21/11/17

la folle guerra nel ventre delle montagne


Quanto segue è la sintesi “rapsodica” di un capitolo del mio libro “Nella valle del Boite”. Ho deciso di riportarlo qui in questa forma perché credo sia un modo, uno dei tanti possibili, per raccontare luoghi e vicende storiche che hanno sempre la necessità di essere mantenute vive nella memoria di tutti, in tutte le forme possibili.
La narrazione prende il via dall’arrivo in un albergo in val di Landro, quando alla registrazione dei documenti la signora che gestisce la struttura mi chiede come mai sono da quelle parti, e io rispondo che quei luoghi mi piacciono molto, e quando posso ci torno perché mio padre è originario di Cortina d’Ampezzo.
Saputo del genitore di quelle parti, rilegge il cognome sulla carta d’identità (e quanto al mio povero nome, in quali alberghi l’ho lasciato?) e dice: ah… Strano, non è un nome di qui.
No, è la risposta in effetti è di origine piemontese, però mio nonno già era qui.
Lei sembra fare un equazione che probabilmente ha già fatto tante volte. Eh già… allora è la grande guerra … ne sono venuti tanti qui, molti sono rimasti.


Eh già. La Grande Guerra.
Tanti, tutti, a difendere il Piave che mormorava. La Signora non conosce date e non può fare conti, e quindi non può sapere che la sua ipotesi non regge del tutto. Probabilmente talmente abituata, in forza della sua generazione, ad attribuire tutti gli arrivi da ovest alla prima guerra mondiale, avrà pensato che magari sia stato un bisnonno a spostarsi, in forza dell’esigenza della patria, per poi trovare una buona ragione, la sola vera buona ragione per spostarsi e cambiare vita da quando esiste l’umanità, un rapporto umano, una speranza, una promessa di una vita diversa dalle trincee che facilmente facevano dimenticare qualsiasi altra parte di mondo esistesse o si fosse anche già conosciuta.
(…)

Del resto basta fare qualche passeggiata anche di quelle più turistiche fra quelle meravigliose montagne per vederla, la grande guerra, e per passarci attraverso. E per rendersi conto di quale assurdità e di quale mondo insensato doveva essere. Sali su qualche grande cima, magari con una funivia, imbocchi un sentiero che strapiomba su pareti verticali, dove spazza un vento freddo anche in agosto e l’aria è di una pulizia quasi da togliere il fiato, e nei punti più impensati te le trovi lì. Le trincee.  Non solchi nella terra, che è più facile anche immaginare qualcuno che le scava, ma buchi nella roccia, camere intere, gallerie che entrano da una valle e sbucano in un'altra. Bucavano le montagne. A mano. Con un po’ di dinamite e poi picconi, martelli, mazzette. A mano. Una follia. Una follia ragionata e transnazionale (lo facevano gli italiani e lo facevano gli austriaci). Bucavano a mano le montagne per combattersi, per tenere le posizioni (rispetto a cosa?), per difendere un pezzo di roccia, un prato verde, uno spuntone di dolomia.Fra tutte le montagne dove ancora si vedono le tracce indelebili di queste follie ce ne sono alcune davvero impressionanti. Musei a cielo aperto, li chiamano. Li chiamano così perché sono state ricostruite alcune postazioni, nei luoghi esatti, con tanto di manichini dei soldati e tavoli e equipaggiamenti e suppellettili, per darti un’idea. E infatti l’idea della follia te la danno tutta.



Una di queste zone è a poca distanza da Cortina d’Ampezzo, sulla strada che sale verso il passo Falzarego. Da una parte c’è il Lagazuoi, montagna dal nome improbabile che si impenna dietro le Tofane dopo aver lasciato spazio ad una valle glaciale sconfinata, dall’altra le Cinque Torri, paradiso di rocce sfrangiate, Manhattan di pietra fragile e millenaria, palestra di alpinisti e rocciatori, luogo magico e perduto nel tempo e fra i boschi. 
Al Lagazuoi ci arrivi fin sotto, e ti trovi davanti una parete dritta e alta, senza niente in mezzo. Talmente senza niente che la funivia che ti ci porta in cima è fatta nel modo più semplice e spaventoso che possa venire in mente. Non ha piloni. Come fosse costruita da bambini che giocano con le costruzioni. Una stazione a valle, una a monte, un unico cavo teso fra le due, sospeso sull’abisso, e la cabina che viaggia fra l’una e l’altra come una molletta su un filo da bucato quando la mamma tira la corda per fare spazio agli altri panni.
Gioco di costruzioni un corno, naturalmente. Un capolavoro di ingegneria. Funzioni matematiche, delirio di curve catenarie per calcolare l’iperbole creata nello spazio da quel cavo e le sue oscillazioni e il peso delle cabine e la velocità e il comportamento in base al vento e chissà quanto altro ancora.


