06/11/15

PPP - 10 -

Tu chiamalo, se vuoi, movente esoterico. Nasce dalla chiave di lettura “simbolica” dell’evento, quella che fa caso a dettagli in apparenza insignificanti, senza valore per la verità giudiziaria. In base a questa analisi, Pasolini sarebbe stato assassinato con le modalità del sacrificio rituale, in base alla “pena del contrappasso” enunciata da Dante Alighieri, per due ragioni sostanziali. La prima: aveva denunciato la subdola ferocia del potere mettendo alla berlina, col romanzo “Petrolio”, i mandanti dell’omicidio Mattei. E soprattutto, attraverso le atroci sequenze del suo ultimo film, “Salò”, ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, aveva osato mettere in scena l’abominio di perversioni sessuali violente, fino alla morte delle giovani vittime, perpetrato da una super-casta annidata tra i massimi vertici. Non un incubo o una fantasia terribile, ma l’agghiacciante rappresentazione di una realtà indicibile, sostiene Stefania Nicoletti. Per questo Pasolini è stato ucciso, e in quel modo: con “Salò”, film strettamente collegato all’omicidio (le pellicole rubate), aveva denunciato una pratica selvaggia, di spaventosa brutalità, tragicamente ordinaria in alcuni ambienti insospettabili.
Stefania Nicoletti collabora da anni con l’avvocato Paolo Franceschetti, già legale delle “Bestie di Satana” e indagatore dei più controversi casi di cronaca, da Cogne al Mostro di Firenze. La tesi è suffragata da osservazioni inconsuete: molti delitti di cui Salò o Le 120 Giornate di Sodomaparlano i media sono fatti di sangue solo in apparenza inspiegabili; in realtà si tratta di veri e propri “sacrifici umani”, compiuti da esoteristi che agiscono al riparo di potentissime protezioni, anche istituzionali. Quello che viene esibito – le indagini inconcludenti, il capro espiatorio socialmente fragile – non è che un copione per depistare l’opinione pubblica. La verità, ripete Franceschetti, è che ogni anno, in Italia, spariscono centinaia di minori. «Dove finiscono? Molti loro nel gorgo del traffico di organi, e altrettanti – appunto – nella potentissima rete dei pedofili: gente che arriva a pagare cifre folli per gli “snuff movie”, i film dove la giovane vittima viene violentata e seviziata fino alla sua morte», come appunto nel film di Pasolini. Ed ecco allora l’altro movente, quello occulto, che si salda con la volontà di eliminare e “punire” una voce troppo coraggiosa, lo scrittore che in “Petrolio” (uscito postumo) accusò Eugenio Cefis per la morte di Mattei, il “padre” dell’Eni temutissimo alle Sette Sorelle in quanto filo-arabo.
«Spesso il movente del delitto di un personaggio scomodo non è uno solo, ma sono più moventi insieme, che non si escludono a vicenda ma anzi sono complementari, come sono complementari gli interessi e le entità che vogliono la morte di un determinato personaggio inviso al sistema», scrive Stefania Nicoletti sul blog di Franceschetti. E’ il caso, appunto, di Pasolini, sul quale si è scritto di tutto, anche di recente. Nel 2009, ad esempio, è uscito per “Chiarelettere” il libro “Profondo nero” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che porta avanti la tesi Eni-Cefis-Mattei e che contiene anche un’intervista a Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” che era con Pasolini quella tragica sera, il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia (alla pista-Eni ha dato risalto, tra gli altri, anche il blog di Beppe Grillo). Nell’agosto 2012, continua la Nicoletti, è arrivata la sentenza della Corte d’assise di Palermo sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ucciso nel 1970 perché stava indagando sulla morte di Enrico MatteiMattei. Una sentenza, dunque, dopo 40 anni. De Mauro? Ucciso per paura che rivelasse i mandanti del sabotaggio dell’aereo di Mattei, precipitato a Bascapè sulle colline dell’Oltrepo Pavese.
«La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro – scrivono i giudici – fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni». Mauro De Mauro, aggiunge la Nicoletti, stava collaborando con il regista Francesco Rosi per il film “Il caso Mattei” e scomparve nel nulla poco prima dell’incontro previsto con Rosi. Cinque anni più tardi, Pier Paolo Pasolini stava indagando sulla stessa pista e aveva scoperto le stesse cose, venendo in possesso di documenti riservati su Eugenio Cefis. E fece la stessa fine di De Mauro.
Nel dicembre 2013, poi, escono articoli di giornale che parlano di “svolta” nell’inchiesta per il delitto Pasolini. Dopo 38 anni, scrive Nicoletti, gli inquirenti si accorgono che forse c’è qualcosa che non va nella versione ufficiale e riaprono le indagini. La notizia è che ci sono dei sospetti sui complici di Pino Pelosi: nuovi elementi confermerebbero che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone. «Sono stati ascoltati 120 testimoni, di cui molti non erano mai stati sentiti in precedenza». In articoli come quelli pubblicati dal quotidiano “Il Tempo”, sottolinea la Nicoletti, viene rimarcato più volte che i testimoni sono proprio 120: numero ripetuto per ben tre volte nelle prime righe. «Quando lessi l’articolo, questo particolare mi suonò strano, perché avrebbero anche potuto scrivere “un centinaio” oppure “oltre cento testimoni”. Quel 120 così preciso – scrive la Nicoletti – mi ha ricordato il titolo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”», il film “maledetto” che Pasolini aveva ultimato pochi giorni prima di essere ucciso. «È probabile che in questo articolo e nell’intera operazione sia celato qualche messaggio, dato che è La morte di Pasoliniproprio nel film in questione che si può trovare uno dei moventi dell’omicidio». In “Salò”, aggiunge Nicoletti, «Pasolini aveva raccontato ciò che accade all’interno delle organizzazioni che detengono il potere».
Nello stesso articolo del “Tempo” si parla di «reperti esaminati in passato e ora recuperati dagli investigatori, per avviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano». Di quali reperti si tratta? «Risulta che all’epoca dei fatti venne cancellato o manomesso tutto ciò che poteva essere utile alle indagini: non venne recintato il luogo del delitto, le prove e le tracce vennero cancellate, l’auto di Pasolini venne lasciata incustodita, in modo che chiunque avrebbero potuto mettere o togliere indizi». Dunque, conclude l’analista, «non si capisce quali “reperti” siano ancora validi e possano essere analizzati scientificamente». Un anno dopo, nel dicembre 2014, si parla ancora di “svolta” nelle indagini: le analisi del Dna sugli abiti di Pasolini rilevano tracce di altre 5 persone. Dalle macchie di sangue è stato estratto il codice genetico di altri possibili sospettati, complici quindi di Pelosi. Ma due mesi dopo, nel febbraio 2015, arriva subito un’altra notizia: il test del Dna non risolve il caso, perché il materiale biologico “non è attribuibile”, né collocabile temporalmente.
«I magistrati hanno consegnato al gip la richiesta di archiviazione. E dunque l’inchiesta sul delitto Pasolini, riaperta nel 2010, dopo tutti questi annunci di presunte “svolte”, viene di nuovo archiviata». Ma nel 2014, quando l’inchiesta è ancora aperta, Pino Pelosi continua a fare dichiarazioni e viene convocato dalla Procura di Roma per essere interrogato di nuovo. Queste sono alcune delle sue affermazioni: «Quella notte all’Idroscalo c’erano tre automobili, una motocicletta e almeno sei persone, ma non sono in grado di dire chi fossero. Oltre all’Alfa Gt di Pasolini, c’era una Fiat 1300 e un’altra Alfa identica a quella di Pier Paolo. Era buio pesto e ho visto arrivare sul posto due automobili e una motocicletta. C’erano almeno sei persone, e due individui hanno trascinato Pier Paolo fuori dall’abitacolo. In un primo momento sono riuscito ad allontanarmi, fuggendo. Da dove mi trovavo sentivo Pier Paolo gridare e chiedere aiuto, ma nulla di più. Sotto al tappetino dell’automobile di Pier Paolo, Pino Pelosi oggic’erano 3 o 4 milioni di lire. Denaro che non venne ritrovato insieme alla vettura». In più, «l’esame del radiale dell’Alfa di Pasolini, che avrebbe dovuto investirlo e schiacciarlo quando era già a terra, uccidendolo, non è stato mai effettuato».
