15/09/15

colori

AFFRESCO CAP. XIV – COLORI PER AFFRESCO DAL PADRE ANDREA POZZO

Tollini
L’elenco dei colori che il padre Pozzo ci dice poter essere usati per dipingere ad affresco è per noi di grande interesse per chiarire e comprendere, dal lato tecnico, certi aspetti della pittura del tardo Seicento e Settecento (il padre Pozzo visse dal 1642 al 1709 A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum).

Frontespizio del libro di A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum
Frontespizio del libro di A. Pozzo, De perspectiva pictorum et architectorum
I suoi consigli dovevano essere infatti molto seguiti, dato che il suo libro ebbe grande fortuna e risonanza in tutta Europa; dopo la prima edizione ne vennero pubblicate ben altre sette (l’ultima del 1793) e, oltre il testo latino e italiano, traduzioni in francese, inglese, tedesco (inoltre la sua “Breve istruzione” fu inclusa in una “Antologia dell’arte pittorica” Augusta 1784 pagg. 277-290). E’ da notare che padre Pozzo, che nei casi difficili indica le regole da seguire per la fattura di buoni colori, era riuscito ad adoperare in fresco il cinabro, colore da sempre ritenuto contrario a tal genere di pittura, unendolo con l’acqua “che bolle” al momento in cui si fa la calce viva. Ugualmente si potevano ottenere bianchi da usare in affresco ricorrendo all’unione con la calce nelle maniere indicate, da gusci d’uovo o da polvere di marmo. Utile è quindi, data anche la difficoltà di poter avere sottomano il testo di padre Pozzo (a differenza del “Libro dell’arte” del Cennini) riportare quanto scrive il nostro artista:
“Bianco di calce – cioè bianco san giovanni – è il meglior di tutti per mescolarlo con i colori sì per le carnagioni come per i panneggiamenti, purché la calce sia stata bagnata di sei mesi o un anno. Si distempri con acqua e si coli per setaccio in qualche vaso capace, lasciandola calare a fondo e gettarne via l’acqua che galleggia, onde possa tenersi su la tavoletta de’ pittori” gli stessi consigli all’incirca del Cennini.
“Bianco di scorze d’uovo: questo ancora è molto bianco ed è buono ad adoprarsi a fresco ed a secco e per comporre i pastelli per ritoccare. Si raduna prima gran quantità di detti gusci, purgansi poi dalle feccie con farli bollire con un pezzo di calce viva, avendoli però alquanto pesti, poi si colano e lavansi con acqua di fontana; dinuovo più sottilmente si pestano e lavano, il che tante volte si torna a fare finché ne coli l’acqua chiara; indi si macinano sottilissimamente su la pietra da pittore, se ne fanno piccoli pani i quali, asciugati che sieno al sole, si adoperano per carnagioni o panni bianchi e dounque sarà in piacere. E’ d’avvertire però che, se tal sorte di gusci pesti stessero per qualche tempo bagnati, renderebbero una puzza insopportabile; il rimedio si è, chiusi bene in vaso di terra, mandarli a cuocere alla fornace.”
“Bianco di marmo di Carrara: si riduce in polvere il marmo e si macina con acqua mescolando con la calce acciò abbia più corpo; anch’egli è buono, ma questa fatica è superflua a chi ha calce vecchia o gusci d’uova.”
“Cinabro: questo colore è il più vivace di tutti ed è affatto contrario alla calce, particolarmente quando è esposta all’aria; quando però la pittura sta al coperto, io l’ho spesso adoperato in molti panneggiamenti, avendolo però prima purgato col secreto che ora dirò. Prendasi cinabro puro in polvere e postolo in una scodella di maiolica vi s’infonde sopra quell’acqua che bolle quando in essa si disfà la calce viva, ma sia l’acqua quanto più chiara si può; poi si getti l’acqua e più volte allo stesso modo vi si rifonda della nuova; in questa maniera il cinabro s’imbeve della qualità della calce né le perde gia mai”. Si può qui ricordare che nel Trecento, ma solo a Firenze come ci fa sapere il Cennini (“non so che s’usi altrove che a Firenze”), il cinabro si contraffaceva in affresco con il cinabrese che si otteneva mescolando la più bella e più chiara sinopia con un purissimo bianco san giovanni (due parti di sinopia e una di bianco), ottenendo un colore“perfettissimo ad incarnare, o ver fare incarnazioni di figure in muro e lavorarlo in fresco….e talvolta ne può fare di belli vestiri, che in muro paiono di cinabro” (Cennini cap. XXXVIIII).
