24/10/17

foto terrificanti che mostrano come erano i manicomi

.... in passato i posti dove veniva confinato chi era ritenuto strano, erano dei veri e propri luoghi di tortura.
Lì veniva rinchiuso chi si pensava fosse diverso, chi era in grado di alzare la propria voce contro il governo, o semplicemente perché qualcuno considerava che i problemi mentali (più o meno gravi) di una persona si potessero risolvere solamente con i trattamenti che venivano fatti all’interno di questi istituti.
In realtà avveniva proprio il contrario, questi ospedali sembravano destinati alle punizioni, si trattava di luoghi che provocavano nelle persone molta paura e, per questo, ancora oggi nei film sono il contesto perfetto per scene macabre e terrificanti.
Di seguito le agghiaccianti immagini che mostrano come erano in passato i manicomi:

1# Terapie o trattamenti


Paziente sottoposto a diatermia cerebrale, il trattamento consisteva nel rilasciare scariche elettriche alla testa perché si credeva che il calore che andava in profondità potesse curare le psicosi.

2# Gabbia per bambini


Orfanotrofio in Spagna nel 1961.

3# Manicomio abbandonato



Il manicomio abbandonato di Mombello, Limbiate.

#4 Meritato castigo


Sedia per immobilizzare i pazienti nel 1869 al West Riding Lunatic Asylum, Wakefield, Yorkshire.

5# Isolamento


Angoscia e disperazione sono le uniche cose che si possono vedere in questa immagine, non c’era modo di poter uscire.

6# Rassegnazione e solitudine


Un paziente in un manicomio messicano nel 1920.

7# La Castañeda in Messico


Questo era uno degli ospedali psichiatrici più terrificanti della terra azteca.

8# Lobotomia


Un particolare intervento chirurgico al cervello del paziente.

9# Strumenti


Questi erano strumenti per sottomettere.

10# Altro castigo


Un altro metodo per immobilizzare i pazienti più agitati.

11# La sedia


Questa sedia veniva utilizzata per calmare i pazienti isterici.

12# Inquietante


Manicomio in Michigan, Stati Uniti, 1870.
Queste fotografie fanno veramente rabbrividire, non possiamo nemmeno immaginare cosa provassero le persone rinchiuse in questi istituti.
Articolo tramite: curiosandosimpara.com

QUANDO LE RADiCI SONO MARCE non puo' nascere niente di buono, cosi' la nuova psichiatria non fa che imbottirti di psicofarmaci per tutta la vita e dopo qualche anno non potrai proprio farne a meno, dalla depressione all'euforia e dall' euforia alla depressione per loro l'importante é darti pastiglie a vita

IvanoV Antar Raja
http://altrarealta.blogspot.it/

la Rosa Rossa e il problema delle prove


1. Premessa ed un parallelo: la mafia. 2. Le prove del sistema massonico. 3. Le prove dell'esistenza della Rosa Rossa. 4. Conclusioni



1. Premessa ed un parallelo. La mafia. 

Questo articolo si salda con il precedente “L’omicidio rituale e le difficoltà di accertamento”. Lo scrivo infatti per rispondere una volta per tutte a quelli che mi ripetono, un giorno si e l’altro pure, che non ci sono prove dell’esistenza della Rosa Rossa. E che non ci sono prove del collegamento con tale ordine, nei tanti omicidi che insanguinano l’Italia. In questo modo ogni volta che qualcuno tirerà fuori il problema delle prove rimanderò a questo articolo.

Iniziamo da un parallelo. La mafia.


La massoneria ha molte cose in comune con la mafia; entrambe sono organizzazioni complesse, strutturate in più livelli compartimentati e secretati all’esterno, con il fine del controllo del territorio e del potere. La grossa differenza tra le due organizzazioni è nella dimensione (la massoneria è un’organizzazione su scala mondiale, le varie mafie invece operano a livello prevalentemente locale, anche se poi la loro potenza si estende in tutto il mondo).

L’altra differenza sta nel fatto che la massoneria è un’organizzazione esoterica; le varie mafie no. Tuttavia le mafie hanno in comune qualcosa con l’esoterismo massonico, in quanto anche queste si esprimono con un loro simbolismo particolare, che può essere riconosciuto e decodificato solo da chi conosce tali organizzazioni; alla persona che parla troppo si taglia la lingua, a chi ha visto troppo si cavano gli occhi, ecc… inoltre per accedere nelle varie mafie ci sono rituali diversi, ma che comunque hanno molto in comune con i rituali massonici (non a caso il rituale di ingresso alla ndrangheta è preso pari pari dal rituale di ingresso alla massoneria

Ora immaginiamo che qualcuno, venuto da un altro paese, e che non sa nulla di vicende italiane, chieda a noi, a un qualunque cittadino italiano informato sulle vicende del nostro paese “mi sai dare delle prove dell’esistenza della mafia?”, quale sarebbe la risposta?

Che di prove ne esistono a bizzeffe. Vediamo quali.

Primo. Il sistema del sud Italia.
Secondo. I processi.
Terzo. La letteratura.
Quarto. L’esperienza diretta.

Cominciamo dal sistema.

Da decenni era palese a chiunque che il sud viveva in un clima diverso rispetto al nord; un clima che era fatto di estorsioni sistematiche ai commercianti, un clima che si traduceva nell’impossibilità di fare qualsiasi indagine perché le attività degli inquirenti si arenavano quasi sempre. La situazione era ben descritta da Sciascia nei suoi libri, e trasposta in numerosi film (confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica, ad esempio).

Fino agli anni 80 però c’era chi, nonostante tutto, negava l’evidenza e sosteneva che la mafia non esistesse, nonostante i rapporti tra politici e mafia fossero stati oggetto degli atti di numerose commissioni parlamentari d’inchiesta.

Dopo il maxi processo di Palermo e le rivelazioni di Buscetta divenne acclarato anche processualmente che la mafia era un’organizzazione piramidale, complessa, e che controllava capillarmente il territorio Siciliano.

C’era cioè un sistema che era visibile alla maggior parte degli osservatori, giornalisti, scrittori, magistrati, ecc… Ma finche non si arrivò al maxiprocesso di Palermo c’era ancora una sorta di dibattito tra i complottisti e non complottisti, cioè tra coloro che dicevano che il sud Italia era in condizioni peggiori del nord per ragioni culturali, per una serie di “coincidenze”, ma che non esistesse un sistema criminale organizzato. Era tutto un caso, e non c’erano prove dell’esistenza della “mafia”.