Il pm Francesco Minisci gli domanda di chiarire alcuni aspetti relativi al possesso – all’epoca dei fatti – di una Fiat 850 Coupé. Automobile che, a detta di un testimone, sarebbe stata rubata e poi fatta circolare con targhe “buone”. E Pelosi risponde: «Dovrebbero andare a bussare alla porta della cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che denunciò il furto della macchina del regista, poi ritrovata a Fiumicino, e a quella di Ninetto Davoli che, a distanza di anni dai tragici eventi, fece distruggere l’Alfa Gt del regista». In effetti l’auto di Pasolini è stata demolita da Davoli nel 1987, come risulta anche alla motorizzazione di Roma. «Queste di Pelosi sono dichiarazioni importanti, che andrebbero quantomeno approfondite», annota Nicoletti. «Ma l’inchiesta, come abbiamo già visto, è stata archiviata». Intanto, nel settembre 2014, esce il tanto atteso film “Pasolini” di Abel Ferrara, pubblicizzato come “film verità” sull’ultimo giorno di vita e sull’omicidio, con promesse di rivelazioni clamorose. Il regista americano dichiara alla stampa di conoscere la verità sul delitto Pasolini e di rivelare il vero autore dell’omicidio, con tanto di nome e cognome. «Promesse assolutamente disattese: infatti nel film non solo non viene fatto il nome del vero assassino, ma viene messa in atto una vera e propria azione di depistaggio».
Nelle scene finali viene ricostruita la notte dell’omicidio, continua Nicoletti: «Secondo Abel Ferrara, a uccidere Pasolini non è stato Pelosi – e fin qui va bene – ma un gruppo di sbandati che lo ammazzano perché è ricco e vogliono derubarlo, e perché è omosessuale. Per tutta la sua durata, il film fa credere di voler dare un’ipotesi alternativa sulla dinamica dell’omicidio e sugli esecutori, citando anche brani del romanzo “Petrolio”. Si arriva alla fine del film con tante attese e speranze… E in effetti l’ipotesi alternativa viene data, ma essa è ancora più depistante di quella ufficiale». Esiste invece un altro film, pronto già nel 2012 ma che non è mai riuscito a trovare una distribuzione. Si intitola “Pasolini, la verità nascosta” e il regista è Federico Bruno, che ha ricostruito l’ultimo anno di vita di Pasolini: la stesura del libro “Petrolio” e i capitoli mancanti sull’Eni e sul delitto Mattei, la preparazione del film “Salò” e il furto delle bobine (i negativi), le ultime interviste alla tv francese e a Furio Colombo. «Il film smentisce la tesi ufficiale, portando nuove inedite informazioni. E lo fa davvero, non come quello di Ferrara. Per questo motivo, il film di Federico Bruno è stato boicottato e non distribuito in Italia, rifiutato da tutti, anche dai parenti di Abel FerraraPasolini; mentre invece il film depistante di Abel Ferrara è stato finanziato dallo Stato, appoggiato dagli eredi di Pasolini, e persino presentato in concorso al 71° Festival del Cinema di Venezia».
Negli ultimi mesi, continua Stefania Nicoletti, è stato annunciato un altro film, che uscirà a febbraio 2016: “La macchinazione” di David Grieco, amico e collaboratore di Pasolini, e anche autore della memoria civile al processo Pelosi. Il film racconterà gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini. «In alcune interviste, Grieco afferma che Pasolini è stato ucciso dall’organizzazione che ha compiuto tutte le stragi italiane (che lo stesso Pasolini aveva denunciato nel suo celebre “Io so” e in altri articoli) e messo in atto la strategia della tensione, servendosi di uomini dei servizi segreti e di Gladio». Lo dichiara apertamente, Grieco, intervistato dal “Piccolo” di Trieste: «Pasolini è stato ammazzato da quelli che hanno fatto tutto quello che è stato fatto dal ’69 in poi in questo paese: le stragi, la strategia della tensione, gli omicidi politici, le bombe sui treni, la stazione di Bologna, piazza della Loggia, eccetera. L’organizzazione era molto vasta e quindi non parlo materialmente delle stesse persone. È un’organizzazione che nasce all’alba della Liberazione, quando gli americani arrivano in Italia, l’esercito tedesco è in rotta e loro già stanno pensando a come fronteggiare il nemico sovietico».
«Si crea uno Stay Behind che in Italia si chiama Gladio, organizzazione clandestina ma fino a un certo punto perchè in America è pienamente nota ed è presente in tutti i rapporti della Cia al congresso americano», continua Grieco, che spiega che Gladio «serve a fare qualsiasi cosa purché il comunismo non si espanda e non prenda piede nella parte occidentale o meridionale d’Europa. Qualunque mezzo è lecito». Leggendo queste dichiarazioni, Stefania Nicoletti si domanda: «Come mai David Grieco, amico storico di Pasolini, parla pubblicamente solo adesso? Come mai non l’ha detto prima, anziché aspettare 40 anni? Forse è il segno che “qualcuno” ha deciso che certe verità devono emergere in questo momento storico». Oltre al film che sta realizzando, Grieco ha pubblicato anche un libro: “La macchinazione. Pasolini, la verità sulla morte”, uscito da poche settimane, edito da Rizzoli. Grieco fu tra i primi a raggiungere il luogo in cui fu trovato il corpo senza vita di Pasolini, insieme David Griecoal medico legale Faustino Durante, anche se «risultava che sul luogo del delitto non fosse mai stato convocato un medico legale». Inoltre, Grieco è stato il compagno di Bruna Durante, figlia del medico legale.
Se l’infinita odissea processuale – proprio come quelle delle stragi e dei casi di cronaca “irrisolti” – naufraga in un mare di ombre, sospetti, menzogne e depistaggi, Stefania Nicoletti si concentra sul profilo “simbolico” della vicenda, sempre trascurato. «A mio parere – scrive – nella scelta del luogo e nella modalità dell’omicidio, è stata applicata più volte la legge del contrappasso». L’Idroscalo è un aeroporto (per gli idrovolanti), e Pasolini «aveva scoperto la verità sull’omicidio di Enrico Mattei, morto in un incidente aereo». Un “contrappasso per analogia”? «Anche nella messa in scena del movente sessuale possiamo trovare un contrappasso: l’hanno ammazzato nei luoghi degradati e negli ambienti violenti che aveva sempre descritto nelle sue opere. Le borgate, i ragazzi di vita, l’omosessualità. Da un lato era un ottimo modo per avere una rapida risoluzione del caso e per poi continuare ad infangarne la memoria, dall’altro fu un omicidio per analogia: ti facciamo morire come uno dei tuoi personaggi. Stessi luoghi, stesse persone, stesse modalità».
Ancora cinema: alla fine del 2013 è stata annunciata la pubblicazione di una sceneggiatura risalente al 1959 e rimasta finora inedita, “La Nebbiosa”, in cui Pasolini aveva descritto un omicidio uguale al suo. La trama: un gruppo di teppisti sequestra un omosessuale, lo conduce in uno spiazzo deserto e lo picchia a sangue fino alla morte. I giornali parlano di “visione profetica”, scrivendo che Pasolini “sapeva come sarebbe morto” e che “ha anticipato lo scenario” del suo omicidio. «In realtà, non è che sapeva come sarebbe morto, e nemmeno ha anticipato o profetizzato la sua morte», puntualizza Stefania Nicoletti. «Invece è il contrario: l’hanno ucciso come il personaggio di questa sua opera inedita ora pubblicata. E anche qui possiamo quindi trovare la legge del contrappasso». Secondo la Nicoletti, «è la stessa operazione che fecero con Rino Gaetano e la sua canzone “La ballata di Renzo”», in cui il cantante descrisse la morte di un giovane rifiutato da più ospedali e morto dissanguato nella notte, Rino Gaetanocome in effetti poi accadde all’autore di “Nun te reggae più”. «Anche nel caso di Rino Gaetano si disse che aveva profetizzato la sua morte molti anni prima, quando invece fu il contrario: lo uccisero come in quella sua canzone».
