non si arrabbi, volevo dire che se l'amava poteva insegnarle qualunque cosa. Perché tutti stiamo morendo, ogni minuto ci avviciniamo alla morte, eppure non ci insegniamo a vicenda quello che sappiamo! (GLI SPOSTATI)
didattica neoclassica all’Accademia di Brera – i maestri – la scuola di Architettura
di Paola Mangano
Alla sua apertura (1776) l’Accademia di Brera non aveva ancora uno statuto, anche se direttive generali di altissima influenza furono suggerite da Giuseppe Parini nel saggio “Delle cagioni del presente decadimento delle Belle Lettere e delle Belle Arti e di certi mezzi per restaurarle” scritto nel 1769 ove formulò tra l’altro in linea di massima il programma per un istituto d’arte.
Dovettero passare dieci anni prima che un nuovo “Piano Generale e Costituzioni”per l’Accademia venisse redatto da Pietro Paolo Giusti funzionario di governo sotto Maria Teresa, barone di Santo Stefano, Consigliere al Dipartimento delle materie ecclesiastiche, pie fondazioni, studi e belle arti.
Siamo ancora lontani dall’organicità e razionalità che saprà conferire all’Istituto il futuro segretario Giuseppe Bossi (1801/1807) anche se quest’ultimo dalla riforma di Giusti prenderà molti spunti.
Giuseppe
Bossi, Autoritratto con Gaetano Cattaneo, Carlo Porta e Giuseppe
Taverna, 1809, olio su tela 1809, cm 52 x 63. Pinacoteca di Brera
Tuttavia anche
se mancante di statuti e di piani disciplinari l’Accademia di Brera in
quei primi anni di vita sotto la direzione del segretario Carlo Bianconi (1778-1801)
“….valeva almeno come dieci accademie Clementine non già per numero di
soci o per fatto di patenti, ma per utili scuole, sebbene non tutte
fossero abbastanza ben dirette.” come affermava con orgoglio il giovane Giuseppe Bossi che a Brera studiò e a soli 23 anni ne divenne segretario.
Perché se è pur vero che un’adeguata organizzazione è necessaria per far
funzionare e progredire qualsiasi istituto scolastico sono in
definitiva i maestri che con la loro conoscenza, competenza e
predisposizione all’insegnamento ne decretano il successo.
E maestri eccellenti erano parte di quel corpo docenti dei primi anni di
rodaggio dell’Accademia di Brera. Ce ne lascia un gustoso sunto il
segretario Bianconi nel 1802 proprio al termine del suo mandato come
segretario (lettera conservata presso l’Archivio dell’Accademia di
Brera, Carte Bianconi).
“L ‘Accademia di Brera nel 1800” di Carlo Bianconi (ASAB, Carpi DV 13)
Milano, da Brera, il giorno 14 fruttidoro anno VIII, cioè il dìp(rimo) settembre 1800. Al Cittadino Commissario Governativo presso l’Amministrazione Dipartimentale d’Olona il Segretario perpetuo dell’Accad. Milanese delle Belle Arti. [ … ]. . .
L’Accademia delle Belle Arti fondata nel 1776 ha sei scuole corrispondenti a sei diverse qualità di disegno utili tutte alla società, e sono
la
1°d’Ornati 2° d’architettura 3° d’Elementi di figura 4° de’ Gessi 5°del Nudo 6° d’incisione in rame.
La prima d’ornati serve a molte arti istillando in esse buon gusto e venusta bellezza. Diffatti questo buon senso e questa gradevole bellezza si vede estendersi sensibilmente per ogni arte che dal disegno norma e lume riceve, e ciò dall’epoca della fondazione della nostra Accad(emia) , per cui anche il com(m)ercio ne sente chiaramente vantaggio. Questa scuola conta molte volte nell’inverno da cento scolari, e qualche volta cento venti, e sino cento trenta ancora. Attende a si numerosa gioventù da se solo il cittad(ino) professore Albertolli Giocondo, il di cui amore, attenzione e sapere per il progresso de’ scolari è veramente degno di tutti gli elogj .