“Vetriolo brugiato: riesce mirabilmente sulla calce fresca il vetriolo romano cotto alla fornace, macinato con acqua viva; fa da sé solo un rosso come di lacca, ma particolarmente è buono per abbozzare e far il sostrato al cinabro; da amendue in un panneggiamento ne risulta un colore di lacca fina al pari dell’oglio.” Il vetriolo verde è un solfato ferroso che, cotto in fornace, per decomposizione termica, e conseguente ossidazione, dà luogo ad ossido ferrico rosso.
“Rossetto d’Inghilterra: in mancanza del vetriolo fa quasi l’istesso effetto per essere anch’egli di vetriolo; se si adopera con chiari-oscuri, su la calce ben fresca, al seccarsi par lacca.”
Segue l’elenco delle terre cominciando dalla terra rossa; “questa terra (come tutte le altre sono più proprie per dipingere a fresco) si adopera per le carnagioni, panneggiamenti e ovunque fa bisogno.”
“Terra gialla brugiata: tira al rosso pallido ed è buona per gli oscuri delle carnagioni, mescolata con terra nera di Venezia; serve ancora per le ombre de’ panneggiamenti gialli”
“Terra gialla chiara: in Roma si adoprano due sorti di terre gialle, una chiara e l’alra oscura, nel loro genere ambedue bellissime; si adoprano con polizia né panneggiamenti, non hanno invidia al giallolino; altre terre gialle si trovano in altre parti d’Italia.”
“Giallolino di fornace: chiamasi in Roma giallolino di Napoli. Io l’ho adoprato a fresco e si è conservato; ma non mi sono mai cimentato di esporlo all’aria.” (è il giallorino ricordato dal Cennini)
“Pasta verde: è fatta col sugo di spincervino (spino cervino, pianta che ha bacche di colore verde);mescolata con calce bianca diventa gialla, ma il colore svanisce alquanto.”
“Terra verde: quella di Verona è la più bella, anzi l’unica per panneggiamenti sulla calce fresca, essendo gli altri verdi quasi tutti artificiali e contrarii alla calce; altre terre verdi si trovano, ma inferiori.”
“Terra d’ombra: è buona per le ombre particolarmente de’ panneggiamenti gialli.”
“Terra d’ombra brugiata: è molto eccellente per le ombre delle carnagioni mescolata con terra nera di Venezia, particolarmente nei maggiori oscuri.”
“Terra nera di Venezia: è la più oscura di tutte per lavorare a fresco, e buona per gli oscuri dlle carnagioni e fa lo stesso effetto della fuliggine a secco, o del spalto – asfalto – a oglio.”
“Terra nera di Roma: fa l’effetto che fa il nero di carbone e si adopera assai per tutto.”
“Nero di carbone: si prende legno di vite, si brugia e si macina; è buono ad ogni sua proprietà. Vi è più sorti di neri, di ossa di persiche brugiato (noccioli di pesche), di carta, di feccie, di vino (la posatura di vino calcinata) che tutti son buoni per lavorare a fresco, salvo il nero d’osso.”
“Smaltino: è buono a fresco e si deve porlo prima di tutti gli altri colori mentre la calce è ancora fresca, altrimenti non attacca; passata un’ora si dà la seconda manoacciò resti del suo bel colore. Il più semplice può servir per ombre, ma nei maggiori oscurisi adopra nero di carbone. Di tutti li colori accennati s’intende mescolati con bianco per cavarne il chiaro e scuro, e le mezze tinte all’uso dei pittori.” Lo smaltino, chiamato anche azzurro di Sassonia, è polvere vitrea di silicato di potassio colorata in azzurro dall’ossido di cobalto.
“Oltremarino: riesce tanto a fresco quanto a secco; solo non si adopra da molti perché egli è caro.” (già il Ghirlandaio, nella cappella Tornabuoni in S. Maria Novella a Firenze, era riuscito a usare il lapislazzuli in affresco, probabilmente ricorrendo a un “segreto” analogo a quello che il padre Pozzo ci descrive per il cinabro).
“Morel di sale: mescolato con lo smaltino fa pavonazzo, anzi per sé solo fa la detta tinta.”
“Questi – scrive alla fine il padre Pozzo – sono i colori che si possono adoprare nelle pitture a fresco. Colori contrari alla calce e che non si possono adoprare nelle pitture a fresco sono biacca, minio, lacca di verzino, lacca fina, verde rame, verde azzurro, verde porro, verde in canna, giallo santo, giallolino di Fiandra, orpimento, indico, nero d’osso, biadetto”

il padre gesuita Andrea Pozzo, pittore, architetto e teorico della prospettiva (Trento 1642 - Vienna 1709), nelle ultime sette pagine del suo libro “De perspectiva pictorum et architectorum” ci ha lasciato una “Breve instruttione per dipingere a fresco” di grande utilità sia per comprendere come era cambiata la tecnica di preparazione dell’intonaco stesso sia per l’elenco dei colori che potevano essere usati per dipingere ad affresco.