Sulla storia descritta ne “La Nebbiosa”, il quotidiano “Libero” scrive: «L’alba è vicina e i ragazzi caricano in macchina un omosessuale, lo portano in uno spiazzo isolato, lo spogliano e lo massacrano a sangue. Una scena che sconvolge perché ricorda molto da vicino proprio le modalità con cui Pasolini verrà ucciso nel 1975 al Lido di Ostia. Talmente da vicino che, se stessimo scrivendo un giallo e non un articolo, potremmo ipotizzare che chi ha ucciso Pasolini avesse letto il copione e avesse tutto l’interesse a farlo scomparire. Quasi che “La Nebbiosa” potesse contenere quei segreti sulla morte dello scrittore che nemmeno la magistratura è mai riuscita del tutto a chiarire». Preveggenza, appunto, o piuttosto esecuzione progettata sulla base del copione narrato dalla stessa vittima? Per questo Stefania Nicoletti si concentra su “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, l’ultimo film di Pasolini, uscito postumo due mesi dopo la sua morte. Il regista terminò il montaggio proprio il giorno prima di essere ucciso. Film legato a doppio filo all’omicidio: non solo perché si conclude con una strage, ma perché finì direttamente nelle indagini a causa di materiale cinematografico rubato e poi utilizzato per condizionare il regista, forse addirittura per tendergli l’agguato mortale.
E’ noto infatti l’episodio delle bobine di “Salò” rubate alla Technicolor: unico caso nella storia del cinema di furto di “pizze” con richiesta di riscatto (due miliardi di lire). Pasolini si rifiutò di pagare: disse al produttore che avrebbe ricavato un negativo da un positivo e che avrebbe fatto a meno degli originali. Poco dopo, continua Stefania Nicoletti, un personaggio oscuro della malavita romana – si dice che fosse un esponente della Banda della Magliana – andò dal regista Sergio Citti e gli disse di essere in possesso delle pellicole e di poterle restituire anche gratis se avesse organizzato un incontro con Pasolini. Fu lo stesso Citti, amico e collaboratore del regista, a raccontare l’episodio nel 2005, dichiarando anche di non essere mai stato chiamato a testimoniare (secondo il regista Federico Bruno, invece, Citti sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti). Pasolini dapprima rifiutò l’incontro per la restituzione delle “pizze”, non fidandosi dell’ambiente da cui proveniva la proposta. Ma in un secondo Sergio Citti con Pasolini e Ninetto Davolimomento accettò, convinto da Pino Pelosi, che conosceva da qualche mese. «Pelosi fece quindi da esca – consapevole o meno – alla trappola tesa per portare Pasolini a Ostia e ucciderlo».
Il film “Salò” è ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le 120 giornate di Sodoma”, ma Pasolini ne colloca l’ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel Nord Italia occupato dai nazifascisti durante la Repubblica Sociale Italiana (da cui il titolo “Salò”). In una villa isolata, si riuniscono quattro rappresentanti del potere: il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza (Giudice di Corte d’assise), e il Presidente (di una banca). I quattro Signori fanno rapire decine di ragazzi e ragazze, e nella villa infliggono loro ogni tipo di violenza e tortura psicologica, fisica e sessuale. Con il passare del tempo, i giovani perdono la dignità umana e si abbandonano al loro destino, consegnano il proprio corpo e la propria anima ai Signori. Giunti quasi al termine delle 120 giornate, in cerca di una violenza sempre più intensa, i Signori decidono di passare alla forma più estrema di “piacere”: quello assassino, uccidendo la maggior parte dei ragazzi. «È un film scioccante, crudele, terribile. Ma è più di un film… racconta la realtà. Una realtà che non si riferiva solo al periodo in cui è ambientato – afferma Stefania Nicoletti – ma che esisteva anche negli anni ’70 quando Pasolini ha scritto e girato il film, e che continua ad esistere anche oggi».
Una realtà «fatta di abusi atroci, di torture sessuali, di delitti rituali commessi da coloro che detengono il potere, i cosiddetti “insospettabili”, professionisti e persone rispettabili, i vertici del Sistema». Ne parlò anche il blog di Franceschetti nel 2011, riportando «testimonianze di sopravvissuti a un sistema di abusi simili a quelli descritti da Pasolini». Nel film “Salò”, i quattro Signori «rappresentano i rami del potere: nobiliare, ecclesiastico, giudiziario, economico-bancario». Il vero potere. «Nel film i quattro potenti assoldano dei giovani repubblichini di leva e delle SS, e li incaricano di rapire i ragazzi e portarli alla villa. Le milizie nazifasciste rappresentano sia il potere militare (ma a livelli bassi: non sono generali o comunque ufficiali) sia quello politico, che è subordinato agli altri poteri: i quattro Signori si servono dei repubblichini per raggiungere i loro scopi». Il film è suddiviso in quattro parti, che richiamano nel titolo la geografia dantesca dell’Inferno: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Chi conosce il blog di Franceschetti sa quanto siano importanti Dante e la Divina Commedia per le società segrete, sia quelle originarie (iniziatico-libertarie) che quelle più recenti e deviate: «Pasolini, che conosceva bene Un'immagie dell'ultimo film di Pasoliniil sistema in cui viviamo, in questo film ha descritto proprio le organizzazioni massoniche ed esoteriche “nere” che compiono abusi e delitti rituali; e forse, con il richiamo all’Inferno, ha voluto darci un’ulteriore indicazione sulla natura di ciò che ha raccontato».
Un altro particolare che Pasolini ha preso dalla realtà, continua Stefania Nicoletti, è la modalità del rapimento: «I giovani vengono scelti in base a determinate caratteristiche, e vengono strappati dalle proprie famiglie; ma talvolta sono invece i loro stessi familiari che li vendono». Inoltre prendono parte alle sevizie anche le figlie dei quattro super-potenti, trattate come schiave. Significativo anche il fatto che, secondo il regolamento della villa, “i più piccoli atti religiosi, da parte di qualunque soggetto, verranno puniti con la morte”. Nel film come nella realtà, infatti, «all’interno di queste organizzazioni occulte viene osteggiato qualunque tipo di religiosità o di spiritualità autentica, per lasciare spazio invece a quella deviata», scrive la Nicoletti. «Chi “tradisce” il regolamento viene ucciso, come la ragazza a cui nel film viene tagliata la gola davanti a un altare religioso, e il corpo viene mostrato a tutto il gruppo come monito». Molto eloquente il discorso che il Duca pronuncia quando “accoglie” le giovani vittime nella sua villa: «Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo Stefania Nicolettiesterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti».
Una logica che «esprime perfettamente quello che succede davvero all’interno delle organizzazioni di potenti che commettono abusi e delitti come quelli narrati». Nella sua ultima intervista televisiva, concessa a una tv francese il 31 ottobre 1975 (due giorni prima della morte), in occasione dell’uscita del film, Pasolini affermò: «Il cannibalismo? In certi ambienti è un fatto politico reale, in certi ambienti è un fatto politico metaforico». Insomma, a una lettura attenta e profonda, secondo Stefania Nicoletti «si può capire come Pasolini abbia usato l’espediente dell’ambientazione durante l’occupazione nazifascista per raccontare una realtà molto più grande e attuale». “Salò” illuminerebbe un vero e proprio inferno, retroterra di troppe sparizioni “inspiegabili”, delitti eccellenti, fatti di sangue che restano senza colpevoli. E sparizioni di centinaia di minori, in Italia e nel mondo, ogni anno. «Una realtà fatta di violenze e di abusi rituali, di delitti e di sacrifici umani. Una realtà che coinvolge i vertici del potere, ma che viene sistematicamente occultata. Qualcosa di molto pericoloso, che Pasolini non avrebbe dovuto raccontare e che ha pagato con la vita».