Poi si potrebbe citare, al nostro interlocutore venuto da lontano, i numerosi libri e le testimonianze lasciate da tutti coloro che si sono occupati del fenomeno mafia. Abbiamo quindi i libri di Falcone, di Caponnetto, Carlo Palermo, Nando Dalla Chiesa, Pino Arlacchi, fino ai recenti libri di Travaglio, Grasso, ecc… Una letteratura vastissima, che racconta, appunto, il sistema mafia.

Infine. Al nostro interlocutore potremmo consigliare di fare esperienza diretta. Di parlare con chi è incappato nelle maglie della mafia, da Benny Calasanzio, a Salvatore Borsellino, Tano Grasso, Maria Falcone, comprese persone meno note, come un mio carissimo amico che ha perso due fratelli a causa della Camorra.

E poi si potrebbe consigliare di andare nei vari posti di mafia e verificare di persona.

Chi c’è stato sa di cosa parlo.

Andando per l’hinterland napoletano, ad esempio, Casavatore, Casal Di principe, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Afragola, si respira un’altra aria; sembra di stare in un altro mondo, diverso da quello cui siamo abituati qui al centro e al nord. Servizi pubblici quasi inesistenti. Legalità, almeno all’apparenza, inesistente: ragazzini che girano in tre senza casco sul motorino (e poi ti spiegano che qui, in questi luoghi, se giri col casco rischi che ti ammazzino perché ti prendono per un camorrista); di polizia e carabinieri neanche l’ombra (se poi passi per caso davanti ad una delle poche caserme dei carabinieri, può capitare di trovare il cartello “zona militare limite invalicabile”, che è stato spostato e rivoltato all’interno, in modo che sia visibile solo dai militari e non da chi sta all’esterno della caserma; mi capitò a Nola); non un autobus, spazzatura dappertutto (certe strade sono costellate di spazzatura per chilometri; lo erano prima dell’emergenza rifiuti, e lo sono ancora adesso); e poi centinaia di magazzini grigi, tutti uguali, senza insegne, il verde inesistente, i venditori di pane sul ciglio della strada accanto ai rifiuti anche la domenica (ma il pane qui è buonissimo; anche quello comprato accanto ai rifiuti; nelle pulita Torino, invece, il pane non sa di niente).

Anni fa un mio amico mi acquistò uno scooter da un concessionario del luogo; lo ritirai e partii per Viterbo; quando mi lasciò, il concessionario mi disse “mi raccomando, se la fermano dei rapinatori, accosti subito e non faccia resistenza e non si fermi per nessun motivo”; andai dal benzinaio e mentre quello mi versava la benzina mi disse “bello scooter… è nuovo eh? Si vede che lei viene da fuori… Mi raccomando, non si fermi per nessun motivo e se la fermano, accosti subito senza protestare”.

Insomma. Chi è sempre vissuto in Sicilia, o chi è sempre vissuto in certi posti della Campania, lo troverà normale. Ma chi viene da fuori percepisce immediatamente che in quei posti si respira un clima diverso.

Dopo un po’ non si può negare che da quelle parti esista la mafia, e che essa si respiri anche nei gesti e negli atteggiamenti quotidiani dei singoli cittadini non mafiosi.

2. Le prove del sistema massonico

Bene.

Quali sono allora le prove dell’esistenza della Rosa Rossa? Le stesse che esistono per la mafia. Occorre solo avere un po’ di pazienza in più per cercarle, ma sono le stesse.

In primo luogo il sistema. Troppi morti tutti uguali. Troppi delitti impuniti (v. ad esempio il nostro articolo: dodici donne un solo assassino); troppe stragi tutte uguali e tutte impunite, dove compaiono sempre gli stessi soggetti come protagonisti e registi.

Al posto della Sicilia, o della Campania, lo scenario è l’Italia intera. Al posto di una persona incaprettata troviamo la persona suicidata in ginocchio, il malore che ha colto improvvisamente proprio la persona scomoda.

Al posto dei testimoni omertosi che “nulla vidi e nulla saccio” abbiamo i testimoni che muoiono, i fascicoli che scompaiono, i processi che finiscono nel dimenticatoio di qualche procura, i PM che archiviano come suicidio il caso della tipa morta per una coltellata sul pube, o del giovane che si sarebbe sferrato tre coltellate sul collo, il generale dei carabinieri che non ricorda di aver avuto un’informativa sulla strage, che per errore non piantona la casa di Riina, ecc...

Poi abbiamo le leggi – quelle vere che servirebbero per riformare la giustizia, ad esempio - che non si fanno mai, ma al loro posto se ne fanno di peggiorative.

E allora, se 50 anni fa erano i tempi della mafia che non esisteva, oggi sono i tempi della massoneria che non esiste. C’è qualcuno che dice che tutto questo è un caso. Le stragi impunite? Qualche investigatore incapace. Le leggi fatte a misura di delinquente? Chi afferma ciò è un complottista; le leggi servono a proteggere il cittadino dagli abusi della magistratura. I delitti assurdi impuniti? L’assassini è molto bravo a far perdere le sue tracce.

Poi abbiamo i processi e i vari atti ufficiali. Anzitutto abbiamo la commissione d’inchiesta sulla P2. La P2 era un' organizzazione che mirava a sovvertire il sistema.

Pochi si rendono conto che tutte le persone iscritte nelle liste della P2 oggi hanno fatto carriera e stanno ai massimi vertici dello stato; e pochi si rendono conto che i punti del programma della P2 sono stati praticamente tutti attuati: bipolarismo, controllo dei media e della magistratura, peggioramento del sistema scolastico…

Poi abbiamo le indagini effettuate da Cordova a suo tempo, quelle attuali di Woodcock e De Magistris, per non parlare del recentissimo processo Hiram. Dell’inchiesta di Cordova abbiamo parlato; fu lui a capire che la massoneria è il collante tra mafia, imprenditoria e politica.

Il problema di queste indagini è che sono state bloccate sul nascere e che finiranno tutte nel dimenticatoio. Il che, se per qualcuno rappresenta la prova che la massoneria non esiste, per altri rappresenta la prova che la massoneria è ancora più potente della mafia.

Poi a leggere attentamente, abbiamo altri atti processuali che se non parlano di massoneria in modo diretto, lo fanno comunque in modo indiretto, e forse per certi versi ancora più inquietante. Abbiamo la vicenda di Ustica, in cui fu abbattuto un aereo con 80 passeggeri a bordo; i testimoni furono tutti uccisi, le prove scomparvero, tutti i politici contribuirono in modi diversi ad insabbiare la cosa, fino ad arrivare a cambiare alcune leggi, per confezionarle ad hoc in modo che quei pochi imputati coinvolti nel processo non ricevessero alcun danno.

Tutta questa mole di atti processuali e parlamentari dà un quadro netto e preciso di cosa sia la massoneria, dei poteri che ha, e delle sue ramificazioni.

