08/02/18

l'ultima cena di un pennello eretico


Interno della chiesa dedicata a san Gaudenzio, vescovo di Novara, nel paese di Baceno, nel cuore della Valle Antigorio. Un disagio profondo mi assale. Sprofondo in un'angoscia che non attendevo. Le arti visive permettono voli che esistono solo nella nostra più recondita immaginazione. Un affresco dove le ombre sembrano coprire le luci. Ho scoperto che nel buio possiamo trovare più illuminazione di quello che potevo pensare. Nelle ombre indaghiamo, osserviamo. Cerchiamo quello che all'apparenza non c'è. Alleniamo la mente al buio della nostra stanca civiltà, alle tenebre nelle quali, lentamente, la nostra cultura e il nostro passato sprofondano. Nell'oscurità troviamo anche l'angoscia. In quel momento, e solo in quel momento, qualcosa sembra sfuggire alla nostra comprensione. La paura assale prima il cervello e dopo il corpo. La luce che, a fatica, troviamo nel buio è il faro del nostro prossimo cammino. Sarà un camminare difficile, alle volte complesso, ma mai ripetitivo. Nell'oscurità del nostro guardare comprendiamo i simboli di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato qualcosa per noi. Di fronte all'affresco dell'ultima cena, dipinto dalle sapienti mani di Giacomo da Cardone, uno dei pochi pittori eretici del nostro passato, cosa dobbiamo cercare? Dobbiamo guardare nel visibile o indagare nel vuoto, negli spazi lasciati da Giacomo? Un tavolo inclinato che sembra voler far scivolare tutto quello che sorregge. Piatti, posate ed alimenti sembrano sospesi nello spazio che occupano. Lo spazio tra l'avere e l'essere. Il pittore ci ha accompagnato negli ultimi momenti della vita di una persona. Giacomo ci permette di essere parte della storia narrativa dipinta sulla parete. Cercare quello che manca, se manca, è complesso. Uno spazio vuoto tra gli apostoli posti di fronte al Cristo. Quello spazio è riempito da un coltello in bilico, con il manico rivolto allo spettatore. Sembra volerci chiedere di afferrarlo, di fermare la caduta dell'oggetto. Gli altri uomini di fede si stringono attorno all'uomo posto al centro della scena. Quelli sono i primi uomini che hanno creduto, formeranno il primo nucleo che porterà nuovi concetti dal vicino oriente all'occidente. Perché l'angoscia negli occhi di un ateo? Comprendere che guardare dei vivi che sembrano morti è un'esperienza assoluta, che non pensavo di vivere alla fine di una giornata sulle nevi dell'Ossola. L'incedere degli apostoli è inconfondibile, una sola parola lo può spiegare: fantasmi. Uomini che non parlano, che possono solo osservare. La tristezza appare nei loro visi. Un'angoscia provata nello scarto improvviso delle membra. Il prediletto è vicino, molto vicino. L'allievo è rilassato, quasi addormentato. 



Il Cristo abbraccia Giovanni comprendendo che sarà l'ultima volta. Qualcuno tradirà per pochi denari. Siamo di fronte all'ultima luce del giorno che rimbalza dalla tovaglia alle pareti. Quell'ultima luce penetra l'animo di chi l'osserva. L'ombra e il buio, che la storia visiva ci ricorda, sono ora sorpassare, abbattute da un singolo spiraglio luminoso che mi conduce nello spazio che sto attraversando. Il nuovo millennio ha dato luce alla rappresentazione o mescolato le carte? Cristo era celibe, come lo erano gli esseni. Il noto scrittore Dan Brown nel Il Codice da Vinci mette in bocca al personaggio, Leigh Teabing, queste parole: “Gesù era ebreo e il costume dell'epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l'obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta”. La teoria del matrimonio tra Gesù e Maddalena è giustificata secondo l'autore del volume che ha scaldato i cuori di milioni di lettori. Secondo alcuni studiosi, Cristo era un esseno. Qualora non lo fosse,  le sue posizioni erano molto vicine a quelle del gruppo tradizionalista conosciuti come esseni. Questi ultimi erano un movimento religioso molto consistente che viveva nel celibato, Giovanni Battista era un esseno e fece del celibato una regola di vita, e nessuno imponeva loro di sposarsi. Sugli esseni sappiamo molto di più grazie a ritrovamenti dei rotoli del Mar Morto. I punti di contatto tra gli esseni e Gesù sono numerosi, oltre alla vita celibe. Tutte queste informazioni erano disponibili a Giacomo da Cardone? Giacomo nacque agli inizi del terzo decennio del XVI secolo: possiamo dedurlo dal fatto che il padre, Guidolo, volle commemorare il completamento della propria abitazione, nel 1522, con un’iscrizione graffita sulla facciata. Giacomo da Cardone ebbe educazione più accurata e diversa da quella dei suoi conterranei. Gli inizi si possono supporre a Montecrestese oppure a Domodossola nello studio dei Minori Conventuali. Proseguì l’apprendimento in qualche importante centro della Lombardia, probabilmente Milano o Pavia, dove imparò l’arte della pittura ed acquisì la pratica del notariato. L’ambiente che frequentava in Lombardia era, quasi sicuramente, vigilato dagli agenti governativi spagnoli e/o dalla santa inquisizione, perché non era difficile che tra gli artisti emergessero pericolose tendenze in contrasto con la politica e la religione dominanti in quel preciso momento storico. I cantieri aperti a Crevola, nella chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, e Baceno, nella chiesa dedicata a San Gaudenzio, scatenarono la vocazione del giovane studente. Gli esordi risalgono al 1542 quando affrescò un’immagine devozionale in un edificio di Montecrestese. Il tempo corre veloce. Si giunge la 1547 quando la parrocchiale di Montecrestese, dedicata a Santa Maria Assunta, ritenuta dalla popolazione buia e troppo bassa, chiama a se il pittore che, negli anni seguenti, imprimerà sui muri il suo pensare, il suo essere diverso. Un uomo fuori dal tempo e dallo spazio. La sua opera inizia con la realizzazione di due personaggi, San Giovanni Battista e San Sebastiano. I due santi sono affrescati sulle colonne che sostengono l’arco d’accesso ad una cappella della navata di destra. Alla sinistra dell’ingresso troviamo San Giovanni Battista. 



