare; a sud, parallelo all'altare quadrato, è un altro naiskos tripartito, mentre paralleli alla facciata occidentale del tempio dei Dioscuri sorgono affiancati tre basamenti di donari (piuttosto che altari), di cui quello settentrionale presenta un pozzo attaccato al lato nord.

È difficile interpretare correttamente sia la cronologia che il significato culturale di questo importante e complesso santuario, dove sono da riconoscere mégara – edifici propri del culto delle due dee eleusine (Ammonio, FGrHist, 361, 1; Eustazio, ad Od., 1, 27, p. 1387, 17) – in cui gli altari sono sovente all'interno, come nell'edificio più settentrionale del témenos. Nel culto agrigentino grande importanza assume la coppia di due altari, uno quadrato ed uno circolare, ripetuta ben due volte: di essi – come nel caso del tempio di Demetra e Kore di San Biagio – uno ha la funzione d'altare per le offerte cruente (quello quadrangolare, in questo caso) e l'altro (quello circolare) la funzione di ricevere, nelle cavità, le offerte incruente, anche se non va dimenticato il ruolo che il chasma, la cavità, ha nel culto eleusino, come mezzo per inviare alle dee l'offerta consuetudinaria del porcellino, o per conservare gli àrrheta, le “cose segrete”, pure centrali nel rito ctonio (Schol. Luc., 275, 23; 276, 1-28).

È necessario ricordare, per la pluralità degli edifici, la molteplicità delle feste delle dee, almeno nella tradizione attica (Skirophòria, Arrhetophòria, Thesmophòria, Haloa e così via), per cui i molti edifici, con i loro diversi apprestamenti sacri, altari circolari o rettangolari, interni od esterni, pozzi, potevano esser usati in relazione alle diverse feste, ciascuna con le proprie esigenze di culto. Né va dimenticato che all'interno del témenos dovevano essere venerate anche altre divinità, collegata in forma subordinata od appositiva a Demetra e Kore, quali ad esempio Hekate, Zeus Meilichios (come mostra il santuario di Demetra Malophòros nella vicina Selinunte) o Afrodite (così l'esempio del santuario greco dell'empòrion di Gravisca), o ancora Dioniso (presente ad esempio a Sicione: Pausania, II 11, 3).

In questa direzione si può interpretare la funzione del secondo sacello da nord del témenos, visto l'altare quadrato (uranio) dinanzi la porta, così come il complesso di templi a nord del tempio dei Dioscuri, con i loro altari rettangolari esterni orientati ad est, e il tempio L, anch'esso munito d'altare per culto uranio. In ogni caso, il santuario vedeva una predominanza della grande coppia di dee eleusine, dimostrata dall'enorme quantità di busti e protomi fittili delle dee, di statuette e di vasi rituali, rinvenuti nel complesso e databili tra il VI secolo a.C. e l'età ellenistica. La straordinaria popolarità delle dee in ambito geloo-agrigentino, e più in generale in ambiente siceliota, si spiega assai bene con l'importanza che il culto aveva per le pratiche matrimoniali e perciò per le relazioni con l'entourage indigeno. Del resto il ricordo dell'episodio di Teline di Gela, avo dei Dinomenidi e ierofante delle dee, citato nelle vicende storiche di Gela per la sua fuga nella sicula Mactorio, è emblematico al riguardo. È in questo contesto, e non in un mitico sincretismo religioso greco-indigeno, che va ricercato il significato di siffatta popolarità del culto in ambito greco e poi in quello indigeno (si pensi ai molteplici sacelli di Demetra a Morgantina), come riflesso dell'egemonia dell'elemento greco, ma anche della necessità, da esso vivamente sentita, di un duraturo rapporto con gl'indigeni.

Scavi recenti hanno messo in luce un santuario arcaico adiacente al lato sud-ovest del témenos delle divinità ctonie, un terrazzo all'incirca triangolare posto su di uno sperone roccioso sovrastante la cosiddetta Colimbetra, e munito di un proprio muro di recinzione dell'area sacra. Al centro dell'area si colloca un'importante base, stretta ed allungata (20 m circa), che sorreggeva un donario di numerose statue; ad ovest essa presenta associata un'altra base di "anàthema" (offerta) semicircolare (diametro circa 5 m); ancora più a sud sono visibili sulla roccia intagli per l'incisione di stele. All'angolo nord-est del témenos si appoggia un piccolo sacello (8 × 6 m), aperto con una porta sul lato lungo meridionale e conservato solo nelle fondazioni. Questo santuario è datato alla fine del VI o agli inizi del V secolo a.C.; nel corso del IV secolo a.C., il sacello viene bipartito e s'aggiunge, al centro del témenos, un altro naiskos di 5,10 × 3,30 m, aperto verso est, mentre tutta l'area viene nuovamente pavimentata. La divinità venerata, a giudicare da una testa fittile di medie proporzioni del più alto arcaismo (s'intende, relativamente ad Agrigento), dovrebbe essere femminile.

Sempre procedendo verso ovest sono i resti della Porta V, di tipo sceo, difesa da un torrione del IV secolo a.C. sul lato destro; il vano della porta e della controporta è occluso da blocchi di caduta, mentre oltre la porta sono in luce vasti tratti caduti della fortificazione, originariamente difesi da torri quadrate. Attraverso un sentiero si giunge in una valletta con abbondante vegetazione e sorgenti, un tratto di meraviglioso paesaggio in cui si è voluto riconoscere (forse a torto) il sito della celebre Colimbetra.

Abusivismo nella valle dei Templi

In tempi più recenti, la valle dei Templi è divenuta tristemente famosa per i numerosi casi di abusivismo edilizio, consistenti nella costruzione di numerosi edifici che parecchio stridono con i resti degli antichi templi di fondazione greca.