Poi abbiamo la letteratura. E qui il panorama è sconfinato.

Abbiamo anzitutto libri specifici, sul “problema massoneria” scritti da Pinotti, Chandelle, Icke, Leo Taxil, Panvini, Pamio, ecc…

Ma soprattutto abbiamo una marea infinita, migliaia, anzi, decine di migliaia di titoli, scritti da massoni e per massoni, ma che parlano chiaro, in modo inequivocabile. Sono libri particolari, che si trovano in librerie specializzate, ma, a cercarli, aprono un vero e proprio mondo; i libri di Waite, Paracelso, Wirth, Mola, Mathers, Crowley, l’infinita letteratura sui templari, sui rosacroce, che conta migliaia di titoli.

Qui abbiamo addirittura una grossa differenza rispetto alla mafia; e cioè la mafia non ha lasciato e non lascia grosse tracce di se stessa. La massoneria invece ne ha lasciate un’infinità.

E ancora una volta può tracciarsi un parallelismo tra mafia e massoneria. Entrambe hanno un linguaggio segreto, una specie di codice, fatto di segnali talvolta impercettibili, talvolta invece più macroscopici e più evidenti; una volta che si conosce questo linguaggio, si riesce a identificare chi è massone e chi no, si riescono a capire meglio alcune conversazioni apparentemente incomprensibili e alcune dichiarazioni altrimenti inspiegabili di uomini politici o dello spettacolo.

Solo conoscendo la mafia si può dare un senso, ad esempio, alla dichiarazione di Michele Greco al maxi processo, che augurò la pace ai giudici.

E solo conoscendo la massoneria – e sempre restando in tema di processi - si riesce a capire perché il legale di Rosa e Olindo, al termine dell’arringa del processo di Erba, dichiara “Si chiama Olindo Romano, e ama Rosa, la sua sposa, Rosa sopra ogni cosa”. Soprattutto si capisce perché una dichiarazione così inutile dal punto di vista processuale sia stata riportata da tutti i telegiornali.

Dai libri di storia di Aldo Mola, in cui è delineata l’influenza massonica sulle principali vicende del nostro paese, a testi meno specifici ma comunque espliciti, la letteratura massonica è sconfinata e basta solo avere un po’ di pazienza per leggere i vari aspetti di questa organizzazione, per capire come essa si sia infiltrata in tutti i campi e abbia condizionato le arti la scienza, la letteratura, la musica, e la storia.

Si scopre così che i più grandi artisti e pensatori della storia erano massoni e rosacrociani.

Le chiese, l’architettura delle nostre città, sono massoniche.

A quel punto, come per la mafia, non si deve fare altro che comparare la simbologia massonica con la simbologia di cui sono intrise le cose che ci circondano, dalle Chiese, alle strade, ai palazzi, ecc… E così troveremo il famoso triangolo massonico nel dollaro americano, con la scritta “Novus ordo seclorum”; e addirittura troviamo il triangolo nella pianta della città di Washington; troveremo invece il pentalfa massonico, la stella a cinque punte, addirittura nello stemma della nostre procure della Repubblica.

Il triangolo con l’occhio compare anche sulla bandiera del Nicaragua, che non a caso ospita da decenni tutti i maggiori terroristi italiani.

E’ cosa nota che sono massoni tutti i Presidenti degli Stati Uniti, e tutti i presidenti di tutti gli stati occidentali e orientali; anche Khomeini e Gheddafi sono massoni(fonte: libri di Carlo Palermo).

Troviamo la rosa rossa come simbolo della nazionale di Rugby inglese, ma anche nei simboli dei partiti italiani, messa in bella mostra in modo evidente, come nella “rosa nel pugno”, o esposta in forme meno evidenti, come nella Margherita (altro simbolo della rosa rossa, dato che il vero nome di Santa Rita era margherita).

In altre parole, troviamo i simboli massonici in tutte le manifestazioni più importanti della nostra vita, dalle più piccole alle più grandi.
E non è solo Washington ad avere una pianta della città ispirata al simbolismo massonico ma anche molte nostre città.

Tempo fa mi accorsi che uno degli epicentri dei delitti del Mostro di Firenze, quello che i giornali avevano definito “la villa dei misteri” si trovava proprio vicino a due vie significative poste l’una accanto all’altra: via Dante e via delle rose.

Mentre nella mia città (che non dimentichiamolo ha come santo protettore Santa Rosa) esiste piazza Dante (considerato il padre dei rosacroce). Da Piazza Dante parte via Mazzini (altro rosacroce); al termine di Via Mazzini ci sono due quartieri posti uno accanto all’altro: il quartiere Santa Rosa e il quartiere Crocetta (Rosa+Croce). Una toponomastica davvero singolare. Ma c’è qualcuno che dice che i Rosacroce non sono mai esistiti.

In altre parole, la toponomastica della principali città, italiane e straniere, è massonica.

Il cittadino non percepisce tutto questo perché ci vive dentro fin da piccolo; per giunta nessuno ci spiega il simbolismo quindi fin da bambini noi siamo abituati a vedere le cose attorno a noi come se fossero disegnate dal caso, e gli esperti di simbolismo vengono quasi derisi, considerati dei tipi eccentrici che si occupano di cose fuori dalla realtà.

Poi esiste l’esperienza diretta. Chi vive una vita definibile “normale” può non accorgersene mai. Ma chi si avvicina alle stanze del potere subodora che qualcosa, troppe cose, non vanno, e non possono che essere frutto di un disegno più complesso, diretto dall’alto.

Troppo ignoranti i politici al potere per poter essere saliti dove sono per soli meriti; troppe illegalità in ogni settore dell’amministrazione per poter essere una semplice patologia di un sistema sano; dopo un po’ che si lavora nell’amministrazione ci si rende conto che l’illegalità è la regola, e la patologia è costituita dalla persona che si comporta correttamente.

E poi ci sono le esperienze dirette. Oramai, da quando mi occupo di queste cose, ne sento decine. Persone che sono state rovinate per aver detto “no” ad una richiesta massonica, per aver deciso di non sottostare a nessuna regola, per non voler rispondere a nessuno.

N, che ha perso la gioielleria di famiglia perché il padre ha detto no all’entrata nella P2; M, dirigente di banca che ha perso tutto per aver detto no ad una richiesta di gestione di fondi di dubbia provenienza; G, con 5 processi a carico, tutti fasulli, tutti nulli, il cui unico scopo è piegarne la volontà; e così via….

Insomma. Ad una ipotetica domanda sulle prove che il sistema massonico sia un sistema organizzato a livello mondiale, le risposte sono le stesse che valgono per la mafia.

Primo, il sistema.

Secondo, le prove processuali e parlamentari.

Terzo la letteratura.