Vestito con l’abito tessuto di peli di cammello. Alla destra del capo di Giovanni Battista la scritta che lo contraddistingue: ecce agnus dei. Ecco l’agnello di Dio. Alla destra dell’ingresso appare san Sebastiano, facilmente riconoscibile dal corpo trafitto di frecce. Durante la lavorazione di questi due affreschi, Giacomo da Cardone, entra in contatto con la confraternita di Santa Marta. Conoscenza che si svilupperà, positivamente per entrambi, con il trascorrere del tempo, sino a giungere al 1550, anno in cui si affida al pittore la realizzazione dell’apparato pittorico di una cappella, costruita a spese della confraternita, in fondo alla navata settentrionale. Arriviamo al 1550 quando la cappella della navata settentrionale, che oggi conserva il battistero, è ultimata. La richiesta dei committenti al pittore consisteva nella realizzazione di opere che dovevano riguardare la crocifissione, il purgatorio ed il giudizio universale. Nella grande crocifissione, presente sullo sfondo della cappella, è riscontrabile l’influsso dei grandi pittori contemporanei, o leggermente precedenti, al da Cardone, come il Bugnate o Gaudenzio Ferrari. Negli anni successivi iniziò ad operare nel cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno dove, nel 1554, affrescò l’ultima cena. Sulla destra del grande affresco ritroviamo un Sant’Antonio Abate sempre del 1554.  Giacomo, fantasioso e versatile, si lasciò lusingare dalle idee luterane. Fu catturato nel 1561 ed accusato d'essere luterano. Fu esaminato e giudicato dall’inquisitore generale di Milano Fra Angelo Enguada. Fu sottoposto al tratto di corda o squassamento. Questa tipologia di tortura è nota per essere stata la prima utilizzata dalla santa Inquisizione. Giacomo da Cardone, alla fine degli interrogatori cui fu sottoposto, abiurò. Non sappiamo a quale livello di tortura fu sottoposto, sappiamo che qualche tempo dopo l’arresto ritornò nella natia Montecrestese. Qui finisce la tortura fisica ed inizia quella psicologica. Dopo una severa inquisizione fece atto d’abiura dei suoi errori. Fu soggetto ad una dura penitenza e rimandato in Ossola. 



La punizione fu severa, ad indicare l’importanza dell’eresia nella quale era caduto. Tra i tanti obblighi, uno particolarmente mi ha colpito: doveva dipingere l’immagine di san Rocco nella sua casa. Il santo è invocato contro la peste e le malattie gravi. San Rocco fu imprigionato come spia a Voghera e rimase dimenticato in un carcere per almeno tre anni. In quel luogo desolato trovò la morte. La Santa Inquisizione scelse san Rocco come monito per il prigioniero? Questo a noi sfugge, ma nel 1591 in quella stessa casa si svolse un processo contro una presunta strega. Non facendo vita pubblica decise di farsi costruire una nuova casa che si impegnò a decorare sbrigliando completamente la sua fantasia. Le scene ci riportano ad una ribellione interiore del pittore per il processo subito: Giacomo lo riteneva ingiusto nel procedere e nelle punizioni. In questo periodo ritornò a lavorare al cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno, dove affrescò la deposizione dalla croce e la sepoltura del Cristo. Trascorso il tempo della condanna per eresia, quattro anni, i compaesani si riuniscono in un forte atto di solidarietà: chiedono il reintegro di Giacomo all’ufficio di Notaio. Tanto fecero che il pittore fu reintegrato con decreto del 19 agosto 1566. L’atto fu firmato dal vicario del vescovo di Novara monsignore Serbelloni. Un interessante documento riporta: “Giacomo da Cardone dopo essere caduto nell’eresia, dopo la sua penitenza, è sempre vissuto da cattolico e cristiano secondo i precetti della Santa Cattolica Ortodossa e Romana chiesa e come si conviene a quell’uomo probo che sempre fu, eccetto la caduta di sopra, ed è al presente, ed ha sempre condotto vita onesta modesta e morigerata.” Dell’attività notarile di Giacomo non esistono attestazioni. Lo ritroviamo nel 1591 quando nella sua casa prese dimora frate Francesco Silvestrio, dei minori conventuali, vicario dell’inquisitore di Novara Andrea Gotescho. Il motivo della presenza del frate inquisitore si deve ad un processo a carico di alcune donne di Montecrestese accusate di stregoneria. Qui si conclude questo ricordo di un pittore, notaio ed eretico. Spaccato della vita del Cinquecento del nostro paese. Una domanda ancora non trova risposta: cosa avrà voluto rappresentare Giacomo da Cardone in quell'ultima cena nel buio di una valle delle Alpi?

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Arioli Luigi. Una camera nuziale del 1500, presente in Illustrazione Oscellana 1959

Bertamini Tullio. Processo alla stria che ha toccato la vacca sulla schiena, presente in Illustrazione Ossolana 1962

Bertamini Tullio. Le disavventure del pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1991

Bianchetti Gianfranco. Il pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1988