Mai come su quella funivia, se ti imbarchi per raggiungere in cabina la cresta del Lagazuoi, puoi almeno intuire cosa significhi davvero volare. Se non guardi sopra di te la morsa che tiene attaccata la tua scatoletta di metallo al cavo, intorno e sotto non hai altro che aria. Il vuoto. E giù, ma molto più giù, prati, rocce, alberi così piccoli che sembrano quelli di un plastico del treno, di quelli che si facevano una volta, costruendo tutto a mano. 
(…)
Mentre sali e ti guardi intorno affascinato e terrorizzato, le rocce della parete che scende sotto la cresta cominciano ad avvicinarsi, e se guardi bene vedi già i buchi. Le trincee. Ne vedi uno che si apre a metà di una parete impossibile. Come fa a stare lì? Capisci che è stato scavato dall’interno, ma dall’interno di cosa? Lì dietro c’è tutta la montagna intera, compatta, immensa. Da dove sono partiti, là dietro, a scavare, esplodere, togliere montagne di pietra per arrivare a sbucare proprio lì? E poi una volta arrivati? Un affaccio sul vuoto, di sicuro una postazione da avvistamento magnifica, ma nell’eventualità per sparare a cosa? Qualunque forma, vivente e non, è distante, immensamente distante. Forse bisogna cambiare un po’ i parametri di riferimento, non si può ragionare con la logica che avremmo oggi. Forse un secolo fa affacciato da lì sentivi qualunque rumore, anche a decine di chilometri, vedevi qualunque movimento, anche il più lontano e impercettibile. Altri silenzi, altri sguardi.
La migliore passeggiata che puoi fare da quelle parti, per scoprire insieme la magnificenza delle montagne e la sofferenza della prima grande guerra mondiale sulle nostre Alpi, è arrivare in cima al Lagazuoi con quella cabina sospesa nel vuoto, e poi scendere a piedi lungo il sentiero che passa sotto alla cresta e ritorna fino a giù.


Quando arrivi in cima e ti affacci dall’altra parte vieni investito tutto insieme dal vento più freddo che puoi immaginarti, anche in piena estate, e dai panorami più ampi e mozzafiato che ti possa capitare di vedere. Alla tua destra le Tofane ti mostrano la loro nuca (rispetto alla fronte che affacciano sulla valle di Cortina), davanti a te un vallone immenso con larghe chiazze di neve in qualunque stagione dell’anno. Più lontane, verso ovest, il Sella e la Marmolada con il suo ghiacciaio perenne, dietro di te, se ti volti verso l’abisso dal quale sei salito appeso al filo, il Civetta, il Pelmo, e sotto, quasi piccole e poco distinguibili perché le stai guardando dall’alto, le Cinque Torri. 
Quando ti sei ubriacato a sufficienza di aria, di spazi, di panorami e di forze della natura senza limiti, puoi cominciare a scendere lungo il sentiero che cala a destra, sotto la cresta principale. E lì comincia un’altra montagna, fatta di storia, di vite umane, di armi, di uomini al freddo e al gelo, di assurdità programmatica e lucida, di strenua difesa del tutto e del nulla.
Trovi quasi subito le prime gallerie. Puoi entrarci, soprattutto se hai una torcia perché naturalmente sono buie. Ed entri letteralmente dentro la roccia, perché nessuna di queste è una galleria naturale, sono proprio quelle scavate dai soldati a colpi di dinamite e piccone. Un lavoro pazzesco, svolto in condizioni che puoi facilmente immaginare, anche se sei un turista che arrivi lì con tutti i comfort possibili. Freddo, neve, vento, vestiti inadeguati, mani che si spaccano, schegge di roccia, esplosioni, armi che si inceppano, arnesi che si frantumano.


Fra quelle montagne ti rendi conto di quanto l’uomo possa aver lasciato un segno perenne in quegli anni feroci, e al tempo stesso di quanto le montagne vivano in un tempo totalmente diverso, tanto più lungo e più ampio nei suoi movimenti e nelle sue dimensioni da sentire quelle ferite niente più che come punture di zanzara sulla pelle di un dinosauro. Da queste parti la Grande Guerra non ha soltanto lasciato il segno, è proprio qui che ha avuto il suo vero svolgimento, le sue epiche battaglie, il suo epilogo e le sue conseguenze indelebili. La seconda guerra mondiale, tanto altrettanto terribile, ci è passata molto più di striscio. Non era un vero fronte di guerra, e quindi ha avuto la sua occupazione, le sue storie locali di fascisti, di ruffiani che fraternizzavano con i nazisti, di spioni e di partigiani, soprattutto quelli che si venivano a nascondere nei boschi e sui monti. Le famose staffette partigiane, donne bellissime e fatte di roccia che biciclettavano fra i monti, vengono da qui. Ma molto altro arrivava da più lontano, le follie del piccolo nuovo imperatore che da sbraitava da un balcone di Roma, le atrocità naziste in giro per l’italia. 
(…)


Nel pieno della Grande Guerra invece, le dolomiti d’Ampezzo divennero uno dei fronti più caldi, più strategici e più logisticamente folli dell’intero conflitto. L’esercito italiano avanzava da sud, a conquistare una valle dopo l’altra per raggiungere la Val Badia e la Val Pusteria, avamposti del Brennero, il vero punto di confine, come lo è ancora oggi. Ma lì, proprio dalle parti del Falzarego, si dovettero fermare.  Lì c’era il fronte austriaco.  Chissà quanti avranno visto su di un plastico con i trenini elettrici una tipica chiesetta alpina, bianca con il mattonato scuro agli angoli, con la forma svasata verso il basso, il tetto in legno. Talmente tipica da sembrare un modello immaginario. Chissà quante volte sarà capitato di vederla in una scatola di montaggio in un negozio di modellismo. Negozi che una volta erano molto più frequenti, ma dei quali ancora oggi qualcuno è sopravvissuto, per gli appassionati. Bé, è proprio lì. Al Passo Falzarego c’è proprio quella chiesetta. Vai a sapere se lei è il modello per tutte le riproduzioni venute poi, o se quella è stata costruita proprio tenendo in conto i modelli già famosi. Comunque è quella, perfetta. Di sicuro perché lì c’era una croce, un luogo dove pregare, e dove chissà quanti hanno pregato una volta arrivati lì. Per esserci arrivati vivi, per sperare di restare vivi dopo quello che lì li attendeva, o per altre migliaia di motivi, tutti validi e tutti giusti.

Lì, poco più avanti, o meglio ancora da lì in poi, c’era il fronte austriaco.