Il padre gesuita Andrea Pozzo, pittore, architetto e teorico della prospettiva (Trento 1642 – Vienna 1709), nelle ultime sette pagine del suo libro “De perspectiva pictorum et architectorum” ci ha lasciato una “Breve instruttione per dipingere a fresco” di grande utilità sia per comprendere come era cambiata la tecnica di preparazione dell’intonaco stesso sia per l’elenco dei colori che potevano essere usati per dipingere ad affresco.
Bibliografia:
– Ugo Procacci, Luciano Guarnieri, Come nasce un affresco, Casa Editrice Bonechi Firenze, 1975.

fonte: passionarte.wordpress.com

13/09/15

Costantino Brumidi


Apoteosi di George Washington

è stato un pittore italiano naturalizzato statunitense. Divenuto famoso per avere realizzato l'affresco che adorna l'interno della cupola del campidoglio di Washington noto con il nome di "Apoteosi di George Washington" è ritenuto essere uno dei più importanti artisti americani della sua epoca.

Nacque a Roma da padre greco e madre italiana. Il suo fu un talento che si manifestò molto precocemente tanto che ancora prima di emigrare negli Stati Uniti ebbe occasione di ricevere diversi incarichi. Tra questi degni di nota quelli ricevuti prima dalla famiglia Torlonia ed in seguito da papa Gregorio XVI nel corso di tre anni durante i quali lavorò per lo Stato pontificio. Sempre durante questo periodo mentre si trovava a Roma ebbe anche occasione di collaborare con Domenico Tojetti.

L'evento che probabilmente spinse Brumidi ad emigrare fu l'occupazione di Roma nel 1849 da parte dei francesi. Dopo aver aderito brevemente alla Repubblica Romana ed essere stato per poco tempo incarcerato dal governo pontificio lasciò Roma, con la moglie e i figli e partì alla volta degli Stati Uniti dove nel 1852 ricevette la cittadinanza e dove in seguito si risposò altre due volte. In questo primo periodo si stabilì a New York dove continuò ad esercitare la professione di artista realizzando principalmente ritratti su commissione. Successivamente dopo essersi affermato come artista ricevette incarichi di maggiore rilevanza quale la crocefissione nella chiesa di S. Stefano per la quale realizzò anche il martirio di S. Stefano e l'assunzione di Maria. Sempre in questo periodo fu anche incaricato di realizzare un affresco per la Taylor's Chapel di Baltimora.

Nel 1854 Brumidi lasciò gli Stati Uniti alla volta del Messico dove realizzò una rappresentazione allegorica della santa trinità nella cattedrale di Città del Messico. Di ritorno dal Messico ebbe occasione di visitare Washington D.C. ed il suo campidoglio dove gli si offrì la possibilità di realizzare alcune delle decorazioni. Assunto per tale compito dal Quartermaster general Montgomery C. Meigs il suo primo lavoro per conto del governo federale fu la realizzazione delle decorazioni per la sala conferenze del United States House Committee on Agriculture. Originariamente assunto con una paga giornaliera di 8 dollari al giorno, Jefferson Davis l'allora segretario della difesa, soddisfatto dall'opera del Brumidi, fece aumentare la sua paga a 10 dollari al giorno. Dopo che le sue opere erano state apprezzate anche da altri alti funzionari e personaggi di spicco, ricevette ulteriori incarichi da parte del governo federale e gradualmente assunse la carica se pure non ufficiale di artista di stato. Ciò nonostante la sua opera principale è ritenuta essere la l'Apotheosis of George Washington realizzata all'interno della rotonda sul soffitto della cupola che sovrasta il campidoglio. Dal 1855 per i successivi 25 anni lavorò con grande perizia alla realizzazione di questa opera, tanto da meritarsi l'appellativo di "Michelangelo degli Stati Uniti". Tuttavia l'opera al momento della morte del Brumidi era ancora incompiuta, nonostante egli avesse già realizzato la maggiore parte delle decorazione della rotonda e del suo affresco. Tra le sue opere principali sempre realizzate per conto del governo federale degna di nota è anche la realizzazione di una serie di affreschi che adornano il cosiddetto corridoio di Brumidi.