Edward John. Storia dell'Inquisizione. Oscar Mondadori. 2006


Lea Henry. Inquisizione. Storia e Organizzazione. Res Gestae editore. 2012

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

01/02/18

i fotografi: sono un falso le immagini dell’uomo sulla Luna

«Se le avessero chieste a me, quelle immagini da studio le avrei fatte molto meglio», cioè con le ombre “giuste”, simulando bene l’effetto del sole. Parola di Oliviero Toscani. Il film del presunto allunaggio? La madre di tutte le fake news: «Un falso al 200%». A dirlo è un altro principe della fotografia mondiale, Peter Lindbergh, il numero uno nel campo della moda, “inventore”delle top-model degli anni ‘90, da Cindy Crawford a Naomi Campbell. La domanda: da dove arrivano quelle luci (artificiali) che rischiarano gli astronauti? Proiettori, spot da cinema, pannelli riflettenti: attrezzature di cui l’equipaggio di Apollo 11 non disponeva. L’esame dei fotografi è la prova regina del test condotto da Massimo Mazzucco, autore del documentario “American Moon”. Oltre tre ore di film, che inchiodano lo spettatore di fronte a una verità incontrovertibile: a prescindere dal fatto che ci siamo stati o meno, sulla Luna, le immagini dell’allunaggio – trasmesse dalla Nasa in mondovisione nel 1961 – sono un falso, palese e grossolano. I sospetti crescono ulteriormente, scoprendo che l’ente aerospaziale ha dichiarato di aver “smarrito” i film originali di un evento che, se fosse reale, sarebbe una pietra miliare nella storia dell’umanità. Per non parlare degli astronauti: anziché essere celebrati a vita come eroi, hanno trascorso il resto dei loro giorni a nascondersi.
Fake news? Sì, certo. Ma è inutile sperare di convincere tutti: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Per contro, possiamo consolarci: la sete di verità è inesorabile e ha ormai contagiato almeno il 20% del pubblico, ed è una quota destinata Oliviero Toscania crescere in modo esponenziale. «Non è che gli americani abbiano deciso in partenza di barare, ingannando il mondo», premette Mazzucco, ai microfoni di “Border Nights”. «Ci hanno provato veramente, ad andare sulla Luna». Tutta “colpa” di Kennedy, o meglio della guerra fredda: i sovietici erano in vantaggio, già nel ‘57 avevano spedito in orbita il primo Sputnik e poi addirittura Gagarin, primo uomo nello spazio, nel 1961. «Entro la fine del decennio metteremo un uomo sulla Luna», promise Jfk. Salvo poi apprendere, dalla Nasa, che sarebbe stata una missione impossibile: gli Usa erano fermi al lancio sub-orbitale di Alan Shepard, spedito in atmosfera per soli 15 minuti. «Man mano che si avvicinava la fine del decennio, arrivati al ‘67, cioè a due anni e mezzo dalla scadenza, si resero conto che i problemi tecnici erano insormontabili: ma siccome nel frattempo avevano fatto una propaganda mondiale, non potevano più tirarsi indietro». Da qui la possibile idea del clamoroso “fake”.
«Avevano intanto sviluppato un sistema di simulazione che gli permetteva di riprodurre virtualmente un’intera missione lunare, dalla partenza al ritorno sulla Terra comprese le passeggiate sulla Luna: è chiaro, secondo me, che hanno ceduto alla tentazione», sostiene Mazzucco. «Stando seduto nel Lem, il modulo lunare, come fosse il simulatore di un aereo, potevi vedere dal finestrino le immagini del terreno lunare che si avvicinava e le immagini dell’allunaggio, che fra l’altro – stranamente – sono molto simili alle immagini che poi ci hanno dato per vere». Mazzucco ha sondato esperti, scienziati, tecnici: la Luna era troppo rischiosa. «Il pericolo era di perdere gli astronauti: atterrare sulla Luna è una cosa, ripartire è molto più difficile». La “tentazione” del falso? «Negli anni ‘60 non si ponevano il problema che poi, quarant’anni dopo, ci sarebbero state tutte le fotografie dei viaggi Apollo in alta definizione scaricabili da chiunque». Mezzo secolo fa, la Nasa sapeva che sarebbe bastato inviare qualche foto (accuratamente selezionata) a “Life Magazine” o a “Time Magazine”, così come al “New York Times”: nessuno avrebbe potuto fiutare l’imbroglio. «Solo con l’avvento di Internet, quando la Nasa ha messo in rete tutte le foto ad alta definizione delle missioni lunari, qualcuno ha cominciato a spulciarle una per una, a fare i confronti incrociati tra luci e Peter Lindberghombre. Ma allora non potevano immaginare questo tipo di esame ai raggi X che viene fatto oggi sui loro materiali, quindi capisco quella loro superficialità».
Le immagini, spiega Mazzucco (fotografo per vent’anni, già assistente di Toscani) sono «fatte molto male» proprio dal punto di vista della simulazione della luce del sole: «Cosa che sfugge all’occhio dell’osservatore comune, ma non a quello del professionista delle immagini». Appena Lindbergh le ha esaminate, è sbottato: «Scusa, ma da dove viene questa luce?». Un falso storico colossale? Obiezione: perché l’Urss, in gara con gli Usa nella conquista dello spazio (meta suprema della guerra fredda) non denuciò il falso allunaggio? «Ai sovietici non conveniva», dice Mazzucco. «Intanto nessuno gli avrebbe creduto, dato che avevano appena “perso la corsa alla Luna”: li avrebbero derisi». Ma poi, soprattutto, già a quei tempi – ancora con le missioni Apollo in corso – erano iniziate le trattative segrete (poi pubbliche) per le missioni congiunte Apollo-Soyuz, il cui risultato è tuttora in orbita sotto forma di Iss, Stazione Spaziale Internazionale. «In cambio del silenzio, l’Urss ha avuto dagli Usa tutta la tecnologia che le serviva». Spiegazione coerente, che combacia con un altro aspetto particolarmente inquietante: lo strano silenzio degli astronauti. Neil Armstrong e Buzz Aldrin sarebbero stati i primi due uomini a mettere i piedi sulla Luna: Buzz Aldrinun’esperienza entusiasmante e sconvolgente, per qualsiasi essere umano. «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini», disse Gagarin, con voce emozionata, dall’orbita del Vostok. Gli americani? Silenzio.
Da Armstrong e Aldrin ci si sarebbero aspettate centinaia di interviste, decine di libri. E invece, niente: «Neil Armstrong, in tutta la vita, ha rilasciato 4 interviste, e non tutte favorevoli alla Nasa». Addirittura nell’ultima, del ‘94, dice, in modo cupo e sibillino: «Riguardo al futuro ci sono molti veli che coprono la verità, sta ai giovani rimuoverli per scoprirla». Una coltre di oblio ha sepolto gli 8 astronauti delle successive missioni Apollo: «Nessuno ricorda i loro nomi. Strano, no? Eppure, in teoria, sono gli unici esseri umani che avrebbero calcato il suolo di un altro corpo celeste». Dell’altro evento epocale, la scoperta e conquista dell’America, sappiamo tutto: «Magellano, Verrazzano, Colombo, Cortés: hanno fatto tanti film su ciascuno di loro». E gli astronauti pionieri della Luna? Inghiottiti nel nulla. «E’ chiaro che non c’è quel tipo di entusiasmo storico che dovrebbe corroborare un fatto così importante: c’è anzi una tendenza a minimizzarlo», sottolinea Mazzucco, che si domanda: se era così facile andare e venire dalla Luna negli anni ‘60, perché non abbiamo continuato ad andarci? Solo perché, dicono, sulla Luna non c’è niente? E ci sono volute 6 missioni nell’arco di tre anni, per capirlo? Forse la verità è un’altra, assai più terrena: «Il programma Apollo era una macchina da soldi mostruosa, a cui la Nasa mirava. Soldi che saranno serviti a sviluppare tecnologie militari, non rivolte allo spazio ma alla Terra».
Anche sui libri di storia l’evento è minuscolo, quando invece «dovrebbe essere presentato come il punto di svolta della storia umana: da quel giorno in poi, non siamo più solo sulla Terra». E invece la Nasa stessa tende a non celebrarlo: «Perché ha la coda di paglia, immagino». Affermazione che Mazzucco motiva, tra le altre cose, con l’inverosimile vicenda (fantozziana) del presunto “smarrimento” delle bobine, i filmati originali dell’allunaggio. «La Nasa ha ufficialmente perso i nastri originali che contenevano le immagini “arrivate dalla Luna”, quelle della prima passeggiata lunare. Nel 2009 hanno detto: dove son finiti, i nastri? Nessuno lo sa più. Non li hanno mai più trovati. E quei due o tre poveracci che si sono messi a cercarli, credendo che si fossero persi veramente, hanno incontrato decine di muri di gomma e alla fine han dovuto arrendersi, di fronte alla chiara intenzione di non farli ritrovare». Non c’è stato nessun incidente, nessun incendio di nessun magazzino: un semplice, banale “smarrimento”. «Quel nastro conteneva, in teoria, l’evento più importante della storia dell’umanità. Uno si aspetta che fosse custodito in un bunker impenetrabile, a temperatura controllata, sorvegliato a vista da guardie armate». La parte più comica Moonwalkersdella vicenda riguarda la tesi del “debunker” Paolo Attivissimo, autore del libro “Siamo andati sulla Luna”: li hanno cancellati, dice, perché i nastri costano e dopo un po’ vengono riutilizzati.