E lì si andò formando la più vasta e pazzesca contrapposizione di fronti di guerra che l’insaziabile voglia di combattimento dell’uomo abbia mai prodotto, almeno in questa parte di continente. 
Gli attacchi di superficie si rivelarono ben presto inutili e dispendiosi. Così si iniziò a scavare gallerie. Per sorprendere il nemico nel cuore del suo terreno, per scavalcare passaggi controllati e pericolosi. Per prendersi il territorio da sotto, come talpe, come clan di marmotte in lotta fra loro per il pascolo migliore.
Scavavano gli italiani, e scavavano gli austriaci. Dalle Tofane al Lagazuoi, oltre il Falzarego fino alla Marmolada. Tutte le dolomiti erano il fronte, e ad esplodere e scavare ci si intrecciava, ci si sorpassava, e si arrivava all’assurdo di luoghi come la Cengia Martini, proprio sul frontale a picco del Lagazuoi, dove gallerie italiane e austriache si scavalcano e si superano l’una con l’altra, lungo un fronte che non ha più un nord e un sud, ma solo le gallerie di un esercito intrecciate con quelle dell’altro.
Qui si realizzava l’altro stato permanente di sicurezza e angoscia contemporanee che questo sistema inevitabilmente comportava. Lo scopo principale delle gallerie era riuscire ad arrivare sotto il fronte avversario e farlo saltare. Così, insieme al senso di sicurezza che le grotte costruite con le proprie mani donavano, al riparo dal freddo e dai proiettili, era costante il terrore che da un momento all’altro i nemici facessero saltare in aria con la dinamite il tuo rifugio. Si viveva, in quelle grotte, sentendo i tonfi e i colpi dell’altro esercito che scavava, che chissà in questo momento dove si trovava, chissà se stava già piazzando una mina che fra poco ti avrebbe seppellito per sempre insieme alla roccia. E se proprio doveva saltare, che ti uccidesse sul colpo e non ti facesse la carognata di mantenerti vivo a morire di fame e di freddo dentro il cuore di una montagna.
Di fronte al Falzarego, il fronte delle Cinque Torri era l’altro punto davvero strategico della zona, perché una volta entrati nella logica della follia secondo la quale luoghi come questi potevano essere teatro di guerra, allora quello era davvero un punto strategico. Lo conquistarono gli italiani, all’inizio dell’estate del millenovecentoquindici. Lo mantennero e lo dotarono di attrezzature, telegrafo, postazioni. Da lì si dominava tutto il Lagazuoi, si potevano cogliere gli spostamenti, le aperture di gallerie, la disposizione dei nemici. Lì accadeva qualcosa che riuniva perfino la propensione all’arte con il genio militare, entrambi sublimi e scellerate virtù dell’uomo, come secoli prima aveva fatto Leonardo con le sue invenzioni truculente per le macchine da guerra dei Signori del Rinascimento. Lì fotografi e disegnatori passavano la giornata a riprodurre la montagna che avevano di fronte, per cogliere, giorno dopo giorno, ogni eventuale cambiamento in una cengia di roccia, in un costone, nella disposizione di un ghiaione. Perché un minimo cambiamento del paesaggio da un giorno all’altro, in un luogo che conosce i tempi geologici e non quelli umani, significava che l’esercito nemico aveva fatto qualcosa. Aveva magari aperto un nuovo tunnel, aveva spostato dell’artiglieria, stava predisponendo un nuovo fronte.
Nessuno potrà mai dire quanto quegli uomini abbiano penetrato la natura e le forme di quei monti fino all’inverosimile, fino alla nausea, fino a potersi accorgere anche solo ad uno sguardo se uno fra i milioni di sassi che li compongono aveva cambiato posizione, o era rotolato giù, o si era imbiancato per la neve.