La 2• Scuola è quella d’architettura. È debitore il gusto a questa del buon senso nelle fabbriche che da tutti si distingue; buon senso che si va estendendo ancora ne’ luoghi vicini. Due sono le persone che attualmente insegnano in questa Scuola; una come principale e professore ed è il cittad. Polak Leopoldo, l’altra come subalterno e maestro elementare, ed è il cittad. Amati Carlo. Ambedue bramosi di adempire i rispettivi loro doveri, che con lode interamente compiscono.
La 3• Scuola è quella degli Elementi di Figura. Dopo l’indicata degli ornati è la più numerosa delle altre tutte, e serve come di base alla pittura e scultura, poichè queste non possono far cosa alcuna di retto senza l’appoggio del disegno rappresentatore delle forme del corpo umano. N’è il solo maestro il cittadino Aspar Domenico, che con tutta la premura ed intenzione attende al progresso della gioventù a lui commessa. Fa poi meraviglia che tanto faccia e per la non ferma sua salute, e per la ben scarsa mercede alla opera sua tanto faticosa.
La 4• Scuola è de’ Gessi, il di cui oggetto è d’inserire nella mente de’ giovani quale sia la più fine bellezza delle forme umane mediante le statue antiche . Serve questo lodevolissimo studio tanto ai pittori che agli scultori, e però attendono al medesimo non meno i professori di pittura che l’altro di scultura nel tempo corrispondente alla rispettiva loro incombenza riguardante la Scuola del Nudo. Li professori di pittura sono li cittad(ini) Traballesi Giuliano e Knoller Martino, e l’altro di scultura il cittadino Franchi Giuseppe. Tutti e tre sono pieni di premura per il progresso della gioventù, e cercano ogni strada per fare il debito loro.
La 5° Scuola è quella del Nudo a cui attendono li su(ddetti) tre pofessori di pittura e scultura nel tempo e modo già fissato. È questo studio la prova del progresso de’ giovani, e serve ancora a provetti nell’arte, poiché la natura è il prototipo che imitare si dee, è la vera maestra delle arti pittura e scultura.
La 6• ed ultima scuola è quella dell’Incisione in rame. Sta alla testa di essa come professore di tal arte il cittad(ino) . Longhi Giuseppe che tanto si prende pensiero dell’avanzamento de’ suoi scolari, che già se ne scorge chiaramente il frutto, e si ha ben giusta ragione di credere che di giorno in giorno si farà maggiore.
Passando ora alle innovazioni utili all’Accademia che far si potessero, dico che si dovrebbe pensare spezialmente a due cose. Al piano cioè che si desidera da anni, ed a distribuire de’ premj alla gioventù che fa progressi nell’arte. Per il piano converrebbe fare non poche meditazioni perché tutto tornasse in vero vantaggio degli studj, e per la distribuzione de’ premj converrebbe fissare i modi, ed il quantitativo da distribuirsi.
Salute e rispetto
Carlo Bianconi
Il segretario Bianconi non parla della cattedra delle lettere e delle arti, incarico che ricopriva Giuseppe Parini, né fa menzione del resto dei suoi corsi di iconografia e mitologia che lo stesso Parini dovette cedergli.
Un’altra sottile mancanza è l’aver ignorato, o forse deliberatamente omesso, il ruolo prestigioso che ricoprì Giuseppe Piermarini come
professore di architettura dagli esordi dell’Accademia sino al 1797
quando i francesi, da poco entrati in Milano, lo destituirono non
vedendo di buon occhio i suoi sentimenti filoaustriaci. Del resto il
Piermarini, assorbito dalle commissioni pubbliche e private, era assente
di frequente e lo suppliva il luganese Pietro Taglioretti.
Eppur è giusto rimarcare che le lezioni di Piermarini avevano“preparato lo sguardo degli studenti ad accogliere il nuovo secolo” come tende a sottolineare Hellmut Hager (Professore Emerito di Storia dell’Arte presso la Pennsylvania State University, in Le Accademie di architettura in Storia dell’architettura italiana, Il settecento).