E’ evidente, conclude Mazzucco, che ci dev’essere un motivo serio dietro alla loro sparizione. Uno su tutti: «Quei nastri non contenevano solo le immagini del primo allunaggio (di cui abbiamo le copie) ma anche i dati di telemetria: cioè svelavano anche dove si trovasse veramente il Lem, in quel momento, nello spazio. Quindi, se per caso non si fosse trovato sulla Luna, chiunque oggi analizzando quei nastri potrebbe dedurlo, quindi è molto più comodo “perderli”». Tutte le comunicazioni che avvengono nei 7 giorni ufficiali della missione, dal 16 al 23 luglio del ‘69, cioè dalla partenza da Cape Kennedy (allora Cape Canaveral) al ritorno nell’Oceano Pacifico, «nell’ipotesi della finzione, sono tutte trasmissioni che avvengono con la capsula nell’orbita terrestre». In un video, un ricercatore convinto dell’inganno lunare, Bart Sibrel, analizza i video Nasa e scopre che, a un certo punto, «gli astronauti fingono di inquadrare la Terra da 170.000 chilometri di distanza, cioè circa a metà strada fra la Terra e la Luna». Nel video «si vede un pallino blu al centro dell’inquadratura, completamente nera, però poi si scopre che a essere inquadrata non è la Terra sospesa nel vuoto, ma un ritaglio dell’oblò. La Terra è sotto di loro, ed è molto più vicina. Loro con la telecamera, stando indietro all’interno della navicella, inquadrano l’oblò come se fosse la circonferenza completa della Terra».
La versione di Mazzucco: «A questo punto sospetto che, per quei 7 giorni, gli uomini di Apollo 11 abbiano girato a vuoto attorno alla Terra, per poi fare un normalissimo rientro dal cielo: poi, quando arrivano in mare, non puoi sapere se provengono dalla Luna, dall’orbita terrestre o magari solo da un aereo cargo, militare, che volava da 10.000 metri d’altezza. Li vedi rientrare, hanno un po’ di barba, e quindi pensi che arrivino dalla Luna». Tra le varie morti dei 12 “moonwalker”, il regista trova particolarmente interessante quella di James Irwin, di Apollo 15. Morte raccontata da Bill Keysing, il padre della teoria del complotto lunare, autore già nel ‘74 del primo libro critico, intitolato “Non siamo mai andati sulla Luna”. Lo scrittore dice che Irwin lo contattò perché «voleva raccontargli qualcosa». Lo conferma un testimone, presente con Keysing al momento della telefonata. «Ma forse l’astronauta non è stato abbastanza attento nel telefonare a Keysing: tre giorni prima di James Irwinincontrarlo, è morto in uno stranissimo incidente in motocicletta, andando a sbattere contro l’unico palo in mezzo a un deserto». Deduzione: «Quegli astronauti erano strettamente controllati, e lo sono stati per tutta la vita. Questo spiegherebbe il loro comportamento decisamente strano, dai viaggi lunari fino alla loro morte».
Clamoroso il caso di Buzz Aldrin: «Si è perso nelle droghe e nell’alcol», ricorda Mazzucco. «Pensa: sei stato sulla Luna, sei la seconda persona più famosa al mondodopo Armstrong, eri con lui, eri uno dei due primi uomini sulla Luna… dovresti avere una vita di successo, di conferenze, di libri, accolto in tutti in paesi del mondo. E invece diventi un alcolizzato, un drogato che divorzia venti volte e non sa più cosa fa nella vita, si fa crescere la barba, diventa un hippie». In alcune foto a qualche anno dal viaggio lunare è letteralmente irriconoscibile. E in un’intervista a “Paris Match” rivela: «Ci considerano tutti degli eroi, ma in realtà la Luna ci ha distrutti». Perché mai dovrebbe averti distrutto, la Luna, se è vero che ci sei stato? Altra incredibile stranezza, l’intervista ad Alan Bean di Apollo 12. Domanda: avete avuto danni particolari per aver attraversato l’area ultra-radioattiva delle Fasce di Van Allen? Bean casca dalle nuvole: «Veramente non credo che siamo andati tanto in alto da raggiungere le Fasce di Van Allen». Ma le Fasce, gli fanno notare, sono appena fuori dall’atmosfera terrestre, tra i 15.000 e i 40.000 chilometri. «Ah, allora le abbiamo attraversate di sicuro!», replica l’astronauta. «Bastano dettagli umani come questi – dice Mazzucco – per sospettare che quei poveracci abbiano vissuto una vita orribile, obbligati a mentire fino al loro ultimo giorno di vita».
Mazzucco non si illude che la verità proposta in “American Moon” possa essere largamente accettata: “debunker” come Attivissimo si impegnano a smontare minuziosamente qualsiasi ipotesi di complotto. Ma attenzione: «Il “debunker” si rivolge a chi ha bisogno di una scusa qualunque per continuare a credere. Quando crollano le Torri Gemelle e vengono espulse tonnellate di cemento, c’è sempre chi dice: ma no, quelli sono solo i vetri delle finestre, che esplodono». Il pubblico del “debunker” non va a controllare se quello che ascolta è sensato. Non agisce non spirito critico: «Agisce in modo fideistico, ha bisogno di sentirsi dire che Mazzucco è un buffone e che sulla Luna ci siamo andati davvero». Il solito Attivissimo arriva a dire che è “normale” smarrire i nastri originali del mitico allunaggio? «Il “debunker” inventa in modo spudorato, tanto sa che il suo pubblico non andrà a verificare quello che dice. Ha solo bisogno di essere rassicurato, di sentirsi dire che nessuno ci inganna, Mazzuccoche il mondo è bello, che i nostri potenti ci vogliono bene, che nessuno farebbe mai una cosa come ammazzare tremila cittadini nelle Torri Gemelle. Questa è la vera funzione del “debunker”». In altre parole: la colpa è, innanzitutto, del pubblico. «Quando una persona non vuole sentirsi dire la verità, che è scomoda, non c’è niente da fare».
Non per questo, però, è il caso di perdersi d’animo: «L’umanità va avanti comunque», dice Mazzucco. «Magari avanza più lentamente, per colpa di questa gente, ma va avanti lo stesso: non è che si ferma perché ci sono questi quattro cretini che hanno bisogno di rassicurare la parte mentalmente più debole della popolazione. Ci arriveranno anche loro, prima o poi». L’autore di “American Moon” è addirittura ottimista: «Secondo me siamo dentro una curva – lenta, ma costante e inarrestabile. In 15 anni ho visto cambiare profondamente la Rete. Oggi molti siti di informazione indipendente sono visitati e sdoganati, all’interno di questa dinamica. Quello che una volta era eresia, oggi lo puoi dire tranquillamente, perché c’è una fetta di pubblico che ti segue e non ha nessun problema a condividere le tue conclusioni». E’ provato: «Cala il numero delle persone che si fidano ancora dei media mainstream e aumenta quello di chi si informa personalmente, consultando altre fonti. Certo, ci sarà sempre l’aggrapparsi alla American Moon, il documentario di Mazzuccoverità ufficiale, il bisogno di rassicurazione fa parte della natura umana. Ma queste persone saranno sempre di meno».
Già adesso, per molti argomenti, i media mainstream non riescono più a far passare la loro versione come verità ufficiale unica. «Parla da solo il caso vaccini: il decreto Lorenzin è stato approvato, ma dieci anni fa sarebbe passato senza la minima discussione. Oggi invece c’è una caterva di persone incazzate, informate dal web. Tant’è vero che gli stessi partiti politici stanno cercando di inseguire questo elettorato, promettendo di abolire l’obbligo vaccinale». Sta crescendo, il pubblico potenziale che non crede più a storie come quella dei “moonwalker”: «C’è una fetta notevole di gente che non se la beve più, ormai un 20-25%. Dieci anni fa eravano al 3%». Fare quantificazioni e previsioni precise è impossibile, amette Mazzucco, ma secondo lui ormai la tendenza è costante e inarrestabile. «La prima fase del risveglio è il dubbio. Oggi, raccontarci delle fregnacce in tv è molto più difficile. Se ne stanno accorgendo a livello politico: nessuno crede più a quello che dicono i partiti». Mettere in discussione la versione ufficiale: «Proprio il dubbio “piccona” il primo mattone su cui si reggono tutte le bugie». Mazzucco confida nei giovani, «che magari hanno il cervello più aperto». E’ questione di tempo. «Ma il cambiamento sta avvenendo velocemente, se pensiamo che sono duemila anni che chi ha il potere mente a tutti, comunque e sempre. Noi in 15 anni abbiamo cominciato a far traballare certezze. Ognuno di noi deve fare del suo meglio. Poi, sono sicuro, il risultato arriverà».
(Il documentario “American Moon” di Massimo Mazzucco, in formato Dvd – durata, 3 ore e 20 minuti – è disponibile online attraverso il sito “Luogo Comune”).