Alle Cinque Torri portarono l’artiglieria pesante. Cannoni provenienti dalla marina che sparavano palle da trenta centimetri di diametro. Cannoni giganteschi, e c’è solo da immaginare cosa sia significato portarli lassù. Ora alle Cinque Torri ci arrivi con una seggiovia, volo meraviglioso e silenzioso fra gli abeti fino ad atterrare sul piano che si stende ai piedi dei grattacieli di roccia dove non mancherà mai qualche alpinista ad allenarsi aggrappato ai chiodi. Alpinisti veri, come i tanti che questi luoghi hanno prodotto, e alpinisti meno veri, aggrappati alle rocce più per moda e col sostegno della tecnologia che per l’autentica, rispettosa sfida alle montagne eterne che la scalata ha rappresentato per secoli.
Allora si saliva a piedi, si trascinavano a piedi, e con gli incredibili muli, i pezzi delle artiglierie destinati a puntare la montagna di fronte e a cannoneggiare il nulla.
La forza brutale dei cannoni era destinata ad avere la meglio sulle strategie e sulle protezioni, perfino su quelle naturali. A furia di colpi, mirati coi goniometri e messi a punto prove dopo prove e tonnellate di proiettili persi, l’esercito austriaco fu costretto ad abbandonare una delle sue postazioni privilegiate, il Forte tre Sassi sulla Valparola. 
Non fu così per il Lagazuoi. La sconfinata parete di roccia di fronte alle Cinque Torri conosceva solo le ere geologiche, e solo a quelle poteva sottostare. 
I due fronti restarono così in un arrocco permanente, intrecciati fra le gallerie, conquistando una roccia e perdendone un'altra, fino al novembre del millenovecentodiciassette, quando arrivò Caporetto.
La disfatta più proverbiale di tutta la storia patria pose fine drasticamente al gioco perverso in scena da anni sulle montagne dolomitiche. 
Anche a Caporetto fu questione di trincee. Lì, per alcune mosse da manuale del vincitore da un lato e da manuale del perdente dall’altro, il fronte italiano si trovò all’improvviso con il fronte austriaco alle spalle. Sorpassato mentre difendeva il nulla, e accerchiato nella posizione che doveva difendere. Per definizione, due fronti contrapposti che non sono più uno di fronte all’altro non sono più fronti. Divennero in una giornata un esercito circondato dall’altro, senza più riferimenti, senza un davanti e un dietro, e senza via di fuga.
Sui monti Ampezzani invece, la natura di guerra sotterranea che era stata fino a quel momento rappresentò anche la parziale salvezza. A seguito della disfatta, l’esercitò italiano si ritirò anche dal Falzarego lasciando le gallerie del Lagazuoi. E poté ritirarsi, protetto dalle stesse pareti di roccia che aveva scavato per infilarsi sotto il nemico. Gli intricati tunnel rimasero in mano agli asburgici, tanto che a loro si devono le dettagliate piantine delle gallerie di entrambi gli eserciti che ancora oggi fanno testo storico per comprendere il reticolato di trincee che quelle superiori e probabilmente indifferenti montagne dovettero subire.
Come vuole la storia, la Grande Guerra verrà poi vinta, e Caporetto e tutte le ritirate del diciassette verranno parzialmente cancellate da una grande vittoria nazionale e continentale.
Per la storia di queste montagne i vincitori e i vinti hanno invece poca importanza. Importa molto, piuttosto, l’immensità di queste rocce, il loro essere salite dal mare milioni di anni fa sotto spinte spaventose ed essersi innalzate verso il cielo nelle forme e nelle dimensioni più straordinarie e irripetibili, avere aperto le valli destinate ad ospitare i paesi e le cittadine, i pascoli, i boschi, i laghi aperti come occhi blu fra le cime, e di certo, perché no, anche avere sopportato la dinamite e le cannonate della follia umana per giungere fino a qui con le loro forme ancora intatte, con le discese verdi d’estate e innevate d’inverno (…).

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Alessandro Borgogno
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.


salsiccia party

tenete alla larga i bambini da questo Porno cartone.


Salsiccia party: Il Porno cartone dedicato ai BAMBINI. Un’altro regalo alla RETE DI PEDOFILI!!


Il 31 Ottobre scorso è uscito nelle sale cinematografiche nostrane un Porno-Cartone animato americano, dal titolo: “Salsiccia Party!”.
Negli USA, uscito nel 2014, era ritenuto un cartone animato riservato agli adulti. Difatti è stato vietato ai minori di 17 anni NON ACCOMPAGNATI. Quindi i minori, di qualsiasi età, accompagnati, potevano assistere alla proiezione. Perfetto per il pedofilo che porta la sua vittima al cinema. Oltrepassato l’oceano e arrivato in Europa i divieti si fanno più morbidi.

In Francia, uscito pochi giorni fa, è stato vietato ai minori dei 12 anni. In Svezia è stato vietato addirittura ai minori di 7 anni. 
Per quanto riguarda l’Italia non abbiamo trovato alcun divieto.[1] Chi è andato a vederlo l’ha sconsigliato ai bambini, quindi presumiamo che non ci siano divieti.

Un cartone animato basato solo ed esclusivamente sul SESSO con immagini esplicite da far guardare ai bambini. Il solito progetto dei pedo-criminali che cercano di far cadere qualunque barriera per rendere una società sempre più libertina e disinibita. Fa paura che non viene riportato da alcuna parte la presenza di immagini esplicite di sesso. Dei bambini non possono guardare queste immagini. E’ come una trappola. 

Un articolo molto interessante da leggere è il seguente Sausage party : partouze et bisexualité pour tous all’interno del quale è presente un video che fa vedere le varie scene di sesso presenti nel porno-cartone. Ribadiamo che non figura alcun divieto in Italia. Un sito di denuncia della pedofilia ha dedicato un articolo su questa MERDATA Sausage Party | Le dessin animé pornographique pour les 12-18 ansEcco alcuni ferma immagine di questa porcata dedicata ai BAMBINI!! Solo dei criminali potevano creare questa mostruosità. Com’è possibile che sia uscito nelle sale un cartone del genere dedicato ai BAMBINI?? Rapporti omosessuali, orge, masturbazioni, rapporti orali, strusciamenti ecc… Questa schifezza non dovrebbero manco produrla. Il declino dell’occidente sembra oramai irrefrenabile! Stanno causando danni irreparabili grazie al nostro maledetto menefreghismo e alla nostra stupidità.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Allusioni, doppi sensi… 

 
 
 
 
 






[1]in Italia “per i forti contenuti sessuali, il linguaggio provocatorio e l’uso di droghe” la pellicola ha ricevuto la classificazione "R" (vietato ai minori di 14 anni non accompagnati da un adulto)https://it.wikipedia.org/wiki/Sausage_Party_-_Vita_segreta_di_una_salsicci  quindi tenete alla larga i bambini

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

15/11/17

la BBC

LA BBC SDOGANA LA PEDOFILIA COME UN NUOVO ORIENTAMENTO SESSUALE AL PARI DEL TRANSGENDER O ESSERE GAY, COSA SI NASCONDE DIETRO?

Fonte lifeme.it

La British Broadcasting Corporation (BBC) sta giocando con il fuoco, consentendo ad un autore anonimo di pubblicare articoli sulla sua piattaforma, che mirano a ridurre al minimo la depravazione totale della pedofilia.