fonte: www.libreidee.org

04/11/15

scordatevi sicurezza e privacy, Facebook è in ascolto

Una cosa alla quale siamo diventati tutti troppo abituati è il fatto che la nostra realtà possa venire manipolata per assomigliare a qualcosa di totalmente diverso. Invadere un’altra nazione è un atto di difesa, elezioni corrotte vengono spacciate come democrazia in azione, un numero maggiore di pistole (o armi nucleari) assicurano la pace, il commercio e gli investimenti stranieri aumentano i posti di lavoro a casa. La logica orwelliana è diventata una cosa normale. Ciò che voglio affrontare qui è un altro tipo di manipolazione: il modo in cui Facebook e gli altri social media usano le informazioni che, per la maggior parte inconsapevolmente, gli forniamo – incluse le conversazioni che facciamo nella privacy della nostre case – per pubblicizzare prodotti che non abbiamo richiesto e che quasi certamente non vogliamo, e passare dati al governo. Non sono di sicuro il primo a scoprire questa capacità straordinaria: molti si sono dichiarati sbalorditi e arrabbiati quando si sono resi conto che parole usate nelle conversazioni su Facebook e Twitter, messaggi, location, status, così come quelle usate nelle conversazioni private fra le mura delle proprie case, venivano quasi immediatamente captate e convertite in annunci pubblicitari.
Nomini un certo sport, ed ecco che appare la pubblicità di un’agenzia di prenotazione biglietti. Dici che ti piacerebbe guidare una Lexus ed ecco che compare una pubblicità sulla Lexus. Parli di una vacanza e una pubblicità su Facebook ti raccomanda Big Datauna spiaggia Hawaiana o un piccolo hotel a Parigi che – guarda caso! – avevi appunto nominato ieri! E’ paranoia?  Facebook (o Instagram, Google, o Yahoo) è in grado di origliare le nostre conversazioni? Facebook ammette senza tanti problemi che il suo modello di business si basa sui dati che inseriamo o trasmettiamo on-line, che una volta che ci siamo iscritti i dati sostanzialmente diventano proprietà di Facebook, e che – come ha affermato Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook – alla maggior parte delle persone non interessa poi così tanto davvero, della loro privacy. Chiaramente, Facebook & Co. si difendono dicendo che stanno semplicemente rispondendo ai tuoi bisogni e che, se lo desideri, puoi sempre ridurre (ma non eliminare) la quantità di pubblicità, semplicemente selezionando una lista nelle impostazioni di programma. Ma per quanto riguarda il fatto dell’ascolto, Facebook sostiene che l’utente sia l’unico a controllare il microfono, e che, secondo il capo della sicurezza di Facebook, si debba autorizzare Facebook ad attivarlo. Per caso qualcuno si ricorda di una richiesta di autorizzazione?
Sembra che si possa disattivare la funzione microfono in Windows o nell’applicazione mobile Facebook sullo smartphone o sul tablet. Ma “off”, significa davvero del tutto “off”? Sembrerebbe di no. L’esperienza mia e di mia moglie dopo aver disattivato il microfono sul suo computer, afferma il contrario. Da notare che le pubblicità sono apparse pochi secondi dopo la nostra conversazione. * Jodi ha fatto un commento sull’attrice Robin Wright Penn. Subito, sono comparse pubblicità su film di Sean Penn.* Abbiammo discusso di magliette per i nipoti. Ecco comparire pubblicità proprio per quelle magliette. * Jodi ha parlato della nostra sfida a Scarabeo, lasciata in sospeso. La pubblicità del gioco Yahtzee è comparsa all’istante. * Jodi stava descrivendo il suo aspetto in relazione alla sua età, per esempio le linee di espressione ed i capelli bianchi, ed è comparsa una Mark Zuckerbergpubblicità per la linea “Age Rewind” di Maybelline. E allora uno si chiede, ok, ma spiare non è illegale, un’invasione della privacy?
Ci sono state proteste sul larga scala circa lo spionaggio di Facebook sugli smartphone, ma nessuno cambio di policy da parte di Facebook, a quanto ne so. A livello legale, uno studio belga – e tra l’altro, gli europei sono molto più infastiditi e attenti alle manovre sospette di Facebook di quanto non lo siano gli americani – mette in evidenza  che il “ritirarsi” dalla pubblicità non è lo stesso che dare consenso informato e diretto. Inoltre, Facebook non chiede il nostro consenso per acquisire dati da altre fonti, per raccogliere dati di localizzazione forniti dagli smartphone, per usare foto o altri dati (come il “like”) inseriti dall’utente. Penso che una corretta interpretazione del report belga e dei chiarimenti più recenti di Facebook sulla sua politica (2015), sia che Facebook può raccogliere ed usare ogni tipo di informazione risultante dall’uso di Facebook da parte dell’utente e dallo strumento utilizzato per accedervi. “Ogni tipo di informazione” significa assolutamente ogni dato l’utente Edward Snowdenabbia inserito, sia su se stesso che su persone terze, sia comunicato per scritto, a voce, o attraverso immagini. Anche se si decide di chiudere l’account Facebook, tutti i dati forniti restano in suo possesso.
E c’è un’ulteriore questione, ancora più dannosa: la raccolta e l’uso dei dati provenienti dai social media da parte delle agenzie governative, in particolare l’ Agenzia per la Sicurezza Nazionale (Nsa). Questa pratica, portata allo scoperto da Edward Snowden, include la partecipazione di Facebook, Apple e numerose altre aziende tecnologiche nel programma Prism della Nsa, per raccogliere dati direttamente dalle aziende piuttosto che semplicemente tramite Internet. L’Unione Europea sta ora contestando questa invasione della privacy. Nel 2000, l’Ue ha accettato la proposta americana di istituire un programma di “Safe Harbor” – Porto Sicuro – per il trasferimento agli Stati Uniti dei dati personali raccolti in Europa da Facebook, Google e Amazon. Quell’accordo è stato rivalutato dall’avvocato generale della Corte di giustizia europea, che ha concluso che esso viola i diritti fondamentali degli Mel Gurtoveuropei. L’avvocato generale ritiene che i dati possano «venire utilizzati dalla Nsa e da altre agenzie di sicurezza degli Stati Uniti nel corso di una sorveglianza indiscriminata di massa».
La Corte di giustizia europea ha appena confermato tale opinione, e dichiarato non valido il programma “Safe Harbor”. La decisione della Corte di giustizia è che il Safe Harbor «debba essere considerato come qualcosa che compromette l’essenza stessa del diritto fondamentale al rispetto della vita privata». E’ un colpo duro, sebbene non fatale, per Facebook e per gli altri soggetti coinvolti nel trasferimento di dati in Europa. Gli europei hanno fatto pressioni a queste aziende, in particolare a Google e Amazon, anche circa altre questioni, come nel caso della legislazione antitrust. Idealmente, la decisione della Corte di giustizia e la altre azioni europee incoraggeranno gli americani ad organizzare le loro battaglie per una maggiore tutela della privacy ed una maggior trasparenza sul modo in cui i giganti della tecnologia conducono i loro affari. L’invasione della privacy sui social media vi preoccupa, o considerate la perdita della privacy come il prezzo della socializzazione? Come avete gestito la vostra privacy sul vostro computer, smartphone, o tablet? Avete avuto esperienze di “spionaggio” come quelle che ho nominato?
(Mel Gurtov, “La distorsione della realtà: Facebook è in ascolto”, da “Counterpunch” del 13 ottobre 2015, tradotto da “Come Don Chisciotte”. Professore emerito di scienze politiche alla Portland State University, Gurtov è editorialista di “Asian Perspective”, trimestrale di politica internazionale, e scrive sul blog “In the Human Interest”).

fonte: www.libreidee.org

chiesa di San Giovanni Battista, frazione Dobbiate, Daverio (VA)