Quarto, l’esperienza diretta.

Ma ancora oggi molti sostengono che la massoneria non conta nulla e non è così importante.

In altre parole: le prove ci sono, sono evidentissime, e sono ovunque, nella toponomastica delle strade, nello stile degli edifici, nel dollaro americano e nelle carte intestate delle nostre procure, nelle bandiere, nella letteratura, nella storia…

Il problema è che bisogna vederle; per vederle occorre raggrupparle; per raggrupparle occorre studiarle, ma per studiarle occorre tempo e voglia.

3. Le prove dell’esistenza della Rosa Rossa.

Il passo ulteriore è cercare le “prove” della Rosa rossa.
In primo luogo il giurista in genere cerca le prove documentali. E qui ne abbiamo a iosa. Sono innumerevoli infatti i libri che trattano i rituali e la filosofia dell'organizzazione scritti da persone che si dichiarano esse stesse aderenti all'ordine.
Abbiamo ad esempio "Insegnamenti magici della Golden Dawn" di Israel Regardie, edito da Mediterranee. Sono 4 volumi in cui sono contenute tutte le informazioni essenziali sulla Golden dawn e sulla Rosa Rossa, sui rituali, i gradi, ecc...
Abbiamo poi i testi scritti da Arthur Edgar Whaite, il fondatore dell'ordine della Rosa rossa e della Croce d'Oro indipendente e rettificato. In Italia è stato tradotto solo il suo testo "il libro della magia cerimoniale" edito da edizioni rebis, ma in Inglese si trovano tutti i suoi testi.
Abbiamo inoltre i testi scritti da Mothers, un altro dei fondatori, ecc...
In altre parole, abbiamo decine di libri, scritti da persone che si dichiarano facenti parte dell'organizzazione, che ne svelano alcuni rituali, ma inevitabilmente quando si parla di Rosa Rossa arriva l'idiota di turno che dice "secondo me la Rosa Rossa non esiste".

Una volta studiato il sistema massonico e la sua simbologia, e una volta capito che i Rosacroce non sono un semplice gruppetto minoritario di esaltati, ci si rende conto che templari e rosacroce sono la massoneria dominante che ha creato la massoneria ufficiale.

E dopo aver studiato il sistema rosacrociano, lo si ritrova dappertutto, dai delitti che quotidianamente la TV ci propina al telegiornale, al linguaggio parlato da politici e giornalisti, alla toponomastica delle strade.

Poi basterebbe scorrere i vari delitti. Se si va nel nostro forum, alla sezione “delitti recenti” si troverà un elenco infinito di delitti, ciascuno con la sua rosa come firma.

Cito a caso.
Nel delitto di Erba abbiamo l’omicida che si chiama Rosa Bazzi, coniugata con Olinda Romano. Rosa Romano. RR.

Nel delitto di Cogne scopriamo che il paese si trova proprio di fronte al monte Rosa. E non a caso la signora Franzoni viene tradotta in carcere proprio il 22 maggio, giorno di Santa Rita, la santa della Rosa Rossa.

Piero Maso uccide il padre; e la madre si chiama Rosa.

Erika, insieme al suo amico Omar, uccide la madre Susy Cassini. Susy, diminutivo di Susanna, che viene dall’ebraico Sosan, che significa Rosa, ma anche Giglio.

I 2 bambini morti in tempi recenti, Ciccio e Tore, la cui madre si chiama Rosa Carlucci.

Se la Rosa non è nel nome, la troviamo comunque nei giornali, in bella mostra; così nel delitto Meredith Repubblica e altri giornali titolano “una rosa rossa per Meredith”.Stesso titolo per Giovanna Reggiani: una rosa rossa per Giovanna Reggiani. Titoli uguali. Coincidenze, per gli anticomplottisti che irriducibilmente chiedono prove.

Talvolta la rosa compare nei TG. Chi è incuriosito vada a vedere il video del delitto di Canino, e guardi come finisce il TG1- La cronista dice “e tutti in paese si domandano perché”. E dopo il perché… una rosa rossa, a tutto schermo.

Mi sono domandato a lungo dove fosse la firma della Rosa Rossa nei delitti del Mostro di Firenze. Me lo sono domandato a lungo perché ho scoperto questa organizzazione proprio occupandomi del Mostro di Firenze ma per lungo tempo non avevo mai trovato rose sui giornali o nei TG; finche un bel giorno non ho scoperto che la firma è in quella pallottola di Beretta calibro 22, serie H. la 22 esima lettera dell’alfabeto ebraico è infatti la Tav, o Tau, e significa Croce; e al centro della croce c’è il cuore di Gesù, che simbolicamente rappresenta la Rosa Rossa. Nei delitti, quindi, il 22 simboleggia anche la Rosa Rossa.
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Poi ricordo il caso di Massimo Carlotto, che viene accusato di aver ucciso con 59 coltellate Margherita Magello, il 20.1.1976. Una vicenda processuale che dura circa 20 anni, fino alla grazia concessa nel 1993, e che ebbe risonanza in tutto il mondo. Ma nessuno si accorge di quella data rituale (la somma è infatti 8) e del nome della vittima, due buoni punti di partenza per sospettare che si tratti di un omicidio di tipo diverso e che quel poverino non c'entrasse nulla.
La grazia gli viene concessa il 7 aprile 1993 (7+4+1+9+9+3= 33).

Poi abbiamo delitti più recenti.

Ricordo un caso curioso: Rosa Scarlata, morta a 67 anni nel suo Ape (e casualmente il motto dei rosacroce è “Dat Rosa Mel Apibus”).

Poi abbiamo Rosaria Pericone, uccisa con 33 coltellate lo scorso 1 giugno.

Poi Lapo Santiccioli che uccide la ex fidanzata, Giulia Giusti, di 22 anni. Lapo è, per chi non lo ricordasse, l’amico di Dante Alighieri della famosa poesia “Guido, io vorrei che tu Lapo ed io…”. E Giulia, guarda caso, è un nome che festeggia l’onomastico proprio il 22 maggio, giorno di Santa Rita e quindi della rosa rossa.
Rosa Tanà, di 88 anni, uccisa nel suo appartamento il 17 febbraio.