fonte: http://www.libreidee.org/

29/01/18

Pitigliano


VEDUTA

Pitiglianu o Pitijjanu nel dialetto locale, è un comune italiano di 3 867 abitanti della provincia di Grosseto in Toscana.

Il caratteristico centro storico è noto come la piccola Gerusalemme, per la storica presenza di una comunità ebraica, da sempre ben integrata nel contesto sociale che qui aveva la propria sinagoga.

Geografia fisica

Territorio

Il territorio comunale di Pitigliano si estende nella parte occidentale dell'area del Tufo. Confina a nord con il comune di Sorano, a sud-est con i comuni laziali di Farnese, Ischia di Castro, Latera e Valentano dai quali è delimitato dall'estremità settentrionale della Selva del Lamone, a ovest con il comune di Manciano.

Arrivando a Pitigliano dal mare, salendo la strada regionale 74 Maremmana, si notano le caratteristiche case che sporgono da un grande sperone di tufo, assolutamente a strapiombo. La rupe di Pitigliano è circondata su tre lati da altrettanti burroni, pieni di grotte scavate nel tufo; nel fondovalle scorrono i corsi d'acqua Lente, Meleta e Prochio.

Il territorio comunale si eleva a quote collinari che variano tra i 300 e i 663 metri s.l.m. di Poggio Evangelista, che segna il confine con il Lazio all'estremità orientale; l'area del paduletto di Pantanello è stata sottoposta a bonifica in epoca lorenese. Pitigliano è inserito nella lista dei borghi più belli d'Italia patrocinata dall'Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa), Ordinanza PCM 3274 del 20/03/2003

Clima

Il territorio comunale di Pitigliano, pur presentando situazioni locali diversificate in base all'orografia, si caratterizza per temperature minime invernali piuttosto basse, che possono verificarsi in periodi prolungati, nonostante i valori massimi giornalieri siano spesso gradevoli; al contrario, in estate il caldo può essere molto intenso, seppur accompagnato generalmente da bassi tassi di umidità relativa.

Di conseguenza, il comune è stato classificato in zona E con una sommatoria di 2195 gradi giorno, che consentono l'accensione degli impianti di riscaldamento tra il 15 ottobre e il 15 aprile, fino ad un massimo di 14 ore giornaliere.

In base ai dati medi disponibili per il trentennio 1951-1980 per l'unica stazione meteorologica situata all'interno del territorio comunale e di seguito riportati nella tabella, la temperatura media annua si aggira sui +14,1 °C ai 313 metri s.l.m. di Pitigliano, mentre le precipitazioni medie annue iniziano ad essere influenzate dalla presenza dei rilievi, facendo registrare 926 mm nella medesima località di Pitigliano.

Storia

Pitigliano era già un luogo frequentato e abitato sin dai tempi degli etruschi, quando qui furono fondati numerosi insediamenti scavati nel tufo e attestati dalla tarda età del Bronzo (XII-XI secolo a.C.). Anche nel luogo dove oggi sorge il paese era situato un centro etrusco, testimoniato dai resti delle mura rinvenuti nel quartiere di Capisotto e poi scomparso tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C..

La prima notizia di Pitigliano appare in una bolla inviata da papa Niccolò II al preposto della cattedrale di Sovana nel 1061, dove viene già indicato come luogo di competenza della famiglia dei conti Aldobrandeschi. Nel 1293 Anastasia, figlia della contessa Margherita Aldobrandeschi, sposò Romano Orsini portando in dote la contea di Sovana e la sede della contea fu trasferita proprio a Pitigliano. Gli Orsini governarono la Contea di Pitigliano per secoli, difendendole dai continui tentativi di sottomissione da parte di Siena e Orvieto prima, e della Firenze medicea poi. Fu solo nel 1574 che Niccolò IV Orsini cedette la fortezza ai Medici e nel 1604 Pitigliano fu annessa al granducato di Toscana, ceduta dal conte Gian Antonio Orsini per saldare i propri debiti. I Medici tuttavia si disinteressarono delle sorti della città, che cadde presto in declino, e soltanto nel 1737, anno in cui il granducato passò ai Lorena, Pitigliano conobbe una lenta ripresa economica e culturale.

Oggi è una conosciuta meta turistica grazie alla peculiarità del suo centro storico, che ha permesso il suo inserimento nella lista dei borghi più belli d'Italia dell'ANCI.

Simboli

Lo stemma di Pitigliano è costituito da uno scudo sannitico di colore giallo su cui è raffigurata una fortezza argentata posta su una collina e circondata da due leoni rossi. Lo stemma ha la seguente blasonatura ufficiale: «d'oro alla torre merlata d'argento, sostenuta da due leoni controrampanti di rosso, attraversati da due rose dello stesso, il tutto su un colle al naturale».

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religiose

Chiese parrocchiali cattoliche

Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, duomo di Pitigliano, è stata edificata in epoca medievale, rimaneggiata durante il XVI secolo e profondamente modificata nelle epoche successive. La facciata tardo-barocca è fiancheggiata sulla sinistra dal campanile che si presenta intonacato nella parte inferiore sopra la quale ha mantenuto l'aspetto originario in tufo risalente al periodo medievale. L'interno della cattedrale, in stile barocco a navata unica con cappelle laterali, custodisce varie opere d'arte che spaziano prevalentemente tra il XVII e il XIX secolo. Tra le varie si ricordano due tele della "vita di san Gregorio" – Arrigo IV a Canossa e la predestinazione del giovane Ildebrando – del pittore mancianese Pietro Aldi. La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo conta circa 820 abitanti.

Chiesa di Santa Maria Assunta, situata in piazza Dante, fuori le mura, risale al XIX secolo e si presenta in stile neoromanico. La parrocchia di Santa Maria Assunta conta circa 2760 abitanti.

Santuario della Madonna delle Grazie, sorto nel XIV secolo come cappella rurale, venne trasformato in santuario dedicato alla Vergine nel corso del XVI secolo e ampliato in epoche successive quando il luogo divenne sede di una comunità di francescani. È stato restaurato nel 1962. La parrocchia della Madonna delle Grazie conta circa 610 abitanti.

Chiese cattoliche minori

Chiesa di Santa Maria e San Rocco, edificata nel XII secolo su un preesistente tempio pagano e restaurata in forme tardo-rinascimentali, si presenta in un'insolita aula trapezoidale divisa in tre navate dove sono conservate alcune tracce di affreschi. L'interno contiene una cospicua raccolta di opere pittoriche del XVII secolo.

Oratorio del Santissimo Crocifisso, situato in piazza Gregorio VII, nelle vicinanze del duomo, si tratta di un piccolo edificio religioso del XVII secolo.

Chiesa di Sant'Antonio, situato lungo via Zuccarelli, risale al XIII secolo, ma ha subito sostanziali trasformazioni che ne hanno modificato l'aspetto. Sconsacrata, è oggi adibita a usi civili.

Chiesa di San Rocco, situata tra via Vignoli e il vicolo San Rocco, risale al XV secolo, ma dopo anni di abbandono e incuria è stata sconsacrata e adibita ad abitazione privata. Oggi sulla facciata è presenta una nicchia con una statua.