Ulteriori sue opere si trovano nelle chiese di Filadelfia, a Frederick nello stato federale del Maryland e nella chiesa di Santo Stefano a Manhattan.

Brumidi cambiò il proprio nome da Costantino a "Constantino", aggiungendo così una "n" in più in onore probabilmente delle origini greche del padre. Egli morì il 19 febbraio 1880 a Washington D.C. mentre lavorava al suo ultimo affresco; infatti cadde da una impalcatura e poco dopo spirò.

Onorificenze

Medaglia d'oro del Congresso - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro del Congresso

«"Una risposta a una preghiera" è così che il curatore del Campidoglio ha descritto l'arrivo di Brumid in questa città alla fine del 1854. E giustamente... oggi il Campidoglio si trova, a mio avviso, come la più bella galleria d'arte nel paese, l'arte qui non si siede al minimo in mostra, tutti i giorni l'edificio si riempie di vita e riempie l'anima del Congresso.»

1º luglio 2008

fonte: Wikipedia

11/09/15

Violette


Violette - Avrebbe voluto fossimo ossute, taglienti. Ci sfaldavamo in aghi di pietra. Il bacio rallentò nelle mie viscere, disparve, calda corrente marina

bel film, mi è piaciuto davvero molto.
figure femminili in primo piano, Violette Leduc e Simone De Beauvoir.
che dire...
due donne diverse, due mondi diversi, due scritture diversissime. 


Nella Francia occupata dai nazisti Violette Leduc traffica nel mercato nero e cerca di portare avanti un mènage difficile con un coniuge gay. Il suo incontro con Simone De Beauvoir le cambia la vita. La scrittrice la spinge a trasformare le proprie angosce esistenziali in parole scritte. E' l'inizio di un percorso che la porterà ad essere una delle scrittrici più coraggiose ed apprezzate della Francia. Violette Leduc non è famosissima al di qua delle Alpi ma in Francia, negli anni in cui i Sartre, i Genet, i Cocteau erano al centro dell'attenzione, costituì un elemento dirompente in ambito letterario. Non si era mai avuta una donna che sfidasse la censura con romanzi in cui la vita stessa dell'autrice costituisse il focus di una narrazione in cui si parlava apertamente di aborto, di sesso, di omosessualità femminile. Non è un caso che il libro di maggior successo di Violette Leduc sia stato l'esplicitamente autobiografico "La bastarda" in cui il conflitto con la figura materna, che ancora cercava di dominare la sua vita, si ripresenta dopo che nel romanzo d'esordio "L'Asphyde" era già stato ampiamente trattato. "Violette Leduc non fa niente per piacere: non piace e fa persino paura" scrisse Simone de Beauvoir nella prefazione del libro. Martin Provost (regista del film) si accosta con sensibilità a questa donna che non si sentiva voluta da nessuno così come all'amore dichiarato per la De Beauvoir (e corrisposto in forme diverse da quelle che lei avrebbe desiderato). I suoi continui tormenti interiori, la sua ricerca di una pacificazione inarrivabile, la sua interiorità di donna letteralmente affamata di una vita che lei stessa finisce con il complicare vengono tradotti da Devos in sguardi, gesti, reazioni che non vanno mai sopra le righe consentendoci di avvicinarci a una scrittrice che ha saputo lasciare un segno nel tempo in cui le è stato dato di vivere scrivendo di sé: "Com'è grandiosa e musicale la mia scorciatoia di erbe pazze. E' fuoco che la solitudine posa sulla mia bocca".
Violette - Un film di Martin Provost. Con Emmanuelle Devos, Sandrine Kiberlain. 