Passi che ricordano la pubblicazione su Salon , nel 2013, di una lettera aperta, rilanciata anche  dall'Huffington Post: Todd Nickerson, un graphic designer americano, scrisse una lettera aperta per dire a tutti che non era un mostro. Una lettera, pubblicata dal sito Salon e rilanciata , che ha acceso un dibattito violentissimo. "Ho l'orientamento sessuale più sfortunato che ci sia, ossia la preferenza per persone che legalmente, moralmente e psicologicamente non riusciranno mai a ricambiare le mie emozioni e i miei desideri".

Questa volta è la la BBC a pubblicare, e sembra essere d'accordo con il suo autore anonimo, che la pedofilia non è necessariamente un disturbo da trattare con disprezzo, ma piuttosto un orientamento sessuale come l'omosessualità che richiede semplicemente “aiuto”.

Non sarebbe la prima volta che la BBC decide di schierarsi con il "lato oscuro", mettendo in "scena"  una personalità televisiva popolare, Jimmy Savile, pedofilo, maniaco, necrofilo, pervertito. Dj della “Bbc” (deceduto nel 2011), al centro di uno dei più grossi scandali della storia della Gran Bretagna (“Operation Yewtree”, il nome dell’inchiesta). Nell’ottobre del 2012 un’indagine sulla pedofilia di Scotland Yard lo aveva accusato di aver 
abusato di molti ragazzini (oltre 500) , tra cui diversi minorenni, durante i suoi quarant’anni di carriera. La BBC, sospettata di aver insabbiato lo scandalo, ha dovuto affrontare una delle crisi d’immagine più gravi della sua storia. L’ex dj, non solo avrebbe commesso atti di pedofilia e violenza sessuale all’interno del suo ambiente televisivo (poco dopo la sua morte si scoprì che negli anni gloriosi aveva trasformato i camerini della “BBC” in una trappola per giovani fan), ma anche presso numerose strutture sanitarie pubbliche. Savile, che per decenni ha avuto libero accesso a diversi ospedali britannici per portare avanti la sua attività di volontariato, di recente inoltre è stato collegato agli assassini di Moors, ("omicidi delle brughiere"), una serie di delitti che sconvolsero l'intera Gran Bretagna negli anni sessanta, compiuti dalla coppia di serial killer Ian Brady e Myra Hindley tra il luglio 1963 e l'ottobre 1965, nella zona della Greater Manchester, in Inghilterra. Savile, oltre ad essere acquirente di foto di minori, usava l'emittente, come mezzo di "comunicazione in codice", inviando nell'etere determinate canzoni a determinate ore.
E pensare che il dj era stato anche insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 1971. E, nel 1990, Papa Giovanni Paolo II lo ha fatto Cavaliere dell’Ordine di San Gregorio Magno per le opere di bene ed il volontariato compiuto.

Nonostante le inchieste, le verità terrificanti che continuano a collegarsi a questo mostro pedofilo, di cui la BBC è stata a quanto pare complice, l'emittente non demorde e continua la "celebrazione" del suo dj, attraverso la voce di un anonimo asessualmente depravato, riducendo la pedofilia, le "relazioni adulto-bambini" , come semplici orientamenti sessuali che hanno solo bisogno di aiuto.
Anche se l' anonimo riconosce la pedofilia come sbagliata, il tono del suo articolo o forse lei, la BBC, in realtà dipinge i predatori di bambini come vittime.

Sicuramente dietro ad ogni carnefice esiste un trauma, dove lui è stato vittima.Ssicuramente si tratta di persone che vanno curate, aiutate, ma sonopotenzialmente molto gravi i toni e metodi suggeriti.
L'anonimo infatti denuncia che lui è stato un pedofilo, e la richiesta di aiuto lo ha fatto guarire. Una richiesta di aiuto  che però non è stata dettata da una tacita ammissione di colpa, ma dall'accettazione sociale o il riconoscimento di esso come un orientamento sessuale, questa è stata la spinta per lui a chiedere aiuto.

In questo modo, sottile e perverso quanto la pedofilia, al lettore di questo articolo della BBC, viene instillato un velato senso di colpa nel giudicare troppo duramente i pedofili, poiché vittime solamente di una crisi d'identità sessuale, che la società non comprende appieno. Se solo più persone potessero vedere la pedofilia come solo un altro tipo di genere, allora forse, non avrebbe l' orribile stigma attuale. 

Pedofilia come socialmente accettabile

Oggigiorno siamo propensi a pensare  che i cambiamenti sociali  siano la naturale ed inevitabile conseguenza del progresso che non si può fermare. Tuttavia, lo studio delle tecniche che stanno dietro alla manipolazione delle masse non è più fantascienza da molto tempo,  LE TECNICHE DI PERSUASIONE DI Edward Bernays, sono state trasferite tranquillamente in campo sociale , quindi Overton ha semplicemente decodificato ciò che era già in atto a discapito delle nostre menti.

Rendere accettabile dalla società perfino ciò che in passato era stato assolutamente inaccettabile e impensabile.

Si tratta di un modello d'ingegneria sociale denominato The Overton Window («La finestra di Overton»). Questo modello è stato elaborato negli anni '90 da Joseph P. Overton (1960-2003), l'ex vice-presidente del centro d'analisi americano Mackinac Center For Public Policy.

La sua teoria è un intervallo di idee che possono essere recepite dalla società in un determinato momento e che possono essere apertamente enunciate dai politici che non vogliono passare per estremisti.

Le idee attraversano le seguenti fasi:
Impensabili (inaccettabile, vietato);
Radicali (vietato, ma con delle eccezioni);
Accettabili;
Sensate (razionali);
Diffuse (socialmente accettabili);
Legalizzate (consacrazione nella politica statale).