Pochi giorni fa a Gradoli, un paesino del viterbese, scompaiono due donne. I giornali si premurano di precisare che la loro villa era circondata da rose in fiore…
Poi ci sono i delitti in cui il collegamento con la Rosa non è così immediato. Christian Bovi uccide a maggio la moglie Marianna. Qui occorre qualche secondo per trovare il collegamento, che sta in quel nome (Cristiano, che ricorda Cristo) e Bovio, che si ricollega alla prima lettera dell’alfabeto ebraico, Aleph. Ma ci vuole un libro di 500 pagine che spieghi l’alfabeto ebraico per vedere il collegamento; il libro, che avevo appena finito quando lessi di questo omicidio, spiega che la prima lettera significa Bue; siccome il bue ara la terra per prepararla alla fioritura, simbolicamente rappresenta colui che dà la vita. E – spiega il testo – di conseguenza Aleph significa anche Rosa Rossa, perché è questo il segreto della vita e della morte. Quindi alla 22 esima lettera dell’alfabeto ebraico (che significa Croce) dobbiamo associare la Rosa Rossa. Ma anche alla prima lettera; perché è la Rosa che costituisce il segreto della vita e della morte.

E occorre un po’ buona volontà per cercare le origini del nome Marianna che significa “amata dal Dio Amon” (il primo tempio della Rosa Rossa fu dedicato, appunto, ad Amon).

Poi abbiamo il delitto di Garlasco, con la vittima, Chiara Poggi; il fiore di Santa Chiara è, guarda caso, il giglio.

Ma ovviamente non sono i collegamenti simbolici con la Rosa che colpiscono. Questo è solo il primo collegamento, quello più immediato che può fare chiunque, da solo e in pochi secondi.

L’altra cosa è la superficialità delle indagini, le assurdità dette dagli inquirenti, i depistaggi, la falsità delle notizie giornalistiche.
Solo per fare alcuni esempi a caso, preso dagli ultimi fatti di cronaca.

Nel delitto di Bagno a Ripoli, secondo la fantasiosa ricostruzione degli inquirenti, siccome sul corpo del ragazzo non sono state trovate tracce di sangue dalle ragazza, costui avrebbe dapprima ucciso la fidanzata; poi si sarebbe lavato; infine si sarebbe dato tre coltellate alla gola (cosa impossibile nella pratica) e poi avrebbe anche avuto la forza di scagliare il coltello lontano da sé.

Nel delitto di Canino, nel viterbese, il padre avrebbe ucciso la moglie perchè non poteva vederla soffrire. Quindi, siccome non voleva vederla soffrire l’avrebbe uccisa nientemeno che a roncolate (quindi facendola soffrire indicibilmente perché ha dovuto colpirla più volte e ripetutamente); dopodichè si sarebbe impiccato. Ora, il signore in questione era un gioielliere, quindi aveva una pistola in casa; ma secondo gli inquirenti è logico che costui abbia deciso di non usare la pistola e abbia usato due metodi così incredibili, come la roncola per la moglie e l’impiccagione per se stesso. Parlando con persone di Canino poi, apprendo che il biglietto trovato dal figlio, e in cui c’era scritto “non ho avuto il coraggio di uccidere mio figlio” pare non fosse stato scritto con la grafia del padre. Ma tutti questi elementi non fanno avere alcun dubbio agli inquirenti: Bagno a Ripoli viene liquidato dopo poche ore come un “omicidio-suicidio”; stessa sorte per il delitto di Canino.

Nei delitti più eclatanti di personaggi famosi, invece, basta citare il caso di Pasolini, che sarebbe stato ucciso da un ragazzetto di 17 anni che di corporatura era la metà di Pier Paolo, e che non aveva neanche la camicia macchiata di sangue; e il delitto Pantani, che muore suicidandosi con una ventina di dosi di cocaina all’hotel Le rose, anche se l’autopsia accerterà che il cuore del “pirata” era in perfette condizioni, e dunque lui non era un drogato come invece hanno riportato tutti i giornali.

Ricostruzioni dei vari delitti, insomma, che non reggono, e che fanno a pugni con la logica.

Ora, queste cose, in realtà, sono chiare. Ma il problema è che per capirle occorre studiare alcuni concetti di Cabala e l’alfabeto ebraico.
E comunque occorrerebbe la buona volontà di leggersi perlomeno i 4 volumi di Regardie.

Dopodichè, oltre ai delitti insoluti, diventa svelato anche un altro mistero; cioè si capisce il perché un personaggio come Borghezio, che tutto richiama fuorché cultura e sapere, sia anche un “esperto di Cabala”; e si capisce perchè molti personaggi pubblici, come Madonna, si dichiarino esperti di Cabala, e altri compaiano in pubblico con il braccialetto rosso della Cabala, come il PM Caselli nella foto che mostriamo qui sotto.

Poi ci sarebbero i film. Abbiamo già citato il film Il Mostro, di Benigni, The Red Rose, di Stephen King, e il film Quarto potere.

Qui ne cito altri due che ho visto di recente. O meglio. Li ho rivisti alla luce delle mie conoscenze attuali, perché certi particolari non possono essere notati se non si ha un minimo di conoscenza in questo campo.
V per vendetta e Jack lo squartatore.

In Jack lo squartatore la trama è intrisa di simbolismo. E il collegamento che l’autore fa, con i delitti della Rosa rossa e in particolare del mostro di Firenze, è evidentissimo per chi si è occupato anche solo un poco di questa organizzazione.
Intanto sulla bara di una delle vittime viene gettata una rosa rossa.

Il vestito di un’altra donna uccisa, che viene inquadrato bene mentre Jack la uccide, è costellato di rose rosse.

Più volte viene mostrato l’anello di Jack lo squartatore, un anello con simbolo massonico, come il simbolo massonico della squadra e del compasso compaiono anche nella scatola degli attrezzi di Jack.

Poi ci sono altri riferimenti, meno immediati, e comprensibili solo da coloro che si sono occupati di questi casi; ad esempio il quartiere degli omicidi si chiama Whitechapel, e guarda caso anche il delitto del mostro di Firenze avvenuto a Scandicci, fu eseguito in località “Villa Bianca”.

Palesi sono poi gli altri riferimenti; dall’ispettore che vuole fermare le indagini perché colluso con gli assassini, che porta al collo il simbolo massonico e che partecipa ad una riunione massonica, ad una serie di altri riferimenti il cui messaggio è chiaro ed univoco: i delitti di Jack lo squartatore erano delitti massonici, firmati Rosa Rossa. Non a caso colui che nel film viene indicato come il colpevole dei delitti, ovverosia il medico della regina, quando si trova davanti al tribunale massonico che lo condanna dirà: “voi non vi rendete conto, ma io con il mio comportamento, un giorno sarò considerato il precursore del ventesimo secolo”.
Infatti è con i delitti di Jack lo squartatore che inizia la mattanza europea di serial killer e delitti familiari firmati “Rosa Rossa”. In tal senso il protagonista dice una cosa giusta; dice cioè una cosa che può sembrare il delirio di un pazzo, ma che è la verità.