fonte: Wikipedia

panico Germania: Volkswagen? No, peggio: Deutsche Bank

Perché proprio adesso esplode lo scandalo della Volkswagen? La truffa sulle emissioni “pulite” delle auto è destinata a ferire l’orgoglio teutonico, affondando il mito dell’onestà del suo capitalismo. Perché la verità emerge solo ora? Se lo domandano in molti, specie quelli che ricordano anche i record meno presentabili della Germania: come la precarizzazione del lavoro varata già nel 2002 dal socialdemocratico Gerhard Schroeder e ispirata da Peter Hartz, il super-manager Volkswagen poi condannato per aver corrotto sindacalisti, inducendoli ad accettare condizioni sfavorevoli per gli operai. Riforma-simbolo, da cui nasce la flessibilizzazione dell’impiego in Europa, simboleggiata in Italia dal Jobs Act di Renzi. Allarme Berlino: un gigante dai piedi d’argilla, avverte il sociologo Luciano Gallino, che segnala l’esistenza in Germania dei salari più bassi d’Europa, i mini-job da 450 euro al mese con cui vive un tedesco su quattro. Colpa di un’economia interamente votata all’insana frenesia dell’export, spiega Paolo Barnard. L’export deprime i consumi interni e prima o poi la situazione precipita: «Si vede dalla Luna il buco della Deutsche Bank, la banca più fallita del mondo: 70.000 miliardi di debiti».
Se n’è accorto anche un analista internazionale come Michael Snyder: «In Germania sta forse per accadere qualcosa che scuoterà il mondo intero?». Le avvisaglie dell’estrema fragilità tedesca, a livello politico, si sono appena manifestate con lo Angela Merkelspietato trattamento riservato alla Grecia per volere dell’oligarchia finanziaria: attraverso maschere come quella di Wolfgang Schaeuble, ad Atene è stato inflitto il massimo rigore, dopo aver depistato l’opinione pubblica tedesca raccontando la fiaba dei greci “cicale”, da punire per il presunto “eccesso di debito”. Una versione lontana anni luce dalla verità: il “problema” greco ammonta a 30 miliardi di euro, cifra irrisoria per i bilanci Ue. Eppure, sulla condanna del popolo ellenico si è completamente appiattito il corpo sociale tedesco, rivelatosi insensibile alle inaudite sofferenze inferte a vecchi e bambini a causa dei sanguinosi tagli al welfare: salari, pensioni, sanità, protezioni sociali. Uno scandalo mondiale, denunciato anche in sede Onu: in Grecia non ci sono più cure né farmaci, i minori sono denutriti, ad Atene dilaga l’Hiv per mancanza di siringhe. E sono ricomparse malattie che si credevano archiviate dalla storia dell’Occidente. Eppure, la Merkel ha dovuto fronteggiare l’ala destra del Parlamento, che pretendeva per i greci una fine ancora peggiore.
Sottoposta alla pressione migratoria dei profughi alle frontiere e strattonata dagli Usa per le sanzioni alla Russia in seguito alla drammatica crisi in Ucraina, scatenata dall’intelligence statunitense con manovalanza locale neonazista, la Germania ora scricchiola. Si sveglierà bruscamente dal sogno della “locomotiva europea” tutta lavoro e rigore? «Secondo alcune informazioni riservate di cui sono venuto a conoscenza – scrive Michael Snyder in un post tradotto da “Come Don Chisciotte” – sarebbe davvero imminente un grande evento finanziario che riguarda la Germania». In altre parole, «uno di quei momenti del tempo che presenta tutte le condizioni perché si ripeta un’altra Lehman Brothers». Certo, «la gran parte degli osservatori tende a considerare la Germania come quel baluardo che tiene economicamente insieme tutta l’Europa, ma la verità è che sotto la sua superficie fermentano grosse difficoltà». L’indice azionario tedesco Dax è crollato quasi del 20% dal massimo storico raggiunto lo scorso aprile, e sono numerosi i segni di agitazione all’interno della maggiore banca tedesca. E, proprio come la Lehman, Il crack della Lehmananche la Deutsche Bank fa parte di quelle banche “troppo grandi per fallire”, che non crollano mai da un giorno all’altro. «Ma la verità è che ci sono sempre dei segni premonitori».
Nei primi mesi del 2014, le azioni di Deutsche Bank sono state scambiate a più di 50 dollari. Da quel momento, scrive Snyder, il valore è caduto di oltre il 40% e oggi si scambiano a meno di 29 dollari. Attenzione: «E’ ben nota la natura profondamente corrotta della cultura aziendale della Deutsche Bank, e negli ultimi anni la banca è stata estremamente imprudente». Prima del “crollo improvviso” di Lehman Brothers il 15 settembre 2008, sulla stampa c’erano state notizie di licenziamenti di massa nell’azienda: «Quando le grandi banche iniziano a trovarsi in guai seri, questo è quello che fanno: cominciano a sbarazzarsi del personale. Ecco perché sono così preoccupanti i massicci tagli di posti di lavoro che la Deutsche Bank ha appena annunciato». Nel mirino ci sono 23.000 dipendenti, cioè circa un quarto di tutto il personale, secondo il piano dell’amministratore delegato John Cryan. Inoltre, negli ultimi tre anni la banca ha dovuto sborsare qualcosa come 9 miliardi di dollari per contenziosi legali, ed è così diventata «una sorta di manifesto di cultura aziendale corrotta».
Nel mirino, anche «scambi irregolari di titoli ipotecari scadenti – sapientemente confezionati – intervenuti tra varie banche prima della crisi finanziaria». Jp Morgan, Bank of America e Citigroup, scrive Snyder, riuscirono ad effettuare queste operazioni quando la vigilanza era allentata. Oggi però il ministro della giustizia del governo Obama, Loretta Lynch, sarebbe «ben determinata a occuparsi seriamente» delle malefatte dei massimi colossi bancari, come Barclays, Credit Suisse, Hsbc, Royal Bank of Scotland, Ubs e Wells Fargo, inclusa ovviamente anche Deutsche Bank. «Naturalmente – continua Snyder – i problemi legali sono solo la punta dell’iceberg di tutto quello che è successo alla Deutsche Bank nel corso degli ultimi due anni». Già nella primavera 2014, la banca è stata costretta ad incrementare di 1,5 miliardi il Tier (capitale azionario e riserve di bilancio). Perché? Un mese più tardi, maggio 2014, è continuata la corsa alla liquidità, con la banca che annunciava la vendita Anshu Jaindi 8 miliardi di euro di titoli con uno sconto del 30%. «E ancora una volta: perché? Questa mossa ha messo la pulce nell’orecchio ai mezzi di stampa finanziaria. L’immagine esteriore, calma, della Deutsche Bank non rispecchiava i suoi sforzi concitati nell’aumentare la sua liquidità. Dietro doveva esserci per forza qualcosa di marcio».
A marzo di quest’anno, la banca ha fallito gli stress-test della Bce, ricevendo «una severa intimazione a controllare la struttura del suo capitale». Ad aprile, Deutsche Bank ha confermato il suo accordo congiunto con Usa e Regno Unito sulla manipolazione del Libor, il tasso interbancario di riferimento per i mercati finanziari (tasso variabile, calcolato giornalmente, per cedere a prestito depositi in sterline, dollari, franchi svizzeri ed euro da parte delle principali banche operanti sul mercato interbancario londinese). Sul colosso tedesco incombe poi un enorme pagamento, oltre 2 miliardi di dollari, da versare al Dipartimento di Giustizia degli Usa, «comunque una bazzecola rispetto ai suoi guadagni illeciti». Negli ultimi mesi la situazione è precipitata: a maggio, il Cda ha conferito poteri speciali ad uno degli amministratori, Anshu Jain. Il 5 giugno, quando la Grecia non è riuscita a pagare il Fmi, leJürgen Fitschenripercussioni sono arrivare anche alla Deutsche Bank. E il 6/7 giugno i due Ceo della banca tedesca hanno annunciato entrambi le loro dimissioni, appena un mese dopo dal conferimento dei nuovi poteri (Anshu Jain lascerà per primo, alla fine di giugno; Jürgen Fitschen nel maggio 2016).
Non è finita: il 9 giugno “Standard & Poor’s” ha ridotto il rating della Deutsche a BBB+, cioè «solo tre posizioni al di sopra del livello “spazzatura”», addirittura sotto il livello di rating che aveva Lehman Brothers poco prima del suo crollo. «Quello che ha reso le cose ancora peggiori è stato l’incauto comportamento della Deutsche Bank», scrive Snyder. «A un certo punto, si è potuta stimare un’esposizione in derivati da parte della Banca di ben 75 trilioni di dollari. Da tener presente che il Pil tedesco di un anno intero è di solo 4 trilioni di dollari. Così, quando alla fine anche la Deutsche Bank crollerà, né in Europa e né in qualsiasi altro luogo del mondo ci saranno abbastanza soldi per poter ripulire il pasticcio». Snyder le chiama “armi di distruzione finanziaria di massa”. «Se la Deutsche Bank dovesse fallire completamente, sarebbe un disastro finanziario peggiore di quello di Lehman Brothers: sarebbe come abbattere letteralmente l’intero sistema finanziario europeo e provocare a livello globale un panico finanziario mai visto prima d’ora». A quel punto, chiosa l’analista, «sarà meglio avere quel denaro con sé piuttosto che tenerlo in banca». Snyder teme che la calma apparente sia destinata a finire presto: «Credo che il resto del 2015 sarà estremamente caotico e accadranno cose piuttosto gravi, cose che nessuno avrebbe potuto oggi immaginare. Nei giorni che vengono, invito tutti a seguire attentamente sia la Germania che il Giappone. Stanno per accadere cose grosse, e milioni di increduli ne resteranno spiazzati».

fonte: www.libreidee.org

15/10/15

gli schiamazzi di Grillo e dei 5 stelle!