Se la teoria di Overton è fondata - e pare che lo sia - è chiaro che seguendo le sei fasi indicate dalla sua «finestra» è virtualmente possibile - col tempo necessario, con la complicità dei mass media e della politica - fare accettare alle masse l'introduzione e la successiva legalizzazione di qualsiasi mostruosità, persino di pratiche che al momento l'opinione pubblica ritiene ancora inaccettabili come la pedofilia, l'incesto, il gender, vaccinazione a copertura globale...
Quindi siamo nella situazione...
 abbiamo sdoganato questo...e poi vogliamo imporre una stardizzazione dell'educazione sessuale con il fine di limitare gli abusi sessuali, le violenze ed il rispetto del LGBT? Non è una contraddizione?

.. le finestre d'overton sono arrivate ormai a 
SGRETOLARE l'ultimo tabù della nostra società

- Fase 5: Da socialmente accettabile alla legalizzazione. Il tema si lancia nel top delle notizie d'attualità, si riproduce automaticamente nei mass media, nel mondo dello spettacolo e... acquisisce un'importanza politica. In questa fase, per giustificare la legalizzazione si utilizza l'«umanizzazione»

Proviamo quindi a leggere la lettera del 2013, di Todd Nickerson, pubblicata da Salon, e notiamo se non siamo dentro alla quinta fase della finestra...

"Dal momento che il potere del tabù ci fa rimanere nell'ombra, è impossibile sapere quanti pedofili non offensivi ci siano lì fuori, di sicuro sono molti e soffrono in silenzio. Ecco perché ho deciso di parlare"
.
Nella lettera Nickerson racconta di essere stato abusato da un adulto. Un evento che, ammette lui stesso, potrebbe essere alla base della sua pedofilia. O comunque una delle cause. Tra cui anche la sensazione di inadeguatezza. "Sentirsi poco attraenti, sbagliati, insicuri, soprattutto durante il periodo dello sviluppo - continua - può essere dannoso e portare il soggetto a soffrire anche di depressione o obesità". Nel corso della sua vita ha dovuto affrontare la depressione e un tentativo di suicidio. Finché non ha deciso di fare coming out: "Non immaginate neanche quanto sia difficile ammettere di essere un pedofilo, anche se siete inoffensivi, anche se lo dite ad altri come voi - scrive -. Quindi, per favore, siate comprensivi".


Cosa "suggerisce l'Europa", e noteremo l'entrata nella fase 6 della finestra d'overton della pedofilia.

- Fase 6: Da «tema diffuso», il tema passa sul piano delle «legalizzazione, ossia consacrazione nella politica di uno Stato». Si crea la base legislativa, spuntano gruppi di lobbismo, si pubblicano ricerche sociologiche che sostengono i sostenitori della legalizzazione del tema. Spunta un nuovo dogma: «Non si deve vietare xxx». Si approva la legge, l'argomento arriva nelle scuole e negli asili nido, e una nuova generazione non sa più che si può pensare diversamente.

Per leggere cosa è l'overton, come è nato, e lo sviluppo dei sei punti vi rimandiamo alla lettura dell
'articolo.

 Raccomandazione CM/Rec (2010) 5 del Comitato dei Ministri del Consiglio dEuropa. Allarticolo 18 c’è scritto testualmente:
«Gli Stati membri dovrebbero assicurare l’abrogazione di qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali; dovrebbero inoltre adottare misure appropriate al fine di abrogare, emendare o applicare in modo compatibile con il principio di non discriminazione qualsiasi disposizione di diritto penale che possa, nella sua formulazione, dare luogo a un’applicazione discriminatoria».

La ratio della legge attuale e di tutta la relativa giurisprudenza è pertanto quella secondo cui al di sotto di una certa soglia d’età minima (14 anni) «la violenza (da parte del maggiorenne) è presunta in quanto la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali».
Ora questa Raccomandazione europea, prontamente recepita dal, governo italiano, auspica l’azzeramento di ogni distinzione d’età  - in Italia come negli altri Paesi - col grave rischio di considerare domani lecite condotte oggi costituenti reato. Se il criterio per considerare lecito e normale , qualsiasi tipo di unione sessuale ed affettiva è la libertà ed il libero consenso delle parti, dopo aver sdoganato penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14, si passerà a sdoganare l’incesto (che già oggi è reato solo in caso di pubblico scandalo) e la poligamia, in modo tale da richiedere per entrambi il riconoscimento giuridico con relativi diritti.
Cosa distingue una pulsione sessuale di un adulto nei confronti di un bambino da un disordine pedofiliaco vero e proprio?

La strada intraprese è quella di cambiare la percezione pubblica della pedofilia.
Lo scopo non a caso è appunto “normalizzarla”.
Siamo arrivati al punto che una parte della psichiatria, della psicologia e alcune organizzazioni cercano di dimostrare che i bambini sono delle creature con impulsi sessuali sviluppati fin dalla nascita e che un eventuale rapporto sessuale tra un adulto e un bambino non genererebbe alcun trauma nel minore!

Questo è quanto è stato portato avanti con il tanto acclamato "Protocollo OMS sull'Educazione Sessuale". 

Educare, condurre l'uomo fuori dai difetti originali, instillando abiti di moralità... 



Leggete le tappe di educazione dei bambini  da 0  a 4 anni, 6 anni, 10 anni, poi parliamo di "abiti di moralità". 

Commento al protocollo punto per punto: 

STANDARD EDUCAZIONE SESSUALE OMS: cosa non ci dicono dell'accordo preso e già operativo in Europa

L'intero protocollo OMS è un abito di moralitàcon davvero tanto marcio e sporco sotto... al quale si collega il gender, la pedofilia e la filosofia transumanista. Attenzione questo non ha nulla a che fare con l'omessualità. Non si discute la libertà sessuale individuale e la scelta individuale, si parla di pedofilia, sdoganamento di ben altri comportamenti sociali.