Poi abbiamo V per vendetta. Il protagonista uccide e sulle vittime depone una rosa rossa; alla sua morte il suo corpo è circondato di rose rosse. E ad un certo punto il protagonista dice: “mi sono accorto che tanti fatti, apparentemente scollegati, erano in realtà uniti da un filo unico; un’unica regia che dirige fatti apparentemente scollegati tra loro”; mentre lo dice, compare all’improvviso per qualche istante una rosa rossa.

Andando a spulciare in un altro settore molto particolare, è importante dare un’occhiata al settore dei tarocchi. Anche qui, quando uno ha un minimo di cultura massonica, ci vuole poco per rendersi conto che esistono centinaia di mazzi di tipo diverso, la maggior parte creati in questi ultimi decenni. E tantissimi risentono dell’influenza rosacrociana, e della Golden Dawn. A parte il tarocco più famoso, il Rider - Waite, creato proprio da colui che della Rosa Rossa è il fondatore, abbiamo i tarocchi Crowley (sul cui retro ogni carta recando dipinte una rosa e una croce) i tarocchi universali, i tarocchi dello zodiaco, i bellissimi (ma anche inquietanti) tarocchi della Golden Dawn di Berti (pieni di teste tagliate), i tarocchi disegnati da Israel Regardie, i tarocchi dell’alba dorata, i tarocchi della chiave pittorica e una marea di altri mazzi; tutti dichiaratamente ispirati agli insegnamenti della Golden Dawn, troppi per essere effettivamente un semplice caso. Troppi perché non si capisca che nell’ambito della organizzazioni magiche ed esoteriche del mondo moderno la GD ha un posto di primo piano.

Ma ovviamente non sono queste le prove… questi sono solo indizi, che possono essere rilevati da chiunque dopo aver letto qualche articoletto banale come quelli da noi pubblicati nel nostro blog.

Le prove, intese in senso più corposo, sono ben altre, più profonde, e si trovano dopo aver letto e capito a fondo Cabala, Tarocchi e Astrologia. Soprattutto però sono la Cabala e l’alfabeto ebraico fondamentali per la comprensione del linguaggio massonico.
Mentre le prove definitive sarebbero i libri di Regardie, Waite e Mathers che nessuno si prende la briga di leggere.

4. Conclusioni

Spero di chiudere qui definitivamente la questione con tutti i miei interlocutori che mi sollecitano “le prove”. Anche perché la Rosa Rossa, in quanto massimo vertice della massoneria mondiale, non conosce fuoriusciti o pentiti.

Le prove ci sono, ma siccome a livello ufficiale ancora non ci sono sentenze o atti parlamentari che ne dichiarino ufficialmente l’esistenza, esse vanno cercate altrove. Atti processuali, soprattutto, e letteratura massonica.
E i libri scritti dagli appartenenti alla Rosa Rossa, che, processualmente, valgono addirittura più di una confessione resa davanti ad un magistrato, in quanto sono prove documentali inattaccabili.

Il lavoro non è semplicissimo e richiede qualche tempo, da qualche settimana a qualche anno, a seconda dell’intuito personale e della propria capacità; ma alla fine si trovano, sono tante, in bella evidenza davanti ai nostri occhi ogni giorno della nostra vita.

E dopo un po’, come accade per la mafia, non si potrà negare che la massoneria esiste, e che tutto il nostro sistema è un sistema “massonico”, che si respira e percepisce fin nei più piccoli atteggiamenti dei singoli cittadini. E non solo la massoneria ma anche la Rosa Rossa diventano una realtà quotidiana, con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, tanto che dopo qualche tempo, quando si parla di prove, viene quasi da ridere.

E viene da pensare agli “scettici del Cicap”, il centro di controllo del paranormale. E’ membro onorario del Cicap Umberto Eco, colui che ha scritto Il nome della Rosa, un titolo assolutamente senza nesso con la trama del libro. Eco nella prefazione al libro Storia dei Rosacroce, scrive che l’esistenza dei Rosacroce è dubbia. E nel libro il Nome della rosa scrive: fin qui abbiamo dimostrato che i libri parlano tra loro; ma una vera indagine poliziesca dovrebbe dimostrare che i colpevoli siamo noi”. Ma i libri, i simboli, i film, attualmente, non costituiscono prova processuale.

E quindi, ne siamo sicuri, per i membri del Cicap la Rosa Rossa non esiste. Garantisce Umberto Eco.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