Nel corso
della sua attività didattica Giuseppe Piermarini utilizzò i dettagli
delle proprie opere come strumenti di apprendimento, aggiornando così,
nell’insegnamento degli ordini, le lezioni del Vignola (Jacopo Barozzi da Vignola detto il Vignola 1507-1573, Regola delli cinque ordini d’architettura)
Alla classe di
architettura si arrivava dopo aver frequentato corsi scientifici di
base mentre alle classi di ornato potevano accedere gli allievi
provenienti dalle scuole provinciali di disegno ma anche dagli
orfanotrofi cittadini al fine di avere una formazione artigianale
adeguata a realizzare i partiti decorativi in armonia con l’architettura
ma anche a sostenere lo sviluppo delle industrie del milanese.
Piermarini puntava a un coordinamento assoluto tra architettura e
decorazione. Per questo era essenziale la collaborazione con il
professore d’ornato Giocondo Albertolli al quale dedicherò un articolo completo prossimamente.
Scuola italiana – Ritratto dell’architetto Leopoldo Pollack, 1780, olio su tela cm.72,5×58 GAM
Quindi al Piermarini subentrò l’allievo viennese Leopold Pollock,
come evidenziato da Bianconi, ma per un breve periodo. Infatti dopo
appena tre mesi, in seguito all’intercettazione di una sua lettera, con
la quale veniva scoperto aver contatti con il governo di Vienna per
costruire un teatro di corte in quella città, fu messo in carcere e
dovette dimettersi dalla carica accademica. Lo sostituì l’amico Giacomo Albertolli (nipote
di Giocondo) anche lui solo per pochi mesi sino al 25 luglio 1799
quando nel breve ritorno degli austriaci fu diffidato dalla Regia
commissione imperiale austriaca dall’insegnamento e quindi sospeso dalla
carica conferitagli dal Governo francese. La cattedra
tornò a Pollach per un anno accademico, 1799- 1800; ad Albertolli però
venne concesso di rimanere a Milano. Il successivo rovescio politico (la
nuova conquista dell’Italia da parte di Napoleone attuata dal 1800)
destituì Pollach riconfermando Albertolli che vi insegnerà sino alla sua
prematura morte nel 1805 a soli quarantatre anni.
….ecco troncata a quarantatre anni la vita di un uomo che certamente non era l’ultimo della terra. Il nostro segretario Bossi è con me afflittissimo per una tale perdita, che non sappiamo come potrà essere rimpiazzata. Egli insegnava lo stile puro, e severo, e già abbiamo un numero di allievi che hanno molto merito, ma che avrebbero bisogno ancora che gli fosse continuata la sopressa coltura per rendergli fermi nella massima, e bene difendersi dalla comune eresia dell’arte….
scriverà lo zio Giocondo qualche giorno dopo la sua morte.
La scuola di Architettura era suddivisa in due sezioni: al titolare di cattedra spettava l’insegnamento della parte più «sublime d’essa»con
il cospicuo stipendio di 2600 lire annue, mentre all’aggiunto
competevano gli Elementi di Architettura con sole 600 lire annue.
Giacomo Albertolli insegnò nella prima sezione.
Sono stato eletto professore d’Architettura civile in questa Accademia delle Belle Arti. Sono successore del mio maestro Piermarini. Ieri l’altro sono
stato installato. Ho due aiutanti, e moltissimi scolari; e faccio scuola
tutti i giorni. (4 novembre 1798)
Il piano
d’istruzione della scuola comprendeva lo studio dell’architettura
classica romana attraverso i trattatisti, dagli ordini di Vitruvio dell’edizione Galiani a quelli di Vignola, gli edifici antichi da Antoine Desgodets, le fabbriche più importanti di Leon Battista Alberti e soprattutto di Palladio insieme all’architettura classica greca attraverso i libri di Julien-David le Roy, James Stuart e Nicholas Revett (The antiquities of Athens). Senza escludere i manufatti architettonici a loro contemporanei. Lo studio dell’architettura veniva spinto verso «lo stile puro e severo», il
rigore del linguaggio classico, le composizioni discusse e corrette in
ogni minimo dettaglio, sempre ispirandosi alle produzioni
architettoniche ritenute perfette e nessuna licenza veniva concessa agli
allievi. Albertolli amava accompagnare i suoi studenti per la città,
per osservare «le produzioni in genere delle belle arti, ed alle biblioteche per esaminare i libri delle antichità Greche e Romane».