Leggi anche: 
 Dal 2013 la pedofilia non è più una patologia ma disordine mentale 

Il Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali (Dsm-V) uscito nel maggio 2013, ha mantenuto l'impostazione generale precedente: si considera patologia tutto ciò che è dramma umano e dolore. Al contrario, l’invulnerabilità è considerata sinonimo di sanità mentale. Fra le patologie non appare più la pedofilia. Prima considerata una malattia, ora è diventata un “disordine”, e solo nel caso in cui provochi “disagio” a chi prova attrazione fisica verso i bambini o all’area sociale circostante al soggetto.

Alcune fonti:

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

13/11/17

Giacomo da Cardone, il pennello di Lutero

Autoritratto di Giacomo da Cardone - Crocifissione a Montecrestese

Giacomo nacque agli inizi del terzo decennio del XVI secolo: possiamo dedurlo dal fatto che il padre, Guidolo, volle commemorare il completamento della propria abitazione, nel 1522, con un’iscrizione graffita sulla facciata. 

Giacomo da Cardone ebbe educazione più accurata e diversa da quella dei suoi conterranei.
Gli inizi si possono supporre a Montecrestese oppure a Domodossola nello studio dei Minori Conventuali. Proseguì l’apprendimento in qualche importante centro della Lombardia, probabilmente Milano o Pavia, dove imparò l’arte della pittura ed acquisì la pratica del notariato.
L’ambiente che frequentava in Lombardia era, quasi sicuramente, vigilato dagli agenti governativi spagnoli e/o dalla santa inquisizione, perché non era difficile che tra gli artisti emergessero pericolose tendenze in contrasto con la politica e la religione dominanti in quel preciso momento storico.
I cantieri aperti a Crevola, nella chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, e Baceno, nella chiesa dedicata a San Gaudenzio, scatenarono la vocazione del giovane studente.
Gli esordi risalgono al 1542 quando affrescò un’immagine devozionale in un edificio di Montecrestese.
Il tempo corre veloce.

Crocifissione - Montecrestese

Si giunge la 1547. La parrocchiale di Montecrestese dedicata a Santa Maria Assunta, ritenuta dalla popolazione buia e troppo bassa, chiama a se il pittore che, negli anni seguenti, imprimerà sui muri il suo pensare, il suo essere diverso. Un uomo fuori dal tempo e dallo spazio. La sua opera inizia con la realizzazione di due personaggi, San Giovanni Battista e San Sebastiano. I due santi sono affrescati sulle colonne che sostengono l’arco d’accesso ad una cappella della navata di destra. Alla sinistra dell’ingresso troviamo San Giovanni Battista. Vestito con l’abito tessuto di peli di cammello.Alla destra del capo di Giovanni Battista la scritta che lo contraddistingue: ecce agnus dei. Ecco l’agnello di Dio. Alla destra dell’ingresso appare san Sebastiano, facilmente riconoscibile dal corpo trafitto di frecce. Durante la lavorazione di questi due affreschi, Giacomo da Cardone, entra in contatto con la confraternita di Santa Marta. Conoscenza che si svilupperà, positivamente per entrambi, con il trascorrere del tempo, sino a giungere al 1550, anno in cui si affida al pittore la realizzazione dell’apparato pittorico di una cappella, costruita a spese della confraternita, in fondo alla navata settentrionale.

Particolare della crocifissione - Montecrestese

Arriviamo al 1550 quando la cappella della navata settentrionale, che oggi conserva il battistero, è ultimata. La richiesta dei committenti al pittore consisteva nella realizzazione di opere che dovevano riguardare la crocifissione, il purgatorio ed il giudizio universale. Nella grande crocifissione, presente sullo sfondo della cappella, è riscontrabile l’influsso dei grandi pittori contemporanei, o leggermente precedenti, al da Cardone, come il Bugnate o Gaudenzio Ferrari.
Negli anni successivi iniziò ad operare nel cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno dove, nel 1554, affrescò l’ultima cena. Sulla destra del grande affresco ritroviamo un Sant’Antonio Abate sempre del 1554. Negli anni successivi affrescò due sante nella volta. Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto e Santa Apollonia.
Giacomo, fantasioso e versatile, si lasciò catturare dalle idee luterane.
Fu catturato nel 1561 ed accusato di seguire idee luterane.
Fu esaminato e giudicato dall’inquisitore generale di Milano Fra Angelo Enguada.
La tortura in cosa consisteva?
Nel tratto di corda o squassamento.
Questa tipologia è nota per essere stata la prima utilizzata dalla santa Inquisizione.
La vittima era lasciata con indosso solo i “mutandoni”, incatenata alle caviglie e con i polsi legati, saldamente, dietro la schiena con una corda “spessa”, che era fatta passare su una carrucola fissata al soffitto della camera della tortura. Gli inquisitori, che ricordiamo essere frati, issavano il torturato fino all’altezza di circa sei piedi dal pavimento.
Alle caviglie erano legati pesi di ferro, per fare in modo che la gravità della persona venisse a pesare sulle giunture delle spalle.
In quella posizione a Giacomo fu chiesta la verità!
“ Sei tu un aderente della religione luterana?” 
Nel caso in cui il pittore si fosse rifiutato di parlare, la sua schiena avrebbe conosciuto la flagellazione. Le sue spalle avrebbero iniziato a subire slogature e dislocamenti!
Questa tortura era eseguita con diversi gradi di durezza, secondo la natura del reato di cui era accusato il prigioniero.
Il giudice diceva:
“..il prigioniero deve essere interrogato applicando la tortura” 
Il malcapitato era sollevato da terra con la fune.
L’inquisitore si poteva spingere oltre:
“..che si torturi il prigioniero” 
L’eretico era sottoposto allo squassamento per una volta.
Se il carnefice, perché così dovrebbero essere chiamati gli inquisitori,  dichiarava.
“..che lo si torturi bene”
L’uomo veniva sottoposto a squassamento per due volte.
Infine vi era la sentenza devastante:
“..che venga torturato duramente” 
Al prigioniero erano applicati i pesi alle caviglie..
Giacomo da Cardone abiurò!
Non sappiamo a quale livello di tortura fu sottoposto, sappiamo che qualche tempo dopo l’arresto ritornò nella natia Montecrestese.
Qui finisce la tortura fisica.
Inizia quella psicologica.
Dopo una severa inquisizione fece atto d’abiura dei suoi errori.
Fu soggetto ad una dura penitenza e rimandato in Ossola.