20/10/17

vaccinazione, il killer silenzioso... la storia si ripete

Sono molto poche le persone che si rendono conto del fatto che la peggiore epidemia che abbia mai colpito l’America, la cosiddetta Influenza Spagnola del 1918 sia stata causata dalla massiccia campagna di vaccinazione portata avanti in tutta la federazione [statunitense].
I dottori hanno detto alla popolazione che la malattia era causata dai germi. I virus non erano ancora noti ai tempi altrimenti sarebbero stati incolpati loro. Germi, batteri e virus, assieme ai bacilli e ad un piccolo numero di altri organismi invisibili sono i capri espiatori sui quali i medici amano far ricadere la colpa delle cose che non comprendono. Se un medico compie un errore nel formulare una diagnosi e prescrivere la terapia, e uccide il suo paziente, può sempre dare la colpa ai germi, ed affermare che l’infezione del suo paziente non era stata precedentemente diagnosticata e che quindi era venuto da lui troppo tardi.
Se torniamo indietro al 1918, il periodo nel quale esplose l’influenza, noteremo come essa esplose subito dopo la fine della prima guerra mondiale quando i nostri soldati stavano ritornando a casa da oltre oceano. Questa fu la prima guerra nella quale tutti i vaccini allora noti furono somministrati obbligatoriamente a tutti i militari. Questo guazzabuglio di veleni farmacologici e di proteine putride di cui i vaccini erano composti, causò una tale diffusione di malattia e di morte tra i soldati che era un comune soggetto di discussione il fatto che i nostri uomini venivano uccisi più dalle iniezioni dei medici che dalle pallottole delle armi da fuoco.
Molti furono resi invalidi e tornarono a casa o finirono in un ospedale militare, come dei rottami senza speranza, prima ancora di avere visto un giorno di battaglia. La percentuale di malattie e morti tra i soldati vaccinati fu quattro volte maggiore rispetto ai civili non vaccinati. Ma questo non fermò i promotori dei vaccni. I vaccini sono sempre stati un grande business, e così si continuò ostinatamente ad utilizzarli.
Fu una guerra più breve di quanto non avessero pensato i produttori di vaccini, durò solo un anno per noi, e così ai produttori dei vaccini restarono una quantità di vaccini inutilizzati e andati a male che volevano vendere ricavandoci un buon profitto. E così essi fecero ciò che fanno usualmente, fecero una riunione a porte chiuse e progettarono tutto lo sporco programma, un’operazione di vaccinazione federale (mondiale) che utilizzasse tutti i loro vaccini, raccontando alla popolazione che i soldati stavano tornando a casa con molte terribili malattie contratte in paesi stranieri e che era un dovere patriottico di ogni uomo donna o bambino di proteggersi correndo ai centri di vaccinazione e facendo tutte le iniezioni.
La maggior parte della gente credette ai propri medici ed agli ufficiali governativi, e fece quanto fu loro consigliato. Il risultato fu che la quasi totalità della popolazione si sottopose alle iniezioni senza essere sfiorata dal dubbio, e fu solo una questione di ore prima che la gente iniziasse ad agonizzare e morire, mentre molti altri collassarono colpiti da malattie di una tale virulenza che nessuno aveva mai visto niente del genere prima d’allora.
Tali malattie avevano tutte le caratteristiche delle malattie contro le quali le persone erano state vaccinate, la febbre alta, i brividi, il dolore, i crampi, la diarrea, etc. della febbre tifoidea, la congestione alla gola ed ai polmoni simile a quella della polmonite e tipica della difterite, il vomito, il mal di testa, la debolezza e il tormento dell’epatite causata dai vaccini contro la febbre della giungla, e la manifestazione di piaghe sulla pelle causata dai vaccini contro il vaiolo, insieme alla paralisi causata dall’insieme dei vaccini, etc.
I medici furono sconcertati, e dissero che non conoscevano la causa di questa strana e mortale malattia, e che certamente non avevano alcuna cura. Avrebbero dovuto sapere che la causa nascosta furono le vaccinazioni, perché la stessa cosa successe ai soldati dopo avere ricevuto le iniezioni vaccinali nelle caserme. I vaccini per la febbre tifoidea causarono una forma ancora peggiore della stessa malattia, che chiamarono para-tifoide. Quindi cercarono di sopprimere i sintomi di questa malattia con un vaccino più forte, che causò a sua volta una malattia ancora più perniciosa, che uccise e rese disabili una gran quantità di uomini.
La combinazione di tutti quei vaccini tossici che fermentavano assieme nel corpo, causò tali violente reazioni che i medici non riuscirono ad affrontare quella situazione. Il disastro si diffuse rapidamente negli accampamenti. Alcuni ospedali militari furono riempiti esclusivamente di soldati paralizzati, e furono considerati infortuni di guerra, anche se avvenuti prima che abbandonassero il suolo Americano.
Ho parlato con alcuni dei sopravvissuti a questo massacro vaccinale quando ritornarono a casa dagli accampamenti dopo la guerra, ed essi mi raccontarono degli orrori, non della guerra in sé stessa e delle battaglie, ma delle malattie diffuse negli accampamenti.
I medici non volevano che la diffusione di questa malattia causata dai vaccini si ritorcesse contro di loro, e così di misero d’accordo tra di loro per chiamarla Influenza Spagnola. La Spagna era un luogo molto lontano, ed alcuni dei soldati erano stati lì, così l’idea di denominarla Influenza Spagnola sembrò un’ottima scelta per incolpare qualcun altro. Gli Spagnoli si risentirono del fatto questo flagello mondiale aveva preso la denominazione da loro. Essi sapevano che la malattia non aveva avuto origine nel loro paese.
Venti milioni di persone morirono in tutto il mondo di quell’epidemia influenzale e sembrò toccare tutti i paesi che furono raggiunti dalla vaccinazione. La Grecia e poche altre nazioni, che non accettarono il vaccino, furono le uniche a non essere colpite dall’influenza. Questo non dimostra forse qualcosa?
A casa (negli U.S.A.) la situazione era la stessa; gli unici che sfuggirono all’influenza furono quelli che rifiutarono le vaccinazioni. La mia famiglia ed io fummo tra i pochi che persistettero nel rifiutare le forti pressioni della propaganda, e nessuno di noi ebbe l’influenza, nemmeno uno po’ di raffreddore, a dispetto del fatto che i malati erano tutto intorno a noi, e nel mezzo del periodo più freddo dell’inverno.
Tutti sembravano averla presa. L’intera città era prostrata, tutti malati o morenti. Gli ospedali erano chiusi perché i dottori e gli infermieri erano stati colpiti dall’influenza. Tutto era chiuso, le scuole, gli uffici, le poste, tutto insomma, Nessuno andava per strada. Era come una città fantasma. Non c’erano medici per prendersi cura degli ammalati, e così i miei genitori andarono di casa in casa facendo il possibile per aiutare le persone colpite dalla malattia. Passarono tutto il giorno e parte della notte per alcune settimane al capezzale dei malati, e tornavano a casa solo per mangiare e per dormire.
Se i germi o i virus o i batteri, o qualsiasi altro piccolo organismo fosse stato la causa di quella malattia, essi avrebbero avuto moltissime opportunità di attaccarsi ai miei genitori e colpirli con la malattia che aveva prostrato il mondo intero. Ma i germi non erano la causa di quella o di qualche altra malattia, e così non ne furono colpiti. Ho parlato con poche altre persone dopo di allora, che dicevano di essere sopravvissute all’influenza del 1918, e così ho chiesto loro se si erano vaccinate, e tutte quante mi hanno riferito di non avere mai creduto nella validità dei vaccini e che non ne avevano fatto nemmeno uno. Il buon senso ci mostra che tutti quei vaccini tossici iniettati insieme nelle persone non potevano fare a meno di causare un pesante avvelenamento dei corpi, e l’avvelenamento di un qualche tipo è usualmente la causa della malattia.
L’influenza del 1918 fu la più devastante che abbiamo mai affrontato, e nel tentativo di debellarla furono usate tutte le sostanze conosciute nell’armamentario medico; ma l’aggiunta di questi farmaci, ognuno dei quali rappresenta un veleno, non fece altro che intensificare la condizione di iper-avvelenamento dei malati, in maniera tale che il trattamento della malattia uccise in realtà più di quanto non fece l’influenza stessa.
Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

Vajont. Il mondo fuori posto


Per sapere e capire qualcosa dell’immane catastrofe del Vajont ci sono diversi percorsi, e il modo migliore e più giusto è quello di percorrerli, uno dopo l’altro, con i tempi che preferiamo. 
Il primo, forse ancora il più completo e quello che potrebbe quasi bastare da solo, è leggere un libro. Sulla pelle viva di Tina Merlin, giornalista come ce ne erano una volta e non ce ne sono più, unico perché unica autentica testimonianza scritta durante e soprattutto prima della tragedia (perché prima si sapeva già benissimo cosa sarebbe accaduto poi).