di Primerano Vianello


Il M5S mi ricorda un po' quelle ipocrite associazioni ambientaliste come Legambiente o WWF che invece di prendere in considerazione i veri problemi e/o le vere cause di tali problemi per risolverli definitivamente stanno a perdere tempo in azioni inutili come l'appendere lenzuola bianche alle finestre per vedere come l'inquinamento le faccia diventare nere dall'inquinamento invece di denunciare ad alta voce il fatto che i motori o dispositivi free-energy (come fusione fredda, motore magnetico, ecc.) vengano continuamente boicottati anche dai vari vari uffici brevetti, oltre che da università centri di ricerca, governi, ecc. "grazie" alle pressioni di petrolieri e banchieri: a questi cretini idioti in verità non interessa affatto risolvere definitivamente i vari problemi, non interessa affatto andare alle radici di tali problemi, alle loro cause, ma tutt'alpiù si limitano a "curarne" solamente i sintomi (come ad es. le targhe alterne), anche perché altrimenti non potrebbero più fare caciara, perderebbero il loro status quo, non avrebbero piu' ragione di esistere, e perciò di fatto e in fondo cercano di far si che i veri problemi continuino a permanere. 

Il M5S si accontenta di briciole, sa solamente schiamazzare, ma mai denunciare chiaramente e ad alta voce il vergognoso crimine del signoraggio bancario (primario e secondario), le scie chimiche, ed il fatto che vengano boicottate tutte quelle invenzioni geniali che permettono a tutti di avere energia elettrica gratuita e illimitata: qualcuno di loro dice che tutto ciò non si fa perché ancora non hanno la maggioranza al governo e secondo loro sarebbe pericoloso esporsi contro banchieri e petrolieri: io dico invece che non lo farebbero neanche se avessero la maggioranza di governo: non lo farebbero perché sono degli ipocriti, vigliacchi e opportunisti, che si fingono dei rivoluzionari ma dentro sono statici e morti come quelli a cui fingono di voler fare opposizione al governo. 
 Il loro capo confonde ancora il sussidio di disoccupazione (esistente in quasi tutti gli stati europei) col reddito di cittadinanza (che invece non ha ancora alcuna nazione al mondo, perché per filosofia e struttura può essere applicato solamente in una nazione che abbia abolito il crimine e truffa del signoraggio bancario: a quel punto non si costringerebbe più il beneficiario di tale sussidio o reddito a dover per forza cercarsi un lavoro per ricevere tale sussidio, dal momento che il reddito di cittadinanza diventerebbe un diritto anche morale, dal momento che le risorse del pianeta appartengono a tutti e giustamente dovrebbero essere ridistribuite equamente tra tutti). Beppe Grillo e' solamente uno schiamazzatore che ama gridare e criticare gli altri ma non ha neanche lui alcuna intenzione di risolvere veramente i problemi altrimenti poi non avrebbe più ragione di schiamazzare cosi' tanto', l'unica cosa che a quanto pare lo rende felice: che patetica Italia e' diventata la nostra nazione. Solamente qua su Stampa Libera riesco a trovare persone normali (nel senso positivo del termine) che la pensano come me in buona parte e che se mettessero al servizio del proprio paese le proprie idee rischierebbero anche di trasformare l'Italia nel paese piu' bello del mondo.

fonte:


fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

Franceschetti: perché il potere ha paura della spiritualità

Oppio dei popoli? Sì, quando la religione “perde l’anima” e si trasforma in struttura di potere basata su oscuri dogmi. Ma se si indaga su Buddha, Cristo e Maometto, sull’Ebraismo e sull’Induismo, si scopre che il messaggio fondamentale – la potenza assoluta della dimensione spirituale – è stato regolarmente neutralizzato e rimosso, specie in Occidente, perché mette in crisi il nostro sistema basato sul dominio: «Un individuo che vive la sua spiritualità è più libero dalle paure, quindi meno controllabile: ecco perché la spiritualità è stata così accanitamente combattuta, anche attraverso le stesse burocrazie religiose». Il giurista e saggista Paolo Franceschetti sostiene di averne avuto conferma studiando le grandi religioni. Dall’India al Medio Oriente, tutti i leader religiosi originari hanno trasmesso il medesimo credo, assolutamente positivo e destabilizzante: la divinità è già presente in noi, bisogna solo imparare ad “attivarla”. La rivelazione: è possibile trasformare radicalmente la propria vita, aprire gli occhi e superare ogni problema “trovando Dio” innanzitutto con la meditazione. Una verità che l’élite mondiale conosce da sempre e che ha cercato di tenere nascosta, sostiene Franceschetti. Ma ormai “i tempi stanno cambiando”, come cantava il giovane Dylan. E il “grande risveglio” è già cominciato.
Avvocato e docente, Franceschetti ha da poco abbandonato l’avvocatura per sfiducia nella giustizia: clamorosa la sua denuncia dei misfatti del potere occulto, contenuta nel suo seguitissimo blog e in libri come “Sistema massonico e Ordine della Rosa Paolo FranceschettiRossa” (Uno Editori). La tesi: al vertice del potere si nasconde un clan oscuro, di formazione esoterica, dedito anche ad omicidi rituali come quelli del “Mostro di Firenze”, fino ai casi di cronaca più recenti, da Cogne a Yara Gambirasio, di cui i media omettono regolarmente i dettagli fondamentali che illuminerebbero il vero movente, quello dei sacrifici umani. Tutto cominciò quando Franceschetti venne chiamato, in carcere, da due giovani condannati all’ergastolo per il caso delle “Bestie di Satana”: «Avvocato, non pretendiamo di uscire di qui», gli dissero. «Vorremmo solo sapere perché siamo detenuti a vita, dal momento che non abbiamo mai ucciso nessuno». Dice Franceschetti: «Ho scoperto che le indagini erano state molto superficiali, e le condanne erano scaturite solo dall’ambigua confessione di uno dei presunti complici, in un contesto di fatti che non potevano reggere a una ricostruzione accurata».
Frugando nelle cronache italiane, il legale ha intravisto un abisso: depistaggi, falsificazioni sistematiche, omissioni, capri espiatori, manovre coperte dal silenzio o dal chiasso mediatico. Domanda inevitabile: «Chi e perché agisce così? Cosa c’è nella mente di chi compie omicidi rituali, puntualmente spacciati per delitti ordinari, ancorché inspiegabili perché privi di un movente credibile?». I suoi molti lettori conoscono il coraggio e la generosità di Franceschetti, onnipresente sul web e in decine di conferenze lungo la penisola. Dopo la tragica perdita della compagna, si è impegnato persino sul difficile fronte della medicina democratica, con un blog – il primo in Italia – che presenta l’offerta esistente di cure alternative, tutte rivelatesi valide, per guarire dai tumori (il suo “testimonial” è stato un medico di Brescia, malato terminale, salvato in extremis Pietro Pacciani, capro espiatorio dei delitti del Mostro di Firenzedallo stesso Franceschetti che l’ha convinto a sottoporsi al Protocollo D’Abramo, basato sull’assunzione di vitamine e semplici biofarmaci naturali).
Franceschetti pratica il buddhismo da molti anni, frequenta corsi di meditazione Yoga, è in amicizia con religiosi cattolici. «La mia esperienza di avvocato poteva stroncarmi, sono stato minacciato, ho vissuto grandi pericoli. Ho rischiato la morte, e ho capito che – una volta rimossa quella paura – si diventa molto più forti». Proprio interrogandosi sul mistero dell’orrore quotidiano delle cronache, indagato con straordinaria tenacia per molti anni, Franceschetti è pervenuto a una conclusione spiazzante: «Chi uccide innocenti, in apparenza senza motivo, in realtà un suo movente ce l’ha: però è occulto e inconfessabile, di matrice esoterica. E il passo successivo è scoprire che quasi tutti i potenti della terra praticano la magia, la stessa magia che – in pubblico – sono sempre pronti a deridere. La loro è una spiritualità deviata, ma sono ben consci del potere della spiritualità vera: quella che ci nascondono con ogni mezzo, facendola sparire dai giornali, dalla televisione, persino dai telefilm: gli eroi delle fiction lottano tra loro, scherzano, fanno sesso, ma nessuno mai che preghi, che esprima convinzioni religiose o almeno politiche. Non è un caso: gli egemoni vogliono che non ce ne occupiamo, dobbiamo restare completamente soli di fronte a Equitalia, al lavoro perduto, alle bollette che non sappiano come pagare. Il loro piano è semplice: ci vogliono sottomessi e prigionieri delle nostre paure, privi di soluzioni per raggiungere indipendenza, libertà, serenità e felicità».
Una risposta illuminante, Franceschetti l’ha trovata nell’ispirazione originaria delle principali religioni del pianeta: ad esse è dedicato il suo ultimo libro, “Le Religioni”, che passa in rassegna le maggiori espressioni del pensiero religioso mondiale. Dal politeismo solo apparente dell’Induismo, dove la folla allegorica di divinità è in realtà sottoposta all’immanenza suprema del Brahman, fino alla più rarefatta manifestazione del perfetto monoteismo, l’Islam di Maometto, che – come anche l’Ebraismo – non ammette venerazioni intermedie come quelle dei santi cattolici, e dimostra un’insospettabile apertura universalistica: se Allah avesse voluto una sola religione, recita il Corano, solo quella ci sarebbe sulla Terra. Attraverso un approccio metodico, ricco di fonti e citazioni anche intensamente poetiche, come quelle dei grandi mistici di ogni provenienza, l’autore presenta in modo sistematico ciascun impianto religioso, le sue origini, il credo e le ritualità, ma si concentra sempre sul nocciolo Dervisci Rotanti, mistici islamici Sufiessenziale di ogni espressione religiosa: cerca e trova il suo cuore mistico, spirituale. «E la sorpresa è questa: tutte le religioni, allo stato puro, esprimono la stessa verità».
Inoltre, continua l’ex avvocato, ogni religione fornisce istruzioni precise per coltivare in modo concreto la pratica spirituale quotidiana, «capace di rafforzarci fino a metterci nelle condizioni di risolvere ogni problema, grazie a un nuovo approccio non più succube della paura: proprio quel genere di strumento che la Chiesa cattolica, erede diretta dell’Impero Romano, ha accuratamente rimosso». Molto netta, nel libro, la denuncia della “manipolazione storica” operata dalla Chiesa di Roma, quella di Pietro e Paolo («non a caso: il primo rinnegò Cristo, il secondo non lo conobbe mai»), contro cui si batté per secoli il network segreto, “giovannita”, che in nome del “vero messaggio di Cristo” schierò i migliori intellettuali della cristianità – da Gioacchino da Fiore a Giordano Bruno, passando per Dante Alighieri e Leonardo da Vinci – in una sotterranea battaglia bimillenaria: San Bernardo e i Templari, San Francesco d’Assisi, San Benedetto da Norcia e gli amanuensi (accesso diretto alle fonti), i “Fidelis in Amore” e i Giordaniti, i Rosacroce, fino ai primi massoni. «L’amore che cita Dante, quello che “move il Sole e l’altre stelle”, è lo stesso a cui fa cenno Battiato, quando canta: “Tutto l’universo obbedisce all’amore”». Per Franceschetti, non è altro che «la legge universale dell’attrazione: siamo tutti parte di un unico organismo, il divino è in noi. Era il vero messaggio Oshodi Cristo, svelato nel Vangelo di Giovanni: siamo dèi dormienti, dobbiamo solo svegliarci». Già, ma come?
Se ne occupa l’ultimo capitolo della vasta ricerca di Franceschetti, resa con agile taglio divulgativo: proprio la “spiritualità contemporanea” offre infiniti spunti e testimonianze su come migliorare il proprio stato vitale mettendo a frutto gli insegnamenti delle maggiori tradizioni religiose, rilette e reinterpretate da grandi maestri come il “messia riluttante” Jiddu Krishnamurti, o Mikhael Aivanhov, Georges Gurdjieff, Massimo Scaligero, Sri Aurobindo, oppure leader carismatici e scomodi, temutissimi e per questo assassinati mediante avvelenamento, come Osho e Rudolf Steiner, nonché il rosacrociano Paramahansa Yogananda (“Autobiografia di uno Yogi”). Franceschetti non disdegna neppure la vituperata “new age”, rivalutando bestseller come “The Secret”, di Rhonda Byrne, così come i libri di Joe Vitale e quelli di Esther e Jerry Hicks: «E’ vero, sono anche fenomeni commerciali, ma contribuiscono anch’essi a infondere coraggio e fiducia nel “risveglio”». Tutto è dunque nelle nostre mani? Non lo sostiene solo il “pensiero positivo” di Louise Hay, ma anche la “Profezia di Celestino” di James Redfield, senza contare le opere di ispirazione cristiana come le “Conversazioni con Dio” di Neal Donald Walsh e i volumi di Daniel Meurois-Givaudan, anch’essi ampiamente citati.
Il libro di Franceschetti offre una panoramica trasversale e inedita dell’esperienza religiosa mondiale, da un punto di osservazione privilegiato: quello della spiritualità pura, al netto delle narrazioni culturali storiche e geografiche. Una lettura utile, per individuare sorprendenti punti di contatto tra mondi in apparenza lontanissimi o addirittura inconciliabili, come vorrebbe la vulgata attuale. In realtà, tutti sembrano svelare la stessa verità essenziale: «Lo dimostra una volta di più l’assoluta coincidenza delle convinzioni su cui si incontrano, al vertice, l’ala mistica dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, cioè i cabalisti Chassidim, i Rosacroce e i Sufi». Chi conosce Franceschetti e la sua onestà intellettuale non potrà che apprezzare il valore di Il libro di Franceschettiquesto libro: testimonia la passione dell’autore e l’evoluzione di una ricerca sincera, nata dal confronto con la più dura delle realtà – gli orrori della cronaca, il mestiere dell’avvocato di frontiera – per trasformarsi in indagine non più solo sulle cause, ma sui principi che le innescano.
Un lavoro editoriale dietro al quale si intravede il costante, proficuo scambio con personalità eclettiche e sorprendenti: da Gianfranco Carpeoro, studioso di simbologia e già “sovrano gran maestro” della massoneria libertaria di rito scozzese, a Fausto Carotenuto, già funzionario dei servizi segreti italiani, approdato alla via spirituale del network “Coscienze in Rete”. Il libro è un valido manuale per documentarsi su come i grandi maestri di ogni tempo hanno insegnato a pensare in modo libero, molto spesso a costo della propria vita. «Quello che ancora il potere ci nasconde – conclude Franceschetti – è l’immenso potenziale della nostra mente, se allenata e nutrita di spiritualità. E’ questo, in fondo, il grande segreto: dobbiamo smettere di avere paura. Ma non è certo un mistero: è una grande verità, declinata in infiniti modi, in ogni epoca. Oggi, grazie anche al web e alla propagazione universale della conoscenza, questa consapevolezza sta crescendo: siamo tutti dotati di un potere che, se esercitato, ci permette di liberarci dalla sofferenza, di guardare alla vita con più fiducia. E di sottrarci alla soggezione del potere, che si basa proprio sulla diffusione sistematica della paura». Dov’è l’inganno? «Ci fanno credere che con questa vita finisca tutto, mentre gli egemoni sono i primi a sapere che non è così».
(Il libro: Paolo Franceschetti, “Le Religioni – Un percorso spirituale attraverso Induismo, Buddismo, Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo e i maestri spirituali moderni”, 584 pagine, 33 euro. Il volume è acquistabile online su “Lulu”).

fonte: www.libreidee.org

13/10/15

ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck


GLI ZOCCOLI DELLA DONNA E IL TAPPETO


LE ARANCE


IL LAMPADARIO


LO SPECCHIO


LA FIRMA DEL PITTORE


SANTA MARGHERITA INTAGLIATA E LA VERGA


IL GESTO DEL GIURAMENTO


GLI ZOCCOLI DELL'UOMO


IL CAGNOLINO

è un dipinto a olio su tavola del pittore fiammingo Jan van Eyck, datato 1434. Misura 81,80x59,40 cm ed è conservato nella National Gallery di Londra. Considerato tra i capolavori dell'artista è anche una delle opere più significative della pittura fiamminga; nella sua aura complessa ed enigmatica, ha acquistato una fama misteriosa, che i numerosi studi e le domande ancora irrisolte hanno alimentato.