Chiesa di San Michele, situata in via San Michele fuori le mura, risale al medioevo, ma ha subito dei rifacimenti ed ampliamenti nel corso del XVIII secolo. Sconsacrata, è oggi adibita ad usi civili.

Chiesa della Madonna del Fiore, sorta come cappella in epoca rinascimentale, si trova lungo l'omonima via al di fuori delle mura. Nei secoli successivi, l'edificio religioso è stato ampliato, pur conservando discretamente gli originari elementi stilistici di epoca cinquecentesca.

Chiesa e convento di San Francesco: situati poco fuori Pitigliano, lungo la strada che porta a Manciano, risalgono al periodo rinascimentale e furono progettati da Antonio da Sangallo il Giovane. La chiesa ospita all'interno un affresco della Madonna col Bambino degli inizi del XVI secolo; il convento è attualmente adibito ad abitazione rurale, e conserva ancora il pregevole chiostro cinquecentesco.

Chiesa di San Paolo della Croce, sorta come cappella rurale presso la frazione del Casone, fu completamente trasformata e ampliata agli inizi del XX secolo, con elementi stilistici neoromanici e neogotici e l'aggiunta del campanile e della sagrestia.

Chiesa di Santa Maria in Vinca, chiesa di origini medievali i cui resti si trovano presso la necropoli di Poggio Buco.

Cappelle cattoliche

Cappella dei Santi Giacomo e Filippo apostoli, costruita nel XVII secolo lungo le Vie Cave del Gradone a sud del centro storico, è una piccola cappella rurale che ha conservato gli elementi stilistici tipici dell'epoca di costruzione.

Cappella di Pian di Morrano, piccola cappella gentilizia del XVIII secolo, costruita presso l'omonima fattoria, rispetto alla quale è situata sul retro.

Cappella di San Lorenzo, situata presso l'omonimo podere nei dintorni di Pitigliano, è un edificio religioso sconsacrato, che venne costruito nel corso del XVII secolo come cappella rurale.

Oratorio rupestre, situato presso la Porta di Sovana, si tratta di una piccola grotta adibita a luogo di culto risalente al IV secolo che si apre nella rupe che costeggia la strada.

Strutture sacre ebraiche

Sinagoga di Pitigliano, sinagoga cinquecentesca, all'interno della quale spiccano l'Aron sulla parete di fondo e la Tevà al centro; sulle pareti sono conservate iscrizioni di versetti biblici mentre in alto si trova il matroneo riservato alle donne. Sotto il tempio ebraico si trovano i locali per il bagno rituale, il suggestivo forno delle azzime, la macelleria kasher, la cantina kasher e la tintoria.

Cimitero ebraico di Pitigliano, situato al di là del torrente Meleta che delimita a sud il paese, costruito nella seconda metà del XVI secolo quando gli Orsini concessero quel terreno al loro medico di famiglia di religione ebraica per la sepoltura della moglie. Nelle vicinanze del cimitero ebraico si estende il museo archeologico all'aperto Alberto Manzi.

Architetture civili

Palazzi

Palazzo Orsini, imponente palazzo fortificato, costruito come rocca dagli Aldobrandeschi (XI-XII secolo) e poi sede della contea degli Orsini, è stato ristrutturato consistentemente nel XVI secolo per volere di Niccolò Orsini, su progetto dell'ingegnere Antonio da Sangallo il Giovane. L'aspetto attuale è dovuto ad alcune ristrutturazioni effettuate dai Lorena tra il 1777 e il 1840, anche se in epoche recenti la Sovrintendenza ai beni artistici e culturali di Siena e Grosseto ha imposto un'intonacatura esterna di dubbia qualità. Il complesso ospita all'interno il museo diocesano di Palazzo Orsini, ricco di opere d'arte che coprono un periodo di tempo dal medioevo all'età moderna, e il museo civico archeologico, dove sono custoditi vari reperti provenienti dalle vicine aree archeologiche.

Palazzo Comunale, sede del municipio, è stato costruito in stile neorinascimentale tra il 1934 e il 1939 addossato sopra il Teatro Salvini.

Teatro Salvini, costruito nel 1823 dalla Società filodrammatica dei Ravvivati, sul luogo dove precedentemente sorgeva un granaio, è stato rinnovato una prima volta nel 1870 e infine inglobato nella costruzione dell'imponente Palazzo Comunale negli anni trenta del XX secolo. Il teatro è stato ristrutturato negli anni 1971 e 1972 su progetto dell'ingegnere Edoardo Focacci.

Palazzo Sadun, detto Palazzo degli ebrei, è un imponente edificio eretto alla fine del secolo XIX nella piazza principale del paese a fianco del municipio.

Tra i numerosi palazzi di Pitigliano si ricordano quelli più interessanti storicamente e architettonicamente: Palazzo Bruscalupi, Palazzo Incontri, Palazzo Lucci-Petruccioli, Palazzo della Pretura, Palazzo del Monte di Pietà, Palazzo di Giustizia, Palazzo Santelli, Palazzo Vignoli, l'ex ospedale di Pitigliano, lo spedale dei Poveri, lo scrittoio delle Fortezze, il palazzo della Fiscaleria.

Fontane

Fontana delle Sette cannelle, caratteristica fontana realizzata attorno alla metà del XVI secolo, chiude il lato meridionale di piazza della Repubblica.

Fontane gemelle, coppia di fontane, una situata nella parte settentrionale e l'altra nella parte meridionale di piazza della Repubblica, risalenti agli inizi del XX secolo.

Altri edifici civili

Acquedotto mediceo, costruito a partire dalla metà del XVI secolo, fu completato soltanto nel secolo successivo quando Pitigliano era già passato sotto la dominazione dei Medici.

Pozzo di Palazzo Orsini, caratteristico pozzo-cisterna di epoca rinascimentale, situato nel cortile interno di Palazzo Orsini. Si caratterizza per pregevoli decorazioni a bassorilievo raffiguranti la casata dei conti di Pitigliano.

Architetture militari

Cinte murarie

Mura di Pitigliano: la cinta muraria è stata realizzata dagli Aldobrandeschi a partire dal IX secolo, anche se una primitiva fortificazione etrusca era già presente dal VII secolo a.C.. L'aspetto attuale è dovuto ad una successiva ristrutturazione effettuata dagli Orsini in epoca rinascimentale, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane.

Porta di Sovana, realizzata nel corso del XIII secolo dagli Aldobrandeschi, in prossimità del tratto delle mura etrusche, per consentire l'accesso al borgo a coloro che provenivano da Sovana, all'epoca capitale della contea aldobrandesca, attraverso le Vie Cave.

Porta della Cittadella, costruita nel corso del XVI secolo durante i lavori di riqualificazione e potenziamento del preesistente sistema difensivo. La porta è una vera e propria galleria che attraversa uno dei bastioni sud-orientali, che consente l'accesso al borgo da chi proviene da est e da sud.

Castelli

Castel dell'Aquila, antica fortificazione medievale situata in un'area boscosa presso il fiume Fiora, di cui si conservano i ruderi.

Castello di Morrano, situato in località Morranaccio, è un antico castello del IX secolo, identificato con il toponimo Murianum, possedimento degli Aldobrandeschi e in seguito presidio del Comune di Orvieto. Probabilmente distrutto dai senesi nel XV secolo, si presenta oggi sotto forma di ruderi.