Notizie storiche tratte dalla relazione tecnica di restauro da me redatta (Restauri Nicora anno 2004)
Facciata
Sul colle che a sud di Daverio domina tutta la vallata sottostante, estendendo lo sguardo sino alla catena del Rosa, si trova il piccolo abitato di Dobbiate di origini antichissime, a dimostrazione di quanto la sua particolare posizione geografica fosse considerata strategicamente di grande valore. Infatti essendo un punto di osservazione privilegiato è possibile sia stato in epoca romana un luogo di convergenza tra le vie che mettevano in comunicazione i pagi (dal latino pagus -circoscrizione territoriale rurale-) di Varese, Arsago Seprio, Brebbia e Castelseprio e poi nel medioevo stazione di riposo sulle vie di pellegrinaggio che attraversavano il territorio varesino.
Qui sorge la piccola chiesa dedicata a S. Giovanni Battista addossata al nucleo abitativo del paese che ha ospitato, sino ai primi anni dell’ottocento, un convento di Frati dell’ordine dei Minimi. La Chiesa presenta una semplice facciata, rivolta a Ovest, arricchita da un lineare portale in pietra che incornicia il portone d’ingresso sopra il quale campeggia la sigla D O M (abbreviazione dal latino “DEO OPTIMO MAXIMO” che significa “a Dio Ottimo Massimo”).
L’interno si compone di un’unica piccola navata rettangolare terminante con un altrettanto piccola abside quadrata, entrambe coperte da volte a vela decorate con cielo stellato e con la ripetizione del sole raggiante, simbolo della carità e insegna tipica di San Francesco di Paola, fondatore dei Minimi.
Abside fin.
Le lunette laterali, arricchite da motivi geometrici, disegnano finte aperture al cui interno è ripetuta l’immagine dell’agnello con croce trasversale.
La trabeazione, con motivo a palmette e foglie d’acanto, corre lungo tutta la fascia perimetrale..
Le pareti, semplicemente tinteggiate, sono scandita da lesene decorate con capitelli curiosi e singolari a vello d’agnello. Una zoccolatura a finto marmo rifinisce l’insieme.
Una piccola rientranza è stata ricavata nella parete Sud per essere adibita a cappella.
Sulla controfacciata, attorno alla bussola della porta d’ingresso, si trova una bella cornice in legno intagliata con foglie d’acanto e teste di putti, dipinta a finto legno.
 Controfacc. fin.
 L’arciprete D. Francesco Bombognini, nella sua nota e pregevole opera L’Antiquario della diocesi milanese (1828) parlando di Daverio riporta: “…Su d’un colle vicino sta Dobbiate con un bell’oratorio di S. Francesco di Paola, dove era un ospizio dei Minimi, soppresso già da un secolo…”
Forse però il Bombognini si sbagliava datando verso la prima metà del settecento la soppressione del monastero dei Frati Minimi. Un Istromento 14 Marzo 1783, menzionato nel Chronicus parrocchiale da don Francesco Cazzaniga – parroco di Daverio dal 1895 al 1936, documenta la messa in asta dei beni stabili dell’ordine proprio in quella data anche se nello stesso precisa che il convento fu soppresso nel 1897.
“Su d’un colle vicino a San Pietro sta Dobbiate con un bel Oratorio di San Francesco di Paola, dove era un antico ospizio o convento dei Minimi, soppresso nel 1897 circa. Con Istrumento 14 Marzo 1783, i Minimi misero all’asta i loro beni stabili colla condizione che il compratore dei beni di Dobbiate facessero celebrare Messe 255 in una Partita e Messe 65 in un’altra, nel pubblico Oratorio di San Giovanni Battista del detto luogo di Dobbiate. E così pure sarà obbligato a far solennizzare le solite feste del Ss. Rosario e di San Giovanni Battista ogni anno coll’intervento di 6 sacerdoti – applicazione di 5 Messe basse e della Contata ed a supplire alla manutenzione di dette Messe.”
E ancora in un Legato n.16 Dobbiate:
“I Rev.ndi Padri della Congregazione Lombarda-Austriaca dei Minimi di San Francesco di Paola, vendettero nell’anno 1783 i beni componenti il latifondo di Dobbiate, e come risulta dall’estratto autentico dell’Istrumento di vendita 14 marzo 1783 imponevano al compratore quegli obblighi già annunciati. I beni di Dobbiate, gravati dal peso sovra indicato, pervennero ai Sign.ri fratelli Carlo, Pietro e Ing. Gian Battista Bossi, contro i quali la Fabbriceria Riccorrente, otteneva in base a decreto 30 Giugno 1856 N° 904 in forza della quale prenotazione ipotecaria venivano iscritte sugli stabili dei detti fratelli la somma di L. Stat. 13529. In divisione avvenuta tra i sunnominati fratelli Bossi, l’onere dell’adempimento dei pesi qui sopra ricordati fu accollato completamente all’Ing. Gian Battista Bossi (Istr: 31 Marzo 1857 – a rogito Not. Alberti).
La Legge 15 Agosto 1867 che da per iscopo ed effetto di rendere liberi gli stabili dai pesi reali e quindi dalle ipoteche, lascia però come di giustizia a carico dei patroni l’obbligo dell’adempimento dei pesi religiosi. E appunto mentre pendeva la lite iniziata al Tribunale di Varese, con citazione 15 Aprile 1874 (circa la somma che doveva versarsi dai patroni per l’adempimento degli oneri) che fu poi abbandonata, la patrona Sig. Migliavacca Ved. Bossi Gian Battista, il 6 settembre 1878 depositò presso il rev. Parroco Cristoforetti, per consegnare alla Ven.da Curia d Milano L. 705 di annua rendita per l’adempimento degli oneri, già visti, del legato stesso.”
Nel Chronicus viene anche descritto il passaggio della Chiesa di San Giovanni Battista da Patronato a proprietà della Parrochhia di Daverio:
“Circa l’anno 1870 l’Oratorio di Dobbiate minacciava di cadere quindi permisero all’antico patrono De Angeli di fabbricare l’attuale sacrestia e granaio in modo che servissero di appoggio all’intorno assicurandolo. Si dovette lasciare il permesso agli utenti di quel granaio di passare per la sacrestia, permesso che diventò nocivo per il sacerdote che andava a celebrare. Epperò il Parroco scrivente, stanco, fece uso del coro come sacrestia. Devesi però sapere che da 40 anni e più il patrono suddetto non fece spesa di nessun genere per la manutenzione dell’Oratorio, che la chiave d’esso stette sempre presso il Parroco e che ormai havvi piena prescrizione.”