Storia

L'opera è firmata ("Johannes de Eyck fuit hic") e datata 1434. Ritrae il mercante di Lucca Giovanni Arnolfini con la moglie Giovanna Cenami, anche lei lucchese. Essi fecero parte della nutrita comunità di mercanti e banchieri italiani residenti a Bruges, dove vissero dal 1420 al 1472.

Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell'archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447: tredici anni dopo che il quadro fu dipinto e sei anni dopo la morte di Jan van Eyck. Certo che a Bruges nel secolo XV ci furono quattro Arnolfini e due di essi si chiamavano Giovanni, ma nel documento si parla inequivocabilmente del più ricco, quello che aveva rapporti con l'arciduca, quindi quello del quadro in questione. Per il momento non si hanno documenti sull'incarico intercorso tra gli Arnolfini e van Eyck (i primi documenti su pitture nella regione risalgono a non prima del XVI secolo). Ad ogni modo, sappiamo che Giovanni Arnolfini si spostò dall'Italia a Bruges, dove col commercio riunì un'immensa fortuna ed entrò nel circolo più selettivo del gran duca di Borgogna per il quale lavorava l'artista.

L'opera fece parte della collezione reale spagnola, ma fu rubata dall'esercito francese durante la Guerra d'Indipendenza. Nel 1842 l'opera, tramite il mercato antiquario, arrivò alla National Gallery di Londra, che l'acquisì per 730 sterline.

Descrizione

L'opera è uno dei più antichi esempi conosciuti di pittura che ha come soggetto un ritratto privato, di personaggi viventi, anziché le consuete scene religiose.

Mostra la coppia in piedi, riccamente abbigliata, che si trova dentro la stanza da letto, mentre l'uomo, Giovanni Arnolfini, fa un gesto verso lo spettatore che può essere interpretato in vari modi, dalla benedizione, al saluto, al giuramento. La moglie gli offre la sua mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che ha fatto pensare a un'allusione alla gravidanza. La posa dei personaggi appare piuttosto cerimoniosa, praticamente ieratica; questi atteggiamenti "flemmatici" sono probabilmente dovuti al fatto che si sta rappresentando la celebrazione di un matrimonio, dove tale serietà è del tutto appropriata.

La stanza è rappresentata con estrema precisione ed è popolata da una grande varietà di oggetti, tutti rappresentati con un'attenzione estrema al dettaglio. Tra questi oggetti spicca, al centro, uno specchio convesso, dettaglio giustamente celebre ed enigmatico, dove il pittore dipinse la coppia di spalle e il rovescio della stanza, dove si vede una porta aperta con due personaggi in piedi, uno dei quali potrebbe essere il pittore stesso.

Ancora oggi gli storici dell'arte discutono sul significato e lo scopo dell'opera: la tesi proposta da Erwin Panofsky nel 1934 è che si tratti della rappresentazione del matrimonio della coppia e di un'allegoria della maternità, a cui alluderebbero i numerosi simboli sparsi nella stanza. Varie altre interpretazioni hanno, tuttavia, permesso di elaborare punti di vista differenti, che hanno messo in dubbio la tesi stessa di Panofsky.

La soluzione che appare più probabile è che si tratti del giuramento tra gli sposi prima di presentarsi al sacerdote. Tale rituale avveniva tramite una promessa di matrimonio a mani congiunte, che aveva valore giuridico e richiedeva la presenza di due testimoni: per questo, più che al matrimonio in sé, il dipinto alluderebbe al momento del fidanzamento. In questo senso il quadro, con la sua esattezza fotografica, rappresenterebbe proprio il documento ufficiale dell'avvenuto giuramento, come sembra suggerire anche la particolare firma dell'artista ("Jan van Eyck fu qui"), più simile, nella forma e nella disposizione, a una testimonianza notarile, piuttosto che a una certificazione autografica dell'opera. Può anche darsi che van Eyck volesse indicare come il ritratto venne preso dal vero, in sua presenza: è possibile che avesse eseguito uno schizzo dei protagonisti in una o più sessioni di posa e poi avesse realizzato il dipinto nei mesi successivi.

Si è parlato anche di un possibile esorcismo o cerimonia per recuperare la fertilità poiché Arnolfini e sua moglie non ebbero figli. Questo tipo di cerimonie per recuperare la fertilità era abituale all'epoca. Infatti dietro le mani unite dei protagonisti vi è una gargolla sorridente che potrebbe simbolizzare il male incombente sul matrimonio, come punizione del fatto che Giovanni Arnolfini poteva essere stato un donnaiolo e un adultero.

Dettagli e simbolismo

I pittori fiamminghi, dei quali Jan van Eyck fu il primo caposcuola, tributavano un'attenzione scrupolosa ai minimi dettagli, fossero oggetti, parti di oggetti o caratteristiche minute dei volti, delle mani, delle vesti, ecc. Ciò dipendeva da ragioni tecniche (la pittura a olio permetteva infatti un lavoro più accurato della tempera o dell'affresco), religiose e filosofiche. Nelle opere a soggetto religioso si cercava, infatti, di calare il divino nel quotidiano: ciò avrebbe favorito un più intenso coinvolgimento dei fedeli; la filosofia nominalistica, d'altra parte, sosteneva come la sostanza del reale ci pervenisse dalla percezione dei singoli oggetti fisici.

In una visione tanto attenta al dettaglio ed ai più svariati oggetti, l'uomo non può essere il centro del mondo, come teorizzavano gli umanisti italiani, anzi è solo una parte del ricchissimo Universo, dove non tutto è riconducibile al principio ordinatore della razionalità. Se da una parte i gesti e le azioni dell'uomo non hanno quella forza culturale di fare "storia", dall'altra i singoli oggetti acquistano importanza nella raffigurazione, ottenendo una forte valenza simbolica che può essere letta su vari strati.

Le nuove indagini tecnologiche della National Gallery di Londra (radiografie, infrarossi) dimostrano che la maggioranza degli oggetti fu dipinta dopo avere creato la scena principale, e che tutti sono piccoli tesori, costosissimi (come i vetri alle finestre, cosa rarissima per quei tempi), che davvero pochi potevano permettersi di pagare. La cosa più evidente è che Arnolfini richiese una dimostrazione del potere commerciale raggiunto, come uomo arricchitosi da solo col duro lavoro del secolo XV. I numerosi dettagli non solo hanno valore per la loro bellezza in sé, ma sottintendono a letture via via più approfondite e sofisticate, che vanno dalla celebrazione della prosperità materiale dei soggetti del quadro, fino a significati più astratti e simbolici, in questo caso legati alla cerimonia matrimoniale.

Dall'osservazione degli oggetti e degli abiti indossati appare evidente la condizione di agiatezza della giovane coppia, che sembra aver collezionato oggetti da vari paesi europei, dalla Russia (la pelliccia), dalla Turchia (il tappeto), dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, etc. Senza dubbio Arnolfini, ricco mercante, intratteneva rapporti d'affari con impresari di tutto il continente.