Lapide
commemorativa (datata 1858) per l’architetto Carlo Amati, sulla
facciata neoclassica della chiesa di San Carlo al Corso a Milano. La
chiesa fu costruita sul progetto del 1832 di questo architetto, che
secondo la lapide avrebbe seguito gratuitamente i lavori fino alla sua
morte.
Carlo Amati, indicato da Bianconi in quegli anni come “subalterno di Pollack e maestro elementare”,
fu dapprima allievo e dal 1817 docente all’Accademia di Brera sino alla
sua morte (1852). (1) Anche se negli anni da noi presi in
considerazione, e cioè quelli della segreteria di Bianconi, non ebbe un
ruolo incisivo, la sua figura è importante per comprendere il clima
didattico di quel periodo perché se come insegnante, più che nella
professione di architetto, si dimostrò accanito conservatore continuando
a fare un punto di riferimento immutabile dei fondamenti vitruviani
della scienza architettonica (anche quando il panorama attorno a lui,
ormai negli anni ’50, si era fatto irriconoscibile e i temi esegetici
vitruviani erano diventati esercitazione di erudizione lontani dalla
realtà dell’architettura costruita) deve essere stato anche frutto della
sua formazione all’interno dell’Accademia. Ulteriore conferma ci viene
fornita dalla nota polemica “vitruviana” del 1821 che vide coinvolto per
l’appunto Carlo Amati e il periodico letterario di indirizzo
governativo “Biblioteca Italiana”(2) (pubblicato a Milano dal 1816 al 1840); ma dietro l’anonimo articolista della rivista è possibile individuare con certezza Paolo Landriani,
architetto e pittore scenico protagonista degli allestimenti scaligeri
dall’età napoleonica ai primi anni della Restaurazione. (3) Il Proemio
del ventunesimo numero della rivista che innescò la polemica era
incentrato su di un’esplicita critica al sistema didattico adottato
nella scuola di Brera dove da molti anni si provvedeva all’insegnamento
teorico e pratico dell’architettura. A giudizio dell’articolista la
debolezza del sistema braidense era quella di privilegiare il testo
vitruviano rispetto agli esempi concreti offerti dagli architetti
classicisti del Rinascimento che “non mai preferirono le opere di
Vitruvio ai rinomati avanzi dell’architettura greca e romana, dove
vedendo e non interpretando si assicurarono del bello reale e ne
fondarono poi sublimi precetti dell’arte”.(4)
Andrea Appiani – Ritratto di Paolo Landriani – 1792 – Olio su tela – Museo teatrale alla Scala di Milano
Naturalmente Amati si sentì in dovere di controbattere (5) a tale affronto sostenendo il testo dell’architetto romano in quanto “opera che meno si discosta dalle proporzioni dell’arte greca, ritenuta modello di perfezione universale”e
quindi il riferimento teorico più convincente per la didattica
dell’architettura. Va comunque ribadito che Amati e Landriani non si
erano mai visti di buon occhio e disquisizioni erudite tra i due su
questioni di ortodossia classicista continuarono a svilupparsi anche
negli anni seguenti. Di fatto però la questione vitruviana metteva in
discussione la didattica architettonica neoclassica che si era impartita
in quegli anni all’interno dell’Accademia di Brera al fine di ampliare i
riferimenti stilistici verso una ripresa dello stile bramantesco anche a
livello progettuale. I tempi stavano cambiando.
E cambiavano al punto da mettere in discussione l’insegnamento stesso dell’architettura all’interno delle Accademie d’Arte.