la descrizione di questa donna, Violette, è toccante e magistrale.
e altrettanto lo è, anche se meno ravvicinata e approfondita, quella di Simone.
diciamo che qui, Simone, risalta nel contrasto con Violette, tanto algida e razionale la prima, composta e di successo, tanto sguaiata ed emotiva, disperata e sola, è la seconda.
ovviamente le due scritture non si toccano, un linguaggio così dirompente, intimo, sessuato e corposo quale quello di Violette non condivide nulla con le descrizioni accurate e illuminate della sua amica e rivale. aperte entrambe alla vita, capaci di dire e pensare quello che le donne non dicevano e non pensavano, separate dal buon senso comune che le voleva adese alla vita borghese (e che modo di intellettuali e figure letterarie uniche nella storia del mondo) e lanciate nel mondo della comunicazione femminile più interiorizzante, sono due stelle luminosissime, strepitose entrambe in questo film.
quanto dolore e violenza deturpante nella vita di Violette, così intensamente espressa nella sua scrittura. e quante mirabile acutissima intelligenza in quella di Simone De Beauvoir, ogni parola espressa è senza scampo, una parola assoluta. Sono entrambe ineluttabilmente potenti, in modo diverso, opposto, universale. quel che mi ha colpito sono le descrizioni del "dopo film", da parte del pubblico maschile, che ha visto affascinate e sensuale le De Beauvoir in contrapposizione a una Violette brutta e sgraziata. in verità così non è, è chiaro che Violette, seppure non bella, è sensuale e femminile, bionda con i capelli spesso sciolti, porta gonne corte e tacchi, all'occorrenza si trucca ed è morbida di forme mentre Simone è secca e vestita in modo rigoroso, quasi sempre di scuro, con scarpe basse da suora, capelli sempre raccolti e mai sorridente. ma nello sguardo maschile, io credo, una Violette è terrificante, troppo passionale e incontenibile, spesso sofferente e quasi paranoica, scomposta e in mostra, troppa roba per un uomo, troppo di tutto, decisamente troppo. un femmineo che crea turbamento, un turbamento intollerabile, una forma di bulimia emotiva che travolge tutto: infatti era sola, sempre sola, mortalmente sola. ed ecco che una Simone risulta angelica, affascinante nella sua rigorosa compostezza, addirittura più femminile e desiderabile. l'attualità conferma la storia.

solo Simone, nella censura durissima che rese, per molto tempo, difficile se non impossibile la vendita dei suoi libri, solo Simone sapeva accogliere il suo tormento senza indietreggiare e apprezzare la sua prosa le cui "piccole frasi affannose ci afferrano alla gola: d'improvviso un grande vento ci solleva nel cielo senza fine e l'allegria batte nelle nostre vene" (Simone De Beauvoir).

fonte: nuovateoria.blogspot.it

Adriatico: inquinamento nucleare


 Trieste (rada San Bartolomeo):
portaerei nucleare USA all'ancora 

di Gianni Lannes




Trieste è uno dei 12 porti nucleari italiani, dove unità a propulsione ed armamento atomico della NATO possono transitare e sostare indisturbate, senza alcun tipo di controllo civile. E i piani obbligatori di sicurezza per la popolazione italiana? Inesistenti, obsoleti o addirittura segreti.

Ecco quello che una ricerca scientifica ha evidenziato nel 1996, ovvero la presenza nei sedimenti marini dell'Adriatico settentrionale, da Trieste ad Ancona, in particolare di plutonio 239 e plutonio 240 (pericolosi per 24.400 anni).

A proposito, in Italia che esito sanitario ed ambientale ha avuto l'incidente del 22 novembre 1975? Due navi nordamericane, la portaerei J.F.Kennedy e l'incrociatore Belknap, a bordo della quale vi erano armamenti nucleari, (come testimonia l'allarme in codice "broken arrow" che fu lanciato dal comandante della sesta flotta e che indica appunto un incidente che vede coinvolte armi nucleari) si scontrarono al largo della Sicilia. Il Belknap che equipaggiava missili atomici prese fuoco e fu gravemente danneggiato. L'ordine di Washington fu perentorio: "non informate gli alleati italiani".



riferimenti:

 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/02757549608039089#.VfBByX2-WLw







fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it

08/09/15

i pugni in tasca



è un film del 1965, scritto e diretto da Marco Bellocchio, all'esordio nella regia di un lungometraggio.

Si tratta di un film manifesto, per certi versi anticipatore della contestazione sessantottina.

Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare.