Nel dipinto quindi si possono cogliere almeno tre livelli principali:

Il ritratto di due importanti membri della società, eseguito dal più eminente artista locale;
La testimonianza del pittore al giuramento matrimoniale;
Un compendio, realizzato tramite figure e oggetti simbolici, degli obblighi che comportava il matrimonio a metà del XV secolo.
Il dipinto è un'allegoria dell'ideale sociale del matrimonio, portatore di ricchezza, abbondanza, prosperità. Il cane e gli zoccoli rappresentano il motivo della fedeltà coniugale. Le arance sono un augurio di fertilità.

I protagonisti

In primo luogo, la rappresentazione della coppia, che è antagonistica e simboleggia i differenti ruoli che ognuno ricopre nel matrimonio: l'uomo appare severo, con la mano destra sollevata (fides levata), che simboleggia l'unione spirituale e quella sinistra abbassata, che tiene la mano della coniuge, che simboleggia l'unione carnale. Egli ostenta il potere morale della casa (potestà), sostenendo con autorità la mano di sua moglie, (fides manualis), che china la testa in atteggiamento sottomesso. Le loro fattezze sono realistiche e individuali, che non risparmiano alcune imperfezioni, come le larghe narici di lui, il suo ovale del viso troppo lungo, gli occhi globosi e senza ciglia, mentre lei appare acerba e un po' paffutella.

Molto eloquenti sono le vesti e malgrado l'ambientazione suggerisca un tempo estivo o almeno primaverile, sono pesanti e ricercate. Lui ha una tunica scura e sobria, coperta da un mantello con le falde foderate di pelliccia di marmotta, particolarmente costosa. Il cappello a larghe falde testimonia l'occasione solenne, oltre che rappresentare un espediente per incorniciare di nero il suo volto, facendolo spiccare nella luce chiara che lo investe.

Lei indossa un vestito ampolloso e alla moda nell'epoca fiamminga, con guarnizioni di pelliccia d'ermellino. Ha un'acconciatura elaborata coperta da un velo finemente merlato, ed indossa una collana, vari anelli e una cintura broccata d'oro. Il colore verde all'epoca era il colore della fertilità. Ella non è incinta, la sua posizione si limita a essere un gesto rituale, una promessa di fertilità evidenziata tramite la cintura particolarmente alta, la piega del tessuto e l'esagerata curvatura del corpo.

La camera

La scena è ambientata nella camera che, con la presenza del letto nuziale e lo scranno sullo sfondo, è il luogo della unione matrimoniale.

Il letto ha relazione soprattutto con la regalità e la nobiltà, con la continuità del lignaggio e del cognome. Rappresenta il posto dove si nasce e si muore. I tessuti rossi simbolizzano la passione oltre a creare un forte contrasto cromatico col verde del vestiario della donna. In ogni caso, era abitudine dell'epoca, nelle case della Borgogna, collocare un letto nel salone dove si ricevevano le visite. Benché, generalmente, si usasse per sedersi, occasionalmente, era anche il posto dove le madri, appena partorito, ricevevano con il loro neonato le congratulazioni di familiari ed amici.

Nella testiera del letto si vede intagliata una donna, con ai piedi un dragone. È probabile che sia santa Margherita, patrona delle partorienti, il cui attributo è il drago; ma per la spazzola che è al suo fianco, sullo schienale del letto, potrebbe essere Santa Marta, patrona della casa con la quale condivide l'identico attributo.

Il tappeto e gli zoccoli

Il tappeto, che è vicino al letto, (sul quale poggiano gli zoccoli di Giovanna) è molto lussuoso e caro, proveniente dall'Anatolia, un'altra dimostrazione della sua posizione e fortuna economica.

Gli zoccoli sparsi per il pavimento erano in realtà dei sopra-scarpe, indossati all'esterno per proteggere le costose calzature in materiali più pregiati e confortevoli. La loro disposizione sul pavimento della stanza non è casuale: quelli di Giovanna, rossi, stanno vicino al letto; quelli di suo marito, più prossimi al mondo esterno.

I frutti

Un'arancia si vede appoggiata sul davanzale e altre tre su un ripiano sottostante. Tali frutti, importati dal sud, erano un lusso nel nord dell'Europa, e qui alludono forse all'origine mediterranea dei protagonisti del ritratto. Inoltre nei paesi del Nord Europa erano come "mele di Adamo" ed avevano lo stesso significato della mela nell'evocare il frutto proibito del peccato originale. I frutti esortano quindi a fuggire dai comportamenti peccaminosi, santificandosi mediante il rituale del matrimonio cristiano, nel rispetto dei comandamenti della fede.

Inoltre dalla finestra si intravede un ciliegio carico di frutti, un'allusione al clima primaverile che contrasterebbe con gli abiti invernali dei protagonisti: in realtà ciò che indossano è una semplice indicazione del loro status sociale, all'artista (e ai committenti) non interessava avere un ritratto fedele, ma piuttosto evocativo.

Gli oggetti appesi

I rosari erano un presente abituale del fidanzato alla futura moglie; scrutando con attenzione se ne nota uno appeso di fianco al piccolo specchio in fondo alla stanza. Il vetro è simbolo di purezza, mentre il rosario suggerisce la virtù della fidanzata ed il suo obbligo di essere devota.

Lo specchio, per la prima volta, per quanto se ne sappia, mostra il retroscena del dipinto, che venne copiato più volte, da Hans Memling (Dittico di Maarten van Nieuwenhove, 1487) a Velázquez (Las Meninas, 1656). È uno dei migliori esempi della minuziosità microscopica ottenuta da Van Eyck: misura 5,5 centimetri, e nella sua cornice sono rappresentati dieci episodi della Passione di Cristo. Dal medaglione in basso in senso orario si riconoscono:

Orazione nell'orto
Cattura di Cristo
Giudizio di Pilato
Flagellazione di Cristo
Salita al Calvario
Crocefissione (in alto al centro)
Deposizione
Compianto
Discesa al Limbo
Resurrezione

A quell'epoca, questi piccoli specchi convessi erano molto popolari: spesso si trovavano vicino alle porte o alle finestre, per cercare effetti luminosi nelle stanze, ma soprattutto si usavano per allontanare la sfortuna. La sua presenza, all'interno del quadro, con il particolare tema della cornice, suggerisce che l'interpretazione dell'avvenimento, deve essere cristiana e spirituale in uguale misura. Le storie della Passione erano anche un esempio di cristiana sopportazione delle tribolazioni del quotidiano. Anche il vetro dello specchio allude alla verginità di Maria, quale speculum sine macula, e quindi, per analogia, alla purezza ed alla verginità della sposa, che doveva rimanere casta anche durante il matrimonio. Inoltre il baluginio luminoso sullo specchio invita lo spettatore ad osservare le immagini riflesse. Si può notare che oltre ai due coniugi, sono presenti altre figure riflesse, questo è un altro esempio della loro fede cristiana, poiché un matrimonio veniva svolto con dei testimoni.

Il lampadario a sei braccia con una sola candela accesa simboleggia la fiamma dell'amore, e ricorda la candela che brilla sempre nel sacrario delle chiese, simbolo della permanente presenza di Cristo che tutto vede. Inoltre era abitudine delle famiglie fiamminghe accendere una candela il primo giorno delle nozze e tali oggetti compaiono a volte anche nei dipinti dell'Annunciazione. Può anche darsi che l'artista la incluse per mostrare la sua bravura nel rendere la luce artificiale, oltre che quella naturale.

La verga appesa a destra è simbolo di verginità, per il gioco di parole Virgo-virga, ma nella tradizione popolare era anche simbolo di fertilità ("verga di vita"), con la quale lo sposo batteva simbolicamente la sposa perché fosse portatrice di figli.