 Volta navata fin.
Sempre dal Parroco Cazzaniga veniamo a sapere che l’Oratorio di Dobbiate aveva sotterranei, nei quali fino all’agosto 1848 giacquero, seduti in poltrone arcaiche, tre cadaveri degli antichi Frati, dispersi poi ai venti per far spazio alle armi che servirono alla rivoluzione lombarda contro il generale Radetzky (1848-’49)
Questa affermazione è confermata tra l’altro dall’Ing. Giuseppe Quaglia nei suoi scritti “Dei sepolcreti antichi scoperti in undici comuni del circondario di Varese”, (1881) al capitolo V “Daverio colle frazioni di Dobbiate e Crosio”:
“Dovendo descrivere le molte circostanze, che riguardano una necropoli da me personalmente esplorata ed al certo delle più estese, che diede svariati prodotti, mi si permetta ul largo tempo con premesse minuziose, ed incomincio: al termine della vasta e ridente pianura lombarda verso nord della provincia di Milano, si elevano amene colline isolate, dell’altitudine quasi parificate a disposte a corona di un vasto piano tra i territori di Azzate e di Daverio. Nella parte di quel piano verso il colle di Dobbiate e precisamente al campo detto della Torre, di proprietà dei signori sac. Alessandro, Zaverio e Giuseppe fratelli Bossi fu Filippo, avvi la necropoli. La circondano a brevi distanze: Azzate verso est, grossa borgata, antichissima, con palazzi e famigle cospique per lontana nobiltà, avente il suo castello, già della regina maria Cristina di Spagna (leggi Savoia) ora del conte Collobiano: – il colle S. Quirino, colla nuova torre della casa Riva, e dove dicesi esistesse un convento, ora disfatto, del quale se ne hanno tracce in un avanzo del coro della Chiesa, e presso cui si escavarono ossa, chiodi e cocci di vasi verniciati con fregi. Molte pietre del convento in isfacelo, diconsi state riimpiegate nell’erezione del campanile di Azzate: – a sud, sempre dela necropoli, vi sono gli abitati di Dobbiate, sopra terreno elevato, morenico e misto a massi granitici, visibili nel versante nord. Ebbe un antico convento coll’attuale oratorio di S. Giovanni, avente sotterranei, nei quali fino all’agosto del 1848 giacquero sedutiin poltrone arcaiche tre cadaveri degli antichi frati. Questi vennero sloggiati e dispersi ai venti, colla distruzione anche dei loro sedili, onde far luogo a nascondere alcune armi della rivoluzione Lombarda, compressa dal ritorno degli Austriaci, guidati dal generale Radetschy. Quell’altura di Dobbiate domina le vicinanze con estesa visuale, ed al convento sovr’essa venne sostituito un palazzotto, già della famiglia Bossi, ora in possesso del signor Angeli; – a poca distanza avvi Crosio, con una piccola chiesa molto antica, alla quale nel 1119 era annesso un chiostro di benedettine, che vivevano sotto la protezione del proposto plebano di Varese, corrispondendo il famoso canone di milanesi soldi 19; – a nord di Daverio, quasi fosse stata una dipendenza di Azzate, per case signorili ed abitatori di molto riguardo, e che ebbe un fiorito Collegio maschile tenuto dalla casa Sessa.”
 Non possiamo essere certi, basandoci sui documenti rinvenuti fino ad ora, in quale anno fu soppresso il convento dei Minimi così come non si conosce la data di edificazione della chiesa stessa. Se è vero come si crede che la chiesetta venne edificata nel XV sec., quando i Minimi non erano ancora arrivati nella Diocesi di Milano (1547), dobbiamo pensare che l’abbiano rilevata, insieme al complesso monastico, da un altro ente religioso.
Don Luigi Del Torchio, già amministratore Parrocchiale di Daverio, nella sua pubblicazione del 2004 dalla quale abbiamo tratto alcuni riferimenti documentari, suggerisce l’ipotesi dell’Ordine degli Umiliati. Innanzitutto per il titolo della Chiesa a San Giovanni Battista, che deve risalire almeno alla costruzione quattrocentesca perché, se i Frati Minimi l’avessero edificata avrebbero sicuramente pensato di dedicarla al loro santo fondatore, San Francesco di Paola. E il Battista, in qualità di patrono dei cardatori della lana per via dell’emblema dell’agnello, era particolarmente venerato dagli Umiliati al punto da essere considerato quasi il loro patrono in quanto la loro principale occupazione era la lavorazione della lana.
Sempre per il Del Torchio i fabbricati attigui all’Oratorio di Dobbiate potevano essere i complessi assai simili ai monasteri, denominati prevosture, dove vivevano i sacerdoti mentre i fratelli laici, maschi e femmine abitavano in domus e grange, fattorie strutturate come vere e proprie aziende agricole.
I simboli poi presenti all’interno della chiesa sembrerebbero avvalorare l’ipotesi dell’ordine degli Umiliati; l’agnello, antica insegna umiliata e i capitelli, trattati in modo da rendere l’idea del vello d’agnello presenti anche nell’antica abbazia umiliata di Mirasole a Milano.
Capitelli
Dopo la soppressione dell’Ordine, nel 1571, San Carlo Borromeo assegnò ad altri religiosi tutti i beni e le case degli Umiliati. Considerando il fatto che i Minimi si stabilirono per la prima volta a Milano nel 1547 si potrebbe far risalire proprio agli ultimi decenni del XVI sec. il loro ingresso nella comunità dobbiatese.
Paola Mangano
Bibliografia
-Dei Sepolcreti Antichi Scoperti in Undici Comuni Del Circondario Di Varese, Provincia Di Como. Memoria … Corredata Col Catalogo Degli Oggetti Archeologici E Preistorici Posseduti Dall’autore in Varese , Giuseppe Quaglia, 1881
– La cascina monastero degli umiliati in Dobbiate di Daverio, Don Luigi del Torchio, G.A.V. Cuveglio 2004