Trama

La storia si svolge in uno spazio chiuso, angosciante, dove vivono i componenti di una famiglia borghese piacentina senza pace, malsana e autodistruttriva, talmente attaccati gli uni con gli altri, che soli non hanno ragione di esistere:

la madre, cieca, ancorata ai ricordi

il fratello minore Leone, affetto da ritardo mentale ed epilessia: un ragazzo tenero, indifeso ed immensamente dolce ma inutile agli occhi degli altri familiari

Augusto, il fratello maggiore, l'unico "normale", cinico e mediocre, che aspira a farsi una propria famiglia, al benessere economico, all'integrazione nella società ad ogni costo

Giulia, l'unica sorella, molto curiosa nei confronti dei vari aspetti della vita (spia le prostitute) e apparentemente normale, è in realtà anch'essa disturbata e ferma psicologicamente ad una preadolescenza che la lega morbosamente al fratello Sandro, al punto da consumare un incesto

Alessandro, o Sandro: pazzo ed epilettico anch'egli, è tuttavia anche lucido nell'avvertire il disagio della famiglia, un disagio che lo ossessiona al punto da desiderare la morte dei componenti. Sandro non sa uscire dalla propria autocontemplazione, dal suo estremo narcisismo e non sa crearsi nessun rapporto se non all'interno dalla famiglia.

Produzione

Il film venne realizzato in grande economia e circolò con una distribuzione indipendente. La famiglia Bellocchio contribuì alla realizzazione del film: il fratello di Marco Bellocchio, Tonino, finanziò l'opera con cinquanta milioni; l'interno della casa è quello della madre del regista.

Le riprese in esterno furono girate tra Bobbio e Piacenza. Il montaggio fu curato da Silvano Agosti che usò lo pseudonimo di Aurelio Mangiarotti (un suo amico muratore che viveva in Francia). Per completare il lavoro, Silvano Agosti impiegò 26 giorni in totale autonomia.

Cast

Per il ruolo di protagonista era stato contattato Gianni Morandi. Per il ruolo di Giulia, Bellocchio aveva pensato a Susan Strasberg e a Raffaella Carrà, per quello di Augusto a Maurice Ronet.

Lou Castel, nel ruolo di Alessandro, è riuscito genialmente a modificare il suo personaggio, aggiungendovi una dolcezza imprevista che lo rende ancora più crudele e tagliente. Meravigliose le scene in cui si abbandona totalmente a sé stesso pensando di non essere visto (per esempio davanti alla madre cieca). Durante le riprese Castel aveva spesso reazioni esilaranti o violente, costringendo la troupe a interrompere le riprese o il regista a modificare una scena; Masé reagiva male alle provocazioni di Castel, giungendo anche a schiaffeggiarlo. Pur recitando in italiano nel film, Castel fu doppiato a causa del forte accento straniero.

Distribuzione

L'opera prima di Bellocchio vinse alla Mostra del Cinema di Venezia il Premio Città di Imola (attribuito in precedenza tra gli altri a Ermanno Olmi, Eriprando Visconti, Gian Franco De Bosio, Pier Paolo Pasolini per Il vangelo secondo Matteo), premio che intendeva rappresentare il gusto e la passione per il cinema della provincia italiana. Bellocchio non poté ritirare personalmente il premio (una statuetta rappresentante un Grifone dorato) perché ricoverato all'Ospedale Militare del Celio a Roma, ma si affeziono' alla città di Imola, tanto da girarvi nel 1966 il suo secondo film La Cina è vicina. "I pugni in tasca fu proiettato per la prima volta in pubblico il 31 ottobre 1965 (v.c. n. 45471 del 28-7-1965). Fu distribuito anche in Francia (Les poings dans les poches - Hyères, maggio 1966 - 85'), Germania Occidentale (Mit der Faust in der Tasche - 5-12-1969 - 108'), Gran Bretagna (Fists in the Pocket - 1966 - 113') e Usa (Fist in His Pocket - 1968 - 105').

fonte: Wikipedia

SEQUENZA

06/09/15

le scie chimiche sono uno strumento per il controllo mentale



Alfred Lambremont Webre, in una sua corposa ricerca, di cui riportiamo un significativo estratto, focalizza l’attenzione su uno degli scopi delle scie chimiche, il controllo mentale. Per la precisione l’autore, nel suo coraggioso e documentato articolo, evidenzia le perniciose conseguenze delle chemtrails e delle irradiazioni elettromagnetiche sulla salute psico-fisica e sull’umore: l’aggressione alla salute ed all’equilibrio psicologico è perpetrata con tonnellate di veleni dispersi ogni giorno in tutto il mondo. Che cosa serve ancora per scuotere la popolazione dalla sua inerzia, per indurla a reagire? Non sono sufficienti la devastazione degli ecosistemi, la diffusione di malattie invalidanti e mortali, l’abbrutimento degli individui per scrollarci di dosso questa grigia indifferenza?