Poi c’è, inevitabile, lo straordinario spettacolo-monologo di Marco Paolini, Vajont - 9 ottobre 1963 - Orazione civile. Guardatelo o riguardatelo, in cassetta o in dvd, e se vi dovesse capitare la fortuna andatelo a rivedere dal vivo, a teatro. Difficile trovare un modo migliore per raccontare, spiegare, coinvolgere, far tremare le vene e far fremere dallo sdegno civile chi ascolta, assiste, e inevitabilmente partecipa.
Poi, se vi capita, guardate anche il film, Vajont – la diga del disonore di Renzo Martinelli. Questo è un tassello che va bene solo insieme agli altri, perché da solo forse è insufficiente. E’ un film di grande merito anche se di risultati inferiori alle ambizioni, con momenti quasi imbarazzanti, ma con il pregio di raccontare comunque i fatti con chiarezza, di non fare sconti a nessuno, e di offrire straordinarie interpretazioni di Michel Serrault, Daniel Auteuil, Philippe Leroy, Laura Morante e Leo Gullotta. 



Quando lo vidi in sala non mi piacque gran che, ma io sapevo già tutto. Uscendo dal cinema però sentii qualcuno dire “aho ammazza però…. pensavo che era stata tutta ‘na tragedia naturale, mica ce lo sapevo che c’erano tutte ‘ste colpe de’ ‘sti pezzi de merda e che se’ poteva pure evita’…” e allora capii che il film, nonostante i suoi difetti, aveva ragione di esistere.
Già, perché in fondo la tragedia del Vajont, questa allucinante storia italiana, è tutta lì, nella sua incredibile e pazzesca prevedibilità. Nel suo essere la più grande catastrofe naturale scientificamente e pervicacemente cercata e provocata dall’uomo, dall’arroganza dell’ingegneria civile che doveva dimostrare la sua potenza a costo di stuprare la natura, dall’arroganza del potere politico ed economico che decide la vita e la morte delle donne e degli uomini contro ogni evidenza della ragione, dall’avidità di pochi uomini che per il denaro, e solo per il denaro, passa sopra a qualsiasi avvertimento e qualsiasi prova scientifica, sacrificando migliaia di persone ad un profitto del 5%, facendo precipitare una montagna intera sulla pelle di uomini, donne e bambini inermi pur di non perdere un investimento.
E non è solo storia passata, non è solo del secolo scorso. Ne abbiamo altri esempi proprio sotto gli occhi, passati, recenti e futuri, dai terremoti alle inondazioni che sempre più frequentemente ci flagellano. E ogni volta che sentiamo polemiche e avvertimenti di studiosi e scienziati e risposte arroganti e saccenti di imprenditori e politici e ingegneri quando si parla di questi argomenti (tanto per fare un esempio per il ponte sullo stretto di Messina) be', dovremmo sempre ricordarci del Vajont….
E poi, infine, bisogna andarci. Risalire in macchina la valle del Piave e arrivare a Longarone, il paese cancellato dall’onda più enorme e violenta di tutta la storia dell’umanità, e guardare la diga, e tremare già solo al suo primo apparire, in fondo a quell’immensa canna di fucile della gola del Vajont.
Non c’è bisogno di molta immaginazione per vederla riempita da un muro di acqua e fango compressa e sparata contro il paese a valle. La si vede e si trema dal terrore.
Guardare la diga perché la diga è sempre là, è rimasta in piedi. Era costruita bene. Peccato che per farla e per riempire il lago si ignorò sistematicamente la frana che dal Monte Toc stava preannunciando il disastro con tutti i segnali possibili.


E poi bisogna salire su, a quello che era il lago del Vajont creato dalla diga e che ormai è una pozza, perché quel maledetto porco 9 ottobre del 1963 c’è finita dentro una montagna intera.
E ti trovi nel posto più innaturale del mondo. Si sente nell’aria, nel paesaggio, perfino nei colori una violenta negazione di normalità, e soprattutto una respirabile impossibilità di un qualunque ritorno ad una qualunque normalità.
Perché lassù c’è un mondo intero fuori posto. Gli alberi sono inclinati senza una ragione apparente, semplicemente perché stavano lassù, centinaia di metri più su, e ora sono qui, in fondo, davanti ai tuoi occhi, sotto i tuoi piedi, perché l’intero mondo è venuto giù ed è venuto giù tutto insieme.
Sei in una valle ma la valle non c’è, perché al suo posto c’è una montagna che non dovrebbe esserci.


Sali al villaggio di Erto, e arrivi fin dove è arrivata la prima onda. Il paese, quattro case, è abitato ancora da qualcuno (il suo cittadino più famoso è lo scultore e scrittore Mauro Corona) ma ti sembra di percepire dei quasi fantasmi, tristi e rassegnati, e hai quasi l’impressione si viva lì senza mai alzare lo sguardo verso la montagna. Senti un dolore immenso tutto intorno a te, lo strappo violento di qualunque ragione e di qualunque senso avvenuta in pochi attimi, senti il dolore nell’aria e senti che non potrà mai andarsene.


Infine alzi lo sguardo verso il monte Toc, l’immensa montagna di fronte, e vedi l’Apocalisse. La montagna è nuda, aperta come un cadavere sezionato. Stai guardando qualcosa che non dovresti vedere, perché stai guardando dentro le sue viscere. E’ sventrata, e offre al tuo sguardo il suo immenso stomaco e i suoi sconfinati intestini di roccia lisci e innaturali.
L’altra metà è giù, con tutti i suoi boschi i suoi prati e le sue valli, ci sei appena passato sopra con l’auto per salire in questo disgraziatissimo paese…
Ecco… non si può descrivere oltre un mondo intero aperto a metà, e ancora meno si può descrivere la sensazione che si prova nel vedere quello scempio inimmaginabile sapendo che è il frutto dell’avidità e dell’arroganza di piccoli uomini.

E meno di qualunque altra cosa si può descrivere quello che senti.
Sei in un luogo bellissimo, in mezzo a montagne bellissime.
Sei sotto un cielo bellissimo circondato da panorami bellissimi.
E ti manca l’aria per respirare.

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia 





T. Merlin, Sulla pelle viva - Come si costruisce una catastrofe - Il caso del Vajont,  CIERRE Edizioni – Verona, 1997 (I ed. La Pietra - Milano, 1983)


M. Paolini, Vajont - 9 ottobre 1963 - Orazione civile,  di M. Paolini & Gabriele Vacis in VHS o DVD Elleu Multimedia, 1993


Vajont – la diga del disonore , di E. Martinelli con M. Serrault, D. Auteuil, L. Gullotta, L. Morante, P. Leroy - Italia 2001



Una versione di questo scritto compone un capitolo del mio romanzo “quasi” autobiografico “La valle del Boite” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/196204/nella-valle-del-boite-2/


Alessandro Borgogno

Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.