fonte: passionarte.wordpress.com

01/11/15

PPP - 9 -

LE PROFEZIE DI PASOLINI




di Gianni Lannes
  
C’era una volta Pier Paolo Pasolini. Di lui amo l’anima corsara e veggente. Nella profezia scritta nel 1972 del romanzo postumo Petrolio - che Garzanti non volle pubblicare e mandò in stampa poi l’Einaudi, Pasolini aveva annotato, ben 8 anni prima della strage di Bologna:

«La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari (…)». L'ordigno, infatti, viene piazzato nella sala d'attesa della stazione di Bologna. La strage viene descritta come una “visione”.


Pasolini aveva intuito la verità indicibile sul delitto Mattei e sulle stragi di Stato. Le sue ultimissime parole pubbliche (1 novembre 1975), infatti, sono state:
 
«Voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere».

Poeta, scrittore, regista di un cinema irripetibile - Le ceneri di Gramsci, Ragazzi di vita, Accattone, Salò - e polemista con Gli scritti corsari, dove disse della mutazione antropologica cui andava incontro la società italiana, chiedendo infine un processo per la classe dirigente del belpaese, che lui chiamava “il palazzo”.

Pasolini del quale ricorrono i 40 anni dalla tragica uccisione, mostra intatta ancora oggi la realtà della propria assenza. La perdita della passione intellettuale. «Si applaudono soltanto i luoghi comuni, mentre sarebbe il caso di coltivare l'atrocità del dubbio», dirà ai ragazzi durante una dibattito sulla terrazza del Pincio, poco prima del 2 novembre 1975, quando all'idroscalo di Ostia venne spietatamente assassinato da tre balordi mandati su commissione.

«L'immagine più bella di Pasolini è quella dell'umile Italia, del popolo innocente e percosso, affamato di storia» scriverà Paolo Volponi. Dov'eravamo, ma soprattutto cosa eravamo quella notte novembrina di 40 anni fa? Per tanti i ricordi sono rimasti intatti. Ero in quinta elementare e il maestro l'indomani ci chiese di scrivere un tema. Oggi in questo nulla dilagante, occorre interrogarsi sulla memoria e l'eredità di una grande poeta civile, andate forse disperse insieme al suo mondo, al suo immenso coraggio politico.

fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

31/10/15

in regalo anche Poste Italiane, 600 milioni l’anno di profitti

È partita lunedì scorso la privatizzazione di Poste Italiane, che verrà realizzata attraverso la collocazione sul mercato di azioni della società corrispondenti a poco meno del 40% del capitale sociale. L’obiettivo dichiarato dal governo Renzi è l’incasso di circa 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Già da questa premessa emerge il carattere ideologico dell’operazione: l’incasso di 4 miliardi di euro comporterà, infatti, un drastico calo del nostro debito pubblico dall’attuale vertiginosa cifra di 2.199 miliardi di euro (dati Banca d’Italia, fine luglio 2015) alla cifra di 2.195 miliardi (!). Senza contare il fatto di come l’attuale utile annuale di Poste Italiane, pari a 1 miliardo di euro, andrà calcolato, come entrate per lo Stato, in 600 milioni di euro/anno a partire dal 2016. Si tratta di un evidente rovesciamento ideologico della realtà: non è infatti la privatizzazione di Poste Italiane ad essere necessaria per la riduzione del debito pubblico, quanto è invece la narrazione shock del debito pubblico ad essere la premessa per poter privatizzare Poste Italiane.
Fatta questa premessa, occorre aggiungere come anche il prezzo di vendita del 40% di Poste Italiane sia stato ipotizzato al massimo ribasso, prefigurando, ancora una volta, la svendita di un patrimonio collettivo. Infatti, mentre Banca Imi, filiale di Poste ItalianeIntesa Sanpaolo, attribuiva, non più tardi di una settimana fa, un valore a Poste Italiane compreso fra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi di euro, e mentre Goldman Sachs parlava di una cifra compresa i 7,9 e i 10,5 miliardi, ai blocchi di partenza della vendita delle azioni la società risulta valorizzata fra i 7,8 e i 9, 79 miliardi. A questo, vanno aggiunti tutti i fattori di rischio insiti nell’operazione, legati al fatto che mentre si decide di privatizzare un servizio pubblico universale, consegnandolo di fatto alle leggi del mercato, se ne rafforza al contempo, per rendere più appetibile l’offerta, il carattere monopolistico nel campo dei servizi oggi offerti, per i quali non v’è invece alcuna certezza rispetto al domani: parliamo dell’accordo vigente con Cassa Depositi e Prestiti per la gestione del risparmio postale (1,6 miliardi di commissione), così come dei crediti vantati da Poste nei confronti della pubblica amministrazione (2,8 miliardi). Senza contare come la società abbia in pancia strumenti di finanza derivata, il cui “fair value”, al 30 giugno 2015, risulta negativo per 976 milioni di euro.
Ma aldilà di queste considerazioni economicistiche, è a tutti evidente come, con il collocamento in Borsa del 40% di Poste Italiane muti definitivamente la natura di un servizio, la cui universalità era sinora garantita dal suo contesto di garanzia pubblica, che permetteva, attraverso i ricavi realizzati dagli uffici postali delle grandi aree densamente urbanizzate, di poter mantenere l’apertura di uffici, spesso con funzioni di presidio sociale territoriale, in tutto il territorio italiano, a partire dai piccoli paesi. E’ evidente come la privatizzazione in atto inciderà soprattutto su questo dato: per i dividendi in Borsa diverrà assolutamente necessario il taglio dei rami economicamente secchi, ovvero la drastica riduzione degli sportelli nelle aree poco popolate. E, infatti, il piano industriale già prevede – ma sarà solo l’assaggio – la diversificazione dei modelli di recapito, che Renzida ottobre 2015 rimarrà quotidiano per nove città definite ad “alta densità postale”, mentre diverrà a giorni alterni per 5267 comuni.
Quasi tautologico sottolineare l’impatto sul mondo del lavoro, che vedrà una drastica riduzione – si parla nel tempo di 12-15.000 posti in meno – oltre al sovraccarico di ritmi per quelli che avranno la fortuna di essere sfuggiti alla mannaia. Di fatto, con la privatizzazione di Poste Italiane si cerca di rendere espliciti processi che già con la precedente trasformazione in SpA erano rimasti sotto traccia: un’attenzione sempre più residuale al servizio di recapito postale (anche per motivi legati all’innovazione tecnologica) e un accento sempre più marcato sul ruolo finanziario di Poste Italiane, che, oggi, grazie alla capillarità dei suoi presidi territoriali (13.000 sportelli), costruiti negli anni con i soldi della collettività, può tranquillamente lanciarsi in Borsa sfruttando la fidelizzazione dei cittadini accumulata in decenni di ruolo pubblico, per metterla a valore in prodotti assicurativi, finanziari e in sempre più spregiudicate speculazioni di mercato. Stupisce, ma fino a un certo punto, la totale condiscendenza dei principali sindacati ad un percorso che non avrà che ricadute negative sia sul fronte del lavoro che su quello dei servizi per i cittadini. Non vale la foglia di fico dell’azionariato popolare, che in realtà rende la truffa ancor più compiuta: con le azioni per i dipendenti e gli utenti si fa un ulteriore favore ai grandi investitori, che potranno controllare la società senza neppure fare lo sforzo di mettere soldi per acquistarla.
(Marco Bersani, “La Posta in gioco”, da “Megachip” del 16 ottobre 2015).

fonte: www.libreidee.org

27/10/15

le sorelle Macaluso

grandissima Emma Dante.
dopo la deusione (ma non cocente, niente di grave) del suo film di due anni fa, Via Castellana Bandiera, mi sono ritrovata felice e contenta al Piccolo Teatro Grassi a vedere questo gioiellino teatrale.
poco più di un'ora di spettacolo ma così intenso, così speciale, così genialmente narrativo, così schietto ed emozionante da non credersi.
la condensazione mi sembra un elemento fondamentale del lavoro teatrale della Dante, dove la narrazione non si sofferma su lunghi interminabili dettagli di parola (ieri sera ho visto Morte di un commesso viaggiatore all'Elfo Puccini e avrei voluto sparare a qualcuno tanto la parola veniva esasperata ripetuta ossessivizzata, e quindi annullata, fino alla noia se non alla rabbia in tre ore e mezza di spettacolo) ma trova soluzioni inedite e francamente geniali per arrivare al cuore della storia, e al cuore dello spettatore.
si inizia con un funerale e si finisce con lo stesso. la sorella maggiore è morta e celebra la sua non vita (come inconsapevole di essere morta) celebrando il sogno della sua vita, la danza.
e qui è dura non tremare, è dura non cedere a un senso di perdita, alla perdita, più che della vita, del sogno.
e tutta la storia vede la terra del sud, l'accento della lingua di Sicilia ma non solo, fare da padrona sul senso della vita, il suo ritmo, le sue cadenza, i suoi riti. è un omaggio maestoso alla terra di origine, alla madre terra, alla Grande Madre. le sorelle sono corpi di sorellanza e si mostrano, si trasformano, si amano e si odiano, anche si uccidono. tutto è segno, tutto è simbolo, anche il mare, tanto agognato e alla fine concesso, grande culla della vita, e luogo di morte.
eccola la vita segnata dalle mancanze, mancanza di madre, mancanza di padre, mancanza di riconoscimento che poi trabocca di un pieno, pieno di baldanza, di chiasso, di unione, di complicità.
spettacolo indimenticabile, tra ironia e leggerezza, tra tragedia e cordoglio, pettegolezzo fatuo e ferocia della parola, amore soffocante e vuoto di senso, ovvero la famiglia, la vita, e il suo opposto, la disgregazione.
sembra impossibile, eppure è tutto lì, nel linguaggio della Dante, in un'ora o poco più.




fonte: nuovateoria.blogspot.it