Ci sono elementi di prova che il sistema H.A.A.R.P. e le scie chimiche attuano il controllo della mente contro la popolazione umana a livello globale, oltre che su scala nazionale, regionale ed individuale. Queste operazioni di controllo mentale comprendono le seguenti attività:operazioni biologiche, compreso l'uso di agenti per la guerra biologica;operazioni elettromagnetiche, incluso il sistema H.A.A.R.P. Questi interventi costituiscono crimini di guerracrimini contro l'umanità egenocidio ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale ed ai sensi della Convenzioni di Ginevra.

L’espressione “mind control” è stata applicata a qualsiasi tattica, psicologica o meno, che può essere usata per sovvertire e disintegrare l’identità di un individuo, il controllo sul proprio pensiero, il comportamento, le emozioni ed il processo decisionale. Un potente e globale programma di controllo mentale è in corso contro la popolazione, attraverso le attività chimico-biologiche.

In particolare, l'aerosol diffuso contiene i seguenti valori di elementi chimici tossici, il cui effetto sui processi mentali, psicologici ed emotivi, è devastante. Le cifre di seguito riportate indicano di quante volte il limite "consentito" per legge è superato:

Alluminio15,8

Antimonio63.3 (Questo non è un errore di battitura)

Arsenico418 (Questo non è un errore di battitura)

Bario5.3

Cadmio6

Cromo6.4

Rame9

Ferro43.5 (Questo non è un errore di battitura)

Piombo15.7

Manganese513,8 (Questo non è un errore di battitura)

Nickel10.7

Zinco7.5

Le scie chimiche hanno trasformato l’atmosfera in qualcosa di simile al plasma. Respirare questo plasma con le concentrazioni sopra indicate, è stato dimostrato che causa anomalie comportamentali. Dunque le chemtrails possono essere considerate un programma di controllo mentale.

Le seguenti sono le risultanze illustrate in una relazione della Dottoressa Ilya Sandra Perlingieri. La relazione è stata letta durante una conferenza tenutasi il 3 febbraio 2011.

1. Allucinazioni, amnesia, schizofrenia, senso di obnubilamento, mal di testa ed insonnia; languore, sonnolenza, debolezza, turbe emotive.

2. Le persone che hanno improvvise 'esplosioni comportamentali' sono in realtà affette da lesioni cerebrali derivanti dall’avvelenamento della biosfera, piena di metalli pesanti e di altre sostanze chimiche tossiche, ma costoro vengono trattati come fossero criminali.

3. E' bene sapere che l'alluminio provoca deficit cognitivi e danni cerebrali. Ci vogliono anni affinché questi danni si conclamino, tuttavia, un po’ alla volta, l’alluminio determina una distruzione lenta ma insidiosa del cervello. [...]

4. Perché tra i nostri figli si è diffusa un’epidemia di autismo? Perché sono così tanti i nostri bambini cui sono prescritti psico-farmaci per problemi comportamentali e cui vengono diagnosticati disturbi cognitivi? Perché sono milioni gli adulti che assumono farmaci anti-depressivi? "[...]

Quattro aspetti sono molto evidenti:

1. La capacità di attenzione e di concentrazione è diminuita drasticamente.

2. Le persone hanno spesso amnesie.

3. La memoria a breve termine risulta compromessa.

4. Troppe persone sono insofferenti e nervose.

Per molte persone, i processi di pensiero ed il pensiero stesso sono temi molto difficili da comprendere o anche argomenti ostici su cui discutere. Nessuno vuole sentirsi dire che la sua mente non è lucida. E’ più facile attaccare il messaggero che comprendere l'enormità delle azioni compiute dai militari e dai governi, soprattutto dal momento che nulla è riportato dai media ufficiali controllati dal sistema. E 'più facile rifiutare informazioni valide o stare sulla difensiva, piuttosto che assumersi la responsabilità personale per le questioni critiche che hanno un impatto negativo sulle nostre vite.