Altro

Monumento alla progenie ursinea, situato a destra della cattedrale, è composto da una base quadrangolare e una statua di orso posta su un'anfora, con lo stemma della famiglia Orsini. È stato realizzato nel 1490.

Parco Orsini, situato sul Poggio Strozzoni, è stato realizzato alla fine del XVI secolo su modello del parco dei mostri di Bomarzo. Si conservano alcune sculture e i due monumentali troni, sedili in pietra sul crinale del poggio.

Siti archeologici

Necropoli del Gradone, situata a valle del borgo, oltre il ponte sul Meleta, all'interno delle Vie Cave, è composta da tombe a camera riferibili ad un periodo tra il VII e il VI secolo a.C..

Necropoli di San Giovanni, situata poco lontana da quella del Gradone, presso le Vie Cave, deve il suo nome al vicino ponte a otto arcate fatto costruire dal granduca Leopoldo II di Lorena nel 1843. Risale alla metà del VI secolo a.C. ed è composta da varie tombe a camera scavate nel tufo, oltre che da una serie di tombe a cassone dell'età ellenistica (II secolo a.C.).

Necropoli di San Giuseppe, situata lungo la strada che porta a Sovana, è composta da un piccolo nucleo di tombe a camera databili tra il VII e il VI secolo a.C.

Morranaccio, insediamento archeologico di notevole interesse, conserva tracce di un insediamento frequentato dall'età del Bronzo fino all'epoca etrusco-romana: sono visibili resti di antichi pozzi, tombe e grotte rupestri. Qui in epoca medievale era situato un castello, l'antico Murianum, oggi sotto forma di ruderi.

Poggio Buco: presso l'area oggi conosciuta come Poggio Buco, era situata nell'antichità una fiorente città etrusca, dipendente da Vulci e rivale con la vicina Pitigliano, abitata sin dalla tarda età del Bronzo (XII secolo a.C.). La città è scomparsa agli inizi del VI secolo a.C. per motivi sconosciuti e sconosciuto è anche il nome che tale centro abitato possedeva. Per anni è stato ipotizzato che l'area di Poggio Buco fosse il sito ove sorgeva la perduta città di Statonia, ipotesi però poi confutata. Fanno parte di Poggio Buco i siti archeologici di Caravone, Insuglietti, Le Sparne, Selva Miccia.

Tra i vari piccoli siti archeologici del territorio sono da ricordare anche quelli rinvenuti nelle località di Corano, Poggialti Vallelunga, Poggio Formica, Quattro Strade e Sorgenti della Nova.

Etnie e minoranze straniere

Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2010 la popolazione straniera residente era di 163 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:

Romania, 60 - 1,53%

Religione

La cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Pitigliano è sede della Diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello.

Pitigliano è nota anche come "la piccola Gerusalemme" per la presenza di una sinagoga e di una comunità ebraica piuttosto numerosa che da sempre riuscì a trovare un'ottima integrazione con la popolazione locale. La formazione della comunità risale al XVI secolo, ma nell'Ottocento ne comincia il declino. A testimonianza dell'importanza della comunità ebraica pitiglianese rimangono il quartiere del vecchio ghetto con la bella sinagoga e l'interessante cimitero sulla statale per Manciano.

Tradizioni e folclore

Torciata di San Giuseppe: tradizionale festa pitiglianese che si svolge ogni 19 marzo per festeggiare l'arrivo della primavera. L'evento consiste in un corteo storico in costume che sfila per le vie del centro storico prima di arrivare in piazza Garibaldi, dove si assiste allo spettacolo degli sbandieratori e, una volta giunto il tramonto, all'incendio da parte dei torciatori di una catasta di fascine su cui è stato posizionato un pupazzo di canne, chiamato "invernacciu", che sta a simboleggiare l'inverno. Consumato il falò, le ceneri vengono raccolte dalle donne e conservate nelle case in segno di buon auspicio.

Istituzioni, enti e associazioni

Il comune di Pitigliano fa parte dell'Unione dei comuni montani delle Colline del Fiora, di cui costituisce il capoluogo.

Cultura

Istruzione

Biblioteche

La Biblioteca comunale Francesco Zuccarelli è situata all'interno della Fortezza Orsini. Fondata nel 1864 da Francesco Cagnacci, fu unita nel 1866 alla Biblioteca Consiglio dell'ebreo Cesare Sadun. La biblioteca è stata trasferita presso l'attuale sede nel 1970. La biblioteca comunale dispone di un patrimonio librario di oltre 8000 volumi.

Una seconda biblioteca è quella ospitata all'interno del seminario vescovile, la biblioteca diocesana, che conta circa 9000 volumi.

Musei

Il comune di Pitigliano dispone di quattro strutture museali che fanno parte della rete provinciale Musei di Maremma:

Museo archeologico all'aperto Alberto Manzi
Museo civico archeologico di Pitigliano
Museo di Palazzo Orsini
Percorso ebraico: museo ebraico, sinagoga e ghetto
In alcune stanze sotterranee della Fortezza Orsini è situato anche il museo dei giubbonai, piccolo museo etnografico sulla civiltà contadina di Pitigliano.

Media

Televisione

A Pitigliano è stato girato lo spot Blue Pill, per il lancio a gennaio 2015 della nuova auto Fiat 500X. Il filmato è stato creato dall'agenzia americana TRG - The Richards Group di Dallas e vede per protagonisti gli attori Roberto "Nini" Salerno e Adele Pandolfi.

Cinema

La visione del sabba (1988) di Marco Bellocchio.

Il pane della memoria (2008) di Luigi Faccini: film documentario sugli ebrei italiani, riguarda tra l'altro la comunità di Pitigliano.

Cucina

Sfratto di Pitigliano
Torsetto con la bolla di Pitigliano
Tortello dolce di Pitigliano
Tozzetto di Pitigliano
Cialdino dei Tufi, prodotto anche a Sorano e a Sovana
Focaccia bastarda di Pitigliano
Focaccia di Pasqua di Pitigliano
Migliaccia di Pitigliano
Frittelle di San Giuseppe di Pitigliano
L'area in cui sorge Pitigliano è zona di produzione del vino Bianco di Pitigliano e del vino Rosso di Sovana, ognuno dei quali presenta alcune varianti in base ai disciplinari di produzione.

Persone legate a Pitigliano

Niccolò Orsini (Pitigliano, 1442 – Lonigo, 1510), nobile e condottiero.
Francesco Zuccarelli (Pitigliano, 1702 – Firenze, 1788), pittore del Settecento.
Ugo Sorani (Pitigliano, 1850 – Firenze, 1906), politico, giurista e personalità di spicco della comunità ebraica locale e toscana.
Gaspero Ciacci (Pitigliano, 1873 – Saturnia, 1944), politico e deputato del Regno d'Italia.
Dante Lattes (Pitigliano, 1876 – Dolo, 1965), rabbino, editore e scrittore ebraico.
Michele Parigi (Pitigliano, 1913 – Roma, 1987), pittore.
Giuseppe Bennati (Pitigliano, 1921 – Milano, 2006), regista e sceneggiatore.
Umberto Baldini (Pitigliano, 1921 – Massa, 2006), storico dell'arte.
Alberto Manzi (Roma, 1924 – Pitigliano, 1997), insegnante, scrittore e conduttore televisivo, è stato sindaco di Pitigliano.
Salvatore Mannuzzu (Pitigliano, 1930), politico e scrittore.
Pier Luigi Celata (Pitigliano, 1937), arcivescovo.
Enrico Pieruccini (Pitigliano, 1953), saggista e giornalista.