Particolare delle decorazioni dell'abitazione di Giacomo da Cardone - Montecrestese
La punizione fu severa, ad indicare l’importanza dell’eresia nella quale era caduto.
Doveva portare cucita addosso, su tutti i vestiti, una croce rossa.
Tutte le feste doveva recarsi in chiesa per ascoltare la messa inginocchiato con una candela in mano: doveva recarsi in tutti gli altari presenti in chiesa, cinque, e per ognuno recitare 5 ave maria e 5 padre nostro.
Doveva confessarsi quattro volte l’anno mandando all'inquisitore la relazione del parroco circa l’espletamento dell’obbligo.
Doveva dipingere l’immagine di san Rocco nella sua casa. Santo invocato contro la peste e le malattie gravi. San Rocco fu imprigionato come spia a Voghera. Rimase dimenticato in un carcere per almeno tre anni. In quel luogo desolato trovò la morte. La Santa Inquisizione scelse san Rocco come monito per il prigioniero? Nel 1591 in quella stessa casa si svolse un processo contro una presunta strega.
Per tre anni doveva digiunare a pane ed acqua in tutte le vigilie delle feste comandate.
Doveva, su richiesta dell’inquisitore, ripetere pubblicamente il suo atto d’abiura a Montecrestese.
Vi sembra dura come sentenza?


Particolare delle decorazioni dell'abitazione di Giacomo da Cardone - Montecrestese
Dovremmo insieme pensare che a Giacomo sia andata bene, poiché non ha conosciuto il fuoco riconciliatore.
Non facendo vita pubblica decise di farsi costruire una nuova casa che si impegnò a decorare sbrigliando completamente la sua fantasia.
Nella sala della sua abitazione vi è una bellissima decorazione della cappa del camino: la predicazione di san Giovanni Battista sulle rive del Giordano. Il battista al centro, vestito di pelli di cammello, presenta la scritta Ecco l’agnello di dio che toglie i peccati dal mondo ed indica cristo sulla sponda opposta ad un gruppo di persone che giunge alle proprie spalle.
Ai piedi del battista s’intravede la scritta IO.b 1564 (Iohannes Baptista 1564).
Giacomo si è firmato con il nome del battista?
Nella propria casa non aveva necessità di firmare le opere.
Dovremmo pensare ad una sorte d’identificazione tra Giacomo ed il battista?


Particolare della veste di Giovanni Battista nell'abitazione di Giacomo - Montecrestese
Nella sua non usuale istruzione, consideriamo che siamo nel XVI secolo, Giacomo per abbellire la propria casa attinge dalla cultura lombarda del quattrocento.
Le scene ci riportano ad una ribellione interiore del pittore per il processo subito: Giacomo lo riteneva ingiusto nel procedere e nelle punizioni.
In questo periodo ritornò a lavorare al cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno, dove affrescò la deposizione dalla croce e la sepoltura del Cristo.
Trascorso il tempo della condanna per eresia, quattro anni, i compaesani si riuniscono in un forte atto di solidarietà: chiedono il reintegro di Giacomo all’ufficio di Notaio. Tanto fecero che il pittore fu reintegrato con decreto del 19 agosto 1566. L’atto fu firmato dal vicario del vescovo di Novara monsignore Serbelloni.
Un interessante documento riporta:
“Giacomo da Cardone dopo essere caduto nell’eresia, dopo la sua penitenza, è sempre vissuto da cattolico e cristiano secondo i precetti della Santa Cattolica Ortodossa e Romana chiesa e come si conviene a quell’uomo probo che sempre fu, eccetto la caduta di sopra, ed è al presente, ed ha sempre condotto vita onesta modesta e morigerata.”
Dell’attività notarile di Giacomo non esistono attestazioni.

Deposizione del corpo di Gesù - Baceno chiesa dedicata a San Gaudenzio
Lo ritroviamo nel 1591 quando nella sua casa prese dimora frate Francesco Silvestrio, dei minori conventuali, vicario dell’inquisitore di Novara Andrea Gotescho. 
Il motivo della presenza del frate inquisitore si deve ad un processo a carico di alcune donne di Montecrestese accusate di stregoneria.
Qui si conclude questo ricordo di un pittore, notaio ed eretico.
Spaccato della vita del Cinquecento del nostro assurdo bel paese.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/
Bibliografia

Arioli Luigi. Una camera nuziale del 1500, presente in Illustrazione Oscellana 1959.

Bertamini Tullio. Processo alla stria che ha toccato la vacca sulla schiena, presente in Illustrazione Ossolana 1962.

Bertamini Tullio. Le disavventure del pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1991


Bianchetti Gianfranco. Il pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1988

Edward John. Storia dell'Inquisizione. Oscar Mondadori. 2006

Lea Henry. Inquisizione. Storia e Organizzazione. Res Gestae editore. 2012