Il cagnolino

Il cane mette una nota di grazia e sollievo in un quadro che è, per il resto, piuttosto solenne e serioso. Esso simboleggia la fedeltà e la nobiltà della coppia, poiché possedere un animale domestico era un lusso quindi simbolo di ricchezza oltre che di fedeltà verso il padrone. Virtuosistica è la meticolosità con cui sono stati dipinti i peli del manto.

Stile

In quest'opera sono visibili le principali caratteristiche base dell'arte fiamminga, tanto da farne un esempio paradigmatico. Innanzitutto la tecnica è quella del colore a olio perfezionata proprio da van Eyck e ripresa dai suoi seguaci, che permise la creazione di effetti di luce e di resa delle superfici mai viste prima, grazie a successive velature, cioè strati di colore traslucidi e trasparenti, che rendevano le figure brillanti e lucide, permettendo di definire la diversa consistenza delle superfici fin nei più minuti particolari. La luce fredda e analitica è l'elemento che unifica e rende solenne e immobile tutta la scena, delineando in maniera "non selettiva" sia l'infinitamente piccolo che l'infinitamente grande. Vengono sfruttate più fonti luminose (le finestre sono due, come si vede nello specchio), che moltiplicano le ombre e i riflessi, permettendo di definire con acutezza le diverse superfici: dal panno alla pelliccia, dal legno al metallo, ciascun materiale mostra una reazione specifica ai raggi luminosi (il "lustro"). La ricchezza dei dettagli, visibile attraverso l'uso della luce, avvicina l'arte fiamminga a quella del Rinascimento italiano.

Lo spazio, invece, è complesso e molto diverso da quello della tradizione del Rinascimento fiorentino. Gli italiani usavano infatti un unico punto di fuga posto al centro dell'orizzonte (prospettiva lineare centrica), dove tutto è perfettamente strutturato ordinatamente, con rapporti precisi tra le figure e con un'unica fonte di luce che definisce le ombre. Secondo questa impostazione lo spettatore resta tagliato fuori dalla scena e ne ha una visione completa e chiara.

In quest'opera, e nelle opere fiamminghe in generale, invece lo spettatore è incluso illusoriamente nello spazio della rappresentazione, tramite alcuni accorgimenti quali l'uso di più punti di fuga (in questo caso quattro) e di una linea dell'orizzonte più alta, che fa sembrare l'ambiente "avvolgente", come se fosse in procinto di rovesciarsi su chi guarda. Lo spazio è quindi tutt'altro che chiuso e finito, anzi sono presenti elementi come la finestra, che fa intravedere un paesaggio lontano, o lo specchio, che raddoppia l'ambiente mostrando le spalle dei protagonisti e l'altro lato della stanza.

Una certa rigidezza delle forme e l'espressione enigmatica dei personaggi sono anche caratteristiche tipiche della prima scuola fiamminga.

Omaggi e citazioni

Nel 2004 il pittore colombiano Fernando Botero ha realizzato una versione dell'opera di van Eyck col proprio stile caratteristico, in cui non solo i coniugi, ma anche il cagnolino è rappresentato molto in carne.
L'opera viene inserita nella sigla d'apertura della serie televisiva Desperate Housewives (2004-2012).