Geografia antropica

Frazioni

Il comune di Pitigliano conta al suo interno un'unica frazione, quella del Casone, insediamento rurale situato alle estremità orientali del territorio comunale, al confine con la provincia di Viterbo. Il toponimo era dovuto alla presenza di una grande villa, fatta costruire nel XV secolo dal conte Bertoldo Orsini, oggi scomparsa perché bombardata nel 1944.

Altre località del territorio

Da ricordare le località di Fonte, Pantalla, La Rotta, Pian di Morrano, Poggio Buco e San Francesco.

fonte: Wikipedia


SINAGOGA


La cattedrale dei Santi Pietro e Paolo

24/01/18

Vallo di Nera



è un comune italiano di 367 abitanti della provincia di Perugia posto su una collina in apertura della Valnerina. È inserito tra i Borghi più belli d'Italia ed è Bandiera arancione del Touring club italiano.

Geografia fisica

Classificazione climatica: zona E, 2128 GR/G

Storia

Testimonianze archeologiche avvalorano la tesi dell'esistenza di remoti insediamenti riconducibili alle popolazioni autoctone di questa valle già nell'VIII secolo a.C.

Nel periodo compreso tra il IV e il II secolo a.C. iniziò l'epoca storica della Valdinarco e la successiva romanizzazione, testimoniata da ritrovamenti archeologici. A partire dal 1177 Vallo di Nera divenne feudo del duca germanico di Spoleto Corrado di Hursligen e, nel 1217, Jacopo Capocci concesse formalmente agli abitanti di Vallo di Nera il possesso del Colle di Flezano ed il diritto di erigervi un castello, in cambio di protezione e difesa da parte di Spoleto. Ma Vallo di Nera, per la sua caratteristica di importante punto strategico di controllo della strada, fu aspramente conteso tra lo Stato della Chiesa e Spoleto che, nel XIII secolo, riuscì a conquistarlo.

Nel 1860 fu costituito Comune ed annesso al Regno d'Italia.

Monumenti e luoghi d'interesse

Vallo di Nera è interamente cinto da mura e da torri e conserva intatta la sua struttura urbanistica medievale, con stretti vicoli sormontati da archi. Si ricordano la chiesa francescana di Santa Maria, che contiene affreschi (anche in sagrestia) di scuola giottesca tra cui la celebre "Processione dei Bianchi" dipinta da Cola di Pietro da Camerino nel 1401, la parrocchiale di San Giovanni Battista con affreschi di Jacopo Siculo e quella di Santa Caterina annessa all'ex convento delle terziarie francescane con resti di affreschi. Per la visita al di fuori della santa messa, chiedere ai vicini di casa di ogni chiesa.

fonte: Wikipedia

quando Cecilia Gatto Trocchi confermò l'esistenza di pratiche occulte nella Massoneria


Cecilia Gatto Trocchi (1939-2005) è stata un’antropologa italiana, scrittrice e docente di antropologia culturale. Durante questo programma televisivo, confermò che nella Massoneria è diffuso l’occultismo e il diavolo viene considerato un grande alleato dell’umanità.


Chi ha orecchi da udire, oda.
Per approfondire questo aspetto della Massoneria leggete il mio libro ‘La Massoneria smascherata’.

Tratto da: http://giacintobutindaro.org/2013/01/22/quando-cecilia-gatto-trocchi-confermo-lesistenza-di-pratiche-occulte-nella-massoneria/

Secondo la versione originale dei fatti, Cecilia Gatto Trocchi si sarebbe suicidata perchè affetta da una forte depressione a causa della prematura scomparsa del figlio, Massimiliano Gatto, morto nel giugno del 2003 a causa di una leucemia fulminante subito dopo essere uscito vivo da un tremendo incidente d’auto. [1]
Ma si è trattato veramente di suicidio? Riflettiamo un secondo:
– Giugno 2003 muore il figlio della Professoressa Cecilia Gatto Trocchi;
– 27/02/2004 la Professoressa è ospite nella trasmissione televisiva “Enigma” su Rai 3 ( e non sembra affatto depressa, anzi, appare molto tranquilla e combattiva, persino allegra, come da filmato)
– 11/07/2005 la Professoressa si “suicida” gettandosi dal 5° piano del suo palazzo ( “a seguito di una forte depressione a causa della scomparsa del figlio”…un po’ a scoppio ritardato, non trovate?).
Inoltre c’è anche da dire che la sua notorietà dovutale all’interessamento che ha avuto negli ultimi anni per il mondo dell’occulto e dell’esoterismo è stata la causa delle continue minaccie di morte di cui è stata molto spesso soggetta. Cito due scritti presi da due testate giornalistiche, che dimostrano questa mia affermazione:
“Protagonista di numerose ricerche «sul campo» in Africa, America Latina, India – verificando le tematiche magico-simboliche, le mitologie e i rituali – Gatto Trocchi ha analizzato con il metodo dell’osservazione partecipante i gruppi magico-esoterici e le forme di sincretismo religioso, pubblicando decine di studi e analisi sul pensiero simbolico, l’etnomedicina, le religioni, l’arte, la magia. Impostasi in campo scientifico con Viaggio nella magia (Laterza, 1993) – una raccolta di saggi in cui la studiosa racconta un decennio di esperienze vissute in prima persona, con interviste a maghi ed esponenti dell’occulto – Cecilia Gatto Trocchi ha firmato moltissimi libri, da Nomadi spirituali (Mondadori, 1998) fino al recente Civiltà e Culture (Franco Angeli, 2003), che le hanno dato fama e successo tra addetti ai lavori e non, ma anche minacce di morte, con telefonate intimidatorie e bamboline voodoo lanciate nel giardino di casa.” [2]
ed anche:
“Negli ultimi anni si era dedicata agli studi “sul campo” di esoterismo e satanismo, si era “affiliata” a decine di sette e aveva frequentato, in incognito, studi di maghi, astrologi e stregoni. Minacce di morte e di sortilegi erano ordinaria amministrazione ma lei aveva sempre reagito con ironia.” [3]
Anche il giorno della morte della Trocchi fa pensare più che al suicidio ad un omicidio vero e proprio e lo stesso giorno dell’esecuzione ci direbbe anche chi sono gli artefici. Proviamo infatti a calcolare la data della scomparsa di Cecilia Gatto Trocchi:
11 – 7 – 2005 = 1 + 1 + 7 + 2 + 0 + 0 + 5 = 16 = 1 + 6 = 7
Ogni omicidio è commesso in una data ben precisa, in cui il valore numerico è diverso a seconda dei casi (ricordiamo che il valore numerico si ottiene sommando tutti i numeri presenti nella data da calcolare): 7, come firma della Rosa Rossa, ma anche come simbolo di perfezione chiusura di un ciclo, ecc… [4]
Chi sale troppo in alto, chi osa troppo, viene gettato dall’alto, come nel caso di Cecilia Gatto Trocchi.
Dunque è sensato ed anche giusto farsi qualche domande su questa misteriosa scomparsa. Ma per noi che siamo oramai abituati a morti del genere, soprattutto quando si toccano certi temi “scottanti” queste cose oramai non ci stupiscono più ma ci fanno ben comprendere la malvagia realtà in cui viviamo.
Fonte tratta  dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/