Un Decreto
napoleonico del 3 novembre 1805 pubblicò le nuove normative per il
libero esercizio delle professioni di architetto, agrimensore e
ingegnere (6) nel quale non si accennò mai all’Accademia e ai suoi corsi
di architettura accrescendo di fatto l’importanza delle cattedre di
disegno e composizione architettonica nelle università, soprattutto
Pavia e Padova, riducendo a lungo andare l’importanza della
frequentazione in Accademia – almeno per l’architettura – a qualcosa di
accessorio, non obbligatorio, quasi un corso di approfondimento post
patente creando quell’antipatica concorrenza tra Università e Accademia,
e più da vicino tra l’Università di Pavia e l’Accademia di Brera.
La polemica,
destinata ad ingrassarsi negli anni a seguire vide coinvolto Carlo Amati
al quale venne chiesto un parere sugli ambiti e gli ambienti più idonei
alla formazione degli architetti civili. La dissertazione del
professore non lasciava margini d’interpretazione portando nell’unica
direzione per lui possibile: “…non solo debb’essere l’Architetto
versato nelle lettere, nella Geometria, nell’inseparabil calcolo e nelle
delineazioni ornamentali, ma deve per più lustri applicarsi con ardore
negli studj elementari degli Ordini e dell’Ombreggiamento per poscia
accingersi alle compilazioni de’ membri costruttivi l’arte di edificare
dedotta dai precetti de’ classici trattatisti Vitruvio, Alberti, Serlio,
Vignola, Scamozzi, Palladio, Perrault,artisti Architetti, col
confronto delle opere della veneranda antichità Greco-romana. Codesti
studj preliminari preparano gli elementi indispensabili all’interminabil
esercizio della invenzione architettonica, ed alle occupazioni
contemporanee della spinosa pratica dell’arte presso accreditato
edificatore almeno pel corso biennale. Il felice risultatamento di
questi studj accademici, promossi e mantenuti con tanto lustro dalla
Sovrana munificenza nelle nostre aule delle belle arti, viene comprovato
in ispecial modo dai premj di architettura de’ grandi concorsi ottenuti
pel corso di circa vent’anni continui dagli alunni architetti della
nostra accademia……………Sarebbe dunque necessario che tutti gli aspiranti
ad esser Architetti dovessero applicarsi almeno per un quadriennio agli
Ornamenti e all’Architettura e prospettiva nelle scuole Accademiche, ed
alla pratica di fabbricare nello studio di un Architetto approvato, [e]
ne fossero abilitati al libero esercizio se non dietro nuovi esami da
sostenersi nei modi più precisi ed escluso ogni sospetto di esterni
sussidj……”
(Lettera scritta di pugno e firmata dall’Amati il 29
gennaio 1835, indirizzata al Podestà conte Antonio Durini, presidente
della Commissione d’Ornato.)
Il corso di
studi di architetti civili andò poi definendosi nella seconda metà
dell’ottocento (1860) attraverso l’influenza di Camillo Boito. Ma
l’argomento esula in modo significativo dal nucleo di nostro interesse.
Mi premeva sottolineare la querelle che si sviluppò tra i due
schieramenti, uno conservatore, legato al neoclassicismo i cui occhi
erano rivolti solo agli antichi, l’altro quello dei progressisti,
ingegneri architetti, con gli occhi al futuro, ai materiali moderni e
alle nuove tecniche di costruzione, dibattito che definisce come il
percorso neoclassico fosse duro a morire; e a ragione del resto perché
in Accademia grazie ai sussidi didattici specifici, trattati, manuali,
biblioteche fornite dei “classici”, repertori di ornamenti, collezioni
di tavole, modelli e gessi per le copie, si acquisiva la matura pratica
di un disegno esatto ed elegante che caratterizzò l’architetto lombardo
del primo Ottocento.
Un architetto
che corrispondeva in pieno alla figura dell’artista ma che le mutate
esigenze della committenza e lo sviluppo della cultura storica,
scientifica e tecnologica ritenevano superato.