Fonte: ufodigest

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02/09/15

il costo umano di uno smartphone

Il coltan, minerale sanguinoso
Dall’Africa ai nostri cellulari


Da dove arriva il coltan, minerale usato per produrre i condensatori dei computer portatili, alcuni parti dei telefoni cellulari, delle consolle di giochi e dei sistemi di localizzazione satellitare? Dietro a questo prezioso materiale, resistente al calore e alla corrosione, corrono commerci e scambi che animano l’Africa, in particolare la Repubblica Democratica del Congo. Il futuro sembra non poter esser scritto senza queste pietre, di cui è ricchissima la parte orientale del Paese, la zona del Kivu, lago che s’adagia al confine con il Rwanda, dall’altra parte della nazione rispetto alla capitale Kinshasa. E qui dove giace una preziosa risorsa per l’Africa e il mondo, bande armate e guerriglieri sono riusciti a creare un vero e proprio regime del terrore, facendo dell’estrazione del coltan un business che viene sfruttato come fonte di introiti per i loro affari.

L’estrazione e la tassa. Li chiamano “Lords of war”, e sono i padroni di queste aree, terre in cui la legislazione e la forza del governo centrale non riesce a far valere alcun tipo di autorità, costingendo i minatori a pagare alle bande armate una quota per ogni chilo di minerale estratto. Con i proventi che ne traggono, i guerriglieri acquistano armi che garantiscono loro ulteriore potere sul territorio. Dopo aver pagato questa “tassa”, i minatori camminano per due giorni, portandosi sulle spalle sacchi che contengono svariati chili del minerale estratto. Il loro obbiettivo è quello di arrivare a Goma, punto di raccolta dove il coltan viene per la prima volta registrato in maniera ufficiale. Fino a questo momento, infatti, non esiste alcun documento che possa garantire l’origine e la storia di questo minerale. Da Goma, il coltan viene caricato in piccoli aerei che raggiungono il Ruanda, l’Uganda, la Tanzania e il Kenya, dove le aziende incaricate dalle multinazionali lo acquistano per farlo arrivare nelle catene di montaggio dei nostri cellulari...



I minatori. In queste miniere il lavoro e lo sfruttamento minorile sono pratiche, purtroppo, usuali. I bambini, spesso vengono rapiti dai gestori dei giacimenti e trasformati in schiavi, nei casi più tristi sono le stesse famiglie a venderli per pochi dollari: orribile testimonianza di un Paese in cui fame e povertà fanno spesso dimenticare l’amore filiale. La dinamica d’estrazione del coltan rende tristemente i più giovani gli operai migliori per questo lavoro: sono infatti i più adatti a calarsi negli stretti cunicoli e buche da cui si estraggono le pietre che contengono il coltan. L’età media dei bambini/minatori si aggira intorno ai 6-7 anni, e dopo solo una decina di anni trascorsi a lavorare al buio e alla sporcizia di quei cunicoli invecchiano precocemente e sviluppano, a causa della radioattività del coltan, malattie del sistema linfatico che ne causano la morte.

9 centesimi al giorno. I salari di questi operai sono al di fuori di ogni umana immaginazione. Secondo un rapporto di Watch International del 2009, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di coltan estratto, che per i bambini scende a una paga giornaliera di 9 centesimi, quando in realtà il prezzo di mercato del minerale arriva fino ai 600 dollari al kg. A far luce e a presentare al mondo questo terribile sfruttamento ci ha pensato il danese danese Frank Piasecki Poulsen che nel 2010 ha girato un documentario dal titolo “Blood in the Mobile”, con l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica mondiale da dove vengono e come sono estratte le materia prime dei nostri cellulari.

Una (debole) soluzione al problema. Per cercare di risolvere questo problema, il presidente americano Barack Obama nel 2010 ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che cercava di bloccare lo sfruttamento e il giro d’affari che si è creato negli ultimi decenni attorno all’estrazione del coltan. La legge americana prevedrebbe l’obbligo di certificare la provenienza di questo minerale così da escludere ogni possibile acquisto dalle miniere incriminate di sfruttamento. Le multinazionali acquistano oggi il prezioso minerale a Kigali, in Ruanda, e in questo modo il materiale risulta “pulito”. Ma c’è un problema. Come già detto, il punto di raccolta del coltan in Congo si troverebbe a Goma, cittadina che dista a meno di tre ore di camion da Kigali. E in Ruanda non esiste neppure un giacimento di coltan. Da dove arriverà, quindi, quello che viene acquistato dalle grandi multinazionali?


La risposta etica agli smartphone si chiama Fairphone?

Da due anni è possibile acquistare su internet Fairphone, il telefonino che prova a rispettare i lavoratori e cerca di non utilizzare materiale proveniente da zone di guerra: eticità contro obsolescenza progorammata.
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Per approfondire: 
La nostra tecnologia, il loro sangue

fonte: crepanelmuro.blogspot.it