fonte: Wikipedia

11/10/15

Battiato rivelato: nei suoi testi, precisi messaggi esoterici

Cosa vogliono dire i testi delle canzoni di Franco Battiato? «Negli anni, nei decenni, in moltissimi si sono posti questa domanda, spesso però senza venirne a capo». Sul “Fatto Quotidiano”, Fabrizio Basciano svela, a puntate, alcuni dei riferimenti filosofico-letterari fondamentali per comprendere frasi o interi periodi di alcuni brani, altrimenti indecifrabili del grande cantautore siciliano. La ricerca parte da “L’era del Cinghiale Bianco”, disco del 1979. Nel brano che dà il nome all’album, «si fa riferimento a un periodo storico leggendario, a un’età dell’oro degli antichi popoli celti di periodo pre-romano: l’era della conoscenza spirituale incarnata dal suo stesso simbolo, il cinghiale bianco». Nello stesso disco, nel brano “Magic shop”, ascoltiamo le parole “una signora vende corpi astrali”. Di che si tratta? «Non senza una certa ironia e denunciando al contempo un consumismo irto di contraddizioni, Battiato tira in ballo il corpo astrale», ossia, secondo Georges Ivanovic Gurdjieff, un corpo “composto da elementi del mondo planetario” che “può sopravvivere alla morte del corpo fisico”. «Insomma, una sorta di secondo corpo (l’anima) in una scala che contempla il corpo fisico, quello astrale, quello mentale e, infine, il corpo causale».
Andando ancora oltre, è il brano numero cinque de “L’Era del Cinghiale Bianco” a celare, dietro al suo stesso titolo, un intero mondo letterario: quello di René Guénon e del suo libro “Il Re del Mondo”, che dà il titolo al brano in questione. Chi è questo Franco Battiatofantomatico ‘Re del Mondo’ che nel brano di Battiato “ci tiene prigioniero il cuore”? Come leggiamo nell’omonimo libro dell’esoterista francese, scrive Basciano, il titolo di ‘Re del Mondo’ serve a “designare il capo della gerarchia iniziatica”, ruolo attribuito propriamente a Manu, “il legislatore primordiale e universale il cui nome si ritrova, sotto forme diverse, presso numerosi popoli antichi, per esempio il Mina o Menes degli Egizi, il Menew dei Celti e il Minosse dei Greci”. Nel disco seguente, “Patriots”, uscito nel 1980, i messaggi in codice si infittiscono «facendosi tuttavia più sottili, meno espliciti», osserva Basciano. Il brano “Prospettiva Nevski” si chiude con la frase: “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Per chi, come Battiato, crede nella reincarnazione, «potrebbe indicare la possibilità di una nuova vita oltre la morte, una nuova esistenza a cui solo la morte, se e solo se adeguatamente preparata, può traghettare».
Nel brano “Arabian song”, il cantautore siciliano intona una sorta di frase in codice: “La mia parte assente si identificava con l’umidità”. Quello a cui Battiato si riferisce, spiega Basciano, è il concetto di “identificazione”, colonna portante di tutta la psicologia e l’insegnamento gurdieffiani: “L’uomo – come si legge nel libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Piotr Demianovic Ouspensky – è sempre in stato di identificazione, ciò che cambia è solo l’oggetto della sua identificazione. L’uomo si identifica con un piccolo problema che trova sul suo cammino e dimentica completamente i grandi scopi che si proponeva. Si identifica con una emozione, con un rumore, e dimentica gli altri suoi sentimenti più profondi”. Del brano “Frammenti” è invece la frase “che gran comodità le segretarie che parlano più lingue”. La segretaria, annota Basciano, è una delle figure-chiave degli insegnamenti della “Quarta Via” di Gurdjieff. «La segretaria, o anche dattilografa, è quella figura che PatriotsGurdjieff utilizza per descrivere l’“apparato formatore”, una parte dell’essere umano che il filosofo armeno paragona a un ufficio».
«L’ufficio è il nostro apparato formatore, mentre la segretaria è la nostra educazione, con le sue concezioni automatiche, le sue formule ristrette, con le teorie e le opinioni che si sono formate in noi», scrive Gurdjieff. «Da questa ristrettezza di formule e opinioni, la necessità di una segretaria che parli più lingue, in grado cioè di recepire e codificare meglio e più velocemente tutti gli stimoli e le sollecitazioni provenienti tanto dall’esterno quanto dal nostro mondo interiore», sintetizza Basciano, che nella sua indagine su Battiato prosegue con l’analisi dei due album successivi, “La voce del padrone” (1981) e “L’Arca di Noé” (1982). Già a partire dal titolo, scrive il blogger del “Fatto”, “La voce del padrone” cela un significato esoterico: «Secondo un insegnamento antico – afferma Ouspensky in “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” – un uomo nel pieno senso della parola è composto di quattro corpi. Nel linguaggio figurato di certi insegnamenti orientali, il primo è la carrozza (corpo), il secondo è il cavallo (sentimenti, desideri), il terzo è il cocchiere (pensiero) e il quarto è il padrone (Io, coscienza, volontà). La carrozza è attaccata al cavallo per mezzo delle stanghe, il cavallo al cocchiere per mezzo delle redini, il cocchiere al suo padrone per mezzo della voce di lui».
Annino La Posta, nel volume “Franco Battiato, soprattutto il silenzio” (Giunti), commenta così il passo di Ouspensky: «Eccola, più probabilmente, la voce del padrone: quella della coscienza, che il pensiero dell’uomo sveglio, teorizzato da Gurdjieff, deve saper ascoltare. E pensare che c’è chi parla di nonsense!». Andando oltre, sempre in questo disco del 1981, nel brano “Segnali di vita”, Basciano rileva ben due periodi che fanno riferimento a precisi concetti della filosofia gurdjieffiana. Il primo è questo: “Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità”. Battiato, ai tempi frequentatore dei gruppi gurdjieffiani, si riferisce qui al binomio essenza e personalità, che Ouspensky tratta diffusamente nel libro “L’evoluzione interiore dell’uomo” (Mediterranee): «È impossibile studiare l’uomo come un tutto, perché è diviso in due parti. Nel sistema che noi studiamo queste due parti sono chiamate essenza e personalità. L’essenza è un bene che gli è proprio; Gurdjieffè ciò che gli appartiene. La personalità è ciò che non gli appartiene. Di regola l’essenza dovrebbe dominare la personalità. Il dominio della personalità sull’essenza produce i risultati peggiori».
L’altro messaggio criptato del brano “Segnali di vita” è il seguente: “Ti accorgi di come vola bassa la mia mente? È colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui”. L’idea del pensiero automatico, o appunto associativo, pregna tutta la psicologia gurdjieffiana, collegandosi direttamente al concetto di presenza: la possibilità di essere qui e ora, liberi dalla prigionia del pensiero associativo e automatico. Ma il brano che più di ogni altro rivela la “filiazione gurdjieffiana” di Battiato, aggiunge Basciano, è “Centro di gravità permanente”. «Questo insegnamento – spiega sempre Ouspensky – suddivide l’uomo in sette categorie. L’uomo n. 4 differisce dall’uomo n. 1, 2 e 3 per la conoscenza di se stesso, per la comprensione della propria situazione e per il fatto di aver acquisito un centro di gravità permanente». Sorprendente pensare che proprio “La voce del padrone”, un album così profondamente ermetico, fu il primo in Italia a superare il milione di copie vendute, osserva Basciano.
Quanto all’album immediatamente successivo, “L’Arca di Noè”, nel brano “Clamori” si ascolta il seguente verso: “Il mondo è piccolo, il mondo è grande, e avrei bisogno di tonnellate d’idrogeno”. Sempre in seno all’insegnamento gurdjieffiano, l’idrogeno è uno degli elementi più importanti per l’evoluzione interiore dell’uomo: «Se prendiamo il Raggio di Creazione – si legge nel libro “La Quarta Via” (Astrolabio, 1974) – diviso in quattro triadi e teniamo presente che la somma totale di ciascuna triade è un idrogeno preciso, otterremo quattro idrogeni e quattro precise densità di materia». Gli idrogeni, secondo Gurdjieff, sono quelle sostanze che servono da nutrimento per la coscienza dell’essere umano, e il cui accumulo (da qui le tonnellate d’idrogeno auspicate da Battiato) consentirebbe lo sviluppo, la realizzazione, dei cosiddetti centri superiori. Superfluo, a questo Orizzonti perdutipunto, soffermarsi sul periodo contenuto nel brano “New frontiers”: “L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”.
La produzione pop di Franco Battiato, sottolinea Basciano, è interamente attraversata da continui richiami a culture e tradizioni religiose, mistiche ed esoteriche. «Il cantautore e compositore siciliano ha sistematicamente disseminato i suoi testi di sollecitazioni letterarie e sapienziali senza mai tuttavia uscire troppo allo scoperto, tanto da presupporre una certa conoscenza delle materie di volta in volta oggetto del suo interesse». Vale anche per due dischi usciti sempre negli anni ‘80, “Orizzonti perduti” (1983) e “Mondi lontanissimi” (1985). Nel brano “Un’altra vita”, quarto in scaletta dell’album “Orizzonti perduti”, il riferimento (esplicito) è alla pratica della meditazione quando, ad apertura di brano, l’autore de “La Cura” intona: “Certe notti per dormire mi metto a leggere, e invece avrei bisogno di attimi di silenzio”. «Come ha infatti più volte dichiarato pubblicamente – scrive Basciano – la sua giornata, da diverse decadi a questa parte, è sempre scandita da ben due meditazioni, una al mattino e l’altra all’imbrunire: una ricerca del silenzio senza la quale Battiato afferma che non riuscirebbe più a vivere».
Sempre in “Orizzonti perduti”, nel brano “La musica è stanca”, ascoltiamo: “In quest’epoca di scarsa intelligenza ed alta involuzione qualche scemo crede ancora che veniamo dalle scimmie”. Qui l’autore fa riferimento a un approccio decisamente alternativo al tema delle origini e della possibile evoluzione dell’umanità, che trova sempre in Ouspensky, e dunque in Gurdjieff, il proprio mentore: «Devo dire subito – recita Ouspensky in “L’Evoluzione interiore dell’uomo” – che le concezioni moderne sull’origine dell’uomo e sulla sua evoluzione passata non possono essere accettate». Considerando l’umanità “storica”, ossia quella degli ultimi dieci o quindicimila anni, «possiamo trovare tracce incontestabili di un tipo di uomo superiore, la cui presenza può essere dimostrata da molteplici testimonianze». Il viaggio cifrato continua in “Mondi lontanissimi”. Nel primo brano, “Via Lattea”, ascoltiamo le parole: “Seguimmo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea”. «Questo delle rotte in diagonale è tema tanto caro a Battiato (che infatti lo riprenderà anche diversi anni dopo nel brano “Running against the grain” dell’album “Ferro Battuto”) quanto a tutto il mondo esoterico, e ha a che fare con le cosiddette griglie rappresentazionali, una sorta di tessuto sperimentale formato dall’interconnessione d’idee, valori e obiettivi, una Fabrizio Basciano“scacchiera” che può essere percorsa sia per vie orizzontali e verticali (espressioni di un pensiero lineare e metodico), che per vie, appunto, diagonali, seguendo le quali si manifesta lo spazio creativo».
Nel brano “Chan-son egocentrique”, Battiato canta: “Dalla pupilla viziosa delle nuvole la luna scende i gradini di grattacieli per prendermi la vita”. Come mai la luna vuol prendersi la vita di Battiato? Sia secondo Gurdjieff che secondo miriadi di culture e tradizioni varie, spiega Basciano, la luna eserciterebbe un influsso negativo. In un’intervista, lo stesso Battiato la definisce «nefasto satellite, che non vedo l’ora si allontani definitivamente dalla terra». Per Ouspensky è «un pianeta allo stato nascente, al suo primissimo stadio di sviluppo», ma è anche un satellite che «dalla terra riceve l’energia necessaria alla sua crescita». Tradotto: «La vita organica alimenta la Luna. Tutto ciò che vive sulla superficie della terra, uomini, animali, piante, serve di nutrimento alla luna. Tutti gli esseri viventi liberano, nell’istante della loro morte, una certa quantità dell’energia che li ha animati. Questa energia viene attirata verso la luna come da una colossale elettrocalamita».

fonte: www.libreidee.org