James Stuart & Nicholas Revett ANTIQUITIES OF ATHENS 1762
Antoine Babuty Desgodets – Tavola 1682
Note
1) Carlo Amati
(1776-1852) fu allievo di Giuseppe Piermarini, Leopoldo Pollack e
Giocondo Albertolli. Intraprese la carriera accademica nel 1798 come
sostituto presso la scuola di architettura di Brera. Confermato nel
ruolo di aggiunto in occasione della riorganizzazione statutaria del
1803, alla morte di Giuseppe Zanoja (1817) fu nominato professore
supplente, carica che mantenne sino alla nomina in ruolo nel 1838.
Responsabile dell’insegnamento braidense sino al 1852, fu architetto
della Fabbrica del Duomo (1806-1813) e dal 1821 fece parte della
Commissione di Pubblico Ornato.
2) Rivista
letteraria incoraggiata dal governo austriaco per avvicinare la cultura
italiana a quella tedesca. Fu diretta da Giuseppe Acerbi,
successivamente da un’equipe di redazione composta da Robustiano Gironi,
Francesco Carlini e Ignazio Fumagalli. Nel 1841 la rivista si fuse con
“Il Giornale dell’Istituto Lombardo di Scienze Lettere e Arti”
3) Paolo
Landriani studiò all’Accademia di Brera con Giocondo Albertolli e
Giuseppe Piermarini; la sua formazione scenografica avvenne con Carlo
Bertani e Clemente Isacci, quindi con Pietro Gonzaga. Lavorò come
scenografo alla Scala che lasciò nel 1817 per motivi di salute. Dopo di
allora si dedicò prevalentemente all’attività di saggista e pubblicista,
nonché all’impegno presso la Commissione d’Ornato di cui fu membro dal
febbraio 1807 al dicembre 1835.
4) Proemio, in Biblioteca Italiana, XXI, 1821, pp.241-246.
5) Carlo Amati
prese le proprie difese sulla Gazzetta di Milano il cui articolo venne
riproposto nel numero successivo di Biblioteche Italiane. Nello stesso
anno, probabilmente spronato dalla polemica in corso diede alle stampe
la sua Apologia di Vitruvio Pollione, P.M. Visaj, Milano 1821.
6) L’iter per
diventare architetto divenne il seguente: 1) frequentare l’Università e
riportarne il grado accademico (laurea), 2) svolgere il praticantato di
due anni presso lo studio di un architetto o ingegnere civile,
comunicando alla Prefettura presso chi lo si stesse svolgendo, 3)
riportare alla fine di ogni anno di pratica un attestato di buona
condotta, 4) alla fine del biennio iscriversi all’esame di abilitazione
(l’esame di stato) presso la Prefettura del proprio Dipartimento.
Bibliografia
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Cassarelli, Giuseppe Bossi e la riforma dell’Accademia di Brera in
“Ideologie e Patrimonio Storico-Culturale nell’età Rivoluzionaria e
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– Leopoldo e Giuseppe Pollach nell’analisi dei documenti autografi dal
1775 al 1847 – Civica raccolta delle stampe “A. Bertarelli” del Castello
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– Alessandra Ferrighi, Professori e scienziati a Padova nel Settecento – GIAN GIACOMO ALBERTOLLI, 2002
– Walter Canavesio, Il tema vitruviano degli Scamilli impares nei
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– La cultura architettonica nell’età della restaurazione, Giuliana Ricci Giovanna D’Amia,1 gennaio 2002, Mimesis Edizioni
– Ingegnere o Architetto? La questione della firma nel primato del
disegno in GIACOMO TAZZINI, ARCHITETTO DI TRE CORTI La vita e l’opera
milanese del poliedrico architetto ingegnere dalla Repubblica Cisalpina
all’Unità d’Italia , Dottorando Flavio Eusebio , Tutor Prof. Fernando
Mazzocca , Coordinatore del Corso di Dottorato Prof. Guglielmo
Scaramellini Tesi di Dottorato Milano Marzo 2012
– Chiara Occhipinti, Politecnico di Milano, Scuola di Architettura
Civile – Milano nei progetti dei giovani architetti civili in
Architettura a Milano negli anni dell’Unità. La trasformazione della
città il restauro dei monumenti a cura di Maurizio Grandi, Libraccio
Editore 2012